Dell’Utri, la mafia e l’operazione Botticelli

«Dalla lettura dei primi stralci delle motivazioni relative alla sentenza d’appello di condanna a sette anni del senatore Marcello Dell’Utri, non posso che esprimere soddisfazione perché è un’ulteriore conferma della bontà dell’impianto accusatorio del processo di primo grado». Il commento è del procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia. Il senatore Pdl Marcello Dell’Utri il 29 giugno scorso è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa per aver “mediato” per un ventennio tra i boss di Cosa nostra e Silvio Berlusconi, procurando in tal modo concreti e cospicui vantaggi alla mafia.

Ora i giudici hanno depositato le motivazioni della decisione. «La condotta posta in essere dall’imputato, protrattasi per circa un ventennio», vi si legge in uno dei passaggi che sintetizzano le ragioni della condanna, «evidenzia che Marcello Dell’Utri, mediando con piena consapevolezza e con carattere di continuità e sistematicità tra gli interessi criminali di Cosa nostra e l’imprenditore Berlusconi, disposto a pagare pur di stare tranquillo, ha oggettivamente consentito all’associazione mafiosa di conseguire il rilevante vantaggio di assoggettare alle illecite imposizioni della criminalità mafiosa una delle maggiori realtà economiche ed imprenditoriali del Paese di quegli anni in forte crescente sviluppo».

Il punto cruciale è: fino a quando? Fino al principio degli anni Novanta o anche dopo, quando nasce Forza Italia e inizia l’avventura politica di Berlusconi? I giudici scrivono che non vi sono prove del fatto che la mediazione di Dell’Utri fra Berlusconi e Cosa nostra sia proseguita dopo il 1992. «Bisogna leggere con attenzione la parte della sentenza che riguarda il patto politico-mafioso», ha detto ancora Ingroia parlando del capitolo nel quale i giudici d’appello di Palermo sostengono che non c’è una prova certa «né concretamente apprezzabile» – scrivono i giudici – che tra il senatore Dell’Utri e Cosa nostra sia stato stipulato un patto politico-mafioso. Insomma, su questo tema le battaglie processuali tra la Direzione distrettuale antimafia di Palermo e il Senatore Dell’Utri sembrano solo rimandate.

Tant’è che la Procura Generale, per motivi ovviamente opposti alla difesa di Dell’Utri che ha annunciato la medesima intenzione, sembra voler ricorrere alla Suprema corte. Uno dei nodi fondamentali di tutta la vicenda è il ruolo svolto dal capomafia di Trapani Vincenzo Virga in affari direttamente riconducibili a Marcello Dell’Utri e a Publitalia. Virga infatti, nello stesso momento in cui veniva indicato da Totò Riina e Matteo Messina Denaro agli artificieri di Cosa nostra come il dispensatore dell’esplosivo necessario per la stagione stragista avviata dai Corleonesi in Sicilia e sul continente nel 1992-1993, veniva utilizzato da Dell’Utri come esattore di un credito in nero che il presidente della Pallacanestro Trapani, Vincenzo Garraffa, non intendeva versare fuori bilancio. «Nel corso dell’incontro, avvenuto tra la fine del 1991 o i primi giorni del 1992», scrivono i giudici della corte d’Appello di Palermo, «nella sede di Publitalia a Milano, il Dell’Utri aveva ribadito al Garraffa che non sarebbe stata rilasciata alcuna fattura a fronte della “provvigione” richiesta, rammentando nell’occasione al suo interlocutore che “…i siciliani prima pagano e poi discutono…” e che comunque avevano “uomini e mezzi per convincerlo a pagare…”».

«Qualche mese dopo», continuano i magistrati, «comunque prima del 5 aprile 1992, il Garraffa aveva ricevuto presso l’ospedale di Trapani ove era primario, la visita di Vincenzo Virga, accompagnato da Michele Buffa, che gli aveva chiesto se fosse possibile risolvere la questione con Publitalia aggiungendo, alla richiesta del medico di sapere chi lo aveva “mandato”, che si trattava di “amici” menzionando infine proprio il Dell’Utri”». Insomma, secondo i giudici «da questa vicenda è emersa la conferma dell’intensità dei rapporti che l’imputato (Dell’Utri) è riuscito in quei vent’anni a intrattenere e coltivare con esponenti di Cosa nostra, tanto da essere consapevole di potervi fare affidamento e ricorrervi allorché ebbe l’esigenza di risolvere un proprio problema lavorativo che lo esponeva considerevolmente per una cifra superiore al mezzo miliardo di lire (530 milioni)».

Una consuetudine che invece, secondo i giudici del processo d’Appello, Dell’Utri non avrebbe utilizzato nelle operazioni di trasformazione di Publitalia in Forza Italia. Secondo la sentenza, in definitiva, Dell’Utri ha mediato per due decenni tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi, e ha travasato questa “consuetudine” di rapporti negli affari propri e della società del Premier. Tuttavia, sempre stando alle motivazioni della condanna in Appello, non ci sono le prove che il senatore abbia messo in atto il medesimo comportamento nella fase politica di formazione di Forza Italia. Il fatto è che, nel ricostruire i fatti, le motivazioni della sentenza indicano con decisione il settembre 1993 come data in cui si avvia il progetto dell’ingresso in politica di Berlusconi e della creazione di un nuovo partito politico. Un punto che appare tutto sommato debole, dato che è accertato che le attività politiche di Dell’Utri a Publitalia iniziano ben prima, proprio nella primavera del 1992. Infatti, è tra maggio e giugno del ’92 che Ezio Cartotto, già uomo politico democristiano per lungo tempo braccio destro del ministro Marcora, riceve l’incarico di formare un gruppo di lavoro – che sarà denominato “Operazione Botticelli” – con lo scopo di realizzare una sorta di piano di fattibilità per la nascita di un nuovo partito politico. E da chi riceve l’incarico? Proprio da Marcello Dell’Utri.

Lo ha dichiarato, in “tempi non sospetti” (nel 1997), lo stesso Cartotto alla Procura di Palermo, e lo ha confermato in epoca più recente, nel 2008, nel suo libro “Operazione Botticelli. Berlusconi e la terza marcia su Roma” (Ed. Sapere 2000): «Nel maggio-giugno 1992», mette a verbale Cartotto davanti al Pm di Palermo Domenico Gozzo, «sono stato contattato da Marcello Dell’Utri perché lo stesso voleva coinvolgermi in un progetto da lui caldeggiato. In particolare Dell’Utri sosteneva la necessità che, di fronte al crollo degli ordinari referenti politici del gruppo Fininvest, il gruppo stesso “entrasse in politica” per evitare che un’affermazione delle sinistre potesse portare prima a un ostracismo e poi a gravi difficoltà per il gruppo Berlusconi. Immediatamente Dell’Utri mi fece presente che questo suo progetto incontrava molte difficoltà nello stesso gruppo Berlusconi e, utilizzando una metafora, mi disse che dovevamo operare come sotto il servizio militare e cioè preparare i piani, chiuderli in un cassetto e tirarli fuori in caso di necessità».

Il lavoro preparatorio della nascita di Forza Italia parte quindi ben un anno e mezzo prima della data indicata dai giudici del processo d’Appello a Dell’Utri. Anzi, il gruppo “Operazione Botticelli” si mette all’opera nello stesso periodo in cui viene collocato, in base alle indagini più recenti, l’inizio della trattativa tra Stato e mafia. Cartotto, nel suo libro, indica anche il momento in cui Berlusconi viene messo a conoscenza dell’iniziativa di Dell’Utri di studiare la creazione del nuovo partito: «Non so indicare con certezza il momento in cui Berlusconi è stato informato della mia presenza alla Fininvest, o per meglio dire della ragione per cui ero in Fininvest. Sono certo comunque che nel settembre 1992 lo stesso fosse informato pienamente». Quindi settembre 1992, non 1993. Cartotto non è mai stato smentito.

La paternità dell’iniziativa politica, quindi, sembra essere del senatore Dell’Utri, prima che di Berlusconi. Peraltro, l’Operazione Botticelli forse meriterebbe qualche ulteriore approfondimento: uno dei membri di questo gruppo di lavoro – formato da una decina di persone in tutto – è tale Roberto Patric Ruppen, l’uomo chiave della colossale operazione di traffici d’armi e rifiuti tossico-radioattivi messa in atto in quello stesso arco di tempo, fra la primavera del 1992 e il novembre 1993, fra l’Italia e la Somalia, denominata Progetto Urano. Inoltre, fatto quanto mai curioso, Roberto Ruppen finisce sotto indagine da parte della Procura calabrese di Palmi, per traffico d’armi e rifiuti con la Somalia insieme a Licio Gelli e Francesco Pazienza. Quando? Nel 1993. E il Progetto Urano viene denunciato all’opinione pubblica dal responsabile dell’agenzia Onu per la Protezione ambientale Mustafa Tolbà, sostenendo allarmato che è in corso un’operazione di traffico di materiale tossico e radioattivo che vedrebbe «coinvolta la mafia italiana»: Tolbà sta parlando dell’organizzazione di Ruppen. Quando? Nel settembre 1992.

Il gruppo “Operazione Botticelli” viene improvvisamente sciolto, dalla sera alla mattina, nel novembre 1993. Perché? È tutto pronto per la nascita di Forza Italia? No, viene sciolto perché sta circolando un dossier sui traffici italo-somali di Ruppen. Viene fatto arrivare ad alcuni giornalisti. E qualche manina lo porta anche alla sede di Publitalia. Un dossier incompleto, ma con notizie sufficienti a mettere in imbarazzo più di qualcuno nei palazzi di Milano 2. In altre parole, una forma di ricatto. Messo in atto da chi?

Luciano Scalettari per FamigliaCristiana.it del 22 novembre 2010

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