Il magistrato sotto processo e due poliziotti uccisi. I fantasmi nella nebbia dell’Addaura

Occorre seguirla questa storia dell’Addaura, altrimenti non si capisce niente. E’ maledettamente complicata, un buco nero. Si rischia di sprofondare dentro, magari stando dietro a personaggi e fatti che non portano da nessuna parte. Ma il contesto che disegna è di straordinario rilievo, mostra fantasmi nella nebbia fitta.

Nei primi giorni di giugno del 1989, alcune lettere anonime – cinque o sei -giunsero alle maggiori autorità italiane e ad importanti giornalisti: attribuivano ad alcuni poliziotti – tra i quali Gianni De Gennaro e il capo della Polizia Parisi – e ad alcuni magistrati, tra i quali Falcone – di avere concesso una specie di licenza di uccidere ad un pentito, Totuccio Contorno, acerrimo nemico dei corleonesi. Contorno, circa un mese prima, era stato arrestato a pochi chilometri da Palermo, durante una operazione della Squadra Mobile. La sua presenza costituì motivo di sorpresa: era stato protetto dai Marshall USA, si era rifiutato di venire in Italia perché temeva per la sua vita, ed invece era stato trovato nella villetta dei cugini Grado, boss delle cosche perdenti, mentre era in corso una guerra di mafia che aveva fatto ben diciotto vittime. Un magistrato, Alberto Di Pisa, componente del pool antimafia, incaricato delle indagini più delicate in materia di affari, politica, mafia e poteri occulti, venne accusato di essere l’autore di quelle lettere. Accusa che provocò la sua espulsione dal pool, un’indagine, il rinvio al giudizio, il processo, la condanna in primo grado, il trasferimento d’ufficio e la sospensione dal servizio.

Solo quattro anni dopo, in secondo grado, a dicembre del 1993, Di Pisa sarebbe stato scagionato dall’accusa, formulata sulla base della fotografia di un’impronta che nessuno aveva mai visto.

Nei mesi successivi all’attentato dell’Addaura un agente della polizia, D’Agostino, e un collaboratore del Sisde, ex poliziotto, Emanuele Piazza, furono uccisi. Avevano alcune cose in comune, l’amore per la pesca subacquea e l’investigazione. La loro morte fu collegata alla presenza di un gommone e di due sub all’Addaura, dove avevano attentato alla vita di Giovanni Falcone: D’Agostino fu ucciso insieme alla moglie, Piazza scomparve in marzo del 1990. Lupara bianca. Il padre di Emanuele aveva atteso pazientemente che venisse fatta luce sulla scomparsa. Nel mese di giugno 1993, quando l’inchiesta sull’Addaura si conclude con il rinvio a giudizio dell’artificiere Tumino, Giustino Piazza invia una memoria alla Procura di Palermo. “…i funzionari della Polizia di Stato, – scrive – si sono limitati ad acquisire relazioni di servizio e non hanno svolto neanche le investigazioni di routine: di fatto hanno chiuso l’indagine senza alcuna acquisizione, come se, anziché scoprire volessero coprire chissà quali responsabilità… Il procedimento relativo alla scomparsa di mio figlio è stato successivamente archiviato… Sin dall’inizio delle indagini il Sisde ha negato l’appartenenza di Emanuele ai servizi…”

Emanuele aveva due amici: un cane ed una scimmia. Gli uomini erano gli unici animali ai quali non sarebbe stato prudente avvicinarsi. L’ho conosciuto bene, per un anno, nel 1985, mi seguì come un’ombra. Ricordo i suoi occhi da eterno ragazzo, le sue ingenue furbizie. Mi raccontò una volta la sua breve storia di poliziotto: i corsi speciali di addestramento, la scorta al Presidente della Repubblica Sandro Pertini, la squadra antidroga. E il bisogno di uscirsene. Dalla polizia, intendo.

“Perché?” gli chiesi una volta.

“Dopo una irruzione, dissero che mi spettava la parte. Non credetti ai miei occhi…”, rispose con un sorriso disarmante.

Smaniava. Sentiva la nostalgia di quel lavoro. “Voglio entrare nei servizi”, mi confessò. Scossi il capo. Sapevo che non era mestiere per lui. Ma come dirglielo? Si sentiva forte, sicuro di sé. Era alto, robusto, e sapeva di arti marziali. Sognava l’avventura e la gloria degli agenti segreti. Un giorno – era aprile? – il padre, Giustino, venne a trovarmi in redazione. “Emanuele è scomparso”, mi disse, con voce incerta.

“Scomparso? ” ripetei.

“Dal 19 marzo. Lo aspettavamo. Si festeggiava il mio compleanno. Non sarebbe mai mancato…”

“Che hai fatto?” balbettai.

“Ho trovato a casa mia un elenco di latitanti, il suo portafogli intatto, le scarpe ed il cane… Poi sono venuti i poliziotti ed hanno preso tutto, anche la sua muta da sub…”

“Perché la muta da sub?”

“Non lo so…Sono andato da Giovanni Falcone… Mi disse che i poliziotti vedono in ogni sub un attentatore… ”

“L’Addaura?”

“Si, l’Addaura”.

“Non so più a che santo votarmi… Abbiamo interpellato anche un sensitivo. Per lui è morto, è stato gettato in mare… Un personaggio importante, invece, mi ha detto di occuparmi della famiglia: i miei figli, mia moglie. Emanuele? Dovevo pensarlo felice, lontano…Come se fosse scappato con la fidanzata…”

“Un boss? E’ un messaggio, una minaccia…”

Fece un gesto, come a dire: lascia perdere.

Giustino fa l’avvocato ed è un galantuomo, ha vissuto in un’epoca sbagliata. Accettare il consiglio o cercare il figlio…Che poi significava cercare chi l’aveva sequestrato. L’elenco dei latitanti, l’assegno del Ministero degli Interni e la misteriosità del lavoro provavano che Emanuele aveva lavorato per i Servizi. Alcuni nomi di latitanti erano segnati a matita. Gli erano stati affidati? Era stato mandato a morire? L’avevano bruciato? Chi?

Tre o quattro mesi dopo Giustino mi invitò a partecipare alle esequie di Emanuele in una chiesetta vicina al porto. Gremita, senza catafalco. Il sacerdote era piccolo, grasso e molto triste. Ogni tanto cercavo con gli occhi la bara di Emanuele, scoprivo che non c’era e sentivo un tuffo al cuore.

Non piangeva nessuno, perché non c’era il catafalco. Il rito funebre durò un’eternità. Così mi parve.

Con il trascorrere del tempo un pensiero rese insopportabile la permanenza in chiesa. Stavano seppellendo Emanuele perché qualcuno aveva voluto così? Era il segno della nostra resa? la prova che non avremmo più cercato né il suo corpo né i suoi assassini?

Per molti mesi su Emanuele cadde il silenzio. Poi un programma televisivo lo indicò come uno dei due sub dell’Addaura. Il ticchettio di un orologio in sottofondo, le immagini della scogliera dell’Addaura e il mistero di Emanuele. Un collage ben costruito ed affidato alle ipotesi di un professore neofascista, presentato come tenente colonnello di Stay Behind, una specie di guardia nazionale anticomunista allestita in gran segreto e mantenuta in clandestinità.

Non c’era alcun legame fra Emanuele e il sedicente tenente colonnello di Stay Behind. Un altro enigma. Per quale ragione l’avevano invitato a parlare di Emanuele? Da professore aveva fatto parte della Commissione d’esami per la maturità di Emanuele. Tutto qui.

L’unico personaggio esterno a Cosa nostra, un imprenditore palermitano, sospettato di avere avuto a che fare con l’Addaura, finì in carcere e ottenne la libertà. Le accuse di Salvatore Cancemi, che lo indicava come il fornitore del congegno elettronico di Capaci, non trovarono conferma.

Ero perplesso, frustrato, avvilito. Telefonai ad Angelo Vecchio, cronista del “Sicilia”. Ebbi fortuna. Aveva preparato la storia giudiziaria dell’imprenditore. “Inizia nel 1984”, mi disse, “Il suo nome entra nell’inchiesta sulla Pizza connection condotta da Giovanni Falcone… Allora era giudice istruttore… ”

“E che gli succede?”

“Niente. Sa di essere ricercato e sparisce dalla circolazione per due anni. Nel 1986 viene arrestato, ma resta in carcere un solo giorno. Rimesso in libertà, sarà prosciolto…Torna in cronaca il 25 agosto 1992, un mese dopo la strage di via D’Amelio. Lo fermano ad un posto di blocco a Partanna Mondello. E’ in auto insieme al figlio. Gli agenti perquisiscono la vettura, una Audi 80…”

“Giusto. 152 milioni, 108 in contanti e gli altri in assegni, sistemati in un sacchetto di plastica… Dopo qualche ora, una perquisizione nel suo ufficio. Nell’ufficio, la polizia scopre una parete mobile dietro la quale c’è un ambiente segreto e blindato. Dischetti, documenti. Migliaia di operazioni finanziarie… Subisce un processo per reati finanziari ed una condanna a quattro mesi di reclusione. Appena sei mesi dopo, lo sospettano di avere protetto la latitanza di Totò Riina”.

“La villa del figlio era vicina a quella del boss latitante”.

“Si. Lui, l’imprenditore, comunque, convoca una conferenza stampa e respinge ogni insinuazione”.

“Una persona per bene, dunque… Magari, un pò sfortunato. Il fatto è che la scarcerazione riporta l’inchiesta nel recinto di Cosa nostra. Ne fa un affare di mafia”.

“Non ci posso credere”, esclamò Angelo. “Sei diventato pessimista…Che è successo?”

“Lascia perdere…L’imprenditore può essere un galantuomo. Non è questo… E’ che… ”

Mi fermai, come se la mia mente fosse stata attraversata da un segnale di pericolo. Di che cosa avevo timore? Angelo era una tomba, era sempre stato dalla parte giusta…

“Avverto una sorta di pregiudizio…”, osservai.
“Di che parli?”

“Niente… Tutte le volte che una informazione sulle vittime degli attentati propone un interrogativo e fa intravedere il più lieve, umanissimo errore…si insorge contro il profanatore dei sepolcri. Con la conseguenza… ”

“Con la conseguenza?”

Lo puoi capire da solo, no? Si ferma tutto. Hai visto che cosa è accaduto a Giuseppe Ferrara… ”

“Il taglio di alcune sequenze del suo film sulla strage di Capaci… ”

“Non è il taglio, ma come è avvenuto… Se Ferrara avesse ragione, sarebbe allucinante. Lui racconta nel suo film, il viaggio di Falcone negli USA. L’ha saputo dal nipote di Falcone… ”

“Anche Rose, il procuratore di Brooklin…”

“Giusto anche Rose…Il produttore ha ricevuto ordini perentori a tagliare…” “Da chi?”

“Il Ministero di Grazia e Giustizia”. “Perché tanto accanimento?”

“Non se lo spiega nemmeno Ferrara…Proprio questo accanimento l’ha convinto che Falcone c’è andato ad ha parlato con Tommaso Buscetta dopo l’omicidio Lima…”

“Per quale ragione, secondo te… ”

“Vuoi fare il furbo?”

“No, non capisco…”

“Nemmeno io… Il Procuratore di Caltanissetta dice che non c’è andato…Vuoi saperlo? Mi auguro che l’abbia fatto quel viaggio, perché il non farlo avrebbe significato per uno come lui una specie di diserzione… ”

“Che cosa c’è dietro?”

“Fanno il seguente ragionamento. Non aveva più la toga e non poteva fare indagini…Non ne aveva titolo… Se Falcone avesse spaccato il pelo in quattro, come avrebbe ottenuto i risultati che ebbe contro la mafia. Perché Rose avrebbe dovuto dire che c’è andato?”

“Il Procuratore di Caltanissetta però… ”

“Ferrara dice di averlo saputo dal nipote. E poi ci sono i falsi verbali dell’FBI pubblicati da Avvenimenti mesi fa…La conversazione americana con Buscetta… E la furibonda reazione di Buscetta… ”

“Mi attengo ai fatti” tagliò corto Angelo.

“Ai fatti che ti raccontano”, replicai con sarcasmo.

“Il cronista non è un testimone, né un detective…”
“Giusto, ma non ha l’obbligo di credere ai fatti così come vengono raccontati”.

Lo salutai con un grugnito.

“Mi attengo ai fatti riferiti a telefono”, aggiunse ridacchiando.

Salvatore Parlagreco per Siciliainformazioni.com del 14 aprile 2010

Falcone è stato tradito da personaggi insospettabili. Bugie, omissioni, depistaggi. Il prologo lugubre

Il 6 giugno a Caltanissetta i magistrati invitano Tumino, l’artificiere dell’Addaura, a nominare un difensore.

“Lei è un indagato…”, gli dicono.

“Ho intenzione di dire la verità”, esordisce Tumino. “Voglio spiegare i motivi del mio comportamento. Ciò che nell’immediatezza dei fatti mi ha indotto a riferire in una relazione circostanze non vere e a ribadirle poi davanti all’Autorità Giudiziaria…sono ancora convinto di avere agito bene”.

Sembra sicuro di sé.

“Ho agito bene sopratutto per la tutela dei presenti all’Addaura il giorno della scoperta dell’esplosivo, nel far brillare il congegno. Il timer era in funzione, il che voleva dire che una volta finita la corsa – quindici minuti circa – chiudeva il circuito e metteva in parallelo il radiocomando. Da quel momento qualsiasi interferenza avrebbe potuto fare esplodere l’ordigno…Dopo la brillatura ritornai immediatamente nella piazzuola, ma purtroppo non fui il solo…La prima cosa che feci fu quella di controllare la cassetta. Misi alla luce l’esplosivo, disattivai i detonatori che erano inseriti, poi iniziai la raccolta dei reperti. Entrai nel panico, anche a causa della moltitudine di presenti. Non riuscii a trovare il potenziometro. In quel momento pensai che qualcuno inavvertitamente potesse averlo fatto cadere in mare senza accorgersene.

“Avevo già riferito al magistrato, il dottor Scaduto, l’esistenza del potenziometro. Ebbi paura. Ritenni che sarebbe stata attribuita a me la scomparsa del reperto. Per questa ragione, mi inventai che una persona, qualificatisi come appartenente alla Criminalpol di Roma, lo avesse preso in consegna…Mi ha amareggiato apprendere che si ritenesse fasullo il congegno e che addirittura fosse stato il dottor Falcone a farselo collocare sotto casa…

“Ho dovuto ripetere la mia versione non vera. Avevo redatto la relazione e avevo paura delle conseguenze penali…Per avallare e rendere più credibile l’episodio dell’uomo con i baffi che aveva prelevato i due reperti, ho riferito che mi sembrava di riconoscere il dottor D’Antone… Non l’ho mai conosciuto, l’ho visto solo in una foto riportata forse sul Corriere della Sera. E’ probabile che abbia visto D’Antone in televisione. Forse al telegiornale, ma sinceramente non lo ricordo…”

“E il gommone, i due sub… ?”

“Ho fatto una enorme confusione. Ho lasciato intendere una circostanza diversa da quella riferita dai colleghi della Polizia. Ho chiesto da quanto tempo era stato ritrovato il borsone. Mi fu riferito che il ritrovamento era avvenuto la mattina. Qualcuno aggiunse che a portarlo erano state due persone a bordo di un gommone. Nella confusione ho capito male e ho pensato che i due individui del gommone fossero dei poliziotti… ”

Mercoledì 15 settembre Tumino si confida con il giornalista Tony Zermo in una intervista su “La Sicilia” di Catania. Mancano quattro giorni all’apertura del processo a suo carico in tribunale. “Il mio solo errore”, sostiene, “è stato di aver riconosciuto D’Antone. Dissi di avere visto uno alto con i baffi che prendeva il timer. Mi mostrarono una fotografia e dissi che era lui, mi sono fatto suggestionare… ”

Da chi?

Tumino non lo dice, ma pare di capire che a mostrargli la foto siano stati i magistrati di Palermo, quelli che aspettavano la videocassetta.

“In televisione”, chiarisce Tumino, “la mini-esplosione è stata esaltata dalle immagini. In realtà non poteva danneggiare il timer, tanto è vero che il ricevitore degli impulsi si è salvato, ed era la cosa più delicata… Il giudice Scaduto mi disse di prendere tutto e fare una relazione. Poi arrivarono i poliziotti della Scientifica – una ventina – presero il timer e mi dissero: Tu porta via l’esplosivo, noi il timer. Ma non dobbiamo fare un verbale? chiesi. E loro mi risposero che ci avrebbero pensato dopo a farmelo firmare. Non si sono più visti. Sono passati quattro anni, ci sono state due stragi e ancora aspetto quel verbale”.

“Ma i poliziotti che interesse avrebbero avuto a sostenere di non avere preso il timer?”, domanda Zermo.

“Non lo so, ci sono tante cose che non capisco in questa vicenda”.

“Ma che importanza può avere il timer?”

“La mafia non aveva mai usato il timer. Io non l’avevo mai visto. Tutti i radiocomandi disinnescati a Gela erano privi di timer. Si agiva manualmente: l’attentatore schiacciava il pulsantino, attivava il congegno e se ne andava. Questo dell’Addaura era un tipo di ordigno insolito. Non so perché, non voglio andare oltre”.

“La carica sarebbe stata attivata da una barca al largo?”

“Certamente, oppure da una casa vicina. La frequenza era bassissima, 27 … Più lontani di 500 metri gli attentatori non potevano essere”.

“Un congegno sofisticato… Falcone parlò di menti raffinate…”

“Non dico più niente… Se Falcone ha detto così può darsi che non si sia trattato solo di mafia”.

“Quei sessanta chili di gelatina che danno potevano fare?”

“Sessanta chili sono mezzo megatone, non è che si parla di noccioline. Nel raggio di 300 metri avrebbero distrutto tutto, compresa la villa di Falcone. Qualcuno ha detto che poteva trattarsi di un bluff. Ma quale bluff! era una carica micidiale come quella di via D’Amelio”.

I sub con il gommone, il cameraman RAI sceso dalla barca della polizia, Ignazio D’Antone, il Mode in Swiss stampigliato sui congegni? tutto falso, dunque.

II panico avrebbe stimolato la fantasia dell’artificiere, l’assenza di indagini avrebbe consentito alle sue bugie di rimanere in piedi. Paura, come spiegava Tumino? E allora, che cosa?

“Depistaggio”, secondo i magistrati.

A quale scopo? per conto di chi? Perché si sarebbe inventato episodi così risibili, come i due poliziotti-sub che arrivano all’Addaura, declinano le loro generalità e, probabilmente, depositano il borsone…La storiella dell’uomo dai baffi neri? Ci si può inventare una presenza quando si sta accanto ad una ventina di persone? E come è potuto accadere che questa favola resistesse per anni al lavoro d’indagine degli inquirenti? Fosse anzi ritenuta credibile al punto che a Tumino viene mostrata la foto di D’Antone, e ne rimane suggestionato…Suggestionato da che cosa? Dalla foto o dall’autorità di chi gliela mostra?
Le bugie scoperte in aprile del 1993, erano già note nel 1989? la relazione di Tumino era stata confermata dalle indagini della polizia? ed in questo caso, perché la Procura di Caltanisetta non assunse le iniziative conseguenti? Alcuni reperti – tra cui il detonatore, la cassetta metallica con l’esplosivo, le mute subacquee ed il borsone da sub – vennero presi in consegna dal personale della Squadra Mobile, dove poi sarebbe stato redatto il verbale di sequestro, che Tumino non vide mai. La Squadra mobile era l’unica ad avere gli strumenti per l’indagine.

Quali testimoni furono ascoltati? quali uomini furono identificati, fra i presenti all’Addaura? che cosa seppe nel 1989 la Procura di Caltanisetta? Le indagini – nel 1989 e nel 1993 – erano state affidate allo stesso funzionario di polizia, Arnaldo La Barbera. Nel 1989 La Barbera dirigeva la Squadra Mobile, nel 1993 i gruppi di indagine sulle stragi di Capaci e Via D’Amelio, alle dipendenze della Procura distrettuale antimafia di Caltanissetta. Le bugie di Tumino erano state scoperte nel 1993 anche grazie al suo lavoro. Ne dovevo dedurre che avesse svolto gli stessi accertamenti nel 1989 e che fosse pervenuto alle medesime conclusioni. Non condivise dall’autorità giudiziaria? Era il nodo da sciogliere.

Cercai fra le carte dell’inchiesta e trovai un prezioso documento, datato 14 agosto 1989: una lettera della Squadra Mobile di Palermo; oggetto: patito attentato ai danni del G.I. dott. Falcone. Destinatario: Signor Procuratore della Repubblica di Caltanissetta. Il firmatario della lettera, Arnaldo La Barbera, trasmetteva la relazione di servizio del brigadiere dei carabinieri Francesco Tumino e smentiva punto per punto quanto esposto nel secondo foglio al paragrafo 4. E cioè: la presenza dell’uomo della Criminalpol e la scomparsa dei reperti. “Tutto privo di fondamento”, secondo La Barbera.

La Procura sapeva che Tumino aveva mentito. Ciò che avvenne dopo, non lo so. So che occorsero quattro anni perché fosse identificato il sottufficiale dell’Esercito Ferdinando Laganà, che precedette Tumino all’Addaura, ma non intervenne per “incompetenza”, rendendo indispensabile la presenza di Tumino.

I diabolici burattinai dell’Addaura avevano potuto contare su molte circostanze favorevoli. Troppe. Nonostante la doviziosa provvista di indizi che l’Addaura aveva consegnato, l’unico risultato concreto era costituito dalle rivelazioni dei boss pentiti di Cosa nostra. E le solite ipotesi: servizi deviati, ambienti diversi dalla mafia. Quali? Massoneria, mafia alta finanza, servizi deviati. Il poker d’assi, giocato con abilità al momento giusto per nascondere superficialità, incompetenza,  forse qualcosa di diverso.

E quella deviazione attribuita ai servizi? Aveva il compito di aggiustare capre e cavoli, di lasciare le cose come stavano. Deviazione provvidenziale. Sui binari delle buone intenzioni era consentito di deragliare, ma a patto che si potesse addebitare ai cattivi senza volto il deragliamento, la responsabilità di avere operato uno scambio falso.

Ciò che avevo appreso, non consentiva di entrare nell’intrigo, percorrerlo attraverso nomi, date, circostanze precise. I tasselli raccolti, pur importanti, non disegnavano qualcosa di riconoscibile; lasciavano intravedere i percorsi del un labirinto. Ogni uscita si rivelava un miraggio che obbligava a tornare sui propri passi. E’ vero, ne sapevo più di prima, ma mi sentivo lontano. Che cosa impediva di venire fuori dal labirinto? la pochezza dei mezzi? Gli intrighi interni alle polizie, i servizi, la magistratura?

Sospettai di tutto: perfino che venisse esercitato un controllo capillare sull’informazione…Non un Grande Fratello, né un Grande Vecchio, ma una egemonia esercitata con assiduità da chi dettava le regole, giorno dopo giorno. Quelle e non altre. Le trasgressioni andavano seppellite. Nel silenzio di un archivio, o nei cestini delle redazioni.

Perché si era atteso quattro anni per scoprire i depistaggi dell’Addaura? Fino a che punto Tumino era un bugiardo? Fino a che punto si erano serviti di lui? Le risposte non le avrei trovate nelle carte dell’inchiesta.

Ottenni informazioni piuttosto vaghe, ma utili perché provenivano dall’ambiente di lavoro di Tumino. Me lo dipinsero come una persona facilmente influenzabile, che dà ragione all’ultimo interlocutore. Non esclusi che ci fosse del vero in quel profilo, ma non potevo convenire sul fatto che le sue menzogne, poi ammesse, fossero provocate solo dalla debole personalità. Ha corso rischi. Perché decide di correrli?

Qualcosa non quadrava. Servivano fatti. Li ebbi. Costarono fatica. Ci volle pazienza e una prudente attesa. Dovetti impegnarmi a non rivelare le fonti.

“La svolta”, mi disse l’informatore, “avviene in gennaio 1993. Un passante nota uno strano involucro sul muro di cinta della Villa comunale di Tommaso Natale, alle porte di Palermo. Il passante intuisce che l’involucro nasconde dell’esplosivo…”

“Un drago, quel passante”.

“Sicuro, un drago…L’esplosivo si trovava nell’involucro, ma non avrebbe potuto provocare guai. Ma non è questo il punto. Chi viene chiamato per disinnescarlo? Tumino, l’artificiere dell’Addaura, il quale prepara un video sul ritrovamento di Tommaso Natale. E quando va a consegnarlo, trova alcuni magistrati che l’attendono…Lui si siede e si ricorda dell’Addaura. Avrei importanti rivelazioni da fare, dice. I magistrati ascoltano e verbalizzano. Tumino racconta la storia del programma televisivo che gli ha fatto riconoscere Ignazio D’Antone. E’ il giorno otto del mese di aprile. Quel programma televisivo al quale si riferisce Tumino non è stato ancora mandato in onda”.

“E allora…”

“Credo che Tumino l’abbia visto in anteprima e si sia persuaso che l’uomo con i baffi dell’Addaura era proprio D’Antone…”

“Sia stato persuaso…E’ influenzabile”.

“I carabinieri non c’entrano in questa storia”.

“Ne sono certo. Gli uomini del Sisde sono oggetto dell’attenzione della Dia. Ma la Dia è pulita…”

“La consegna del video è solo un buon motivo perché Tumino si rechi in Procura. Tutto legittimo, ineccepibile…”

“Tranne Tumino. Ignazio D’Antone all’Addaura non ci andò…”

“…E l’artificiere è finito nei guai. E’ stato sospeso dall’Arma dei Carabinieri, dopo la condanna… ”

“La condanna?”

“Si, sei mesi e venti giorni: falso ideologico e false dichiarazioni rese al pubblico ministero…”

“Molto mite…”

“E” frutto di un palleggiamento. Tumino ha riconosciuto di essersi sbagliato. Su D’Antone e la storia dei sub, e i magistrati hanno preferito non infierire”.

“In cambio di che cosa?”

“Il dibattimento avrebbe messo in piazza nomi importanti. Quelli che hanno manovrato Tumino… Non gli hanno fatio un favore. Hanno voluto salvare le indagini sull’Addaura. Indagini ancora in corso…”

“Tumino, però, è stato sospeso dall’Arma. Rischia la pensione…”

“So che è molto incazzato…”

“Dovrebbe parlare. Dire tutto, e subito…”

“Non riesco a capire. Tumino imbroglia le carte per quattro anni…”

“Gli e lo consentono…”

“Lascia perdere le illazioni. Sarebbero venute fuori le magagne. I tradimenti. Le talpe. I corvi… Avrebbero ripulito le fogne, e forse non avremmo subito le stragi. Impreparati, impotenti. Agnelli sacrificali…”

“Le lettere anonime del corvo partirono prima dell’avvertimento dell’Addaura”.

“Giusto. Il bersaglio è Gianni De Gennaro, allora capo dello S.C.O., il servizio di protezione dei pentiti…”

“De Gennaro sorveglia Contorno. Le lettere anonime attribuite falsamente al giudice Di Pisa vogliono scoperchiare la pentola. Nelle polizie c’è guerra. Nella magistratura c’è guerra. Tutti contro tutti…L’Addaura è una risposta alle lettere anonime? Falcone è stato tradito da personaggi insospettabili. Ma Di Pisa viene utilizzato come diversivo, per depistare dai veri autori delle lettere, altrimenti facilmente riconoscibili. Chi doveva capire, capì…”

“Moventi multipli?”

“Giusto. Moventi multipli, alleanze strane. Compagni di viaggio impensabili…”

Salvatore Parlagreco per Siciliainformazioni.com del 6 aprile 2010

Falcone nel mirino : intrighi, buglie, mezze verità. I sospetti del giudice dopo l’Addaura

La sera del 21 giugno 1989, l’Alto Commissario per la lotta contro la mafia Domenico Sica indice una riunione presso la sede della Prefettura, a Villa Witaker. Lo scopo? “Conoscere il tipo di congegno ritrovato all’Addaura, ottenere possibili informazioni utili alle indagini sul fallito attentato”, spiegherà Sica al magistrato, il 10 maggio 1993.

“Chiesi più volte all’antisabotatore i motivi che l’avevano indotto a far brillare il congegno con una microcarica ma non ricordo le giustificazioni che addusse. Non posso escludere che abbia parlato di pericolo per l’incolumità dei presenti…Chiesi se era stata fatta la misurazione della carica delle pile per verificare se si erano già esaurite e mi fu risposto che questo accertamento non era stato fatto…”

“Alla riunione non partecipò Falcone. Per quale ragione?”

“Cercai di mettermi in contatto con Falcone nel corso della giornata. Volevo esprimergli la mia solidarietà, ma non riuscii a trovarlo…Non gli avrei chiesto di partecipare…Non ritenevo corretto invitarlo, lo avrei messo in imbarazzo…”

“Giunsero segnalazioni su probabili attentatori prima del 21 giugno?

“Non lo ricordo con esattezza…Si può saperlo attraverso la documentazione dell’Alto Commissariato, passata ora alla D.I.A. …I rapporti sul fenomeno mafioso in Sicilia venivano gestiti dal giudice Francesco Di Maggio. Non so dire se per l’attentato all’Addaura l’Alto Commissariato si attivò fornendo note informative o chiedendo intercettazioni preventive…Non ricordo se il Sismi o il Sisde abbiano fornito notizie…E’ stata fatta più di una informativa su attentati a magistrati con l’uso di esplosivi”.

La deposizione di Sica finiva qui. Un omissis dell’autorità giudiziaria impediva di leggere il resto. Che cosa nascondeva quell’omissis? Notizie su attentati con esplosivo, forse. Che altro?

“Nel corso della riunione presso la villa Witaker”, ricorda il maresciallo Tumino, l’antisabotatore, “riferii al Prefetto Sica che non era stato redatto il verbale…Gli feci presente che il relè ed il servocomando o potenziometro non erano stati esibiti…Avrei potuto spiegare meglio nel corso della riunione il contenuto del congegno…Precisai che erano stati da me trovati e poi prelevati in parte dalla persona che si era qualificata come appartenente alla Criminalpol di Roma e in parte da personale della Polizia Scientifica di Palermo…Ricordo perfettamente che il Prefetto rispose più o meno testualmente: è il frutto del mancato coordinamento…Parlava a bassa voce, rivolgendosi al Colonnello dei Carabinieri Mori lì presente…Anche a Mori ripetei le mie lamentele per la mancata consegna dei reperti…Avrei fatto capire che grazie ad essi si sarebbe risalito ai fabbricanti, circostanza questa fondamentale per l’individuazione del fallito attentato all’Addaura…Un particolare ricordo bene. Attorno al tavolo, a Villa Witaker, eravamo seduti in dodici. Sicuramente non era presente il giudice Falcone. La cosa mi stupì non poco e ne chiesi il motivo al Prefetto Sica e al Colonnello Mori. Mi fu risposto che il giudice era impegnato altrove con i suoi colleghi stranieri e che era stato regolarmente invitato”.

“Era Bruno Contrada, uno dei funzionari del Sisde presenti?”, domanda il magistrato.

“No, perché lo conosco. Ho visto la foto sui giornali dopo il suo arresto…”

“Fu fatto un verbale della riunione? O una registrazione?”

“Ho notato che non veniva verbalizzato nulla…Si parlò solo del ritrovamento della borsa, della ragione per la quale non fu vista da nessuno quando venne portata sul posto, e del suo contenuto… Tutti mi chiedevano se ero certo che quel congegno funzionasse. Ho detto più volte che l’ordigno era attivo e funzionante…Non dissi che il relè e il potenziometro erano stati presi da un agente della Criminalpol. Feci solo presente al dottor Montanaro e al dottor Egidi che il potenziometro non era stato recuperato… Montanaro non era d’accordo sulle modalità del mio intervento. Anche per questa ragione decisi di redigere una relazione…”

Falcone disertò la riunione a Villa Witaker. Un summit inutile. Sica non riuscì nemmeno a raggiungerlo telefonicamente e non potè parlargli. Nei giorni successivi Falcone manifestò più volte il sospetto che l’attentato fosse stato preparato con la complicità di qualcuno che gli stava vicino e conosceva pertanto i suoi movimenti. Fece delle indagini e si recò anche in Svizzera. Il 13 luglio 1989, ventidue giorni dopo il rinvenimento dell’esplosivo, esternò i suoi sospetti, e ipotizzò un movente al comitato antimafia del Consiglio Superiore della Magistratura.

“L’attentato è stato effettuato sulla base di una precisa informazione proveniente da ambienti a me vicini”.

“Perché lo crede?”, gli chiede il Presidente del comitato, il giudice Marcello Maddalena.

“Mi trovavo nella villa da circa 20 giorni, ed in tale periodo mi ero recato al mare solo due volte, in orari diversi. La borsa fu posta il 20 giugno, tra le 11 e le 13, dietro uno scoglio davanti al quale si deve necessariamente passare per andare al mare. Il giorno prima, lunedì 19, avevo incontrato dei colleghi di lavoro di Lugano, e li avevo invitato a venire nella mia villa il giorno successivo per fare il bagno, dopo avere terminato il lavoro che doveva essere svolto la mattina. Alle 13 di martedì 20 la borsa con la bomba era al suo posto; prima delle 11 non c’era. Non potemmo però recarci a fare il bagno in mare solo perché si era fatto troppo tardi a causa del prolungarsi del lavoro…Sicuramente l’attentato avrebbe coinvolto i colleghi svizzeri con i quali avevo collaborato in importanti indagini…”

“Che tipo di indagini?”

“Di carattere essenzialmente finanziario, ed ancora in corso. Sono state condotte con successo in Svizzera ed in altri stati in collegamento con altri uffici giudiziari, tra cui Torino e Milano. Le indagini avevano già portato ad importanti risultati in ordine ai collegamenti tra mafia e prestanomi di uomini politici siciliani del passato, nonché a connivenze a livello istituzionale…”

“Che effetto avrebbe avuto l’attentato su quelle indagini?”

“Se fosse riuscito, disastroso. Si era raggiunta la piena collaborazione con le autorità svizzere…Siamo alla stretta finale per alcuni rilevantissimi processi -Ciancimino, Mattarella – e alla vigilia di importanti conclusioni in ordine alle indagini svizzere”.

“Che cosa altro può aver influito sulla decisione di attentare alla sua vita?”

“La mia nomina a procuratore aggiunto. Si sta tentando di delegittimarmi con una serie di scritti anonimi spediti ad autorità politiche, giudiziarie, a giornali. Questo tentativo presenta gravi risvolti. Ho ritenuto di dovere informare l’Alto Commissario dei miei sospetti. Questi ha fatto accertamenti con risultati, a suo giudizio, addirittura sconvolgenti, a causa dei quali è prevedibile che si produrranno lacerazioni nella magistratura palermitana…”

Due magistrati, Vito D’Ambrosio e Mario Almerighi, rivelarono il 16 dicembre 1993 ai giornalisti un episodio verificatosi subito dopo l’Addaura: una telefonata di Giulio Andreotti, allora Presidente del Consiglio, a Giovanni Falcone. “Giovanni si era molto meravigliato di questo velocissimo intervento congratulatorio di Andreotti dopo l’Addaura”, riferisce D’Ambrosio. Ricordò che nell’ambito della simbologia mafiosa il primo che spedisce la corona ai funerali dell’ucciso è il mandante dell’omicidio. Falcone cercava di ricostruire quello che c’era dietro il fallito attentato. Era molto preoccupato e quindi cercava di capire qual era il messaggio. Voleva capire chi fossero e perché, i suoi avversari; che cosa stava succedendo e perché da un’opposizione molto dura nei suoi confronti… gli “andreottiani fossero passati… Insomma perché c’era stato questo brusco salto di qualità… Quale? Quello dell’Addaura”.

La rivelazione del vecchio sospetto di Falcone sull’Addaura giunse insieme ad alcuni brani dei verbali d’interrogatorio di Marino Mannoia, pentito protetto negli USA. Il 21 novembre 1991 Falcone confidò a Mannoia che “molti suoi amici lo volevano morto perché era depositario di segreti riguardanti episodi di collusione con Cosa nostra”.

Falcone era Direttore degli Affari penali del Ministero di Grazia e Giustizia. Il titolare del Dicastero, Claudio Martelli, apparteneva ad un partito – il PSI – che, -secondo dichiarazioni fatte dallo stesso Mannoia a Falcone – era stato scelto da Cosa nostra nelle elezioni politiche del 1987. Martelli, candidato in Sicilia, sarebbe stato il beneficiario più importante di questa benevolenza mafiosa. Martelli ha vivacemente reagito a questa “calunnia”. Il governo, nel 1991, era presieduto da Giulio Andreotti, l’autore della telefonata che insospettì Falcone.

Chi erano gli amici che volevano morto Falcone?

Falcone suggerì come possibili moventi, le sue indagini in Svizzera, e come possibili esecutori uomini a lui molto vicini, nel corso dell’audizione presso il Consiglio Superiore della Magistratura. Conversando con il sostituto procuratore Scaduto, il pomeriggio del 21 giugno, focalizzò la sua attenzione sui due sub con tesserino di poliziotto. Tornato in Svizzera, nei giorni successivi al fallito attentato, seguì una pista precisa, che portava ai servizi deviati. Confidatosi, infine, con i colleghi D’Ambrosio e Almerighi, avrebbe sospettato degli “andreottiani”. Seguiva anche questa pista? E se avesse deciso di giocare una terribile partita?

Il Colonnello dei Carabinieri Mori, Vice Comandante dei Ros, fu ascoltato il 29 aprile 1993. “Fin dal primo momento”, afferma Mori, “ho avuto la certezza che il collocamento dell’ordigno nel punto in cui è stato ritrovato fosse da interpretare come un atto intimidatorio nei confronti del dottor Falcone e non come un tentativo concreto di eliminarlo…Sono certo che se Cosa Nostra voleva eliminare il giudice Falcone avrebbe fatto in modo che ciò avvenisse con sicurezza e con pochissime possibilità di errore. Avrebbe potuto collocare l’ordigno nel punto in cui si poteva avere certezza dell’effetto. Quindi, se l’obiettivo era la villa dell’Addaura, l’organizzazione avrebbe utilizzato un quantitativo di esplosivo necessario a fare saltare tutta la villa o l’avrebbe posizionato in un luogo che offriva la certezza dell’eliminazione dell’obbiettivo “.

“Che cosa intende per intimidazione verso il giudice Falcone?”

“Quando parlo di intimidazione, intendo riferirmi ad ambienti diversi da Cosa Nostra…Quando la mafia decide di colpire l’obbiettivo, lo fa senza mandare segnali…Conosco a fondo la mafia, ho lavorato per anni anche con il giudice Falcone. Sono certo che non si trattava di un attentato…Il giudice Falcone non era un abitudinario per cui, collocare una carica di esplosivo in un luogo ove per giorni poteva forse non scendere o fare il bagno, esponeva Cosa Nostra a rischi inutili e certamente non finalizzati alla concreta eliminazione dell’obbiettivo. Cosa Nostra sapeva perfettamente che Giovanni Falcone era scortato e che venivano effettuati dei controlli alla villa: lasciare un borsone all’aperto e vicino ad un scoglio sarebbe potuto passare inosservato un giorno ma non certamente per un congruo lasso di tempo…”

Intimidire Falcone, perché in preda alla paura smetta di indagare su qualcuno o su qualcosa? Assai improbabile, invero. In quei giorni a Palermo c’erano i giudici svizzeri e gli imputati del riciclaggio di denaro portato nelle banche svizzere.

“Non ritengo che Cosa Nostra abbia voluto deliberatamente dare un avvertimento a Falcone sperando che egli abbandonasse le indagini”, chiarisce Mori. “Quando parlo d’intimidazione intendo riferirmi ad ambienti diversi da Cosa Nostra”.

Quali ambienti?

Mori non aggiunge altro.

Analizzai accuratamente le deposizioni, di Sica e Mori, rilessi ciò che aveva detto Tumino; ricordai gli esposti di Amendolito alla magistratura e le opinioni di Bruno Contrada sull’Addaura (“Non fu un attentato”). Tumino aveva visto un uomo della Criminalpol portare via i reperti, aveva scoperto che le fotografie erano in possesso della Criminalpol. Il bersaglio allora era la Criminalpol?

Chi occultò i reperti lavorava per conto dei mandanti dell’attentato. Secondo Amendolito, la messinscena sarebbe stata opera di Leonardo Greco, il boss che riciclava il denaro di Cosa nostra americana. Il movente? Dare ai giudici svizzeri la patente di persecutori della mafia, mentre invece. Ma si trattava di illazioni costate ad Amendolito il rinvio a giudizio per calunnia.

Chi era il burattinaio? O i burattinai?

Quando l’artificiere riconobbe lo sconosciuto che rubò i reperti, quattro anni dopo, sapeva di consegnare all’Autorità giudiziaria gli autori dell’attentato, non solo un ladro. E di fornire un indizio importante a chi sosteneva che alla strage Capaci avevano collaborato settori deviati dello Stato. Un alto funzionario del Sisde, Bruno Contrada, era stato, infatti, arrestato. La procura di Palermo sospettava che avesse aiutato Riina a sottrarsi alla cattura. Se D’Antone, passato al Sisde, avesse fatto sparire i reperti dell’Addaura, il cerchio si sarebbe chiuso. Ma lo cose non stavano così.

Premeditazione nell’indicare un bersaglio agli inquirenti? La  deposizione di Tumino sul riconoscimento, avvenne casualmente, quindi non è ipotizzabile: Tumino era andato al Palazzo di Giustizia per consegnare una videocassetta non il complice di un attentato fallito e, forse di una strage di Stato. Il riconoscimento fu dapprima spiegato con la occasionale visione di un programma televisivo che mostrava D’Antone, in un secondo tempo Tumino riferì di avere visto una fotografia, e di essere stato suggestionato da quella fotografia.

Le bugie di Tumino, se di bugie si fosse trattato,  avrebbero potuto facilmente essere smascherate. Se lo smascheramento fosse avvenuto per tempo, le tracce lasciate dai burattinai – ancora fresche – sarebbero state riconoscibili. Perché il mistero resistette tanto a lungo?

L’Addaura era il grande enigma davanti al quale lo stesso Falcone sembrò indugiare. Egli non mise mai nel conto l’ipotesi che si fosse trattato di un avvertimento. Doveva credere di essere scampato alla morte per permettersi di avere paura. Disegnai un enorme punto interrogativo sul fascicolo dell’inchiesta giudiziaria, accanto al titolo: fallito attentato all’Addaura. Nonostante le bugie e le mezze verità, l’avvertimento ai danni di Falcone era rimasto una missione di morte non riuscita.

I burattinai, considerai, avevano mosso accortamente le loro pedine, e avevano vinto la partita. Ma il clima era mutato. Un’indagine era un’indagine. Rifeci il percorso delle dichiarazioni  di Tumino. Pensavo che la loro sequenza permettesse di scoprire il disegno che avrebbero potuto nascondere. Nutrivo la speranza di discernere tra tante contradizioni piccole preziose verità.

Alle 8 del mattino Tumino è a conoscenza dell’ordigno ma non sa dove dovrà disinnescarlo. Il dirigente dell’Ufficio Scorte, Galvano, lo chiama a telefono. Che cosa gli riferisce? Poco o nulla. Nemmeno il luogo dell’attentato. Tumino resta in caserma. “Potevo muovermi solo per ordine dei miei superiori” si giustifica. Ed è vero. Ma per quale ragione l’ordine non gli viene dato per quasi quattro ore?

All’Addaura opera la Polizia. A ciascuno il suo, insomma. Ma è solo questo? L’ordigno inesploso potrebbe provocare una strage. Eppure rimane per circa sei o sette ore sulla piazzuola sotto gli scogli. Due (o tre?) artificieri, – un poliziotto, un sottufficiale dell’esercito – confessano di non essere capaci di disinnescarlo. Alle 11,30 Tumino riceve finalmente l’ordine di partire, ma non gli comunicano la destinazione. Si mette alla guida del furgone e riceve via radio le prime istruzioni. “Trovati un telefono”. Tumino ubbidisce. Cerca una cabina telefonica. Tumino ora sa dove recarsi. Ma riceve un nuovo ordine perentorio: “Torna indietro”.

“Per quale ragione?”

“Non hai la tuta mimetica”.

“La tuta mimetica?”

“Si, devi indossare la tuta mimetica”.

Tumino torna in caserma, indossa la tuta e riparte. Qual è la vera ragione del dietrofront? Credere al cambio d’abito mi pareva una enormità.Feci delle ipotesi. Può darsi che abbia ricevuto suggerimenti sulle modalità dell’intervento. Giusto per evitare guai. E’ possibile che i carabinieri abbiano avuto dei dubbi fin dall’inizio? Dubbi sulla natura dell’attentato. Quattro anni dopo Mori dirà di avere sempre creduto in un avvertimento.

L’artificiere arriva all’Addaura verso mezzogiorno, inizia il lavoro di disinnesco. Qualcuno suggerisce di non fare brillare l’ordigno, altrimenti si sarebbero persi gli indizi, ma lui è irremovibile.

“Troppo pericoloso”, spiega. Ma solleva il coperchio di uno dei due contenitori; si comporta come un dilettante. Il congegno può essere azionato con il telecomando a distanza, non solo a strappo. E il timer deve percorrere quindici minuti per raggiungere il fine corsa. In questo quarto d’ora gli attentatori possono decidere di fare saltare tutto, quando e come vogliono.

Il Questore di Palermo, Masone, interrogato dal sostituto procuratore Boccassini, confessa candidamente di non avere mai chiesto spiegazioni sul comportamento di Tumino. “Anzi”, ricorda, “mandai una lettera di elogio al colonnello Mori per l’intervento dell’antisabotatore”.

Non ebbe notizia dei rilievi mossi da Sica all’operato di Tumino? delle contestazioni dei funzionari romani della polizia scientifica? Nessuno gli riferì dei reperti scomparsi? e dello sconosciuto che si sarebbe impadronito dei reperti, spacciandosi come un uomo della Criminalpol?

Masone sapeva, perché partecipò alla riunione serale a Villa Witaker. “L’esposizione dell’antisabotatore mi parve logica e coerente, anche se non sono un esperto”, spiega ai magistrati. “Tumino non riferì del potenziometro e del servocomando scomparsi, né raccontò alcunché sulla persona qualificatasi come appartenente alla Criminalpol. Quando ne ebbi notizia dal dottor La Barbera della Squadra Mobile, che era stato informato della relazione redatta da Tumino, ordinai immediatamente indagini proprio sulla relazione dell’artificiere…Il procuratore Celesti, all’epoca reggente della Procura di Caltanissetta competente per i fatti dell’Addaura, non mi ha mai chiesto spiegazioni in merito alla relazione dell’artificiere. Di contro il mio ufficio ha svolto accurate indagini riferendo puntualmente alla magistratura”.

Rilessi le dichiarazioni di Sica e Montanaro, il funzionario della Scientifica, sulla riunione di Villa Witaker. Sica chiese se fosse stata compiuta una misurazione delle pile per verificare se erano esaurite. Montanaro sostenne che separando l’esplosivo dal congegno si sarebbe evitata la brillatura, salvando il congegno. Nonostante ciò, il questore si convinse che Tumino aveva lavorato bene, i rilievi a lui mossi erano sbagliati e l’artificiere meritava un encomio solenne.

Salvatore Parlagreco per Siciliainformazioni.com del 26 marzo 2010

Attentato a Falcone all’Addaura: tutti i conti che non tornano

Con la riapertura delle indagini a Caltanissetta, si riscrive un capitolo sulle stragi di mafia. Sotto la lente di ingrandimento il fallito attentato al giudice, fra notizie già vecchie ma improvvisamente nuove e tute da sub dall’ubicazione mai chiarita.

Urla Repubblica.it il 14 maggio: “Falcone, cinque indagati per l’Addaura. Servizi deviati, sulle tracce della talpa: dall’inchiesta di Repubblica alla riapertura delle indagini”. Tutto vero. Dopo le rivelazioni di Attilio Bolzoni, cronista di giudiziaria in forza al primo quotidiano italiano, la procura di Caltanissetta ha deciso di ritornare sullo scottante fascicolo del fallito attentato al giudice Giovanni Falcone, che nel 1989 si trovava nella sua villa di Palermo, zona Addaura, un lembo di mare sul quale il giudice palermitano era solito affittare sempre la stessa casa, quando si trovava nella capitale siciliana.

NIENTE DI CERTO – Le rivelazioni che spingono avanti le indagini sono note: i sommozzatori, visti emergere dall’acqua in quella giornata mai chiarita, non sono gli assassini, gli attentatori, i terroristi mafiosi che volevano uccidere Giovanni Falcone. Erano invece poliziotti, intervenuti in extremis per rendere inoffensiva la bomba già piazzata dai killer del clan Madonia, che avevano raggiunto il luogo via terra, e non via mare; coperti, in questa azione, da quella fazione dei servizi segreti deviati che volevano Falcone morto. Diretto, Bolzoni: “una parte dello Stato voleva Falcone morto, un’altra lo voleva vivo”. I due agenti di polizia erano probabilmente, Antonino Agostino ed Emanuele Piazza, entrambi morti immediatamente dopo il fallito attentato, in circostanze mai chiarite, e con probabili vicende di depistaggio delle indagini sulle loro uccisioni. Dobbiamo ritornare ad oltre vent’anni fa, ripercorrere la dinamica, perchè ogni dettaglio, ogni momento, ci aiutano a capire un pezzetto in più della storia: e a renderci conto che le nuove rivelazioni probabilmente non sono nuove e, comunque, non sono così risolutive. Purtroppo, aggiungiamo.

IL GIORNO PRIMA – “La mattina del 21 giugno 1989 all’ Addaura fu scoperta una borsa sportiva di plastica su una piattaforma in calcestruzzo antistante la villa abitata da Giovanni Falcone. Conteneva una cassetta metallica al cui interno erano riposte 58 cartucce del micidiale esplosivo Brixia b5 innescate da due detonatori elettrici, pronte per ricevere il segnale di scoppio. L’ agguato pianificato per il pomeriggio del 20 giugno, un martedì, non riuscì solo perché un invito a fare il bagno non venne raccolto”: così un articolo di Luca Tescaroli, sostituto procuratore a Palermo e Pm nel processo per la strage di Capaci, apparso su Repubblica Palermo del 21 giugno 2003 che, nell’occasione dell’anniversario dell’attentato, provava a fare il punto della situazione, ponendo le domande ancora irrisolte; e, aprendosi il pezzo con un veloce riassunto della vicenda, esso ci torna anche utile per inquadrare meglio il fatto, aiutandoci inoltre a porre la prima domanda. Uno degli “scoop” di Repubblica, per i quali, secondo il giornale, i Pm avrebbero ritenuto di riaprire il fascicolo sull’Addaura, è proprio la determinazione temporale. Secondo l’inchiesta di Attilio Bolzoni, infatti, “la scena del crimine è da spostare di ventiquattro ore: la borsa con i candelotti di dinamite è stata sistemata sugli scogli non il 21 giugno del 1989 ma la mattina prima, il 20 giugno”. Già, infatti, è vero: lo dice anche Tescaroli, sull’articolo, sempre di Repubblica (“L’ agguato pianificato per il pomeriggio del 20 giugno, un martedì…”), di ben sette anni fa. Dunque, dov’è lo scoop? E, se il dirlo adesso ha portato alla riapertura delle indagini, perchè, se la cosa già era nota, e questo elemento è davvero così discriminante, la magistratura non si è mossa prima?

LA MUTA, IL MARESCIALLO – Sia come sia, andiamo avanti. Dobbiamo infatti introdurre un personaggio chiave in questa vicenda, di cui, nelle ultime notizie e rivelazioni, sembra non esserci traccia. E’ il maresciallo dei Carabinieri Francesco Tumino, artificiere del Gruppo Operativo dell’Arma Palermo I. Chi è, Tumino? E’ l’uomo che, quella mattina del 21 giugno, fa saltare il detonatore dell’ordigno depositato sugli scogli dell’Addaura, rendendolo inoffensivo. Perchè dobbiamo chiamarlo in causa? Perchè bisogna parlare della muta da sub. “L’unica certezza è che la Procura della Repubblica di Caltanissetta, che conduce l’inchiesta, ha ordinato il prelievo delle tracce di Dna dalla muta, dalle pinne e dagli occhiali adoperati da sub che il 19 giugno 1989 piazzarono una borsa con 20 chili di esplosivo sulla scogliera nella quale si affacciava la villa di Falcone sul lungomare dell’Addaura”: questa è Repubblica Palermo, sempre del 14 maggio. E procediamo con ordine. Quella mattina, verso le 13, dopo che la borsa con l’esplosivo era stata scoperta fin dal primo mattino, già tre artificieri si erano dichiarati incompetenti a trattarne: viene contattato dunque d’urgenza Francesco Tumino, maresciallo dei Carabinieri, pratico di esplosivi. Giunto sul posto, fa saltare il detonatore, l’esplosione è rumorosa, attira curiosi che si avvicinano. Molto del materiale deflagrato è sparso in giro: una parte di esso viene trafugata. Tumino poi si ricorderà di aver visto un uomo con “grossi baffi neri” asportare parti dell’ordigno: interrogato sulla sua identità, l’uomo avrebbe risposto di appartenere alla Criminalpol di Roma e di essere dunque titolato a requisire materiale dalla scena del crimine. Ancora, Tumino dichiara che, prima che l’ordigno brillasse, un fotografo aveva scattato immagini del contenuto della borsa di plastica, sulla spiaggia: foto, però, mai rinvenute. Questa muta, su cui oggi si indaga, la prova chiave, dove è? Mistero.

I SOMMOZZATORI – Ci sono due ipotesi su di essa, ovvero, in realtà una. La muta in questione è certamente stata lasciata sul luogo dai due famosi sommozzatori, che nella notte fra il 20 e il 21 sono emersi sugli scogli in questione. Il dubbio è sull’identità dei sub, ed è qui che le ipotesi sono due: per la versione “tradizionale”, essi sono gli attentatori che depositano  sugli scogli la borsa con gli esplosivi, per la “nuova versione” essi sono gli angeli custodi di Falcone, i due poliziotti che disinnescano il timer della bomba. In ogni caso, chi, per primo, ci racconta di questa storia dei sub? Francesco Tumino. Ce lo riferisce il magistrato di turno quel giorno, che mette quanto segue a verbale (dichiarazioni che possiamo fornirvi grazie al ciclopico lavoro di scavo negli archivi di Salvatore Parlagreco, che ne scrive su SiciliaInformazioni.com, e a cui tributiamo i nostri ringraziamenti per il prezioso materiale): “Tumino disse di avere saputo dal personale addetto al servizio di sorveglianza alla villa che il giorno precedente era stato avvistato un gommone da cui erano scesi due ragazzi. Approdati alla piattaforma si erano tolti la muta… Sono certo che questo particolare mi fu riferito anche da altri presenti che in questo momento non ricordo chi siano…”. E Tumino, che ne sa? Ce lo racconta lui, quando, molti mesi dopo, si presenta in procura per dichiarazioni spontanee. “Ho appreso dai poliziotti la storia del gommone e dei due sub. L’avevano saputo dai colleghi del turno precedente. L’ora? 6,30 – 6,45. I due si liberarono delle mute, pinne e fucili. Furono invitati ad andarsene, ma mostrarono il tesserino di agenti di polizia e venne loro consentito di lasciare l’attrezzatura. Il borsone? Non faceva parte dell’attrezzatura, sarebbe stato già sul posto prima dell’arrivo dei sub”. Tutto chiaro? Tumino parla con le guardie della villa, le quali gli raccontano di questo episodio accaduto ai loro colleghi del turno precedente. Due sub emergono, dicono di essere poliziotti, fanno qualcosa, e se ne vanno indisturbati. Perfetto: dunque anche questa storia degli agenti di polizia, che sbarcano di notte; anche il fatto che i sub erano “dei buoni” e non “dei cattivi”, e cioè il grande scoop che riapre le indagini, era storia nota, era a verbale, si sapeva, l’aveva dichiarata il maresciallo Tumino.

DEPISTAGGI – E aveva mentito. Già. “Tumino dichiarava falsamente… di avere appreso dagli Agenti della Polizia di Stato addetti al servizio di vigilanza presso la villa del dr. Falcone dell’avvistamento, verso le ore 6,45 – 7,00 del 21 giugno 1989, di un gommone con a bordo due persone che indossavano una muta subacquea le quali, dopo essersi avvicinate agli scogli, avrebbero giustificato la loro presenza sul posto qualificandosi come agenti di Polizia; circostanze queste che, una volta appurata la verità, hanno contribuito a depistare le indagini in corso sulla ricerca del movente e sulle responsabilità materiali del fallito attentato all’Addaura”. Questa è una richiesta di rinvio a giudizio a carico di Francesco Tumino, che, dichiarando il falso, aveva depistato le indagini sull’Addaura. Tumino aveva dichiarato il falso. E quella mattina, aveva fatto saltare il detonatore della bomba, a suo giudizio pericolosa, per altri invece inoffensiva, privando le indagini di un prezioso reperto; aveva poi accusato un agente dei servizi, Ignazio D’ Antone, collaboratore del mitico Boris Giuliano e di Bruno Contrada ai servizi, di aver trafugato dei reperti, salvo poi venir condannato per calunnia quando l’agente potè dimostrare che quel giorno non era a Palermo. Due condanne per Tumino, questa per calunnia e un patteggiamento per l’affare della bomba: qualcuno disse che, con quell’esplosione non necessaria, aveva fatto un favore alla mafia. Ora le indagini si riaprono, perchè i due sub sarebbero stati in realtà due poliziotti: la stessa cosa dichiarata da Francesco Tumino, depistatore, testimone inattendibile, forse carabiniere infedele. Dunque? Certo, queste sono “nuove rivelazioni”, importanti novità: che fine hanno fatto, però, le vecchie tesi, i vecchi assetti, le vecchie certezze? Domandiamo, per sapere, e non per polemica. Servono ulteriori spiegazioni, perchè si possa accettare la validità del nuovo quadro: ovvero, perchè una versione, prima giudicata inattendibile, ora merita ulteriori approfondimenti? Cosa è intervenuto, di nuovo? Domande importanti.

QUESTIONE DI CENTIMETRI – Stiamo comunque sereni: la verità arriverà presto. Basterà aspettare le risultanze dell’incidente probatorio sulla muta rinvenuta. Se non fosse che anche su questo elemento non c’è affatto certezza: e qui, davvero, contano i centimetri. Dove è stata trovata la muta? No, perchè l’imprecisione sul punto regna sovrana. Se essa è stata rinvenuta dentro la borsa, come alcuni media riportano, è difficile credere che essa possa essere dei poliziotti “salvatori” – a meno di non sostenere che il poliziotto disinnesca la bomba, poi si spoglia, infila la muta nella borsa e se ne va. Se invece, come altri sostengono, è stata rinvenuta nelle vicinanze della borsa, la situazione si illumina di una luce diversa: il poliziotto disinnesca, si spoglia e se ne va. Più naturale, come comportamento. Sta di fatto che, sia per Repubblica edizione nazionale, che per Repubblica edizione palermitana, la muta è dentro la borsa. Eh: come ci è finita?

Tommaso Caldarelli per Giornalettismo del 31 maggio 2010

Attentato all’Addaura, prologo delle stragi – Seconda parte

L’Addaura resta un mistero fitto. Mi tuffo nei verbali e cerco di capirci qualcosa. Giovedì 8 aprile 1993, il  maresciallo dei carabinieri Francesco Tumino (l’artificiere chiamato all’Addaura il 21 giugno 1989 dopo la scoperta dell’ordigno esplosivo), si presenta spontaneamente negli Uffici della Procura di Palermo: deve depositare la videocassetta di una perizia. Invece del cancelliere trova tre magistrati ad attenderlo. La loro preveggènza è ben ripagata. Nella memoria di Tumino si accende infatti una lampada, che illumina alcuni particolari sull’attentato dell’Addaura. “Sento il bisogno di riferire su circostanze estremamente importanti per lo sviluppo delle indagini”, esordisce. “Venti giorni addietro”, racconta, “mi trovavo a casa e stavo assistendo alla trasmissione televisiva Mixer, nel corso della quale si commentava la notizia di un avviso di garanzia spedito a tale dottor D’Antone nell’ambito delle indagini che avevano condotto all’arresto del dottor Contrada. Nel momento in cui in televisione è apparsa l’immagine del dottor D’Antone ho subito riconosciuto in lui la persona che all’epoca dell’attentato fallito all’Addaura si era impossessato di una parte del congegno d’innesco dell’ordigno sistemato all’interno della borsa da sub…”

D’Antone è un funzionario del SISDE.

Il tempo non ha cancellato i ricordi, li ha resi più nitidi…

“Alle 7,45 del 19 giugno…”, comincia Tumino.

La data è errata. Un refuso?

“…sono stato messo in allarme dalla centrale operativa dei carabinieri. Mi chiama il dottor Galvano della Sezione Scorte per informarmi che nei pressi della villa di Falcone c’è un problema, senza precisare altro. Il mio comando non mi dà alcun ordine, così resto in caserma in attesa di disposizioni. Alle 8,30, 9,30 e 10,30 ho chiamato la centrale per sapere sul da farsi. Ogni volta mi è stato risposto che del problema si sarebbe occupata la Polizia, poi la Finanza, l’Esercito. Infine alle 11,30 mi è stato ordinato di avviarmi per intervenire dopo avere indossato la divisa…”

La nuova deposizione contiene dettagli e circostanze non riferite nella relazione di servizio. “La borsa con l’esplosivo è semichiusa. Dalla fessura lasciata aperta si intravede un grosso contenitore metallico…”

Accanto al contenitore metallico c’è una cassetta in plastica con coperchio rosso dal quale fuoriesce il leed rosso. Attraverso il coperchio rosso si diramano una serie di fili, due dei quali sono impigliati nei manici del borsone, mentre un terzo filo percorre lo spazio del borsone e si collega ad un piccolo congegno metallico di alluminio che si inalbera sopra un altro congegno a T’. Il congegno a trappola potrebbe fare esplodere la carica ove qualcuno avesse rimosso la borsa dai manici o avesse tentato di aprire la cerniera.

Tumino prende il “Tester” in dotazione, saggia la continuità dell’energia presente nel circuito, ottenendo un risultato positivo. Ma è impossibile per lui operare direttamente sul circuito; così sistema la microcarica sull’angolo destro del borsone, quello aperto, adagiandolo sulla leva a T che si trova in posizione di fine corsa. Dopo l’esplosione scende sulla piazzola a recuperare i congegni.

Scende? Forse ha solo l’intenzione di scendere, perché invece si ferma a conversare con il magistrato di turno, il dottor Scaduto. In questo frangente si accorge che “una persona alta, ben vestita, con i baffi neri, si abbassa e raccoglie alcuni reperti che poco prima avevo depositato, dopo averli visionati sul vicino scoglio”.

“Questi li prendo io”, dice lo sconosciuto. “Sono della Criminalpol”. E porta via il potenziometro, che era della stessa marca del ricevitore d’impulsi…Di tipo particolare, di fabbricazione svizzera, non esistente in commercio in Italia…

“Quando ho provato a ricostruire il congegno a scopo didattico non ho potuto acquistarlo e ho adattato un potenziometro ricavato da un aeromodello, l’effetto è risultato analogo, ma quello di fabbricazione svizzera è sicuramente più sensibile e preciso…Il borsone contenente l’esplosivo avrebbe dovuto essere attivato mediante il collegamento con i congegni, un’operazione che comporta un’ora di tempo. Almeno per i congegni a trappola collegati con i manici e con la cerniera della borsa. Quanto al radiocomando, l’innesco può avvenire automaticamente grazie ad un temporizzatore guidato a distanza, oppure manualmente spostando l’interruttore… Quando sono intervenuto, l’ago era vicino al fine corsa, ma era fermo. Significa che il circuito radiocomandato non  si  apre  a  distanza.   E’   necessario   agire  direttamente sull’interruttore. Effettivamente l’interruttore era in posizione on ed il segnale luminoso acceso. Questo assicurava il collegamento del congegno telecomandato”.

Chi fu testimone dell’arrivo del gommone? e chi riferì a Tumino l’episodio?

“Ricordo soltanto il poliziotto che era in divisa, aveva capelli castano chiari, era alto 1,70, aveva un’età di 24 – 25 anni…Senza barba, né baffi, né occhiali… Ho appreso dai poliziotti la storia del gommone e dei due sub. L’avevano saputo dai colleghi del turno precedente. L’ora? 6,30 – 6,45. I due si liberarono delle mute, pinne e fucili. Furono invitati ad andarsene, ma mostrarono il tesserino di agenti di polizia e venne loro consentito di lasciare l’attrezzatura. Il borsone? Non faceva parte dell’attrezzatura, sarebbe stato già sul posto prima dell’arrivo dei sub”.

I pezzi del congegno, che fine avevano fatto?

“In parte trafugati, in parte finiti in mare, il resto è stato consegnato ad un addetto del gabinetto regionale di Polizia Scientifica”.

Fu fatto un verbale di consegna?

“No, nessun verbale”.

La precisione con cui l’artificiere individua il tipo di congegno adoperato, incuriosisce i magistrati. “Sia il potenziometro quanto il relè portavano la dicitura: Made in Swiss… Il relè era stato consegnato da me alla polizia scientifica… La scomparsa dei due pezzi non consente la fedele ricostruzione del congegno di innesco. E’ impossibile individuare le caratteristiche peculiari del montaggio, non permette comparazioni con analoghi congegni radiocomandati adoperati in passato… ”

Se l’inchiesta si fosse conclusa qui, i fatti sarebbero andati più o meno in questo modo: alcuni poliziotti depongono il congegno esplosivo, un funzionario della Criminalpol fa sparire le tracce dell’esplosivo. I due sub si presentano, esibiscono il tesserino di riconoscimento, depongono l’ordigno, stringono le mani ai colleghi e se ne vanno. Risibile.

Tumino sospettava i poliziotti. E i poliziotti? Sospettavano di lui.

Secondo questi ultimi, infatti, Tumino ha raccontato bugie e sopratutto ha fatto saltare il congegno senza che ce ne fosse bisogno. Diffidenza prevedibile, lascia intuire Tumino. E ricorda ai magistrati di essere l’unico carabiniere presente all’Addaura. Fisiologica, fastidiosa conflittualità?

Sette giorni dopo, – stavolta alla Procura di Caltanissetta – l’artificiere ripete di aver visto D’Antone trafugare potenziometro e relè, e che il congegno era di provenienza svizzera. Ma altri ricordi arricchiscono di nuovi dettagli la sua deposizione.

“Come ha fatto a riconoscere D’Antone?” gli chiedono.

“L’ho visto in televisione che era lui…, un lunedì di cui non ricordo la data esatta. Sono sicuro che la trasmissione è andata in onda alle 23 circa. Stavo per andare a letto ma decisi di guardare il programma. Mi persuasi che il dottor D’Antone era la persona che avevo visto all’Addaura… ”

“Lei è sicuro?”

“Si, all’80-90 per cento”.

“C’era qualcuno accanto a lei, quando vide quella persona prelevare i reperti…?”

“Dopo l’esplosione, adagiai su un cordolo di sostegno i reperti recuperati. Ad un certo punto si avvicinò il signore che ho indicato…Era senza occhiali e vestiva con eleganza…Giacca, senza cravatta. C’erano 15-20 persone nel piazzale in quel momento. La sua presenza deve essere stata notata anche da altri… ”

“Quando vennero presi gli altri reperti, lei era presente?”

“Si…,vennero prelevati da un uomo ed una donna della polizia scientifica di Palermo. Richiesi un verbale di sequestro, facendo notare che altri reperti erano stati già presi da persone diverse… Mi dissero di non preoccuparmi. Nel pomeriggio, mi avrebbero convocato in Questura o sarebbero venuti da me. Nessuno però mi interrogò quel pomeriggio. La mattina dopo, agenti della Polizia Scientifica di Roma vennero in caserma a chiedermi una campionatura dei candelotti che avevo custodito, in attesa che il magistrato desse l’autorizzazione per la distruzione…Ricordai ancora una volta la necessità di redigere il verbale… ”

“I pezzi prelevati da D’Antone erano determinanti?”

“Secondo me, si. Il servocomando e il potenziometro scomparsi avrebbero consentito di risalire alla ditta dov’era stato acquistato il congegno… Aprii al massimo la borsa per consentire al fotografo di riprendere l’interno. Purtroppo le foto non sono a colori. Il puntino bianco che si vede nella scatola indicata, sulla foto, con la freccia rossa è il leed acceso. Aprendo la scatola, ho notato la scritta Made in Swiss…Secondo me, ingrandendo le foto si potrebbe leggere la dicitura e le altre annotazioni stampigliate, come la frequenza…Purtroppo non c’è alcuna foto che ritrae il relè e il potenziometro…”

“Anche i detonatori elettrici vennero prelevati dalla Polizia Scientifica?”

“Si, anche i detonatori… ”

“Chi c’era all’Addaura quando arrivò?”

“Quando arrivai, vi erano altri esperti…Non so se si trattava di esperti antisabotaggio come me…Ne sono sicuro solo per il maresciallo dell’esercito, che è in servizio alla Caserma Scianna di Palermo…Galvano mi disse che nessuno era riuscito a capire che cosa ci fosse nel borsone. La prima segnalazione mi giunse in caserma alle 8,00 circa. Solo verso le 11,30 ricevetti l’ordine di andare sul posto con il furgone. Il luogo mi sarebbe stato comunicato dalla centrale operativa in un secondo tempo. Mi misi in cammino ed all’altezza del mercato ortofrutticolo mi fu ordinato via radio di tornare in caserma per indossare la divisa senza ricevere alcuna spiegazione. Tornai indietro, indossai la mimetica e ripartii senza sapere dove andare. Insistetti via radio per ottenere le informazioni necessarie. Mi fu ordinato dal capo centrale di trovare una cabina telefonica. Solo alle 12 venni a conoscenza di dovermi recare presso la villa del dottor Falcone. L’ordine di indossare la divisa me lo dette il maggiore Finelli. Rimasi sorpreso, arrivando, di apprendere l’episodio dei due sub, che sarebbero stati lì il tempo necessario per svestirsi e poi allontanarsi. Cosa che realmente successe. M’interessava poco della muta, ma molto della borsa. Non riuscii a sapere da quanto tempo la borsa si trovasse sugli scogli. Anche due operatori della RAI hanno ripreso tutto il mio intervento. Sono scesi da una motovedetta della Polizia che ha attraccato nello specchio d’acqua antistante la scalinata…”

Altro abbaglio dell’artificiere. Gli operatori della RAI arrivarono con la loro auto all’Addaura. Chi riprese, allora, le fasi precedenti alla esplosione e la brillatura? Il dirigente della Criminalpol siciliana Vincenzo Speranza portò con sé un cineoperatore. “Giunsi all’Addaura alle 11,40 con il personale della Criminalpol, in particolare un cineoperatore. Lo pregai di riprendere la borsa e il suo contenuto prima che l’artificiere desse inizio alle operazioni di brillatura…”

Il cineoperatore era Antonio Gibiino in servizio alla Criminalpol? Interrogato dai magistrati, Gibiino afferma di essere intervenuto alle 12,30 – 13,00, quando “si era già proceduto alla brillatura del congegno. Infatti ho ripreso le scatole aperte a brevissima distanza”.

Aperte dopo l’esplosione? Allora rimasero integre. O si trattava della scatola aperta da Tumino, nel momento in cui sollevò – imprudentemente – il coperchio del contenitore prima della brillatura? Il cineoperatore, in questo caso si sarebbe avvicinato all’ordigno.

Perché il fotografo non avrebbe potuto fare altrettanto?

Le informazioni fin qui acquisite testimoniavano sicuramente gran confusione e alcune contraddizioni, ma lasciavano capire che Tumino da solo non avrebbe potuto né depistare, né ritardare di un solo giorno le indagini. Le sue contraddizioni erano, inoltre, facilmente individuabili. Comunque sia, non aveva portato via i reperti sopravvissuti all’esplosione dell’ordigno, ai ladri ed alla tremenda confusione. E allora chi li aveva portati via? La squadra mobile, secondo le testimonianze della polizia scientifica, all’Addaura non è molto presente. Due gli agenti, uno dei quali è il fotografo.

Gli esperti della Scientifica di Roma volano in aereo a Palermo, ma non si recano all’Addaura. Non spetterebbe a loro effettuare un minuzioso controllo dei luoghi, prelevare impronte, cercare indizi utili, prendere i reperti del congegno?

“Ritenni superfluo effettuare un sopralluogo all’Addaura”, spiega ai magistrati il dirigente romano della Scientifica Salvatore Montinaro. “Il collega La Barbera, capo della Mobile, mi riferì quanto era accaduto e mi mostrò i reperti recuperati, che si trovavano in custodia della Squadra Mobile. Ci venne mostrato il borsone dov’era stato trovato l’esplosivo, un pezzo di legno sopra il quale era stato collocato il congegno d’innesco elettronico… Data la presenza del ricevitore – tipico degli aerei da modellismo – poteva essere la parte ricevente di un congegno azionabile a distanza…Si sarebbe potuto separare l’esplosivo dal congegno, salvarlo ed avere, probabilmente più elementi per l’indagine e l’individuazione dei responsabili…Non sono un esperto di antisabotaggio, ma per quello che ho visto in tutti gli anni di servizio alla Scientifica, e dal momento che l’esplosivo era separato dal congegno, si poteva isolare l’esplosivo tagliando i reofori dei detonatori. L’antisabotatore parlò di una possibilità di innesco dell’ordigno anche a strappo e per tale motivo ritenne più prudente far brillare il tutto…Le mie stesse perplessità furono condivise da un collaboratore dell’Alto Commissario per la lotta contro la mafia, Giovanni Iadevito, che ha lavorato alla Scientifica come esperto di balistica… ”

Tumino fece una valoutazione errata? Il funzionario di polizia Galvano, nel vedere l’artificiere all’Addaura si sente rinfrancato. E’ un uomo affidabile. E’ proprio l’affidabilità ad ingigantire i sospetti sul suo operato.

Perché Tumino coinvolge un dirigente della Criminalpol?

Una motovedetta della Guardia di Finanza con due sommozzatori inizia il lavoro di recupero di reperti in mare alle 15,15. I sub effettuano alcune immersioni. Con quali risultati? “Un detonatore, 4 batterie da 1,5 volt unite con nastro adesivo rosso e con le polarità saldate con filo elettrico, numerosi frammenti di tela azzurra, presumibilmente appartenenti ad una borsa da sub”.

Silvana Cerullo e Stanislao Schifani, i due agenti della Scientifica di Palermo, arrivano di buon’ora. “Allorché intervenne”, ricorda la Cerullo, “l’artificiere dei carabinieri andò subito ad ispezionare la borsa, che non era visibile dalle terrazze perché era collocata proprio sotto lo scoglio. Controllò se vi fossero fili collegati, aprì borsa e osservò il congegno; poi scattammo delle foto ad una certa distanza perché ci disse che il flash poteva provocare dei danni al congegno…Fummo invitati ad allontanarci perché lo avrebbe fatto brillare…Era funzionante, secondo lui…”

“L’artificiere riferì di avere notato la scritta Made in Swiss nell’aprire la scatola?”

“Non lo ricordo… Lo escluderei perché sia io quanto il mio collega abbiamo messo per iscritto tutto quello che ci veniva riferito dall’artificiere. Questo particolare non è contenuto nei nostri appunti”.

“Dopo avere scattato le foto, venne redatto un verbale di sequestro?”

“No, perché non eravamo competenti. Non fummo noi a ricevere i reperti. Portammo in ufficio soltanto il coperchio di una delle due scatole per potere effettuare ulteriori esami di laboratorio per la ricerca delle impronte. I reperti furono presi da personale della Squadra Mobile ma non so chi…”

“Vi era altro personale della Scientifica sul posto?”

“Non so se vi fossero agenti della Scientifica di Roma ma non lo escluderei…”

“L’artificiere vi raccontò di reperti presi da qualcuno?” “No, non ce ne parlò”.

Schifani ripete, sostanzialmente, la stessa versione. Il coperchio, precisa, fu consegnato prima dell’esplosione. “E su di esso non è stato rilevato alcun tipo di impronte”.

Salvatore Parlagreco per Siciliainformazioni.com del 20 marzo 2010

Attentato dell’Addaura, prologo delle stragi – Prima parte

“Ci sono le risposte” disse l’avvocato. Mentre mi consegnava la  verità, gli occhi tradivano il suo scetticismo. Lessi avidamente ogni cosa. E ad ogni pagina ebbi motivo di sorprendermi. Ebbi la certezza della pochezza degli apparati investigativi.

L’avvocato mi aveva affidato un pezzo di storia della Repubblica, forse senza rendersene conto. E questo pezzo di storia era stato scoperto da Ilda Boccassini e Fausto Cardella, magistrati della Direzione distrettuale Antimafia presso la Procura della Repubblica di Palermo.

Dopo ben quattro anni, avevano riaperto l’inchiesta sull’attentato all’Addaura e fatto luce sull’episodio. I mandanti? quelli, non li avevano trovati, ma il passo avanti l’avevano fatto, eccome. L’attività investigativa aveva avrebbe permesso di avere elementi per riconoscerli e assicurarli alle patrie galere.

L’inchiesta si concludeva con il rinvio a giudizio del maresciallo dei carabinieri presso il Gruppo Carabinieri Palermo I, Francesco Tumino, l’artificiere chiamato all’Addaura il 21 giugno 1989 dopo la scoperta dell’ordigno esplosivo, “…in qualità di pubblico ufficiale”, scrivevano i magistrati, “redigeva senza data una relazione di servizio… poi trasmessa con missiva nr. 2787/7-1 di prot. del 4 agosto del Nucleo Operativo Carabinieri del Gruppo Palermo I a firma del Comandante Magg. Luigi Finelli…

Con tale relazione… attestava falsamente che due reperti recuperati dopo la disattivazione del congegno – per l’esattezza un potenziometro ed una parte del relè -erano stati prelevati da un individuo con baffi neri qualificatosi come appartenente alla Criminalpol di Roma,… Reato commesso nell’agosto 1989 e perpetratosi fino all’aprile 1993”.

“Tumino dichiarava falsamente… di avere appreso dagli Agenti della Polizia di Stato addetti al servizio di vigilanza presso la villa del dr. Falcone dell’avvistamento, verso le ore 6,45 – 7,00 del 21 giugno 1989, di un gommone con a bordo due persone che indossavano una muta subacquea le quali, dopo essersi avvicinate agli scogli, avrebbero giustificato la loro presenza sul posto qualificandosi come agenti di Polizia; circostanze queste che, una volta appurata la verità, hanno contribuito a depistare le indagini in corso sulla ricerca del movente e sulle responsabilità materiali del fallito attentato all’Addaura”.

Se fossero stati identificati i mandanti dell’Addaura, si sarebbero scoperti anche i mandanti di Capaci? Coloro che avevano ordinato, o suggerito, il massacro ai corleonesi. Il personaggio chiave dell’Addaura era un sottufficiale dei carabinieri, Tumino. Aveva depistato per conto di qualcuno. Chi?

Per rispondere occorreva sapere perché si trovava all’Addaura il 21 giugno 1989. Chi l’aveva voluto?

I verbali dell’inchiesta ricostruivano puntigliosamente la successione degli eventi di quel 21 giugno 1989. Alle 8,15 del mattino il dirigente dell’Ufficio Prevenzione della Questura di Palermo Claudio Montana, giunge all’Addaura. “Chiesi l’intervento di un artificiere”, racconta. “Arrivò l’agente Brancato del reparto mobile. Brancato richiese l’antisabotatore. Venne l’artificiere dell’esercito, che si dichiarò incompetente. Poi venne l’antisabotatore dei carabinieri…”

Quando arriva Tumino, il dirigente dell’Ufficio scorte Luigi Galvano si sente rinfrancato: “Sapevo che era una persona molto competente. Pur non essendo un esperto feci presente all’artificiere che qualora fosse stato possibile, si doveva fare in modo di non distruggere l’apparecchiatura ritrovata…Tumino disse che l’apparecchiatura era perfettamente funzionante, che non era esplosa perché si era bloccato il timer e che vi era il rischio che potesse esplodere da un momento all’altro… Il congegno poteva essere azionato a distanza… A suo giudizio era uguale a quello utilizzato per il dottor Chinnici… ”

Tumino sugli scogli trovò “due contenitori, uno metallico con chiusura a due fori, rispettivamente nei due lati opposti; ed un altro in plastica con coperchio di colore rosso ed un foro circolare sulla parte destra… Attraverso questo foro si intravedeva un leed acceso con luce di colore rosso che lampeggiava”.

Quel segnale gli indica la pericolosità dell’ordigno. Ciononostante, effettua una “operazione non prevista dalla nuova deontologia dell’intervento antisabotaggio”. Solleva il coperchio del contenitore in plastica. Un rischio altissimo. Perché lo corre? Per vedere che cosa nasconde il contenitore: “un apparecchio ricevente di onde elettromagnetiche di colore nero in collegamento elettrico con 3 pile di alimentazione avvolte con nastro isolante; un relè di piccole dimensioni elettricamente collegato; un congegno metallico di forma circolare, verosimilmente un potenziometro fungente da timer dal quale si inalberava una leva metallica a ‘T’; accanto ad essa un’altra leva in rame, presumibilmente fungente da fine corsa o da chiusura del circuito; il tutto collegato elettricamente ed ancorato ad una tavola di legno”.

Quando si rende conto della natura dell’ordigno Tumino colloca una capsula detonante sulla leva ‘T’ di chiusura, al fine di disarticolare il congegno primario, cioè il potenziometro che funge da timer. In questo modo ritiene di evitare anche “l’innesco per simpatia della vicina carica esplosiva collocata nel contenitore metallico”. Fa brillare l’ordigno. E commenta con Galvano: “Meno male che ho usato una microcarica, perché rischiavamo altrimenti di saltare tutti in aria”.

Dopo la deflagrazione riscende sulla piattaforma dove sono stati collocati i contenitori allo scopo di rimettere insieme quanto è rimasto, ma non ha il tempo di recuperare le parti dei congegni poiché sul luogo si riversa una moltitudine di persone. Trascorsi appena quattro minuti dall’esplosione, è avvicinato dai funzionari di Polizia e invitato a raccontare tutto al magistrato di turno, giunto all’Addaura: in particolare il contenuto del “borsone” e quanto è stato recuperato dopo l’esplosione.

“A questo punto”, scrive Tumino nel suo rapporto, “cercando di prendere parte del materiale mi girai attorno e notai una persona distinta con baffi neri che dopo avere recuperato da terra del materiale si accingeva ad allontanarsi. Chiesi che cosa stesse facendo. E questi rispose: appartengo alla Criminalpol di Roma. Questo materiale lo prendiamo noi”.

Non v’erano dubbi, dunque: l’esplosione dell’ordigno ed il successivo “recupero” di un fantomatico personaggio della Criminalpol avrebbero tolto di mezzo ogni indizio o prova che potesse portare agli autori dell’attentato.

Il 20 settembre, interrogato dai magistrati nisseni – il Procuratore Celesti ed il sostituto Sferlazza – Tumino aggiunge alcuni particolari. Dopo avere aperto il borsone e il contenitore di plastica, poco prima di collocare la microcarica, invitò un agente della scientifica a fotografare l’ordigno prima della brillatura “nel tempo di sei secondi”.

“Scattò le foto e si allontanò precipitosamente in mia compagnia”, continua Tumino, “Il giorno successivo ho telefonato al gabinetto della Polizia Scientifica per avere notizie delle foto ma ho avuto una risposta negativa perché mi si disse che tutte le fotografie erano in possesso della Criminalpol…Mi ero anche recato in questura precedentemente ma nessuno aveva saputo dirmi niente… Il tizio con i baffi? Lo vidi allontanarsi mentre aveva in mano la leva a ‘T’, il cosiddetto alberello”.

Perché la relazione comdegnata all’ufficio competente non indicava alcuna data? Disarmante la risposta. “L’ho scritta il 5 agosto 1989. Più precisamente fin dal 29 giugno ho redatto la relazione sul mio intervento e sulle caratteristiche del congegno. Ho parlato con il mio superiore, il maggiore Finelli. Mi disse di attendere perché sarei stato chiamato da chi conduceva le indagini. Nessuno mi cercò. Il 4 agosto sono stato invitato dai miei superiori a presentare la relazione”.

Scomparsi i reperti, introvabili le foto scattate prima dell’esplosione dell’ordigno: Mi hanno nascosto tutto. Perché l’avrebbero fatto? Tumino non lo dice. A dargli credito, così sembra di capire, sarebbe stato ragirato o qualcosa di simile, comunque messo all’oscuro di tutto, utilizzato e messo da parte.

Il sostituto procuratore di turno quel 21 giugno era Gioacchino Scaduto. Quando arriva all’Addaura, Tumino ha fatto esplodere il congegno. Alle 13,00 o 13,30, quindi. Ben sei – sette ore dopo il ritrovamento del borsone imbottito di esplosivo.

“Tumino mi parlò di un congegno a strappo e di un altro a telecomando” racconta Scaduto. “I reperti furono consegnati al personale della Squadra Mobile di Palermo…Tumino disse di avere saputo dal personale addetto al servizio di sorveglianza alla villa che il giorno precedente era stato avvistato un gommone da cui erano scesi due ragazzi. Approdati alla piattaforma si erano tolti la muta… Sono certo che questo particolare mi fu riferito anche da altri presenti che in questo momento non ricordo chi siano…”

Se Scaduto ebbe notizia del gommone e dei sub da altri, il depistaggio non fu solo opera dell’artificiere.

“Di pomeriggio mi incontrai con il collega Falcone e il dottor Gianni De Gennaro nell’ufficio del dottor Falcone”, prosegue Scaduto. “Si fece l’ipotesi che era stato attivato il congegno a telecomando, dopodiché per ragioni non ancora chiare, qualcuno – presumibilmente le due persone viste avvicinarsi alla piattaforma il giorno precedente – aveva attivato il comando a strappo”.

Salvatore Parlagreco per Siciliainformazioni.com del 14 marzo 2010

Capaci, mozziconi di sigaretta incastrano il terzo uomo

PALERMO . Un telefonino cellulare e alcuni mozziconi di sigaretta potrebbero incastrare uno dei presunti componenti del commando di Cosa nostra che massacro’ il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di scorta. Il suo nome e’ Santo Di Matteo, detto “Mezzanasca” (che in dialetto siciliano vuol dire “Mezzo naso”), un picciotto della famiglia di Altofonte arrestato nei mesi scorsi in seguito alle rivelazioni di alcuni pentiti. E lui il terzo uomo che entra prepotentemente sulla scena della strage dopo Antonino Gioe’ , il boss di Altofonte suicidatosi giovedi’ scorso nel carcere romano di Rebibbia, e Giuseppe La Barbera, un altro esponente della cosca di Altofonte anche lui arrestato con il suo capo mentre preparava un “botto” al Palazzo di giustizia di Palermo. Sarebbe stato proprio La Barbera, nei sei minuti che precedettero l’ attentato, a parlare con Di Matteo attraverso un telefono cellulare. Il contenuto della conversazione non e’ stato intercettato, ma dai tabulati della Sip e’ stato possibile accertare che essa si sarebbe svolta tra le 17,52 e le 17,58. Sino al momento esatto, cioe’ , dell’ esplosione. L’ ipotesi investigativa e’ che La Barbera possa avere “guidato” dall’ aeroporto di Punta Raisi gli artificieri appostati su una collinetta che domina il teatro della strage. Di Matteo, attraverso le indicazioni del compare, avrebbe dato invece l’ input finale con il radiocomando. Questa ricostruzione, sulla quale gli investigatori stanno ancora lavorando, potrebbe trovare una formidabile conferma dal test del DNA. I mafiosi di vedetta sull’ autostrada, nell’ attesa snervante dell’ “ora X”, fumarono infatti numerose sigarette. E quelle cicche rischiano adesso di diventare una prova schiacciante. Negli Stati Uniti gli esperti dell’ FBI sono riusciti infatti ad isolare dai mozziconi il codice genetico dei fumatori: se coincidesse con quello di Di Matteo il sospetto diventerebbe certezza. Arnaldo La Barbera, il funzionario che guida il pool di investigatori impegnati a tempo pieno nelle indagini sulle stragi mafiose, cerca di frenare i facili entusiasmi. “E’ una semplice ipotesi ancora tutta da verificare” ammette a denti stretti, senza nascondere pero’ la sua irritazione per la fuga di notizie. Ancora piu’ duro e’ il procuratore aggiunto di Caltanissetta, Paolo Giordano, il quale dice senza mezzi termini: “Non resteremo inerti di fronte alla palese violazione del segreto d’ ufficio”. Tra i magistrati della direzione distrettuale antimafia nissena si respira anche un clima di stanchezza dovuto ai ritmi massacranti di lavoro: quattro sostituti, sui sette in organico, si stanno occupando delle inchieste sulle stragi e di altre indagini su esponenti mafiosi e della “stidda”. L’ organico e’ completato da altri tre giudici, mentre sono in arrivo altri due uditori giudiziari. Anche l’ ufficio del Gip, con due soli magistrati, risulta sguarnito. Insomma, l’ avamposto giudiziario della lotta a Cosa nostra rischia di dover ammainare bandiera.

Franco Nuccio per il Corriere della Sera del 4 agosto 1993