C’è del marcio in Procura ?

PALERMO – Dentro il pozzo nero di questa storia ci potrebbero essere le tracce per dare risposte a qualche capitolo irrisolto delle cronache siciliane. Sono tracce che potrebbero spiegare perche’ il disvelamento della “corruzione sistemica” dell’ amministrazione e dell’ economia italiane, che e’ stato a portata di mano in Sicilia, e’ cominciato soltanto l’ anno dopo a Milano con Mani pulite. Si potrebbe finalmente capire perche’ con tanta, troppa precipitazione Cosa Nostra ha ucciso Paolo Borsellino. Forse, per venire ai giorni nostri, si potrebbe anche comprendere perche’ da un giorno all’ altro al generale Mario Mori, comandante del Ros (il nucleo d’ eccellenza investigativa dei carabinieri), e’ stato dato il benservito. Dopo le accuse del Ros, i magistrati di Caltanissetta dovranno chiarire i molti punti oscuri dell’ istruttoria mafia – appalti “Un pm proteggeva Provenzano?” Caso Siino, il gip ordina una nuova inchiesta sulla Procura di Palermo A dirla chiara, questa storia dovrebbe cominciare con un interrogativo che fa arrossire: nella Procura di Palermo c’ e’ stato (e magari c’ e’ ancora) un magistrato (piu’ d’ un magistrato) che ha maneggiato al disinnesco dell’ inchiesta Mafia & Appalti? Era, quella su Mafia & Appalti, un’ inchiesta con i fiocchi condotta (anno 1991) dai carabinieri del Ros del generale Mario Mori. Secondo l’ Arma, esisteva in Sicilia un tavolo trilaterale (politici – mafiosi – imprenditori) che governava l’ intero volume degli affari pubblici dell’ isola. Ricordano al Ros: “A nostro avviso, gli imprenditori e i politici nazionali, come i politici e gli imprenditori siciliani, non subivano la presenza della mafia. Al contrario, consapevolmente ne accettavano la presenza, convinti che quel terzo “socio” avrebbe difeso il sistema e ne avrebbe aumentato i profitti”. Si sa come fini’ . I carabinieri consegnano ai procuratori di Palermo la prima “informativa” nel febbraio 1991. In tempo reale, il dossier e’ nelle mani di Cosa Nostra. Chi viola il segreto? E perche’ ? E’ colluso? Complice? O, minacciato, e’ un pavido? L’ inchiesta, comunque, si sgonfia presto. Volano soltanto gli stracci. Si salvano gli imprenditori di riferimento di Salvatore Riina (Nino e Salvatore Buscemi) come le grandi societa’ del Nord al lavoro in Sicilia (la Calcestruzzi di Gardini vicina ai socialisti e la Tor di Valle di Catti – De Gasperi, la Rizzani de Eccher care al potere democristiano, le cooperative rosse). E’ il primo paragrafo della storia. Il secondo ha i vapori venefici che a Palermo fanno da sfondo ai conflitti tra gli apparati dello Stato. Novembre 1997. Un capitano del Ros, Giuseppe De Donno, testimonia alla Procura di Caltanissetta che, a dar fede alle confidenze di Angelo Siino (un mafiosaccio ritenuto “il ministro dei Lavori pubblici del governo corleonese”), quel dossier fini’ nella mani di Cosa Nostra. Dice De Donno: “Siino mi spiego’ che, nei primi mesi del 1991, entro’ in possesso della nostra informativa sugli appalti. Mi disse di averla ricevuta da alcuni magistrati della Procura. E mi fece i nomi dell’ allora procuratore Pietro Giammanco e di due sostituti, Guido Lo Forte e Giuseppe Pignatone”. Apriti cielo! Giancarlo Caselli denuncia una manovra “gravemente sospetta per i tempi, i modi e gli obiettivi”. Il generale Mario Mori difende il suo capitano. Si approssima una partita che non prevede il pareggio perche’ delle due, l’ una: o il capitano, sostenuto dall’ Arma, mente o, se non e’ un calunniatore, c’ e’ del marcio in Procura. Il dissidio sembra senza via d’ uscita eppure per quei bizantinismi che solo in Italia trovano cittadinanza, la terza via si riesce a trovare. I pubblici ministeri di Caltanissetta chiedono l’ archiviazione per l’ uno e per gli altri, per il capitano De Donno (accusato di calunnia) e per Giammanco, Lo Forte, Pignatone (accusati di corruzione). Il generale Mori e il procuratore Caselli possono allora con letizia farsi vedere insieme a cena. E’ una pace di respiro corto perche’ , si sa, il diavolo fa le pentole e non i coperchi. Cosi’ la storia si arricchisce di un terzo e quarto paragrafo. Terzo paragrafo. Guido Lo Forte non e’ soddisfatto dalle motivazioni dell’ archiviazione. Vi intravvede qualche interrogativo di troppo e, con una memoria, chiede che l’ inchiesta possa continuare per liberarlo del tutto dal sospetto di collusione. I procuratori di Caltanissetta, allora, prendono cappello e, a loro volta, sottoscrivono una memoria. Scrivono che De Donno mai fece pressioni su Siino. “Agli atti vi e’ la prova che Siino non interpreto’ mai le asserite pressioni del capitano come un tentativo di fargli dire cose false”. Liberano l’ ufficiale da ogni volonta’ calunniatrice. “…vi erano per converso numerosi elementi che potevano ingenerare nell’ animo del capitano il convincimento, se non proprio di una corruzione, quantomeno di una collusione di Lo Forte con esponenti politici”. Affermano come, a fronte del rapporto dell’ Arma, la Procura di Palermo senza “alcuna curiosita’ investigativa sui rapporti mafia – politica – imprenditoria” subito abbia minimizzato l’ intreccio. La conclusione e’ all’ acido muriatico: “Si evince che quando i carabinieri si stavano preparando a riferire sui politici e sui pubblici amministratori, la Procura chiede l’ archiviazione per gli imprenditori”. Il quarto paragrafo lo scrive da cima a fondo il gip Gilda Loforti. Che ci pensa su e conclude che l’ inchiesta non si puo’ chiudere con un “vogliamoci bene”. Troppi i testimoni chiave non interrogati. Troppi i nastri non trascritti correttamente. Insomma, scrive Gilda Loforti, “l’ esame degli atti evidenzia l’ incompletezza delle indagini e la necessita’ di approfondimenti investigativi”. Il giudice con pedanteria elenca. Quando e come si penti’ Angelo Siino? Perche’ non e’ stato ascoltato il generale Nunzella (capo di Stato Maggiore dell’ Arma) che era a conoscenza dei rapporti tra De Donno e Siino? Perche’ mi avete dato soltanto le copie delle conversazioni intercettate e non gli originali? E perche’ in larga parte di quelle copie c’ e’ la formula “incomprensibile”? Perche’ alcune frasi presenti nelle trascrizioni dell’ Arma non fanno capolino nelle trascrizioni della Procura? Chi e’ , ad esempio, “quel procuratore nelle mani di Provenzano” che assicurava al boss una quieta latitanza a Bagheria? E’ vero che il sostituto Roberto Scarpinato ammise con il capitano di aver archiviato l’ inchiesta “per le pressioni subite da parte di Lo Forte”? Tutto da rifare, dunque. L’ inchiesta come le polemiche. Che, c’ e’ da giurarci, non mancheranno.  (1 – continua)

Giuseppe D’Avanzo per Il Corriere della Sera del 9 febbraio 1999

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