Lo Stato sapeva tutto

Ciampi al pm Chelazzi: timori per lo sciopero dei camionisti. Allarme degli 007 per rischi attentati a Napolitano o Spadolini.

Nessuno ha detto cose nuove. Eppure leggere, ascoltare, oggi ciò che tutti sapevano suscita un ingiustificato clamore. Come per le parole pronunciate dal procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso alla commemorazione della strage di via dei Georgofili: “Le stragi mafiose del ‘93 erano tese a causare disordine per dare la possibilità ad una entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l’intera situazione economica, politica, sociale che veniva dalle macerie di Tangentopoli. Certamente Cosa Nostra, attraverso questo programma di azioni criminali, che hanno cercato di incidere gravemente e in profondità sull’ordine pubblico, ha inteso agevolare l’avvento di nuove realtà politiche che potessero poi esaudire le sue richieste”. Dichiarazioni a cui hanno fatto seguito quelle dell’ex presidente Ciampi: “L’Italia in quel frangente rischiò il colpo di Stato”. Entrambi hanno lasciato intendere che si trattò di bombe “commissionate alla mafia” da entità ancora giudiziariamente sconosciute, ipotizzabili come pezzi deviati dell’apparato dello Stato, al fine di destabilizzare il Paese per favorire l’ingresso di nuove forze politiche.

Si tratta dell’ipotesi investigativa che seguiva il pm fiorentino Gabriele Chelazzi, titolare dell’inchiesta sui “mandanti esterni”, quelli a “viso coperto” delle stragi del ’93 che lo stesso magistrato descrisse alla commissione nazionale Antimafia il 2 luglio del 2002. Basta leggere il verbale della sua audizione per capire come il Parlamento fosse già stato informato otto anni fa di una vicenda giudiziaria che, Chelazzi nel 2002 definisce “unica e irripetibile, almeno nella storia repubblicana” e dalla “finalità eversiva”. A cui aggiunge che è lì per offrire alla politica gli strumenti conoscitivi affinché possa proseguire verso la ricerca della verità che la magistratura fino a quel momento non è riuscita a dimostrare. Non consegna le carte Chelazzi, promette che lo farà.

Ma nella notte tra il 16 e il 17 aprile del 2003 viene trovato morto nella foresteria della Guardia di Finanza di via Sicilia a Roma, stroncato da un infarto. Una morte che lascia tanti interrogativi anche a causa della mancata autopsia, seppure soffrisse di cuore e lo stress per un impegno a tutto campo fosse altissimo. Stress che si aggiungeva a delusione e amarezza come lui stesso scrisse poche ore prima di morire in una lettera trovata sulla sua scrivania in attesa di essere spedita all’allora Procuratore Capo di Firenze Ubaldo Nannucci. Chelazzi si diceva rammaricato e denunciava una scarsa attenzione da parte dell’Ufficio, mancanza di collaboratori e di supporti informatici rispetto alla complessità e alla delicatezza delle indagini. “Mi chiamate alle riunioni ogni volta solo per dare conto di ciò che sto facendo quasi che fosse un dibattito, senza che vi studiate le carte e che approfondiate quasi accusandomi che io sia un fissato”. Chelazzi temeva che il tempo che aveva ancora a disposizione per indagare prima che scadessero i termini di legge, non sarebbe stato sufficiente per provare il filo che legava nuove forze politiche a quelle stragi esattamente come ha ribadito il procuratore nazionale Antimafia Grasso.

Chelazzi aveva ascoltato moltissime persone. Tutti i ministri dell’epoca delle stragi, da quello dell’Interno a quello della Giustizia, ai presidenti della Camera e del Senato, fino al premier Ciampi. Verbale segretato agli atti dell’inchiesta e mai consegnato alla commissione Antimafia: Ciampi descrisse esattamente, come ha fatto nei giorni scorsi, il terrore di un golpe mentre le bombe scoppiavano a Roma, a Milano e a Firenze. A riprova che le accuse rivoltegli da destra sono infondate, Ciampi non ha taciuto, ma descrisse al pm già prima dell’audizione di Chelazzi in Parlamento, nei dettagli, l’incredulità e il terrore di quei giorni e di quelle ore. Le linee telefoniche che saltano a Palazzo Chigi. “È uno scenario da colpo di Stato”, così Ciampi riassume quella che era molto più che una sensazione. “In quei giorni lo sciopero degli autotrasportatori ci preoccupava enormemente in quanto si avvertivano carenze negli approvvigionamenti dei generi alimentari e dei carburanti. Vi erano manifestazioni d’insofferenza da parte della popolazione che vedeva turbato l’inizio del periodo feriale”. E dopo una giornata faticosissima Ciampi aveva cercato un po’ di riposo a Santa Severa quando nella notte successe il finimondo. ”È contro questa concreta prospettiva di uno Stato rinnovato che si è scatenata una torbida alleanza di forze che perseguono obiettivi congiunti di destabilizzazione politica e di criminalità comune”, disse in Parlamento il 28 luglio. Parole che Ciampi commentò così con l’allora procuratore nazionale Antimafia Pierluigi Vigna e con il pm Chelazzi: “Quanto dissi al Parlamento fu il riflesso dello stato d’animo e delle vicende drammatiche vissute quella notte” .

Dopo le stragi di Roma e di Milano una fonte riservata riferì ai servizi segreti che dettero l’allarme, che entro il 26 agosto ci sarebbe stato un attentato ad un “grosso” politico. I nomi che si fecero furono Spadolini e Napolitano ad opera di “quelli là” – i corleonesi – in accordo coi “grossi” cioè i politici e i “massoni”. Tutti gli apparati di sicurezza dello Stato vennero immediatamente messi in funzione. Ne derivò un’informativa che venne consegnata al governo in cui si parlava anche della situazione che si stava creando nelle carceri tra i boss al 41 bis: “Tra i detenuti appartenenti a Cosa Nostra, specialmente di livello medio, serpeggia un diffuso malumore per il fatto di non essere più adeguatamente protetti dai vertici dell’organizzazione. La perdurante volontà del governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza e il sostanziale fallimento della campagna di delegittimazione dei collaboratori di giustizia , hanno sicuramente concorso, assieme ad altri fattori, alla ripresa della stagione degli attentati”. Era l’estate del 1993. Tutti quelli che dovevano sapere, dunque, sapevano.

Sandra Amurri per il Fatto Quotidiano, 2 giugno 2010

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Chelazzi e quell’audizione mai finita

«RINGRAZIO la Commissione per aver disposto questa audizione. Mi fa infatti piacere… dopo essere stato per 185 udienze in un anno e mezzo davanti alla Corte d’ assise di Firenze a svolgere il primo grado davanti ai giudici che, con fascia e senza fascia, rappresentano il popolo italiano, poter illustrare a chi rappresenta il popolo italiano in quest’ Aula qualche cosa che in quella sede giudiziaria non aveva ragione di ingresso». E’ martedì 2 luglio 2002. Il magistrato fiorentino Gabriele Chelazzi è stato convocato dalla Commissione parlamentare antimafia insieme con il procuratore nazionale Piero Vigna per parlare delle stragi del 1993. «Ho alle spalle nove anni di full immersion nella vicenda delle stragi», premette, avvertendo che le indagini non si sono fermate e che «è ancora in piedi l’ ultimo dei procedimenti, che va alla ricerca – non in virtù di un teorema – di responsabilità concorrenti a quelle di Cosa Nostra». «Poter mettere quello che so, quello che ho capito e niente più che questo, a disposizione di un organo importante come una Commissione parlamentare d’ inchiesta è per me motivo di soddisfazione, ma anche di gratitudine». «Vorremmo che la sua relazione fosse la più ampia possibile», dichiara il presidente della Commissione antimafia Roberto Centaro, Forza Italia, attuale relatore della legge-bavaglio sulle intercettazioni. Sfortunatamente quel 2 luglio 2002 incombono votazioni in aula e la Commissione può concedere al magistrato un solo quarto d’ ora. Chelazzi deve limitarsi a illustrare «un tracciato», «una sorta di premessa metodologica». «Per quanto riguarda il momento deliberativo interno, il momento organizzativo, il momento preparatorio e quello esecutivo, per tutto quello che concerne Cosa Nostra ritengo che le responsabilità siano state individuate una per una… Ora però l’ impegno principale, che non ho difficoltà a dire non ha assicurato risultati a carattere definitivo a tutt’ oggi, è stabilire il perché di queste stragi». Ai parlamentari Chelazzi ricorda che gli attentati sono stati sette e hanno occupato undici mesi: «Credo che non ci siano precedenti nella storia dello Stato unitario di sette fatti di strage in undici mesi». Il presidente Ciampi ha ricordato giorni fa quella sequenza di orrori: l’ attentato di via Fauro a Roma contro Maurizio Costanzo, l’ autobomba in via de’ Georgofili a Firenze, la notte degli attentati a Milano in via Palestro e a Roma contro le chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro, l’ autobomba all’ Olimpico che avrebbe dovuto fare strage di carabinieri e non scoppiò, il fallito attentato a Formello contro il pentito Totuccio Contorno. Cosa Nostra aveva una finalità eversiva, voleva costringere lo Stato a recedere dalla linea della fermezza, sottolinea Chelazzi all’ Antimafia. «Tuttavia – aggiunge – bisogna andare più in profondità per capire com’ è che questa finalità ha fatto sì che si colpissero determinati obiettivi e non altri; che si agisse non in Sicilia ma fuori dalla Sicilia; che si alternassero obiettivi notevolmente disomogenei… E c’ è da spiegare la ragione per la quale tra un fatto e l’ altro intercorrono in alcuni casi pochi giorni, in altri un periodo di tempo lungo». Chelazzi non lo dice, ma sembra alludere a una possibile trattativa. Si chiede ancora perché non sia stato replicato il fallito attentato dello Stadio Olimpico e, «più in generale, perché le stragi ad un certo momento finiscono». Il magistrato ritiene fondamentale il ruolo della commissione parlamentare per la comprensione delle «ricadute sulla società civile di azioni criminali così gravi». E conclude: «Quindi, se l’ intendimento della Commissione è conoscere qualcosa dei sette fatti di strage e delle ipotesi avanzate per individuare le responsabilità, credo sia indispensabile che io provi… ad allargare gli scenari anche sugli antefatti e su quelle che chiamo le sequenze concorrenti parallele». Tempo scaduto. «La ringrazio», si congeda il presidente Centaro: «Il quadro è interessantissimo e quindi mi raffiguro che comporterà audizioni molto lunghe e approfondite». E’ un arrivederci, dunque. Ma nei mesi successivi la Commissione non trova il tempo per gli approfondimenti. Gabriele Chelazzi morirà d’ improvviso a 59 anni il 17 aprile 2003, senza essere più stato convocato dai rappresentanti del popolo.

Franca Selvatici per La Repubblica, 2 giugno 2010

Audizione del P.M. Gabriele Chelazzi davanti alla Commissione Antimafia, 2 luglio 2002

Ricatti di mafia – Gli attentati del ’93 furono fermati quando lo Stato tolse all’improvviso il carcere duro a 140 boss

Adesso c’è la prova. La prova della trattativa tra Stato e mafia iniziata nei primi anni Novanta. E a trovarla, nascosta nei documenti della Direzione amministrativa penitenziaria (Dap), è stato Gabriele Chelazzi, il pm fiorentino morto d’infarto il 17 aprile scorso, appena due mesi prima che scadessero i termini della sua quarta indagine sui mandanti a volto coperto delle bombe di Cosa Nostra dell’estate 1993.

Secondo quanto “L’espresso” è in grado di rivelare, Chelazzi aveva acquisito al Dap la copia dei fascicoli relativi a 140 detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone ai quali, tra il 4 e il 6 novembre di dieci anni fa, il ministero di Grazia e Giustizia revocò improvvisamente e imprevedibilmente il regime – del carcere duro, cosiddetto 41 bis.
Chelazzi si era reso conto dell’importanza di quei documenti non appena era riuscito a stendere una cronologia completa di tutti gli attentati (falliti e portati a termine) da Cosa Nostra. La svolta nell’inchiesta, che vede indagato solo l’ex senatore Dc Salvatore Inzerillo, era arrivata ragionando sulla storia di un’autobomba che non è mai esplosa: quella piazzata a Roma a poche centinaia di metri dallo stadio Olimpico domenica 31 ottobre 1993.

Quel giorno un commando di sole quattro persone posteggiò in via dei Gladiatori una Lancia Thema rubata carica di chiodi e di tritolo che avrebbe dovuto saltare in aria al termine di Lazio-Udinese al passaggio di due autobus dei carabinieri. L’obiettivo dichiarato era quello di fare più vittime possibile tra i militari. Ma la bomba radiocomandata non esplose, e la Thema rimase lì, posteggiata a lungo prima di essere rimossa. Gli investigatori per anni si sono chiesti perché l’attentato non fu portato a termine la domenica successiva, il 7 novembre, quando si giocava Roma-Foggia.

Poi, con la scoperta della revoca del 41 bis ai mafiosi dell’Ucciardone decisa il 4 novembre, hanno cominciato a capire. Non per niente tutti gli ultimi atti d’indagine di Chelazzi sono stati dedicati al fronte delle carceri. Il pm, prima di morire, aveva tra gli altri ascoltato come testimoni l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, dimissionario nel febbraio del ’93, perché coinvolto da Silvano Larini e Licio Gelli nello scandalo del conto Protezione; l’ex direttore del Dap Nicolò Amato (sostituito il 4 giugno ’93 ); i familiari e i collaboratori di Francesco Di Maggio, lo scomparso pm milanese che nell’estate ’93 era diventato vicedirettore del Dap; Livia Pomodoro, allora dirigente del ministero della Giustizia; l’attuale direttore del Sisde, il generale Mario Mori, i cappellani delle carceri di Pianosa e Porto Azzurro e il loro ispettore generale, monsignor Giorgio Caniato.

Punto di partenza degli interrogatori, un assunto ormai diventato verità processuale: le stragi del ’93 furono decise principalmente per tentare di costringere lo Stato a revocare il 41 bis, introdotto da Martelli il 19 luglio del 1992, subito dopo l’attentato a Paolo Borsellino.

In quei giorni Cosa Nostra, di fronte agli uomini d’onore costretti nelle supercarceri è come una belva ferita. Non sa che pesci pigliare. Poi, durante l’estate, l’idea. Un informatore del Nucleo tutela patrimonio artistico dei Carabinieri, Paolo Bellini, spiega ai mafiosi che tradizionalmente lo Stato, quando si devono recuperare opere d’arte rubate, è disposto a trattare con la malavita e a concedere sconti di pena. Così nel novembre del ’92 un gruppo di mafiosi catanesi (uno dei quali, Salvatore Facella, recentemente pentito) lascia un proiettile di artiglieria inesploso nel giardino di Boboli a Firenze. Poi, come raccontano i collaboratori, sulla strada del ritorno uno di loro telefona all’Ansa per rivendicare l’azione. Per telefono protesta per le condizioni dei carcerati a Pianosa e all’Asinara. Ma lo fa in modo concitato, e la rivendicazione non viene ripresa.

Nelle carceri intanto cresce il malumore. Cosa Nostra progetta di uccidere un agente di custodia per ogni paese siciliano. Ma i detenuti, per timore di ritorsioni, dicono no. Il 27 aprile, oltretutto, un blitz fa saltare anche il progetto di attentato contro 12 agenti di Pianosa. L’8 maggio il Papa arriva in visita in Sicilia. E, fatto senza precedenti, tuona contro Cosa Nostra lanciando un anatema agli uomini d’onore. La mafia la prende malissimo. Vuole reagire. Comincia ad accarezzare l’idea di colpire le chiese. Intanto però il 14 maggio a Roma un’autobomba esplode al passaggio della macchina di Maurizio Costanzo, che in televisione aveva osato augurare il cancro ai boss responsabili degli omicidi Falcone e Borsellino.

Il 27 maggio viene fatta esplodere un’autobomba a Firenze (cinque morti) in via dei Georgofili. È un segnale per aprire uno spiraglio di trattativa sui detenuti di Pianosa (in Toscana). Nelle carceri la tensione è sempre più alta. E i primi ad accorgersene sono i cappellani, in difficoltà per la dura presa di posizione del Papa. Monsignor Caniato, come “L’espresso” è in grado di rivelare, racconterà a Chelazzi che da loro arriva ufficiosamente la richiesta di sostituire Nicolò Amato, il direttore del Dap. Amato, che pure è un garantista doc e che già a marzo aveva chiesto al ministro Giovanni Conso di sostituire il 41 bis con forme di registrazione dei colloqui tra famigliari e detenuti, salta il 4 giugno. A Cosa Nostra non basta: Di Maggio, il nuovo vicedirettore, ha il pugno di ferro.

Il 20 luglio, oltretutto, il 41 bis viene prorogato e, fatto scoperto casualmente da Chelazzi, il Sisde (che ha buone fonti) lancia un nuovo allarme bombe. Due giorni dopo a Palermo si consegna ai carabinieri il boss Salvatore Cancemi. II capofamiglia di Porta Nuova, almeno ufficialmente, non parla di nuove stragi. Spiega solo che Provenzano ha in progetto di rapire Ultimo, l’ufficiale che il 15 gennaio ha arrestato Totò Riina. Il 27 luglio, comunque, il vicecapo del Ros Mario Mori si incontra con Di Maggio: sulla sua agenda, acquisita da Chelazzi, compare un appunto: «Di Maggio x 41 bis». Mori, interrogato l’11 aprile 2003, ha sostenuto di essere stato convocato da Di Maggio. Fatto sta che la sera del 27 esplodono un’auto a Milano (cinque morti) e due a Roma, nelle basiliche di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano.

L’auto di Milano, come scopre Chelazzi, non ha come obiettivo il Padiglione di arte contemporanea, dove esplode, ma il vicino Palazzo dei giornali. Solo un problema alla miccia ha costretto il commando ad abbandonarla davanti al Pac in via Palestro. E in una lettera anonima allora inviata ai quotidiani la mafia scrive: «La prossima volta faremo centinaia di vittime».

Siamo ormai sul finire dell’estate. li 12 settembre ’93 un parlamentare Dc, Alberto Alessi, che da lì a tre mesi organizzerà le prime cellule del partito di Berlusconi in Sicilia, entra all’Ucciardone e minaccia di non uscirne più fino all’abrogazione del 41 bis. Poi, dopo cinque ore, ottenuta la garanzia che il ministero esaminerà la materia, molla la presa. Quattro giorni dopo Cosa Nostra uccide padre Pino Puglisi. È un nuovo segnale alla Chiesa, al quale dovrebbe seguire, il 31 ottobre, quello ai carabinieri. Ma all’Olimpico l’automobile non esplode. Oggi, grazie a Gabriele Chelazzi e all’inchiesta su quei 41 bis revocati all’improvviso, si comincia a capire perché.

Peter Gomez e Giuseppe Lo Bianco per L’Espresso, 13 Giugno 2003