Il magistrato sotto processo e due poliziotti uccisi. I fantasmi nella nebbia dell’Addaura

Occorre seguirla questa storia dell’Addaura, altrimenti non si capisce niente. E’ maledettamente complicata, un buco nero. Si rischia di sprofondare dentro, magari stando dietro a personaggi e fatti che non portano da nessuna parte. Ma il contesto che disegna è di straordinario rilievo, mostra fantasmi nella nebbia fitta.

Nei primi giorni di giugno del 1989, alcune lettere anonime – cinque o sei -giunsero alle maggiori autorità italiane e ad importanti giornalisti: attribuivano ad alcuni poliziotti – tra i quali Gianni De Gennaro e il capo della Polizia Parisi – e ad alcuni magistrati, tra i quali Falcone – di avere concesso una specie di licenza di uccidere ad un pentito, Totuccio Contorno, acerrimo nemico dei corleonesi. Contorno, circa un mese prima, era stato arrestato a pochi chilometri da Palermo, durante una operazione della Squadra Mobile. La sua presenza costituì motivo di sorpresa: era stato protetto dai Marshall USA, si era rifiutato di venire in Italia perché temeva per la sua vita, ed invece era stato trovato nella villetta dei cugini Grado, boss delle cosche perdenti, mentre era in corso una guerra di mafia che aveva fatto ben diciotto vittime. Un magistrato, Alberto Di Pisa, componente del pool antimafia, incaricato delle indagini più delicate in materia di affari, politica, mafia e poteri occulti, venne accusato di essere l’autore di quelle lettere. Accusa che provocò la sua espulsione dal pool, un’indagine, il rinvio al giudizio, il processo, la condanna in primo grado, il trasferimento d’ufficio e la sospensione dal servizio.

Solo quattro anni dopo, in secondo grado, a dicembre del 1993, Di Pisa sarebbe stato scagionato dall’accusa, formulata sulla base della fotografia di un’impronta che nessuno aveva mai visto.

Nei mesi successivi all’attentato dell’Addaura un agente della polizia, D’Agostino, e un collaboratore del Sisde, ex poliziotto, Emanuele Piazza, furono uccisi. Avevano alcune cose in comune, l’amore per la pesca subacquea e l’investigazione. La loro morte fu collegata alla presenza di un gommone e di due sub all’Addaura, dove avevano attentato alla vita di Giovanni Falcone: D’Agostino fu ucciso insieme alla moglie, Piazza scomparve in marzo del 1990. Lupara bianca. Il padre di Emanuele aveva atteso pazientemente che venisse fatta luce sulla scomparsa. Nel mese di giugno 1993, quando l’inchiesta sull’Addaura si conclude con il rinvio a giudizio dell’artificiere Tumino, Giustino Piazza invia una memoria alla Procura di Palermo. “…i funzionari della Polizia di Stato, – scrive – si sono limitati ad acquisire relazioni di servizio e non hanno svolto neanche le investigazioni di routine: di fatto hanno chiuso l’indagine senza alcuna acquisizione, come se, anziché scoprire volessero coprire chissà quali responsabilità… Il procedimento relativo alla scomparsa di mio figlio è stato successivamente archiviato… Sin dall’inizio delle indagini il Sisde ha negato l’appartenenza di Emanuele ai servizi…”

Emanuele aveva due amici: un cane ed una scimmia. Gli uomini erano gli unici animali ai quali non sarebbe stato prudente avvicinarsi. L’ho conosciuto bene, per un anno, nel 1985, mi seguì come un’ombra. Ricordo i suoi occhi da eterno ragazzo, le sue ingenue furbizie. Mi raccontò una volta la sua breve storia di poliziotto: i corsi speciali di addestramento, la scorta al Presidente della Repubblica Sandro Pertini, la squadra antidroga. E il bisogno di uscirsene. Dalla polizia, intendo.

“Perché?” gli chiesi una volta.

“Dopo una irruzione, dissero che mi spettava la parte. Non credetti ai miei occhi…”, rispose con un sorriso disarmante.

Smaniava. Sentiva la nostalgia di quel lavoro. “Voglio entrare nei servizi”, mi confessò. Scossi il capo. Sapevo che non era mestiere per lui. Ma come dirglielo? Si sentiva forte, sicuro di sé. Era alto, robusto, e sapeva di arti marziali. Sognava l’avventura e la gloria degli agenti segreti. Un giorno – era aprile? – il padre, Giustino, venne a trovarmi in redazione. “Emanuele è scomparso”, mi disse, con voce incerta.

“Scomparso? ” ripetei.

“Dal 19 marzo. Lo aspettavamo. Si festeggiava il mio compleanno. Non sarebbe mai mancato…”

“Che hai fatto?” balbettai.

“Ho trovato a casa mia un elenco di latitanti, il suo portafogli intatto, le scarpe ed il cane… Poi sono venuti i poliziotti ed hanno preso tutto, anche la sua muta da sub…”

“Perché la muta da sub?”

“Non lo so…Sono andato da Giovanni Falcone… Mi disse che i poliziotti vedono in ogni sub un attentatore… ”

“L’Addaura?”

“Si, l’Addaura”.

“Non so più a che santo votarmi… Abbiamo interpellato anche un sensitivo. Per lui è morto, è stato gettato in mare… Un personaggio importante, invece, mi ha detto di occuparmi della famiglia: i miei figli, mia moglie. Emanuele? Dovevo pensarlo felice, lontano…Come se fosse scappato con la fidanzata…”

“Un boss? E’ un messaggio, una minaccia…”

Fece un gesto, come a dire: lascia perdere.

Giustino fa l’avvocato ed è un galantuomo, ha vissuto in un’epoca sbagliata. Accettare il consiglio o cercare il figlio…Che poi significava cercare chi l’aveva sequestrato. L’elenco dei latitanti, l’assegno del Ministero degli Interni e la misteriosità del lavoro provavano che Emanuele aveva lavorato per i Servizi. Alcuni nomi di latitanti erano segnati a matita. Gli erano stati affidati? Era stato mandato a morire? L’avevano bruciato? Chi?

Tre o quattro mesi dopo Giustino mi invitò a partecipare alle esequie di Emanuele in una chiesetta vicina al porto. Gremita, senza catafalco. Il sacerdote era piccolo, grasso e molto triste. Ogni tanto cercavo con gli occhi la bara di Emanuele, scoprivo che non c’era e sentivo un tuffo al cuore.

Non piangeva nessuno, perché non c’era il catafalco. Il rito funebre durò un’eternità. Così mi parve.

Con il trascorrere del tempo un pensiero rese insopportabile la permanenza in chiesa. Stavano seppellendo Emanuele perché qualcuno aveva voluto così? Era il segno della nostra resa? la prova che non avremmo più cercato né il suo corpo né i suoi assassini?

Per molti mesi su Emanuele cadde il silenzio. Poi un programma televisivo lo indicò come uno dei due sub dell’Addaura. Il ticchettio di un orologio in sottofondo, le immagini della scogliera dell’Addaura e il mistero di Emanuele. Un collage ben costruito ed affidato alle ipotesi di un professore neofascista, presentato come tenente colonnello di Stay Behind, una specie di guardia nazionale anticomunista allestita in gran segreto e mantenuta in clandestinità.

Non c’era alcun legame fra Emanuele e il sedicente tenente colonnello di Stay Behind. Un altro enigma. Per quale ragione l’avevano invitato a parlare di Emanuele? Da professore aveva fatto parte della Commissione d’esami per la maturità di Emanuele. Tutto qui.

L’unico personaggio esterno a Cosa nostra, un imprenditore palermitano, sospettato di avere avuto a che fare con l’Addaura, finì in carcere e ottenne la libertà. Le accuse di Salvatore Cancemi, che lo indicava come il fornitore del congegno elettronico di Capaci, non trovarono conferma.

Ero perplesso, frustrato, avvilito. Telefonai ad Angelo Vecchio, cronista del “Sicilia”. Ebbi fortuna. Aveva preparato la storia giudiziaria dell’imprenditore. “Inizia nel 1984”, mi disse, “Il suo nome entra nell’inchiesta sulla Pizza connection condotta da Giovanni Falcone… Allora era giudice istruttore… ”

“E che gli succede?”

“Niente. Sa di essere ricercato e sparisce dalla circolazione per due anni. Nel 1986 viene arrestato, ma resta in carcere un solo giorno. Rimesso in libertà, sarà prosciolto…Torna in cronaca il 25 agosto 1992, un mese dopo la strage di via D’Amelio. Lo fermano ad un posto di blocco a Partanna Mondello. E’ in auto insieme al figlio. Gli agenti perquisiscono la vettura, una Audi 80…”

“Giusto. 152 milioni, 108 in contanti e gli altri in assegni, sistemati in un sacchetto di plastica… Dopo qualche ora, una perquisizione nel suo ufficio. Nell’ufficio, la polizia scopre una parete mobile dietro la quale c’è un ambiente segreto e blindato. Dischetti, documenti. Migliaia di operazioni finanziarie… Subisce un processo per reati finanziari ed una condanna a quattro mesi di reclusione. Appena sei mesi dopo, lo sospettano di avere protetto la latitanza di Totò Riina”.

“La villa del figlio era vicina a quella del boss latitante”.

“Si. Lui, l’imprenditore, comunque, convoca una conferenza stampa e respinge ogni insinuazione”.

“Una persona per bene, dunque… Magari, un pò sfortunato. Il fatto è che la scarcerazione riporta l’inchiesta nel recinto di Cosa nostra. Ne fa un affare di mafia”.

“Non ci posso credere”, esclamò Angelo. “Sei diventato pessimista…Che è successo?”

“Lascia perdere…L’imprenditore può essere un galantuomo. Non è questo… E’ che… ”

Mi fermai, come se la mia mente fosse stata attraversata da un segnale di pericolo. Di che cosa avevo timore? Angelo era una tomba, era sempre stato dalla parte giusta…

“Avverto una sorta di pregiudizio…”, osservai.
“Di che parli?”

“Niente… Tutte le volte che una informazione sulle vittime degli attentati propone un interrogativo e fa intravedere il più lieve, umanissimo errore…si insorge contro il profanatore dei sepolcri. Con la conseguenza… ”

“Con la conseguenza?”

Lo puoi capire da solo, no? Si ferma tutto. Hai visto che cosa è accaduto a Giuseppe Ferrara… ”

“Il taglio di alcune sequenze del suo film sulla strage di Capaci… ”

“Non è il taglio, ma come è avvenuto… Se Ferrara avesse ragione, sarebbe allucinante. Lui racconta nel suo film, il viaggio di Falcone negli USA. L’ha saputo dal nipote di Falcone… ”

“Anche Rose, il procuratore di Brooklin…”

“Giusto anche Rose…Il produttore ha ricevuto ordini perentori a tagliare…” “Da chi?”

“Il Ministero di Grazia e Giustizia”. “Perché tanto accanimento?”

“Non se lo spiega nemmeno Ferrara…Proprio questo accanimento l’ha convinto che Falcone c’è andato ad ha parlato con Tommaso Buscetta dopo l’omicidio Lima…”

“Per quale ragione, secondo te… ”

“Vuoi fare il furbo?”

“No, non capisco…”

“Nemmeno io… Il Procuratore di Caltanissetta dice che non c’è andato…Vuoi saperlo? Mi auguro che l’abbia fatto quel viaggio, perché il non farlo avrebbe significato per uno come lui una specie di diserzione… ”

“Che cosa c’è dietro?”

“Fanno il seguente ragionamento. Non aveva più la toga e non poteva fare indagini…Non ne aveva titolo… Se Falcone avesse spaccato il pelo in quattro, come avrebbe ottenuto i risultati che ebbe contro la mafia. Perché Rose avrebbe dovuto dire che c’è andato?”

“Il Procuratore di Caltanissetta però… ”

“Ferrara dice di averlo saputo dal nipote. E poi ci sono i falsi verbali dell’FBI pubblicati da Avvenimenti mesi fa…La conversazione americana con Buscetta… E la furibonda reazione di Buscetta… ”

“Mi attengo ai fatti” tagliò corto Angelo.

“Ai fatti che ti raccontano”, replicai con sarcasmo.

“Il cronista non è un testimone, né un detective…”
“Giusto, ma non ha l’obbligo di credere ai fatti così come vengono raccontati”.

Lo salutai con un grugnito.

“Mi attengo ai fatti riferiti a telefono”, aggiunse ridacchiando.

Salvatore Parlagreco per Siciliainformazioni.com del 14 aprile 2010

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