Così Cosa Nostra evitò la trappola di Tangentopoli

Mafia e appalti, il sistema nazionale. Ciancimino disse al Ros: quel patto manda avanti l’ Italia. E Borsellino era vicino alla verita’

PALERMO – Val la pena di occuparsi di Paolo Borsellino e della sua morte. Vale la pena, senza star tanto a chiedersi perche’ occuparsene ora, come se ci fosse un giorno, un mese, un anno piu’ adeguato. Quale sarebbe, poi, il momento acconcio? Come se fosse meno decoroso o piu’ ambiguo chiedersi perche’ allora Paolo Borsellino fu soffocato dalla solitudine e tradito dal silenzio o da qualche sussurro. Le inchieste della Procura di Caselli, i nomi eccellenti finiti sul banco degli imputati e la cattura di Riina, Bagarella, Brusca, per farla breve i successi dello Stato potevano gettare (o hanno gettato?) in un angolo, malgrado le intenzioni, quei lacerti di verita’ che avvicinano alle ragioni della sua morte. Alla causa di quell’ attentato che, come sostengono i pubblici ministeri di Caltanissetta, fu “misteriosamente accelerato”. E, se non si vogliono chiudere gli occhi davanti alla realta’ , anche alla tessitura di un ambiente che, nel 1991 e ancora l’ anno dopo, tra le convenienze del “blocco mafioso” e la scelta di coraggio di Borsellino scelse le prime, schiacciando la seconda. Sappiamo, finalmente, che Paolo Borsellino cercava nell’ intreccio tra la mafia, la politica e l’ imprenditoria la “causale” della morte di Giovanni Falcone. E aveva deciso di muoversi da solo, in segreto, con un ristretto numero di investigatori, diffidando del procuratore Pietro Giammanco e della Procura di Palermo. Val la pena di aggiungere, della Procura di Palermo degli anni 1991 / 1992. Anno cruciale, il 1991. Gia’ incubava la crisi di legittimazione del ceto politico che poi sprofondo’ nella catastrofe giudiziaria di Tangentopoli. E gia’ Cosa Nostra, con grande tempismo, cambia pelle, uomini e procedure. L’ obiettivo e’ lo stesso: stringere in un solo nodo ben serrato le utilita’ della politica, le convenienze dell’ imprenditoria e i vantaggi della mafia. Raccontiamolo con le parole di Vito Ciancimino, l’ intreccio: “E’ impensabile che il sistema politico e imprenditoriale italiano possa sopravvivere senza l’ esistenza della tangenti. E’ come se a una macchina uno gli toglie una ruota. Partiti e imprenditoria non possono fare a meno di questo meccanismo tangentizio che permette ai partiti di avere le somme di denaro disponibili per i loro bisogni; alle imprese di creare fondi neri per pagare tangenti e affrontare le necessita’ dell’ impresa. Mentre Cosa Nostra garantisce che i patti stabiliti tra le imprese, e tra le imprese e i politici, siano rispettati con il ricatto del terrore”. Chiaro, no? E’ il giugno del 1992. Vito Ciancimino parla al capitano De Donno nel salotto della sua casa romana di via San Sebastianello, tra piazza di Spagna e Trinita’ dei Monti. Il capitano del Ros e’ li’ per l’ impresa folle, spregiudicata (e per altri torbida e inquietante) di sollecitare la collaborazione del vecchio sindaco di Palermo e amico dei Corleonesi. L’ ufficiale, autorizzato dai suoi superiori, vuole farsi dare una mano per capire dove cercare gli assassini di Falcone. Per parare nuovi colpi, se nuovi colpi sono in programma. Per mettere le mani su Salvatore Riina. Ciancimino accetta il colloquio, non si tira indietro e sciorina al capitano una proposta, a tutta prima, pazzoide. Ha detto l’ ufficiale ai giudici: “Ciancimino ci propose di creare un’ attivita’ investigativa che lo vedesse protagonista al nostro servizio. Si proponeva quasi come un infiltrato, diciamo cosi’ . Era sicuro di poter ricreare un sistema nazionale, di poter svolgere la figura del garante di questo sistema tangentizio nazionale per tutte le forze politiche facendo conto su un elemento sostanziale: il potere intimidatorio di Cosa Nostra. Tutta questa attivita’ doveva essere gestita da lui con un paio di societa’ che avrebbero dovuto lavorare per suo conto. Per noi ci sarebbe stato il ritorno pratico di tutta questa massa d’ informazioni”. Una pazzia? Meno di quanto si possa immaginare a leggere la tiritera del corleonese. Il “nuovo sistema” era gia’ pronto da un anno. Tocca ascoltare Giovanni Brusca, l’ assassino di Giovanni Falcone. E’ incerto sulle date. “Era la fine del 1990 o l’ inizio del 1991 o la fine del 1991 quando Salvatore Riina dice che bisogna considerare un’ impresa sull’ orlo del fallimento, la “Reale costruzioni”, “come se fosse sua”. Noi la mettiamo al centro del gioco e cambiamo il gioco. Al famoso tavolo rotondo dove sedevamo noi, con le imprese siciliane e nazionali, c’ era prima la societa’ “Impresem” di Salamone che faceva da anello con i politici e Angelo Siino distribuiva appalti e tangenti. Sbaracchiamo tutto. Al posto della “Impresem” mettiamo la “Reale”. Dov’ era Salamone sistemiamo Benny D’ Agostino. Mettiamo da parte Angelo Siino. Lo sostituiamo con Giovanni Bini. Sono facce pulite, gente della Palermo bene, utili per essere presentabili in quell’ altro mondo, con le imprese nazionali e i politici”. Domande. Quando comincia la “trasformazione”? Perche’ , apparentemente senza motivo, Riina rivoluziona il sistema? La risposta a queste domande incrocia tutti i fili che si aggrovigliano intorno alla Procura di Palermo nel 1991 e nel 1992. Il lavoro investigativo del Ros su Mafia & Appalti; la riluttanza dell’ ufficio del procuratore Pietro Giammanco a trasformare le informative dell’ Arma in un’ indagine accurata; la mano complice che consegna quel fascicolo agli uomini di Cosa Nostra e che obbliga i Corleonesi a bruciare il vecchio sistema e a metterne in piedi, con altre sigle e altri responsabili, uno nuovo di zecca. E’ un fatto che, come sostengono i procuratori di Caltanissetta, “depositare l’ intera informativa del Ros senza un omissis ha significato cancellare tutte le potenzialita’ dell’ indagine”. Mossa avventata e dispettosa? Sospetta, come gridarono i carabinieri? Comunque mossa, dicono oggi i magistrati nisseni, che “impedi’ di individuare alcuni personaggi che non furono sfiorati dalle indagini”. Per fare qualche nome, a mo’ di esempio: Salvatore e Antonino Buscemi. Sono i fratelli mafiosi di Boccadifalco ad “aver in mano” molti bandoli dell’ intricata matassa. Sono in societa’ nella “Calcestruzzi” con il gruppo Ferruzzi – Gardini, spiega Giovanni Brusca (vedi il suo interrogatorio qui accanto). Controllano gli uomini nuovi del “sistema” siciliano. Hanno “rapporti privilegiati” che non mettono in comune nemmeno con Salvatore Riina. Che se ne lamenta, alquanto querulo: “Se lo tengono bello stretto stretto”. Salvatore e Antonino Buscemi hanno soprattutto “un aggancio con un magistrato” e anche questo “se lo tenevano stretto”. C’ e’ chi considera questa notizia un “veleno” di Palermo. Con maggiori probabilita’ , e’ un buon indizio per un’ indagine soprattutto se combacia con altri indizi e con una convinzione che non e’ piu’ un’ ipotesi: Borsellino capi’ che nel rapporto Mafia & Appalti c’ era la ragione della morte di Falcone; che nei suoi “diari” c’ erano tracce delle complicita’ . Senza accorgersene, si avvicino’ troppo al nuovo sistema voluto da Riina e, quindi, alla sua crudele fine. L’ ipotesi e’ della Procura di Caltanissetta. Dove dicono (ancora in maniera anonima): “Abbiamo tante fonti di prova che dimostrano come Borsellino si rigirava gli appunti di Falcone tra le mani. Abbiamo fonti di prova che aveva eletto l’ indagine sugli appalti a priorita’ assoluta. E tuttavia dobbiamo ancora lavorare per dimostrare che, si’ , Paolo Borsellino aveva capito come Cosa Nostra aveva trasformato il “sistema”, come questo “sistema” non fosse soltanto regionale ma nazionale, come portasse lontano da Corleone. Noi crediamo che proprio questo sia accaduto. D’ altronde fu lui, era il primo giorno di luglio del 1992, a sentirsi dire dal pentito Leonardo Messina che “la Calcestruzzi” era di Salvatore Riina”. Questo ha perduto Paolo Borsellino morto nella piu’ “inutile” (all’ apparenza) strage di Cosa Nostra. Affermazione che ne trascina un’ altra. Ecco che cosa ha impedito di ricostruire la “corruzione sistemica”, poi svelata da Mani Pulite a Milano, con un anno d’ anticipo a Palermo dove, al contrario di Milano, il “sistema” aveva, prima dell’ arrivo di Caselli nel gennaio del 1993, un vantaggio: qualche magistrato e un procuratore “stretto” nelle mani di Cosa Nostra. Fosse soltanto per capire le ragioni di quel “ritardo” e di tragedie che potevano essere evitate, e’ valsa la pena di occuparsi di Paolo Borsellino. Giuseppe D’ Avanzo (3 – fine. Le puntate precedenti sono state pubblicate il 9 e il 10 febbraio)

Giuseppe D’Avanzo per il Corriere della Sera dell’11 febbraio 1999

Gli articoli originali sul sito del Corriere :

C’è del marcio in procura ?

Ecco perché fu ucciso Borsellino

Così Cosa Nostra evitò la trappola di Tangentopoli

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