La mafia voleva un partito

Il pentito Grigoli nel processo per le stragi del ’93: “Si doveva chiamare ‘Sicilia libera’, Graviano e i picciotti mi parlarono di Dell’Utri. Quando non se ne fece più nulla ci fu detto di votare Berlusconi”

FIRENZE – “Nel periodo tra il ’93 e il ’94 “ci fu un muoversi della politica, si doveva fare un partito politico, furono fatti congressi: si doveva chiamare Sicilia Libera se non erro. Questo partito doveva essere composto da persone vicine a Cosa nostra. Il progetto è andato avanti, Nino Mangano mi disse che Graviano e i picciotti avevano in mano un personaggio, che all’epoca non mi diceva nulla, oggi sì, si chiamava Dell’Utri”. Il collaboratore di giustizia Salvatore Grigoli depone al processo a carico del boss Francesco Tagliavia, in corso nell’aula bunker di Firenze, per le stragi mafiose del 1993-94 a Firenze, Roma e Milano.

GLI ATTENTATI. Gli attentati (tra cui quello fallito allo stadio Olimpico di Roma) e le stragi di quegli anni “vennero fatte perché lo Stato scendesse a patti con Cosa nostra”, ha detto ancora Grigoli rispondendo in aula.

“Lo Stato doveva scendere a patti con Cosa nostra: si parlava di questo con Nino Mangano e con altri del gruppo di Brancaccio”, ha affermato Grigoli. Ciò “visto che in altre occasioni Cosa nostra era stata contattata dallo Stato – ha proseguito il collaboratore di giustizia -. Facendo queste operazioni (autobombe, ndr) lo Stato avrebbe capito”.

Rispondendo sugli eventuali contatti con Cosa nostra da parte di esponenti dello Stato, Grigoli ha detto che “mai ne ho parlato con nessuno, con chi fosse il contatto per lo Stato. Di sicuro non sono a conoscenza se vi fossero rapporti con esponenti delle forze dell’ordine come generali, colonnelli, polizia, Sismi o Sisde”.

ACCORDI POLITICI. “So invece, come è risaputo, che con la politica si andava a braccio”, ha aggiunto. Grigoli, pur sottolineando di “non ricordarsi precisamente il periodo” ha ricordato che in quella fase degli anni 90 “c’era tutto un muoversi per la politica in Cosa nostra, si doveva fare un partito e furono organizzati congressi, riunioni in alberghi e in altri posti, con gente portata anche a fare confusione”.

Grigoli ha ricordato inoltre che “tante persone furono invitate per fare Sicilia Libera, un partito che doveva essere composto da gente di Cosa nostra o vicina a Cosa nostra. Di questo ne parlavo con Mangano. E fu in quel periodo che mi disse che i picciotti Graviano avevano in mano Dell’Utri”.

CASO D’AGOSTINO. Salvatore Grigoli ha parlato anche di una seconda occasione in cui tra i mafiosi del mandamento di Brancaccio emerse il nome di Marcello Dell’Utri. “Mi ricordo che all’epoca – ha affermato Salvatore Grigoli rispondendo alle domande del Pubblico ministero – si parlava tra di noi di un ragazzino che giocava bene a calcio, tale D’Agostino (oggi calciatore della Fiorentina, ndr). Venne a sapere che i Graviano si interessarono per farlo giocare nel Milan, e fu in quest’altra occasione che venne fuori il nome di Dell’Utri”.

BERLUSCONI. Dopo che Cosa nostra abbandonò il progetto di fare un suo partito, Sicilia Libera, nei primi anni 90, sarebbe stata data indicazione agli affiliati di votare per Berlusconi. “Quando non se ne fece più di niente di un partito di Cosa Nostra fu deciso di prendere un’altra strada – ha detto Grigoli -. Mi fu detto che bisognava votare Berlusconi perché fu detto che solo lui ci poteva salvare. Me lo disse Nino Mangano”. Grigoli ha sottolineato che “quando in Cosa nostra si prende una decisione (su chi votare, ndr) è collettiva, altrimenti i partiti che prendono voti da Cosa nostra non prenderebbero tutti quei voti”.

Artcolo redazionale de lasiciliaweb.it del 20 ottobre 2011

Delitti eccellenti e trame di Stato

PALERMO – Dopo l’ eurodeputato Salvo Lima e l’ esattore Ignazio Salvo, anche gli ex ministri Calogero Mannino, Carlo Vizzini e l’ assessore regionale siciliano, Sebastiano Purpura, dovevano essere assassinati. A rivelarlo è Giovanni Brusca, “il macellaio” di San Giuseppe Jato che da mesi riempie pagine di verbali raccolti dalle procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze che stanno vagliando attentamente ogni sua parola. Allo stato Brusca, che si è accusato di oltre cento omicidi e tra questi anche quello del figlio del pentito Santo Di Matteo (sequestrato, strangolato e sciolto nell’ acido), non è ancora definito un pentito. La sua “qualifica” è quella, come ha più volte sostenuto il procuratore di Palermo Giancarlo Caselli, di “dichiarante”. Il boss di San Giuseppe Jato ieri è stato nuovamente interrogato in un luogo segreto dai magistrati delle tre procure; ha fatto anche altre rivelazioni relative alla mancata nomina nel 1988 di Giovanni Falcone a capo dell’ Ufficio Istruzione di Palermo. Quest’ ultima circostanza è anticipata dal settimanale Panorama. Brusca, avrebbe dichiarato che lo stop alla nomina di Falcone che doveva sostituire Antonino Caponnetto, fu “pilotata” da Cosa nostra. Allora il Consiglio Superiore della Magistratura mise a capo dell’ Ufficio Istruzione Antonino Meli. “Anche in questo caso – scrive Panorama – la mafia avrebbe utilizzato, a quanto racconta Brusca, la mediazioni di Ignazio Salvo (l’ esattore assassino nel ‘ 92) che a sua volta avrebbe sfruttato il suo rapporto con il braccio destro di Andreotti, Claudio Vitalone, il quale avrebbe potuto contare su alcuni consiglieri di sua fiducia all’ interno del Csm. Falcone fu bocciato per tre voti”. Brusca rivela anche, secondo Panorama, che nell’ agosto del ‘ 92, quando l’ allora governo presieduto da Giuliano Amato prese delle dure contromisure nei confronti dei mafiosi “contemporaneamente sarebbe partito un tentativo di trattativa tra spezzoni dello Stato e lo stesso Riina”. “Brusca sostiene che attraverso alcuni mediatori siciliani, schegge degli apparati istituzionali, forse in contatto con Andreotti – afferma Panorama – allora semplice senatore, avrebbero sondato il capo di Cosa nostra per sapere a quale prezzo sarebbe stato disposto a cessare le stragi. Riina avrebbe elaborato un “papello” e cioè un elenco di richieste: la sospensione del carcere duro, un ridimensionamento dell’ uso dei pentiti, la garanzia di aggiustare i processi”. Tornando alla strategia del terrore, Brusca, così come avevano già affermato altri pentiti sostiene che Cosa nostra, dopo la sentenza del primo ex processo decide di eliminare alcuni uomini politici. Il primo della lista fu l’ eurodeputato Salvo Lima e adesso, il boss di San Giuseppe Jato rivela che anche l’ ex ministro dc Calogero Mannino e l’ ex segretario del Psdi Carlo Vizzini, dovevano essere “ammazzati”. Anche un assessore regionale e più volte consigliere comunale Dc della corrente andreottiana, Sebastiano Purpura, che nei mesi scorsi è stato condannato a due anni di reclusione per voto di scambio, doveva essere ucciso. Le dichiarazioni di Brusca sono coincidenti con quelle di un altro protagonista della strage di Capaci, Gioacchino La Barbera, il pentito che l’ altro ieri doveva deporre all’ aula bunker di Rebibbia nel processo Falcone. La Barbera è stato rintracciato e deporrà ad ottobre prossimo. Il pentito, proprio lo scorso anno, interrogato nell’ ambito del processo per l’ assassinio dell’ eurodeputato Salvo Lima aveva affermato che “la strategia degli attentati contro gli esponenti politici fu decisa da Totò Riina”. “E, dopo l’ uccisione di Lima e le stragi di Capaci e di via D’ Amelio – ha dichiarato La Barbera – si doveva continuare con altri eclatanti omicidi, contro tutti quei politici che non avevano mantenuto le promesse. Cosa nostra si aspettava per il maxiprocesso una sentenza morbida e invece così non è stato”. Il pentito aggiunse di non sapere chi si stava “interessando” per aggiustare il processo “anche se immagino che erano dei politici”. Ma dopo la decisione della Cassazione “si decise di colpire quei cornuti, e il primo fu Lima, poi si decise per Mannino e per Andreotti che era difficile da colpire (si pensò allora ai suoi figli) e a Claudio Martelli perché Cosa nostra si era arrabbiata per il decreto che aveva fatto tornare in carcere tanti mafiosi e per l’ inasprimento del regime carcerario”. E Brusca, come detto, continua a parlare. Forse la prossima settimana i magistrati delle tre procure che lo interrogano formuleranno una prima valutazione della collaborazione offerta dal boss mafioso. I giudici avranno raccolto già elementi per stabilire l’ attendibilità del “dichiarante” Giovanni Brusca.

Francesco Viviano per La Repubblica del 20 settembre 1996

Lo Stato sapeva tutto

Ciampi al pm Chelazzi: timori per lo sciopero dei camionisti. Allarme degli 007 per rischi attentati a Napolitano o Spadolini.

Nessuno ha detto cose nuove. Eppure leggere, ascoltare, oggi ciò che tutti sapevano suscita un ingiustificato clamore. Come per le parole pronunciate dal procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso alla commemorazione della strage di via dei Georgofili: “Le stragi mafiose del ‘93 erano tese a causare disordine per dare la possibilità ad una entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l’intera situazione economica, politica, sociale che veniva dalle macerie di Tangentopoli. Certamente Cosa Nostra, attraverso questo programma di azioni criminali, che hanno cercato di incidere gravemente e in profondità sull’ordine pubblico, ha inteso agevolare l’avvento di nuove realtà politiche che potessero poi esaudire le sue richieste”. Dichiarazioni a cui hanno fatto seguito quelle dell’ex presidente Ciampi: “L’Italia in quel frangente rischiò il colpo di Stato”. Entrambi hanno lasciato intendere che si trattò di bombe “commissionate alla mafia” da entità ancora giudiziariamente sconosciute, ipotizzabili come pezzi deviati dell’apparato dello Stato, al fine di destabilizzare il Paese per favorire l’ingresso di nuove forze politiche.

Si tratta dell’ipotesi investigativa che seguiva il pm fiorentino Gabriele Chelazzi, titolare dell’inchiesta sui “mandanti esterni”, quelli a “viso coperto” delle stragi del ’93 che lo stesso magistrato descrisse alla commissione nazionale Antimafia il 2 luglio del 2002. Basta leggere il verbale della sua audizione per capire come il Parlamento fosse già stato informato otto anni fa di una vicenda giudiziaria che, Chelazzi nel 2002 definisce “unica e irripetibile, almeno nella storia repubblicana” e dalla “finalità eversiva”. A cui aggiunge che è lì per offrire alla politica gli strumenti conoscitivi affinché possa proseguire verso la ricerca della verità che la magistratura fino a quel momento non è riuscita a dimostrare. Non consegna le carte Chelazzi, promette che lo farà.

Ma nella notte tra il 16 e il 17 aprile del 2003 viene trovato morto nella foresteria della Guardia di Finanza di via Sicilia a Roma, stroncato da un infarto. Una morte che lascia tanti interrogativi anche a causa della mancata autopsia, seppure soffrisse di cuore e lo stress per un impegno a tutto campo fosse altissimo. Stress che si aggiungeva a delusione e amarezza come lui stesso scrisse poche ore prima di morire in una lettera trovata sulla sua scrivania in attesa di essere spedita all’allora Procuratore Capo di Firenze Ubaldo Nannucci. Chelazzi si diceva rammaricato e denunciava una scarsa attenzione da parte dell’Ufficio, mancanza di collaboratori e di supporti informatici rispetto alla complessità e alla delicatezza delle indagini. “Mi chiamate alle riunioni ogni volta solo per dare conto di ciò che sto facendo quasi che fosse un dibattito, senza che vi studiate le carte e che approfondiate quasi accusandomi che io sia un fissato”. Chelazzi temeva che il tempo che aveva ancora a disposizione per indagare prima che scadessero i termini di legge, non sarebbe stato sufficiente per provare il filo che legava nuove forze politiche a quelle stragi esattamente come ha ribadito il procuratore nazionale Antimafia Grasso.

Chelazzi aveva ascoltato moltissime persone. Tutti i ministri dell’epoca delle stragi, da quello dell’Interno a quello della Giustizia, ai presidenti della Camera e del Senato, fino al premier Ciampi. Verbale segretato agli atti dell’inchiesta e mai consegnato alla commissione Antimafia: Ciampi descrisse esattamente, come ha fatto nei giorni scorsi, il terrore di un golpe mentre le bombe scoppiavano a Roma, a Milano e a Firenze. A riprova che le accuse rivoltegli da destra sono infondate, Ciampi non ha taciuto, ma descrisse al pm già prima dell’audizione di Chelazzi in Parlamento, nei dettagli, l’incredulità e il terrore di quei giorni e di quelle ore. Le linee telefoniche che saltano a Palazzo Chigi. “È uno scenario da colpo di Stato”, così Ciampi riassume quella che era molto più che una sensazione. “In quei giorni lo sciopero degli autotrasportatori ci preoccupava enormemente in quanto si avvertivano carenze negli approvvigionamenti dei generi alimentari e dei carburanti. Vi erano manifestazioni d’insofferenza da parte della popolazione che vedeva turbato l’inizio del periodo feriale”. E dopo una giornata faticosissima Ciampi aveva cercato un po’ di riposo a Santa Severa quando nella notte successe il finimondo. ”È contro questa concreta prospettiva di uno Stato rinnovato che si è scatenata una torbida alleanza di forze che perseguono obiettivi congiunti di destabilizzazione politica e di criminalità comune”, disse in Parlamento il 28 luglio. Parole che Ciampi commentò così con l’allora procuratore nazionale Antimafia Pierluigi Vigna e con il pm Chelazzi: “Quanto dissi al Parlamento fu il riflesso dello stato d’animo e delle vicende drammatiche vissute quella notte” .

Dopo le stragi di Roma e di Milano una fonte riservata riferì ai servizi segreti che dettero l’allarme, che entro il 26 agosto ci sarebbe stato un attentato ad un “grosso” politico. I nomi che si fecero furono Spadolini e Napolitano ad opera di “quelli là” – i corleonesi – in accordo coi “grossi” cioè i politici e i “massoni”. Tutti gli apparati di sicurezza dello Stato vennero immediatamente messi in funzione. Ne derivò un’informativa che venne consegnata al governo in cui si parlava anche della situazione che si stava creando nelle carceri tra i boss al 41 bis: “Tra i detenuti appartenenti a Cosa Nostra, specialmente di livello medio, serpeggia un diffuso malumore per il fatto di non essere più adeguatamente protetti dai vertici dell’organizzazione. La perdurante volontà del governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza e il sostanziale fallimento della campagna di delegittimazione dei collaboratori di giustizia , hanno sicuramente concorso, assieme ad altri fattori, alla ripresa della stagione degli attentati”. Era l’estate del 1993. Tutti quelli che dovevano sapere, dunque, sapevano.

Sandra Amurri per il Fatto Quotidiano, 2 giugno 2010

Le stragi, le trattative e la Falange Armata

“Dall’esame delle fonti indicate si ricavano elementi a sostegno di una ipotesi di esistenza di un progetto eversivo dell’ordine costituzionale, da perseguire attraverso una serie di attentati aventi per obiettivo vittime innocenti e alte cariche dello Stato, rivendicati dalla Falange Armata e compiuti con l’utilizzo di materiale bellico proveniente dai paesi dell’est dell’Europa”. Nel decreto di rinvio a giudizio del gup Piergiorgio Morosini nel procedimento sulla trattativa Stato-mafia la presenza della Falange Armata si fa sempre più tangibile. “Nel perseguimento di questo progetto Cosa Nostra sarebbe alleata con consorterie di ‘diversa estrazione’, non solo di matrice mafiosa (in particolare sul versante catanese, calabrese e messinese).
E nelle intese per dare forma a tale progetto sarebbero coinvolti ‘uomini cerniera’ tra crimine organizzato, eversione nera, ambienti deviati dei servizi di sicurezza e della massoneria, quali ad esempio Ciancimino Vito”. Il riferimento è alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino sul coinvolgimento del padre nelle vicende di Gladio, Ustica e del caso Moro.

La riunione di Enna
Nel documento Morosini si sofferma sulla riunione tenutasi ad Enna nel dicembre del 1991, nella quale Totò Riina, prevedendo un esito per lui sfavorevole del primo maxi-processo in Cassazione, traccia le “linee guida” di un piano di “destabilizzazione” della vita del Paese per “obiettivi eversivo-separatisti”. Per il gup le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Leonardo Messina, Filippo Malvagna e Giuseppe Pulvirenti, avallano la tesi che in un contesto sociale “esasperato dal terrore degli attentati e possibilmente domato da successivi eventi golpistici”, sarebbe stato possibile per Cosa Nostra “ricavare nuove chances di ‘trattativa’ miranti ad ottenere vantaggi anche sul piano della repressione penale per gli associati”. Lo stesso Malvagna, ricordando quanto dettogli dal Pulvirenti, riferisce della riunione di Enna del ‘91, alla presenza di Riina e Santapaola, degli “obiettivi concordati” e delle “decisioni assunte” anche “con riferimento alle modalità di realizzazione degli attentati (rivendicazione degli attentati doveva essere con la sigla della ‘Falange Armata’ nell’ambito di un più ampio disegno di destabilizzazione della vita del paese)”. Secondo Morosini questo progetto “andrebbe di pari passo con un secondo ‘piano’ di Cosa Nostra, più legato alle esigenze contingenti di fronteggiare la dura repressione da parte dello Stato iniziata già nel 1991”. E questo  programma mafioso “sarebbe finalizzato a indurre esponenti di vertice delle istituzioni italiane a ‘trattare’ con l’organizzazione in vista di una soluzione ‘a breve scadenza’ dei problemi legati alla giustizia penale e al trattamento penitenziario”. Un obiettivo “verosimilmente facilitato dal ‘capitale di contatti’ che, nel frattempo, maturano per via dell’attività finalizzata alla realizzazione del progetto più ambizioso e di lunga scadenza di tipo eversivo”.

 

Ciancimino, Bellini e Cattafi
Morosini sottolinea che tra le fonti di prova del procedimento sulla trattativa Stato-mafia, con riferimento all’obiettivo più contingente per Cosa Nostra, e cioè la realizzazione di gravissimi atti intimidatori finalizzati a indurre lo Stato a “trattare” sulla repressione penale, vi sono almeno tre soggetti “che offrono un contributo conoscitivo sulla base del ruolo, a loro dire svolto all’epoca dei fatti, di ‘anello di congiunzione’ tra Cosa Nostra ed esponenti delle istituzioni, in particolare ufficiali del ROS dei carabinieri”. “Pur trattandosi di soggetti con ‘carriere criminali’ diverse e di differente  estrazione delinquenziale, sociale e territoriale – specifica il gup –, si tratta di tre personaggi di ‘caratura criminale trasversale’, ossia di uomini a contatto non solo con l’organizzazione mafiosa ma anche con sodalizi collegati ai servizi di sicurezza, a logge massoniche e alla eversione di destra: Ciancimino Vito, Bellini Paolo, Cattafi Rosario Pio”. Nel decreto di rinvio a giudizio Morosini ribadisce che sulla base delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino e del materiale documentale da lui proposto in più tranches agli inquirenti, riconducibile a manoscritti e dattiloscritti del padre, è da Vito Ciancimino che principalmente scaturiscono le informazioni sui contatti con gli ufficiali del ROS dei carabinieri dal giugno al dicembre del 1992. Per focalizzare meglio i contatti ultradecennali di Vito Ciancimino con la ‘Ndrangheta, i “segmenti deviati” dei servizi di sicurezza e della massoneria, il gup rilegge le dichiarazioni di Cannella Tullio sul vertice di Lamezia Terme del 1991 per la costituzione delle Leghe meridionali e quelle di Massimo Ciancimino sui contatti del padre con la organizzazione segreta “Gladio”. Di seguito è il ruolo di Paolo Bellini a finire sotto la lente di ingrandimento di Morosini per la sua “intermediazione per una ‘trattativa’ condotta nel 1992 da alcuni esponenti di Cosa Nostra e i carabinieri per il recupero di opere d’arte in cambio di benefici penitenziari per alcuni capi mafia, proviene da ambienti della destra eversiva (Avanguardia Nazionale)”. Il profilo criminale di Bellini viene così ricordato nel documento partendo dal 1975, anno in cui lo stesso riveste il ruolo di esecutore materiale dell’omicidio dell’attivista di Lotta Continua Alceste Campanile. Viene ugualmente evidenziato come Bellini sia stato latitante per anni in Brasile grazie a coperture degli ambienti dell’estrema destra, per poi rientrare in Italia nel 1981 con il nome di Roberto Da Silva. Altrettanta attenzione viene riservata agli omicidi commessi per conto della ‘Ndrangheta da lui stesso confessati. Ultima, e non certo per importanza, è la figura di Rosario Pio Cattafi che ha riferito dei contatti del 1993 con il vice capo del DAP Francesco Di Maggio e con i R.O.S. “in vista della apertura del dialogo con Cosa Nostra sul 41 bis”. Morosini evidenzia come Cattafi sia un capo mafia di Barcellona Pozzo di Gotto (Me), con alle spalle una militanza in Ordine Nuovo, già coinvolto in indagini dell’autorità giudiziaria milanese per reati di estorsione, porto di armi da guerra, unitamente al capo mafia catanese Nitto Santapaola e all’esponente di vertice della ‘Ndrangheta Cosimo Ruga.

Dall’omicidio Lima alle stragi del ‘93
Nel documento il gup si sofferma sulla “nuova linea strategica” di Cosa Nostra “alla ricerca di nuovi referenti negli ambienti politico istituzionali, inaugurata con l’omicidio Lima”. “Proprio con riguardo alle minacce dedotte nella contestazione (dal 1992 al 1994) e sui caratteri che le legherebbero tutte ad un unico disegno criminoso di ricatto allo Stato, a partire dall’omicidio Lima – specifica ancora Morosini –, vanno evidenziate le indicazioni ricavabili a pagina n.58 dell’informativa della DIA del 4 marzo 1994 a firma del Capo Reparto Investigazioni Giudiziarie dott. Pippo Micalizio”. Nell’informativa si registrava infatti che la Falange Armata aveva rivendicato l’omicidio Salvo Lima, e poi le stragi di Capaci e di via D’Amelio, gli attentati di via Fauro a Roma, di via dei Georgofili a Firenze, di San Giovanni in Laterano e via del Velabro a Roma e di via Palestro a Milano. Secondo il gup a questi attentati deve essere aggiunta la rivendicazione da parte della Falange Armata di un altro omicidio che, secondo l’accusa rientra nel progetto di minacce, ossia quello del maresciallo Guazzelli. Per Morosini “vanno evidenziate la fonti che attribuiscono sempre alla Falange Armata le minacce direttamente rivolte a ‘personaggi chiave’ delle istituzioni, all’epoca dei fatti, coinvolti a vario titolo nella repressione degli illeciti mafiosi, di cui si occupa il presente procedimento”. Si tratta delle sentenze del Tribunale di Roma del 17 marzo 1999 e della Corte di Appello di Roma del 20 novembre 2011 (divenute irrevocabili il 15 luglio 2002), emesse nel processo a carico di Carmelo Scalone, accusato di partecipazione all’associazione denominata Falange Armata, violenza e minaccia aggravata a pubblico ufficiale e attentato a organi costituzionali dello Stato. Secondo le sentenze, i soggetti minacciati sono: l’onorevole Vincenzo Scotti, ministro degli Interni, il 16 giugno 1992; l’on. Nicola Mancino, ministro degli Interni, il 19 novembre 1992, i giorni 1 e 21 aprile 1993, il 19 giugno 1993;  il dott. Vincenzo Parisi, capo della Polizia, il 19 novembre 1992,  il 1 aprile 1993 e il 19 giugno 1993; il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, il giorno 1 aprile 1993 e i giorni 19 e 21 settembre 1993; il dott. Adalberto Capriotti, all’epoca direttore del DAP, il 16 settembre 1993; il dott. Francesco Di Maggio, all’epoca vicedirettore del DAP, il 16 settembre 1993; il Presidente del Senato Giovanni Spadolini, il 21 aprile 1993. “Va ricordato, sempre richiamando le suddette sentenze relative all’imputato Scarano – sottolinea il gup –, che la Falange Armata, il 14 giugno 1993, ebbe modo di manifestare la sua soddisfazione per la nomina del dott. Adalberto Capriotti come direttore del DAP, al posto del dott. Nicolò Amato, considerando la sostituzione di quest’ultimo come una vittoria della stessa Falange Armata. Le medesime sentenze dell’autorità giudiziaria capitolina ricordano che le rivendicazioni da parte della ‘Falange Armata’ sono state  spesso utilizzata in Italia per assecondare piani eversivi orditi da sodalizi di vario genere, in una prospettiva di ‘destabilizzazione’ della vita politico-istituzionale italiana”. Quella stessa “prospettiva di destabilizzazione” della vita politico-istituzionale del nostro Paese di cui si erano già occupati Roberto Scarpinato, Guido Lo Forte, Nico Gozzo ed Antonio Ingroia nell’inchiesta palermitana denominata “Sistemi criminali”. Un’indagine che all’epoca si poteva definire decisamente “pionieristica” e che oggi finalmente vede la sua naturale evoluzione nel processo allo Stato-mafia.

Lorenzo Baldo per AntimafiaDuemila del 9 marzo 2013

Stato-mafia : l’ indagine bis punta sui Servizi e si riapre il mistero della Falange Armata

PALERMO – Una nuova indagine sta tornando dentro i misteri del ‘ 92-‘ 93, gli anni delle stragi che scandirono il passaggio fra la prima e la seconda Repubblica. È un’ inchiesta “bis” sulla trattativa. I procuratori di Palermo sono convinti che il dialogo segreto con i mafiosi non fu condotto solo dai politici e dai carabinieri del Ros rinviati a giudizio due giorni fa (Mancino, Dell’ Utri, Mori, Subranni, De Donno), ma anche da alcuni agenti dei servizi segreti. Per il pool di Palermo, è più di un sospetto. C’ è già una pista concreta, che vedrebbe indagato un ex dirigente dell’ intelligence in rapporti con l’ ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino attraverso un intermediario. Nelle scorse settimane, i pm Di Matteo, Del Bene, Tartaglia e Teresi hanno mandato di gran fretta gli investigatori della Dia di Palermo nei sotterranei del palazzo di giustizia di Roma, per recuperare gli atti del processo a uno dei presunti telefonisti della Falange Armata, la misteriosa organizzazione che ai centralini delle agenzie di stampa rivendicava gli attentati del ‘ 92-‘ 93 e lanciava messaggi di terrore. I magistrati hanno sovrapposto la storia della trattativa mafia-Stato, così come emerge dalla loro inchiesta, a quella della Falange Armata. E subito le coincidenze sono apparse tante. Molti dei nomi chiamati in causa dalla Falange sono oggi i protagonisti del caso trattativa. È come se quelle due storie di un’ Italia del caos fossero in realtà la stessa storia. Con gli stessi protagonisti. Innanzitutto, Nicola Mancino, l’ ex ministro dell’ Interno che secondo la Procura sarebbe stato a conoscenza degli incontri fra gli ufficiali del Ros e l’ ex sindaco Ciancimino. Il 9 settembre ‘ 92, nelle settimane cruciali per quel dialogo, uno dei telefonisti della Falange Armata chiama l’ Ansa di Torino per criticare Mancino. Il 26 giugno, la Falange aveva chiamato l’ agenzia Ansa per minacciare di morte il ministro dell’ Interno Vincenzo Scotti. Anche quelli erano giorni cruciali: secondo i pm, Scotti stava per essere sostituito con un ministro accondiscendente alla trattativa, Mancino. La Falange torna puntuale ad aprile ‘ 93, quando è in corso un’ altra fase delicata della trattativa, per l’ ammorbidimento del carcere duro. Il primo aprile, il solito anonimo chiama l’ Ansa di Roma per minacciare il presidente della Repubblica Scalfaro e Mancino. In quei giorni, Scalfaro era stato minacciato anche da alcuni familiari di boss detenuti, con una lettera anonima, questo ha scoperto l’ inchiesta di Palermo. I pm sostengono che dopo le minacce Scalfaro avrebbe deciso di allentare la pressione nelle carceri sostituendo il direttore del Dap. Così, Nicolò Amato fu rimosso e arrivò Adalberto Capriotti. Ebbene, sovrapponendo le due storie, i magistrati si sono accorti che il 14 giugno la Falange Armata tornò a telefonare, «manifestando soddisfazione per la nomina di Capriotti in luogo di Amato». Il telefonista parlò di una «vittoria della Falange». Seguirono altre telefonate di minaccia a Mancino e al capo della Polizia Parisi (il 19 giugno), poi a Capriotti e al suo vice Di Maggio (il 16 settembre). Cosa era accaduto? Forse, ancora una volta, lo spiega l’ inchiesta sulla trattativa: stavano per scadere i decreti del 41 bis, c’ era un grande dibattito al ministero della Giustizia. I pm di Palermo hanno trovato quasi per caso una nota del capo di gabinetto del Dap, che consigliava di non prorogare. Era giugno.A novembre, il ministro Conso non prorogò per 400 boss, che lasciarono il carcere duro. «Fu un’ iniziativa personale», ha detto il Guardasigilli, ma i pm l’ hanno indagato. Chi c’ era dietro le telefonate della Falange? È sempre rimasto un mistero. Il pentito Filippo Malvagna ha fornito una pista: «Nella riunione di Enna in cui si decise la strategia delle stragi Falcone e Borsellino si disse di rivendicare tutti gli attentati con la sigla Falange Armata». Così è stato. Ma erano ancora i mafiosi a telefonare durante la trattativa? L’ ex direttore del Cesis, Francesco Paolo Fulci, sospettava degli uomini della Settima divisione del Sismi. Le vecchie indagini della Procura di Roma non hanno mai fatto alcun passo avanti, tranne l’ arresto di un educatore carcerario, poi assolto. Adesso, l’ inchiesta sulla Falange Armata riparte da Palermo.

Salvo Palazzolo per La Repubblica del 9 marzo 2013

«Noi boss pilotati dai carabinieri»

FIRENZE – “A questo punto mi dico che siamo stati pilotati solo ed esclusivamente dall’ Arma dei carabinieri”. Giovanni Brusca sgancia il siluro al termine della sua deposizione al processo per le autobombe del ‘ 93. Quattro giorni di ricostruzioni, di accuse, di sospetti concentrati soprattutto su Paolo Bellini, un pregiudicato emiliano che nel ‘ 92 tentò di infiltrarsi in Cosa Nostra e che secondo Brusca fu l’ ispiratore della strategia di attacco ai monumenti. E alla fine la bomba sui carabinieri. “Sono mie deduzioni”, precisa l’ aspirante collaboratore. E più tardi, ricondotto su binari meno sconvenienti dal suo difensore, l’ avvocato Luigi Li Gotti, spiega: “Ho sbagliato la parola. Nessuno ci ha detto: fate questo, fate quello. Siamo stati stuzzicati, giocati, strumentalizzati. Ma non c’ è stato un patto. E le mie sono deduzioni da fatti che man mano vado collegando”. Deduzioni che però non rinnega: “Dopo le stragi di Capaci e di via d’ Amelio ci sono stati dei contatti fra Cosa Nostra e lo Stato. E questo è un fatto. Allora non sapevo chi c’ era dall’ altra parte del tavolo. L’ ho scoperto poi, dai verbali del processo e dai giornali. E ho visto che dietro Paolo Bellini come dietro il papello di Riina da parte dello Stato c’ era sempre la stessa forza”. E, quando il pm Gabriele Chelazzi gli chiede quale sia l’ aspetto della stagione delle stragi che ritiene di aver meglio contribuito a far comprendere, risponde: “Le stragi del nord sembravano inizialmente una cosa diversa rispetto a quelle di Capaci e di via d’ Amelio. Ma poi – seguendo il filo di chi ci giostrava, a me e a Gioè attraverso Bellini, e dei contatti che Salvatore Riina aveva avuto con lo Stato – si è visto che la strada è stata unica”. I fatti su cui Brusca dichiara di basare le sue deduzioni riguardano da una parte le trattative fra Cosa Nostra e lo Stato dopo l’ uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e dall’ altra l’ arresto del capo dei capi, avvenuto a Palermo il 15 gennaio 1993. Da alcuni giorni Brusca scalpitava per parlarne. Riina fu arrestato per strada a Palermo, dopo che i carabinieri lo avevano individuato grazie alla collaborazione di Baldassare Di Maggio. “Ma Di Maggio – sostiene Brusca – poteva benissimo indicare dove Riina abitava. Conosceva il giardiniere, i Sansone (la famiglia a cui era intestata la villa dove Riina abitava con la famiglia, ndr), conosceva Salvatore Biondino. Chi eseguì l’ operazione poteva andare a prendere Riina a casa mentre dormiva. Quando viene fuori la notizia che era stato Di Maggio, abbiamo pensato che volesse prendere la taglia e che avesse fatto un accordo sottobanco con i carabinieri. E quando i carabinieri andarono a perquisire una casa vicina ci chiedevamo: cos’ è questa pupazzata? Insomma, rimasero tutti questi sospetti”. Sospetti che spingono Brusca più avanti sulla via delle deduzioni: “Poteva esserci qualche collegamento fra l’ arresto di Riina, le indagini dei carabinieri e i presunti contatti fra Riina e i carabinieri”. Il boss – sembra suggerire l’ aspirante collaboratore – potrebbe essersi consegnato in cambio di concessioni da parte dello Stato. E’ proprio sulle trattative che il ragionamento di Brusca si fa ancora più insidioso. Ha già spiegato che a suo giudizio Paolo Bellini (l’ ex compagno di carcere di Nino Gioè che nel ‘ 92 aveva cercato contatti con Cosa Nostra) era un uomo dei servizi segreti e che era stato lui ad aprire nuovi orizzonti ai mafiosi, spiegando quali enormi sconquassi avrebbe provocato un attacco ai monumenti. Con Bellini fu instaurata una trattativa per far andare agli arresti ospedalieri alcuni boss. “Allora non sapevo chi c’ era dietro Bellini. Dai verbali ho scoperto che c’ erano un maresciallo dell’ Arma e il colonnello Mori del Ros”. Negli stessi mesi Riina lo avvertì che “lo Stato si era fatto sotto” e che agli uomini delle istituzioni era stato consegnato un papello di richieste. “Non mi disse chi trattava. Io, per poco che conosco di Cosa Nostra, pensai che Riina si servisse del suo medico, il dottor Antonino Cinà, e l’ ho detto ai magistrati, di sicuro l’ ho detto al dottor Piero Grasso. In novembre leggo su “Repubblica” le dichiarazioni del colonnello Mori, che parla di una trattativa attraverso il figlio di Vito Ciancimino e il dottor Antonino Cinà”. Dietro ambedue i contatti, dunque, c’ era l’ Arma dei carabinieri. “Ci hanno giocati”, deduce Brusca. “E’ del tutto improprio che un dichiarante faccia affermazioni suppositive”, lo bacchetta a distanza il procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna: “I collaboratori e a maggior ragione coloro che non sono tali ma aspirano ad esserlo debbono riferire solo fatti vissuti. All’ Arma dei carabinieri ho espresso la mia stima”. A fine udienza Leoluca Bagarella lancia il suo anatema su Brusca. “Ha lo sguardo di uomo che odia tutti. Uccide i bambini non solo con le mani ma anche con la bocca. E se c’ è qualcuno che voleva distruggere il signor Violante era proprio lui. Gli dissi: “Se lo fai sei peggio di Di Maggio”. Per questo mi odia”

Franca Selvatici per La Repubblica del 20 gennaio 1998

Ciancimino si offrì di far catturare Riina

FIRENZE (c.f.) – Le scuse alla Corte per qualche ragionamento di troppo espresso a voce alta. I chiarimenti sui rapporti con Forza Italia. E poi quei verbali con i vertici del Ros dell’ Arma che sembrano dire che in fondo Brusca non ha ragionato poi così male quando afferma “noi boss siamo stati giocati dai carabinieri”. Brusca, a Firenze per il processo sulle stragi del ‘ 93, prima di tutto si è scusato con i giudici per le cose dette l’ altro giorno sui carabinieri (“C’ erano loro dietro i contatti fra Cosa Nostra e lo Stato”). “Mi scuso per le polemiche…” si legge in una lettera. “Ero convinto che fosse utile per i giudici anche comprendere il nostro modo di ragionare intorno ai fatti… La guerra che scatenammo contro lo Stato fu il risultato dei nostri ragionamenti”. La seconda cosa che l’ ex boss ha voluto precisare è che “nel 1994 Cosa Nostra mandava messaggi a Silvio Berlusconi che era diventato presidente del Consiglio, ma con Forza Italia non c’ era nessun patto”. Il “chiarimento” più importante Brusca se l’ è preso quando i pm Chelazzi e Nicolosi hanno ottenuto di produrre i verbali di dichiarazioni rese dal capitano del Ros Giuseppe De Donno pochi giorni fa, il 12 gennaio, e quelle del comandante del Ros, colonnello Mario Mori, dell’ agosto scorso. E’ la storia dei “rapporti informali”, cioè non documentati, fra il vertice del Ros e l’ ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, quello del sacco, uno che con Cosa Nostra ha fatto affari per decenni. I verbali, oltre duecento pagine di trascrizioni, raccontano che De Donno e Mori avevano ottenuto la disponibilità di Ciancimino a consegnare loro Totò Riina. L’ accordo era arrivato alla fine di una serie di contatti avviati nella seconda metà del 1992 con lo scopo di far cessare le stragi come quella che uccise Falcone a Capaci. All’ inizio Ciancimino si propone “come infiltrato per i Ros in un nuovo sistema politico-imprenditoriale da ricreare dopo Tangentopoli. L’ effetto Di Pietro è devastante. Io ricreo un sistema nazionale di gestione delle tangenti, divento il garante di questo sistema tangentizio nazionale per tutte le forze politiche e via via vi informo”. “Era una proposta che ritenevo geniale” ha detto De Donno. Mori, che non voleva perdersi allora, siamo sempre nella seconda metà del 1992, “in vaniloqui e darsi da fare per fermare le stragi”, considera Ciancimino “una fonte da sviluppare per avere informazioni”. L’ ex sindaco però, mentre sta consultando una documentazione topografica messa a disposizione dal Ros per individuare a Palermo il covo di Riina, viene arrestato dalla polizia per un residuo di pena. Era il 19 dicembre 1992. La latitanza di Riina finisce pochi giorni dopo, il 15 gennaio. Arrestato dal Ros. Con un altro mistero. I rapporti tra Ros e Ciancimino sembrano confermare il racconto di Giovanni Brusca: “Riina mi disse che dopo gli attentati a Falcone e Borsellino qualcuno, da parte delle istituzioni, si era fatto sotto e c’ era una trattativa in corso”

La Repubblica del 24 gennaio 1998