Cronologia delle rivendicazioni della Falange Armata

27/10/90 – Viene ucciso l’educatore del carcere di Opera, in provincia di Milano, Umberto Mormile. L’attentato viene rivendicato dalla Falange Armata.

04/01/1991 – A Bologna , nel quartiere del Pilastro, la banda della Uno bianca uccide 3 carabinieri. La strage è’ rivendicata dalla Falange Armata. Per la strage viene usato, come in altre azioni rivendicate dalla Falange Armata, un mitra Beretta SC 70 in dotazione soltanto a forze speciali di pronto intervento e impossibili da trovare tanto sul mercato legale come su quello illegale, un’arma uguale sarebbe scomparsa nell’Ottobre del 1990 da una sede del SISMI a Roma.

02/05/1991 – Vengono uccisi in un’armeria a Bologna, Licia Ansaloni, la titolare e il commesso Pietro Capolungo, ex appuntato dei carabinieri. La strage è rivendicata dalla Falange Armata. Il negozio era frequentato da carabinieri e militari, nell’armeria furono acquistati centinaia di proiettili del medesimo tipo di quelli utilizzati per la strage del quartiere Pilastro e per numerose altre azioni rivendicate dalla Falange Armata. Gli autori verranno poi individuati come la banda della “Uno bianca”.

06/01/1992 – Dopo il fallito attentato al treno espresso 388 Lecce-Zurigo, ai centralini dei giornali e degli uffici dell’ Ansa di Napoli e di Bari arrivano alcune rivendicazioni telefoniche. Gli anonimi telefonisti dicono di parlare a nome della Falange Armata e si attribuiscono la responsabilità di questo “attentato incruento”. Un telefonista parla con accento tedesco.

11/03/1992 – A Castellammare di Stabia viene ucciso il consigliere comunale del Pds Sebastiano Corrado. Con una telefonata alla redazione dell’ Ansa di Bologna, un uomo rivendica per conto della Falange Armata l’ omicidio di Corrado, avvenuto solo 3 ore prima.

15/03/1992 – Con una telefonata all’ Ansa di Torino una voce maschile dichiara che la Falange Armata si “assume la paternità politica e la responsabilità morale dell’ esecuzione dell’ onorevole Lima”. L’on. Salvo Lima era stato ucciso tre giorni prima a Palermo in un agguato mafioso

05/04/1992 – Alle 11.25 del 5 aprile 1992 una telefonata alla sede dell’agenzia Ansa di Bari rivendica l’omicio del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli :  «La Falange Armata si assume la paternità politica e la responsabilità morale dell’azione condotta ieri in Sicilia contro il maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli». Il 2 aprile era arrivata alla stessa redazione barese dell’Ansa un’altra telefonata : «È la Falange Armata» disse la voce anonima prima di leggere un comunicato in cui si affermava che «l’attuale momento di tregua è figlio necessario di una convenzione strategica unitaria e di un compromesso politico a termine», promettendo una «legittima rappresaglia» da eseguire «al momento propizio»

23/05/1992 – Giovanni Falcone viene ucciso insieme a sua moglie e alla scorta a Capaci in Sicilia. L’attentato viene portato a termine con una bomba di eccezionale potenza, circa 1.000 chili di esplosivo, che fa saltare decine di metri dell’autostrada Punta Raisi-Palermo. La strage verrà rivendicata anche dalla Falange Armata.

19/07/1992 – Paolo Borsellino, giudice con tendenze politiche di destra del pool antimafia, viene ucciso in Via D’Amelio a Palermo. L’omicidio verrà rivendicato dalla Falange Armata.

14/05/1993 – Alle 21,40 esplode in Via Fauro a Roma, una Fiat Uno imbottita con 120 chili di una miscela esplosiva costituita da tritolo, T4, pentrite e nitroglicerina. L’esplosione provoca 24 feriti. Anche in questo caso ci sarà una rivendicazione della Falange Armata. L’attentato, probabilmente contro Maurizio Costanzo, provoca 15 feriti.

27/05/1993 – Alle 1,04 in via dei Georgofili a Firenze nei pressi della galleria degli Uffizi esplode un Fiat Fiorino imbottito con 250 chili di una miscela composta da tritolo, T4, pentrite, nitroglicerina. L’esplosione, che fa crollare la Torre dei Pulci, sede dell’Accademia dei Georgofili, provoca 5 morti e 48 feriti, sarà rivendicata dalla Falange Armata. Su vari organi di stampa viene ipotizzata la matrice mafiosa dell’attentato con il coinvolgimento dei servizi segreti e di logge massoniche.

02/06/1993 – A Roma, a Via dei Sabini, a 100 metri da Palazzo Chigi viene scoperta una bomba che viene rivendicata dalla Falange Armata.

16/09/1993 – La Procura della Repubblica di Roma apre un un’inchiesta con un rapporto congiunto di polizia e carabinieri che individua in 16 ufficiali del SISMI i telefonisti che hanno rivendicato le azioni della Falange Armata. L’inchiesta parte da una indagine interna ordinata da Paolo Fulci, capo del CESIS, il comitato di coordinamento dei servizi segreti, fino al ’92. Fulci infatti per scoprire la fondatezza di voci che individuavano come provenienti dagli uffici del SISMI le telefonate della Falange Armata fece predisporre delle intercettazioni telefoniche che avrebbero dato esito positivo. Fulci però aspetterà fino all’estate del ’93 per rendere noto alle autorità di polizia ciò che conosceva già nel 1992.

18/10/1993 – Vengono cambiati i capi dei servizi segreti italiani: Direttore del SISMI è il gen. Cesare Pucci, a comandare il SISDE è chiamato il prefetto Domenico Salazar e al CESIS va il gen. Giuseppe Tavormina. Viene approvata anche una epurazione di ufficiali dei servizi tra i quali, dirà il ministro della Difesa Fabio Fabbri 300 uomini del SISMI, tra i quali si annidano i 16 sospetti telefonisti della Falange Armata, e l’intera settima divisione, quella da cui dipende Gladio. Più che epurati in realtà verranno rispediti alle sedi di provenienza.

21/10/1993 – Attentato a Padova durante la notte contro il Palazzo di Giustizia che viene in parte distrutto. L’attentato viene rivendicato dalla Falange Armata.

26/10/1993 – Viene arrestato a Taormina Carmelo Scalone, educatore penitenziario, uomo di fiducia di Nicolò Amato, è accusato di essere uno dei telefonisti della Falange Armata come risulterebbe da alcune intercettazioni telefoniche. Cade il silenzio invece sui 16 uomini del SISMI precedente individuati.

23/08/1994 –  Milano, 23 ago. (Adnkronos) – La Falange Armata ha rivendicato oggi pomeriggio con una telefonata alla redazione milanese dell’Adnkronos ”la paternita’ politica e la responsabilita”’ della morte di Sergio Castellari, l’ex direttore generale delle Partecipazioni statali, il cui cadavere venne ritrovato il 25 febbraio 1993 su una collinetta a poche centinaia di metri dalla sua villa di Sacrofano.

”La Falange si assume la paternita’ politica e la responsabilita’ dell’operazione Sergio Castellari”. Queste le parole della brevissima rivendicazione, giunta alle 18,25 circa, pronunciate da una voce maschile, apparentemente di un uomo in eta’ abbastanza avanzata, con una insolita accentuazione, come di chi si esprima correntemente in francese.

25/11/1994 – Nell’ambito dell’inchiesta sulla banda della Uno bianca è stato arrestato un altro poliziotto, altri due sono sospettati di avere chiuso gli occhi sull’attività dei colleghi, un altro ancora a Pescara ha ricevuto un avviso di garanzia. I magistrati bolognesi hanno inoltre trasmesso gli atti dell’inchiesta ai colleghi romani che indagano sulla Falange Armata. Il poliziotto arrestato si chiama Pietro Gugliotta e prestava servizio alla sala operativa delle volanti della questura di Bologna.

27/11/1994 – Eva Mikula, arrestata con Fabio Savi ha dichiarato di aver conosciuto il componente della banda della Uno bianca nel gennaio del ’92 a Budapest nel bar dove lavorava come cameriera. A presentarglielo era stato un amico di Budapest che aveva sentito parlare Fabio Savi di mercurio rosso. Una perizia, inoltre, ha constatato che una delle pistole 357 magnum sequestrata ai componenti della banda è la stessa che nell’aprile del ’90 uccise l’educatore carcerario di Opera Alberto Mormile. Il senatore Libero Gualtieri racconta che l’ex segretario del CESIS, Francesco Paolo Fulci redasse un elenco di 16 nomi interni alle “forze dell’ordine” come sospetti di essere implicati nella vicenda della Falange Armata che tale sigla avrebbe avuto lo scopo di disinformare e intimidire per allontanare i sospetti su Gladio.

01/12/1994 – Sui terminali dell’agenzia stampa ADN-Kronos compare un messaggio a firma della Falange Armata che nega collegamenti con la banda della Uno bianca. Si tratta di un accesso non autorizzato alla banca dati dell’agenzia.

20/04/1995 – L’ex giudice Di Pietro, in qualità di consulente della Commissione Stragi, ha consegnato le sue conclusioni sull’indagine svolta sulla banda della Uno bianca. Di Pietro dice: non esistono collusioni e coperture dei servizi segreti e non c’è alcuna connessione con la Falange Armata con la banda Savi. Sempre secondo Di Pietro non esisterebbero legami neanche fra la banda di poliziotti della Uno bianca e la criminalità organizzata. Un giudizio molto affrettato, che non coincide con molti riscontri derivanti dalle indagini, che comunque vanno a rilento, e che ha dato luogo alle reazioni nervose della Procura di Bologna. Anche Di Pietro comunque è un ex poliziotto che ha prestato servizio nel commissariato vicino all'”autoparco della mafia” di Milano e non si è accorto di nulla, c’è il rischio che anche stavolta non abbia visto ciò che è evidente.

30/09/1995 – La Falange Armata ha lasciato dei messaggi nei computer collegati a Internet della Banca d’Italia, dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, della Italsempione e del CERPL di Massa Carrara, Padova, Roma e Ferrara. Nel messaggio lasciato si legge: “Voi avete le reti, le informazioni, la tecnologia. Noi abbiamo voi, le vostre cose, le reti. Rivoluzione sì, ma nuova, come non l’avreste mai immaginata… Guardatevi intorno … i vostri nemici saranno i monitor”. In un comunicato arrivato ai giornali firmato Falange Armata viene rivendicata l’azione: “Abbiamo preso il totale controllo di alcuni sistemi informatici… Abbiamo cancellato le parole chiave per accedere agli elaboratori e abbiamo inserito una nostra password… Ci dite che l’informazione è il potere, che essa viaggia sulle reti. Noi ora abbiamo le reti, abbiamo l’informazione, abbiamo il potere”.

Fonte principale : Archivio ‘900 [Documento aggiornato in data 30 giugno 2013]

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La verità di Ciancimino

PALERMO – Sull’ omicidio di Salvo Lima scende in campo don Vito, esce allo scoperto l’ ex sindaco di Palermo arrestato per mafia. Ciancimino chiede chiede di raccontare la sua versione sull’ assassinio di quello che fu il democristiano più potente di Sicilia, chiede di essere ascoltato a Palazzo San Macuto dalla commissione parlamentare antimafia. Un colpo a sorpresa annunciato in due cartelle dattiloscritte inviate nel tardo pomeriggio di ieri alle redazioni palermitane delle agenzie di stampa. L’ uomo che secondo il pentito Buscetta “era nelle mani dei corleonesi di Totò Riina”, dice che “l’ omicidio dell’ onorevole Lima è di quelli che vanno oltre la persona della vittima e puntano in alto, un avvertimento, come si suol dire”. Un avvertimento contro chi? Questo don Vito non lo spiega ma si offre come testimone: “Ancora oggi sono, pertanto, a disposizione di questa commissione antimafia se vorrà ascoltarmi”. E’ la prima volta che l’ ex sindaco di Palermo si fa avanti e si sbilancia su avvenimenti che non lo coinvolgono direttamente come imputato, è la prima volta in ogni caso che chiede di dire la sua su un delitto di mafia. Perché? “Perché – scrive nella sua lettera-messaggio recapitata alle agenzie – il delitto Lima non può essere liquidato con ipotesi semplicistiche sul suo movente”. E quindi parla di un omicidio che è “un avvertimento”, di un omicidio che “punta in alto”. Nelle ventinove righe del comunicato anticipa in qualche modo il suo pensiero: “Sono convinto che questo delitto faccia parte di un disegno più vasto, un disegno che potrebbe spiegare altre cose, molte altre cose”. Una lettera in codice con un solo obiettivo: una convocazione davanti alla commissione parlamentare antimafia. Vito Ciancimino vuole entrare a Palazzo San Macuto a tutti i costi, pur di riuscirci sembra addirittura fare anche un’ ammissione: “Sono stato, per molti anni, testimone e in parte protagonista di un certo contesto politico…”. Ma perché don Vito si scopre così? Perché “parla” proprio all’ indomani della conclusione delle prime investigazioni sul delitto dell’ europarlamentare dc? Mistero. Ma lui una spiegazione in parte la dà: “Sarebbe giusto offrire alla pubblica opinione la possibilità di un giudizio non mediato…”. Vuole sedersi davanti ai componenti dell’ Antimafia per essere giudicato “non per interposta persona, cioè per il tramite dei giornalisti a volte imprecisi, spesso sintetici e superficiali e quasi sempre obbedienti al sistema politico-finanziario interessato non alla verità ma alla difesa di certe posizioni”. Il nome dell’ ex sindaco in quelle “clamorose iniziative giudiziarie” è citato abbondantemente. E anche in un modo molto preciso. Se Salvo Lima secondo i magistrati della procura era il garante degli equilibri fra il potere politico e il potere mafioso, Vito Ciancimino aveva una posizione abbastanza diversa. “Tutta particolare”, scrivono i giudici a pagina 17 del “librone” sul delitto Lima. E aggiungono: “Egli era infatti legato esclusivamente a Riina Salvatore ed ai corleonesi. Di conseguenza, mentre gli altri uomini politici, attraverso i canali già indicati (una serie di big della Dc n.d.r.) avevano facoltà di rivolgersi a tutte le ‘ famiglie’ , comprese quelle corleonesi, col Ciancimino tenevano contatti soltanto i corleonesi”.

Attilio Bolzoni per La Repubblica del 27 ottobre 1992

Torna il Corvo a Palermo

PALERMO – Una lettera di otto pagine avvelena l’ aria di Palermo. E’ una lettera che mette i brividi, che dice e non dice, che mischia episodi più o meno inverosimili con nomi veri, che avverte e confonde, che racconta quello che è accaduto e fa intuire quello che accadrà. E’ una lettera anonima, il Corvo è tornato. Questa volta si firma con un “noi” che rende ancora più indecifrabile la sua trama, questa volta parla della morte di Lima e di Falcone. Otto pagine che ricostruiscono uno scenario siciliano, che indicano piste investigative, che invitano a seguire con più attenzione certi indizi, che gettano ombre su alcuni uomini importanti. Una lettera che fa tremare Palermo. L’ hanno messa in circuito fra il 22 e il 23 di giugno, per una decina di giorni solo sussurri e bisbigli, solo mezze frasi raccolte qua e là, solo preoccupate reazioni di poliziotti e carabinieri che “sentono” in anticipo l’ odore fetido dei messaggi in codice. Poi, improvvisamente, un giornale, La Sicilia di Catania, decide di pubblicare ampi stralci di quell’ anonimo. Le otto pagine sono diventate un “caso”. Ha aperto un’ inchiesta il procuratore della repubblica di Palermo, ne ha aperta un’ altra la procura di Caltanissetta (nella missiva senza firma sono citati a vario titolo i nomi di una dozzina di magistrati palermitani), ha chiesto formalmente la trasmissione della lettera pure il pool di giudici che indaga sul massacro dell’ autostrada. Negli ambienti investigativi si cerca di decifrare ogni parola del Corvo mentre c’ è chi annuncia querele contro ignoti, ad esempio un paio di magistrati tirati in ballo per storie clamorosamente false hanno già dato incarico ai loro legali di provvedere. Otto pagine inviate a 39 indirizzi (“Tutti coloro, secondo il nostro giudizio, che possono svolgere un’ azione positiva per scoprire finalmente tante tristi verità…”), otto pagine spedite ai direttori di alcuni quotidiani, a procuratori della Repubblica, capi di squadre mobili, prefetti, segretari di partito, al Presidente della Repubblica, al vicepresidente del Csm, ai presidenti di Camera e Senato. Lungo l’ elenco dei destinatari, lungo anche l’ elenco finale delle “indicazioni che si ritengono utili ai fini di dimostrare giudiziariamente vere le affermazioni della nostra lettera”. In tutto 29 punti, una specie di delega alle indagini, un passaggio della lettera che rivela l’ impronta di “un addetto ai lavori”, uno che sa tante cose, uno che sa anche come presentarle indicando con ordine gli accertamenti da eseguire. Ma di cosa esattamente parla l’ anonimo dell’ estate 1992? Perché sta turbando così tanto gli investigatori e i magistrati siciliani? La nuova stagione dei veleni si apre con un paio di pagine che “spiegano” come muore il potente Salvo Lima. E l’ anonimo parte raccontando l’ attacco che sferra un gruppo politico a Giulio Andreotti alla vigilia delle elezioni del 5 aprile. Attacco che passa soprattutto attraverso i suoi fedelissimi, in prima linea Salvo Lima. L’ anonimo dice che Lima non riesce a interpretare certi segnali, aggiunge che l’ europarlamentare non si accorge di ciò che sta accadendo intorno a lui fra il febbraio e il marzo di quest’ anno. Perché muore Salvo Lima? Perché, rivela il Corvo, rimane fedele ad Andreotti. E un’ intera pagina è dedicata a “quel gruppo che tenta la scalata al potere”. Si fanno anche qui nomi, si descrivono improbabili incontri fra big della Democrazia cristiana e superlatitanti, si entra nel particolare citando alcuni noti personaggi e coprendoli di accuse che puzzano di spazzatura. L’ anonimo diventa più preciso parlando di chi materialmente avrebbe ucciso Salvo Lima. E con nome e cognome indica i capi di una fazione di Cosa Nostra, indica la regione dalla quale sarebbe arrivato uno dei sicari, indica un nascondiglio, indica perfino i giorni passati dai killer dentro un covo palermitano prima di ripartire. Perché l’ anonimo racconta queste cose? Perché disegna un quadro generale non totalmente incredibile e poi semina immondizia intorno a certi nomi? Le prime decodificazioni dell’ anonimo, le prime decifrazioni affidate agli esperti dell’ antimafia sono concordi sicuramente su un punto. Questo: “Ci sono persone che vogliono far sapere a tutti i costi che non sono stati loro a uccidere Salvo Lima”. Siamo in un campo assai minato, dove ogni virgola ha il suo peso, dove anche la riga che può sembrare più banale significa sempre qualcosa. E dal caso Lima si entra così nel caso Falcone, nella lettera compaiono a sorpresa nuovi nomi, si intrecciano nuove situazioni, si parla del capo dei capi di Cosa Nostra, Totò Riina, che non sarebbe stato d’ accordo con i suoi complici. L’ anonimo si spinge più in là, sostiene addirittura che Totò Riina non avrebbe voluto la morte di Falcone “perché riteneva controproducente per la sua causa un simile omicidio”. Siamo alla follia pura? Al depistaggio abilmente orchestrato da quelle “raffinatissime menti” di cui ogni tanto parlava lo stesso Falcone riferendosi ai misteri siciliani? O siamo piuttosto alla vigilia di qualcosa, qualcosa annunciato dall’ anonimo, qualcosa che solo i veri destinatari (e naturalmente non i 39 in elenco) delle otto pagine possono capire? Palermo è avvolta in un terribile giallo. Il Corvo fa nomi di ministri ed ex ministri, racconta di dossier insabbiati, rapporti riservatissimi della Guardia di Finanza e dei carabinieri. Entra in gioco una banca, si ripropone la storia di un potente gruppo imprenditoriale, si coinvolgono alcuni dei più noti professionisti palermitani, si tirano per i capelli dentro torbide vicende alcuni giudici. E ancora: si parla dei legami di questo o di quello con i Servizi, si riparla di un voluminoso lavoro sugli appalti dei carabinieri che non sarebbe stato valorizzato nella giusta maniera in procura, si “invita” a indagare su una serie di assessori regionali, di costruttori, di mafiosi, di magistrati. E passo dopo passo l’ anonimo continua a mischiare storie che tutti a Palermo conoscono come assolutamente false con storie che nessuno o quasi nessuno conosce. Inquietante il contenuto della lettera, ma inquietante anche lo stile dell’ ultimo Corvo di Palermo. Che fra una “rivelazione” e l’ altra tenta di giustificare l’ anonimato. Così: “Noi sappiamo che è tutto vero, altri dovranno scoprirlo…”. O così: “Non ci firmiamo. Abbiamo riflettuto a lungo prima di deciderlo. Sarebbe stato assai facile a gente tanto potente delegittimarci, rendendo inutile il nostro tentativo di fermare un disegno diabolico…”. O ancora così: “A tutti i destinatari diciamo… e ormai non potete fingere di non sapere”. E infine c’ è quella lista che dà 29 indicazioni intorno alle quali muoversi, quella sorta di “delega alle indagini” che scopre in qualche modo il Corvo, il Corvo che si firma “noi”. Come se fosse un gruppo, un clan, una parte. Otto pagine di veleni come quelli sparsi nell’ estate dell’ 89, a cavallo fra la cattura di Totuccio Contorno in Sicilia e il fallito attentato a Falcone sugli scogli dell’ Addaura. Per quella lettera fu condannato per calunnia il giudice Girolamo Alberto Di Pisa, il magistrato fu scoperto attraverso un’ impronta digitale “rubata” dagli 007 dell’ allora Alto commissario Sica. E oggi, fuori gioco Di Pisa, chi è il nuovo Corvo?

Attilio Bolzoni per La Repubblica del 2 luglio 1992