L’enigma Ciancimino

Una sentenza del gip che, sottolineando la “specifica competenza e la indiscussa elevatissima professionalità del generale Mori e del colonnello Mauro Obinu” sostiene che la mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso, alla fine di ottobre del ’95, fu una scelta e non una casualità.

E poi due manoscritti di don Vito Ciancimino, sequestrati nella sua cella il 4 giugno del 1996, in cui, in uno ricostruisce i suoi movimenti attorno al giorno del suo ultimo arresto, il 19 dicembre del 1992 e nell’altro sostiene che “se Cancemi facesse davvero parte della Cupola, dovrebbe parlare della trattativa d’intesa con i carabinieri condotta da… (puntini di sospensione ndr) con la Cupola”. Riprende con nuovi elementi a sostegno delle intese tra Stato e mafia il processo nei confronti dei due ufficiali accusati di avere coperto la latitanza più longeva di un boss mafioso , quella di Bernardo Provenzano, che sfuggì alla cattura a Mezzojuso il 30 ottobre del ’95 e che adesso attende per il 10 ottobre la deposizione di Giovanni Brusca, che si è ricordato nuovi particolari che riferirà in aula. Quelli depositati sono “documenti originali scritti da Ciancimino e sequestrati nella sua cella dopo una perquisizione’’, ha spiegato il pm Di Matteo durante l’udienza.

Documenti che raccontano i movimenti di don Vito precedenti al suo arresto, quando da Roma, dal suo appartamento di via san Sebastianello, si muoveva diretto a Palermo. La trascrizione avviene sotto forma di diario: Scrive don Vito, sotto la dicitura Per il piano cosiddetto politico: il 17 (dicembre, ndr.) d’intesa con i carabinieri sono sceso a Palermo per avere il contatto programmato’. 19 dicembre: alle ore 17:30 è venuto De Donno (l’ufficiale del Ros, ndr). Per le mappe siamo rimasti che mi avrebbe fatto avere documenti più particolareggiati’. In questo caso don Vito si riferisce alle planimetrie di alcuni quartieri di Palermo dove si sarebbe nascosto Totò Riina, arrestato neanche un mese dopo. “Per la questione politica – scrive sempre Ciancimino – gli ho detto che avevo avuto il contatto e che il martedi successivo avrei ottenuto ulteriore risposta’’. Ma la risposta non arrivò mai, perchè don Vito venne arrestato poco dopo che De Donno aveva lasciato il suo appartamento .

I pm stanno esaminando attentamente questi documenti insieme ad un altro, misterioso e sconcertante, sequestrato all’inizio dell’estate a Palermo in uno sgabuzzino del palazzo di via Torrearsa, dove abita Massimo Ciancimino, durante la perquisizione conseguente alla scoperta dell’esplosivo nel giardinetto di casa e che riguarda, sempre, il periodo a cavallo tra la fine del ’92 e l’inizio del ’93. Nella lettera al padre, ritenuta rigorosamente “autentica’’ dai pm di Palermo, Massimo cita il nome di un certo “Giancarlo’’, che lui stesso ha identificato nell’allora capitano Beppe De Donno del Ros: un ufficiale in grado di fornire informazioni dettagliate ai Ciancimino (padre e figlio), per la sua conoscenza diretta dei verbali dei collaboratori di giustizia. Nella lettera cifrata si legge: “Ho visto Giancarlo come da appuntamento: ho posto i tre quesiti (T, 18 P e se era possibile prima della Cass. andare a casa). Mi ha detto che fino ad ora non ci sono novità. Restano i vecchi accordi presi con te”. E più avanti: “T non fa niente prima della sentenza P…. Aspetta insediamento del nuovo a Palermo. (È amico), per sapere notizie dei nuovi assetti”. E poi: “Per quanto riguarda P, si preoccupa di interventi esterni e per poterli arginare ha bisogno di parlare con te. Abbiamo stabilito che è il caso che vi incontriate al più presto. Come te lo spiego giorno 12 al colloquio”. Massimo, infine, ricorda al padre che nel gennaio successivo dovrà incontrare “qualcuno’’ in carcere durante il colloquio.

I riscontri effettuati hanno permesso di stabilire che, proprio il 12 gennaio del ’93, don Vito incontra a Rebibbia l’ufficiale De Donno. Tre giorni dopo, a Palermo, il Ros fa scattare le manette intorno ai polsi del boss Toto’ Riina, comparso a bordo di una Y 10 al cancello di una villetta di via Bernini.

Sul testo criptico del pizzino, è lo stesso Massimo a fornire dettagliate spiegazioni. La prima T sarebbe l’iniziale di “tubi” in riferimento alle mappe su cui Provenzano avrebbe indicato il luogo dove si nascondeva Totò Riina. “18 P’’ sarebbero i giorni da aspettare prima della perquisizione nel covo di via Bernini. La seconda T sarebbe ancora De Donno. La “sentenza P’’ sarebbe il via libera di Provenzano. “Amico’’ sarebbe Giancarlo Caselli, allora procuratore a Palermo. E, dulcis in fundo, la frase conclusiva: “Abbiamo stabilito che è il caso che vi incontriate al più presto”. Secondo la spiegazione di Ciancimino jr, il 18 gennaio del ‘93 – data riportata nel pizzino – don Vito, partecipando ad una udienza in Corte d’appello a Palermo, avrebbe dovuto incontrare in aula nientemeno che il superlatitante Provenzano.

Ma per la procura di Palermo la lettera dimostra soltanto (ed è un riscontro ritenuto “importante’’) che il giovane Ciancimino, in quella fase, svolge effettivamente il ruolo di intermediario tra il padre e una terza persona della quale vuole continuare, ostinatamente, a coprire l’identità. Poco credibile, per i pm, infatti, appare il riferimento ai “tubi’’, poco credibile l’indicazione fornita da Provenzano dei 18 giorni di “franchigia’’ prima dell’ingresso nel covo di via Bernini (“perchè proprio 18 e non 12 o 15?’’, si chiedono i magistrati). È più probabile, infine, che dietro lo pseudonimo di “Giancarlo’’ si celi in realtà, il solito e misterioso Carlo-Franco, l’agente segreto che avrebbe monitorato passo dopo passo il negoziato tra i boss e le istituzioni. Poco, per restituire all’enigmatico Massimo la patente di teste credibile “sempre e comunque’’. Molto, però, per aggiungere un altro tassello all’attendibilità di un istrione che, pur tra millanterie e bufale, resta l’unico vero postino, e per ora anche il solo testimone diretto, del patto tra i boss e lo Stato.

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza per Il Fatto Quotidiano del 24 settembre 2011

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