Via d’Amelio, quattro arresti per la strage. I pm: “Borsellino tradito da un carabiniere”

La Dia ha notificato ordinanze in carcere al boss Salvino Madonia, che avrebbe partecipato alla riunione in cui si decise la morte del giudice, e ad altri due esecutori dell’eccidio avvenuto il 19 luglio 1992. Manette a Calogero Pulci, ritenuto un falso pentito. La Procura di Caltanissetta boccia anche Massimo Ciancimino (“Inattendile”) e avanza un’ipotesi drammatica per il movente della strage: “Borsellino era di ostacolo per la trattativa Stato-mafia”. Ecco l’atto d’accusa dei magistrati

Dopo aver svelato il depistaggio del falso pentito Vincenzo Scarantino, la Procura di Caltanissetta prova a rimettere in ordine i tasselli della complicata indagine attorno alla morte del giudice Paolo Borsellino. Determinante si è rivelata la collaborazione del pentito Gaspare Spatuzza, l’ex killer di Brancaccio che rubò la Fiat 126 poi imbottita di esplosivo: nei mesi scorsi, le sue dichiarazioni hanno portato alla scarcerazione di sei innocenti; adesso, fanno scattare quattro ordinanze di custodia cautelare, che sono state firmate dal gip Alessandra Giunta. Questa mattina, i provvedimenti sono stati notificati in carcere dalla Dia al capomafia pluriergastolano Salvino Madonia (è accusato di aver partecipato nel dicembre 1991 alla riunione della Cupola in cui si decise l’avvio della strategia stragista) e ai boss Vittorio Tutino e Salvatore Vitale (il primo rubò con Spatuzza la 126 per la strage; il secondo abitava nel palazzo della madre di Borsellino, in via d’Amelio, e avrebbe fatto da talpa agli stragisti). Un quarto provvedimento riguarda il pentito Calogero Pulci, era l’unico in libertà: è accusato di calunnia aggravata, perché con le sue dichiarazioni avrebbe finito per fare da riscontro al falso pentito Vincenzo Scarantino. La Procura aveva chiesto l’arresto di una quinta persona, il meccanico Maurizio Costa, a cui Spatuzza si rivolse per sistemare i freni della Fiat 126, ma il gip ha rigettato la misura. Costa resta indagato a piede libero per favoreggiamentro aggravato.

Ecco, dunque, un primo importante passo avanti per fare luce sui misteri che vent’anni dopo ancora si addensano attorno a via d’Amelio. La nuova inchiesta porta la firma del procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, degli aggiunti Domenico Gozzo e Amedeo Bertone, dei sostituti Nicolò Marino, Gabriele Paci e Stefano Luciani. Con i magistrati lavora ormai da anni una squadra della Dia di Caltanissetta, coordinata dal vice questore aggiunto Ferdinando Buceti.

L’ultimo atto d’accusa della Procura nissena si compone di 1670 pagine, riportate e analizzate nel provvedimento del gip: i magistrati ricostruiscono non solo la fase esecutiva della strage, ma affrontano anche i delicati capitoli del movente e dell’eventuale coinvolgimento di uomini delle istituzioni. Ecco alcuni passaggi cruciali del documento, con le ricostruzioni e le testimonianze che finiscono per chiamare in causa pezzi dello Stato.

Chi azionò il telecomando
I pm escludono che i mafiosi fossero appostati al Castello Utveggio di Montepellegrino, che sovrasta via d’Amelio. Secondo il racconto del pentito Fabio Tranchina, “è quasi certamente Giuseppe Graviano che azionò il telecomando”, scrivono i magistrati. “Era dietro il muro che delimitava la fine della via D’Amelio ed un retrostante  giardino”. Graviano è stato già condannato per la strage del 19 luglio.

L’uomo del mistero
Il pentito spiega di aver portato l’auto in un garage di via Villasevaglios, per essere caricata di esplosivo. Era il giorno prima della strage. Assieme ad altri mafiosi c’era un uomo che Spatuzza non aveva mai visto. Scrivono i pm: “Non è allo stato possibile affermare che l’uomo notato da Spatuzza fosse un uomo appartenente ai servizi di sicurezza per il solo fatto che il collaboratore non ebbe a riconoscerlo come appartenente a Cosa nostra”. I magistrati aggiungono però: “Non si può escludere allo stato l’ipotesi di un coinvolgimento nella fase preparatoria della strage di personaggi “riservati”, ignoti a Spatuzza”. Ecco il primo dei misteri ancora da risolvere, per cui le indagini proseguono.

La trattativa e il “traditore”
Il secondo mistero riguarda l’agenda rossa di Borsellino, scomparsa sul luogo della strage. In quelle pagine, probabilmente, il giudice aveva annotato la sua ultima scoperta dopo la morte dell’amico Giovanni Falcone. Non sappiamo con precisione cosa, però adesso le indagini di Caltanissetta dicono che Borsellino sapeva dei primi contatti intrapresi da alcuni carabinieri del Ros con l’ex sindaco Vito Ciancimino (contatti che poi si sarebbero trasformati in una trattativa Stato-mafia ancora oggi dai contorni poco chiari). Lo riferisce ai pm il magistrato Liliana Ferraro, che qualche tempo prima era stata avvicinata proprio da un ufficiale del Ros: “Vidi Borsellino il 28 giugno e affrontai l’argomento”, precisa la Ferraro.

Il giorno dopo, Borsellino incontrò altri due colleghi magistrati, Alessandra Camassa e Massimo Russo. “Si distese sul divanetto del suo ufficio  –  ha messo a verbale la Camassa  –  e mentre gli sgorgavano le lacrime dagli occhi, disse: “Non posso pensare che un amico mi abbia tradito”. Massimo Russo ha aggiunto: “Qualche giorno prima era stato a Roma e aveva avuto un pranzo, forse una cena, con alti ufficiali dei carabinieri. Fu lo stesso Borsellino a parlarcene a un certo punto”. Sia la Camassa che Russo pensarono che il traditore fosse a quella cena. E adesso lo pensano anche i magistrati di Caltanissetta: “E’ probabile  –  scrivono – che il traditore fosse tra le persone incontrate”.

Così, dopo i verbali di Camassa e Russo, i pm inseriscono nella loro ricostruzione le dichiarazioni della moglie di Borsellino, Agnese. “Il 15 luglio, verso sera, conversando con mio marito in balcone lo vidi sconvolto, mi disse testualmente: “Ho visto la mafia in diretta, perché mi hanno detto che il generale Subranni era “punciutu”. Tre giorni dopo, durante una passeggiata sul lungomare di Carini, mi disse che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere”.

“Punciutu”, vuole dire mafioso. I pm osservano: “Un’inquietante confidenza in relazione alla figura del generale Subranni, capo del Ros dei carabinieri, proprio la struttura che stava conducendo la cosiddetta trattativa”. Per questa ragione, Subranni è indagato dalla Procura di Caltanissetta per concorso esterno in associazione mafiosa.

Risentita nuovamente dai pm, la signora Borsellino ha aggiunto un ricordo: “Mio marito non mi parlò mai di trattativa, ma a metà giugno mi fece cenno a un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato”.

Ancora “metà giugno”, il periodo in cui Graviano avviò i preparativi per la strage, incaricando Spatuzza di rubare la 126. Ecco il dilemma che si pongono i magistrati: “La trattativa fu tra i motivi aggiuntivi che hanno spinto Cosa nostra ad effettuare proprio nel luglio 1992 la strage di via d’Amelio per mera leggerezza di chi a quella trattativa ha partecipato? Ovvero (purtroppo) qualche ‘servitore dello stato infedele’ si spinse sino al punto di additare volontariamente il dottor Borsellino come ostacolo al buon fine della trattativa?”. Dopo aver riletto le dichiarazioni del pentito Giovanni Brusca i magistrati di Caltanissetta propendono per l’ipotesi più drammatica, “che qualcuno abbia riferito a Cosa Nostra che Borsellino era di ostacolo alla prosecuzione della trattativa”. Così, il tentativo di bloccare le stragi si sarebbe trasformato nel più grande pasticcio (ovvero patto scellerato) della Repubblica. La conclusione dei pm è amara: “Alcuni significativi risultati Cosa nostra li ha ottenuti. Si è accertato che i provvedimenti di carcere duro, i cosiddetti 41 bis, sono scesi vertiginosamente, dai 1200 in vigore alla fine del 1992 ai circa 400 alla metà del 1994”. Chi decise? I pm non credono alla versione dell’ex Guardasigilli Conso, che si è assunto la totale responsabilità di quella scelta. Così, ancora una volta, l’indagine torna nel cuore dello Stato.

Il “supertestimone” Ciancimino
Un contributo importante per risolvere i misteri di quei mesi i pm di Caltanissetta si aspettavano dal figlio dell’ex sindaco di Palermo. Ma Ciancimino junior ha deluso, e non poco. I pm sono disposti a concedergli solo un merito: “Ha contribuito a risvegliare la memoria di persone che, pur non direttamente chiamate in causa da lui, forse temevano che fosse a conoscenza di vicende inerenti la trattativa di cui essi erano stati testimoni privilegiati e che in precedenza non avevano mai rivelato ad alcuno”. Per il resto, i pm nisseni parlano di “un giudizio finale sostanzialmente negativo sull’attendibilità intrinseca” di Massimo Ciancimino. In un altro passaggio, i magistrati parlano addirittura di “pseudo collaborazione  di Ciancimino”, che “sembra essere più favorevole agli interessi di Cosa nostra che a quelli dello Stato”. Ma perché questo atteggiamento? I pm ipotizzano che Ciancimino voglia ancora “salvaguardare il proprio patrimonio”, ma ipotizzano pure che dietro di lui “si nasconda una occulta cabina di regia”.

Salvo Palazzolo per La Repubblica, 8 marzo 2012

 

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Borsellino sapeva della “trattativa”

Udienza 28 settembre 2010 del processo a carico del Gen. Mario Mori e del Col. Mauro Obinu (pubblico ministero: Antonino Di Matteo).

Paolo Borsellino era stato informato dei contatti avviati dal ROS dei Carabinieri con Massimo Ciancimino per ottenere la collaborazione del padre Vito.

A dichiararlo è Liliana Ferraro, dopo la morte di Giovanni Falcone Direttore degli affari penali del Ministero della giustizia guidato da Claudio Martelli, sentita come testimone il 28 settembre 2010 nel processo a carico del Generale Mario Mori e del Colonnello Mauro Obinu per la mancata cattura di Bernardo Provenzano in un casolare di Mezzojuso nel 1995.

Liliana Ferraro ha dichiarato di aver incontrato Giuseppe De Donno, Capitano del ROS dei Carabinieri, nella settimana del trigesimo anniversario della morte di Giovanni Falcone. De Donno si recò al Ministero per informare la Ferraro dell’iniziativa del ROS di avviare dei contatti con Massimo Ciancimino per agganciare il padre Vito ed indurlo a collaborare con i Carabinieri per porre fine allo stragismo. De Donno trasmise inoltre alla Ferraro la richiesta ricevuta da Massimo Ciancimino, su mandato del padre Vito, di avere la garanzia di una “condivisione politica”. “Mi disse che aveva preso contatti con il figlio Massimo e che attraverso questi pensava di agganciare o aveva già agganciato, non ricordo bene, Vito Ciancimino, mi chiese infine se fosse il caso di accennare la vicenda al Ministro Martelli poiché chiedeva anche un sostegno politico per l’iniziativa che stavano intraprendendo”. (Liliana Ferraro)

Ferraro apprese tali informazioni dal Capitano De Donno, lo invitò a parlarne con il magistrato competente Paolo Borsellino.

Dopo aver avvertito il Ministro Martelli del colloquio avuto con De Donno ed averlo messo al corrente del contenuto, il 28 giugno 1992 Liliana Ferraro incontrò Paolo Borsellino, di ritorno da un convegno di magistrati a Giovinazzo di Bari, all’aeroporto di Roma Fiumicino. In questa occasione informò il magistrato della visita di De Donno avvenuta una settimana prima: “Ho riferito a Paolo di questo e non mi pare ci fu un commento particolare, mi disse qualcosa del tipo: “va bene adesso ci penso io” mentre ricordo che volle avere una serie di informazioni sulla vicenda mafia-appalti condotta dal ROS dei Carabinieri, inoltre parlammo di Gaspare Mutolo e del fatto che voleva parlare solo con lui e non con altri magistrati della Procura di Palermo. Io uscii e chiamai il Procuratore di Palermo Giammanco affinché fosse favorito questo colloquio tra Mutolo e Borsellino.

Ho detto a Borsellino che era venuto il Capitano De Donno che molto emozionato mi aveva detto che aveva conosciuto Massimo Ciancimino ecc.. ritengo di avergli detto della richiesta di sostegno politico e dello scopo dell’iniziativa di fermare le stragi, mi disse “ci penso io”.

La mattina del 18 luglio 1992, un giorno prima di morire, Paolo Borsellino chiamò Liliana Ferraro dicendole che il lunedì sarebbe partito per la Germania e che al suo ritorno avrebbero dovuto parlare. “Mi ha telefonato e mi ha detto che la settimana dopo, i primi giorni della settimana dopo, avrebbe fatto in modo di ritagliare un bel po’ di tempo perché avevamo bisogno di parlare”. (Liliana Ferraro)

Il Pubblico Ministero Antonino Di Matteo, durante l’udienza, ha ricordato a Liliana Ferraro un’annotazione nelle agende del Generale Mori del 1992, prodotte dalla difesa, da cui risulta che il 27 luglio 1992 Mori era “a cena con la Dott. ssa Ferraro e con il Dott. Sinisi”. Ferraro, sul punto, ha affermato: “La cena la ricordo ma non ricordo la data, ricordo la cena perché in quell’occasione sia De Donno che Mori mi dissero che ero il loro punto di riferimento al Ministero dopo la morte di Falcone. Non sono tornata su Ciancimino perché fin da quando cominciai a lavorare con Falcone e Borsellino nel 1983 avevamo una sorta di comportamento automatico, io difficilmente facevo domande che riguardavano le indagini e loro non mi davano informazioni sulle indagini a meno che io non dovessi svolgere una determinata attività”.

Nell’autunno del 1992, orientativamente in ottobre, in occasione di un incontro concernente un colloquio investigativo, Ferraro ha ricordato che Mori le parlò della questione del passaporto richiesto da Vito Ciancimino e ha aggiunto: “ritengo di aver pensato che andavano avanti questi rapporti con Ciancimino per indurlo a collaborare, ma che non c’era ancora una collaborazione. Ho ricordo preciso che fu Mori a parlarmi del passaporto. Non ricordo di avergli chiesto perché lo chiedeva a me”.

Anche di questo colloquio con Mori, la Ferraro informò il Ministro Martelli che si mostrò molto infastidito dalla richiesta di un passaporto avanzata da Ciancimino perché in quello stesso periodo il Ministero della giustizia, con la Commissione Antimafia e il Parlamento, si stava adoperando per ottenere il blocco dei beni dell’ex sindaco di Palermo.

La prima volta che la Ferraro riferì tali fatti all’autorità giudiziaria fu davanti al magistrato fiorentino Gabriele Chelazzi. “.. sono stata chiamata dal Dott. Chelazzi che mi aveva chiamato per alcuni aspetti che non erano di mia competenza perché riguardavano gli istituti di pena e in più mi fece una serie di domande sull’attività del Ministero ma credo ci sia un verbale. Avevamo finito il verbale su queste altre vicende quando il Dottor Chelazzi mi disse: “ti ricordi che è successo tra la morte di Giovanni e Paolo ecc.. ?” E io dissi: “certo!” e mi fece delle domande che riguardavano appunto alcuni.. aveva davanti l’agenda del Generale Mori e mi fece alcune domande.. Prima di assentarsi con il Procuratore Vigna, mi disse: “io adesso sto seguendo un mio filone d’indagine però ti dovrò risentire sul punto, poi è morto. Mi fece delle domande sui miei incontri con Mori..

Di queste domande e delle relative risposte non ci sono tracce. Non esiste un verbale delle dichiarazioni a Chelazzi della Ferraro, riguardanti i suoi colloqui con Mori, in quanto non erano oggetto del tema per cui era stata convocata dal magistrato fiorentino.

Infine il dato rilevante della testimonianza del Generale Antonio Subranni, all’epoca diretto superiore di Mori e De Donno. Il Generale, a giudicare dalla sua testimonianza, non era informato della loro iniziativa di agganciare Vito Ciancimino.

Martina Di Gianfelice per http://www.19luglio1992.com del 3 ottobre 2010

Appalti, ecco perché fu ucciso Borsellino

Appalti, nuova pista per Borsellino. Il magistrato voleva riaprire l’ indagine insabbiata, incontro segreto con i vertici del Ros

PALERMO – Perche’ , il 19 luglio 1992, fu ucciso Paolo Borsellino? La sua morte si coniuga male con l’ abituale, perche’ secolare, pragmatismo di Cosa nostra. Giovanni Falcone era morto da 48 ore. Erano le 8 del mattino del 26 maggio e le stanze della Procura di Palermo erano deserte, ghiacce, gonfie di un silenzio oscuro come l’ angoscia. Paolo Borsellino ragionava della “convenienza” per la mafia di uccidere il suo amico a Palermo. Diceva: “Per killer e mandanti di mafia il problema piu’ importante e’ assicurarsi l’ impunita’ , che e’ una costante per i mafiosi. La certezza dell’ impunita’ e’ condizione essenziale per Cosa nostra. Nessun mafioso e’ disposto a rischiare anche un sol giorno di galera per un omicidio”. Ecco perche’ , dopo sette anni, e nonostante i processi e le condanne, le ragioni della strage di via D’ Amelio stanno in piedi come un sacco vuoto. Anche il piu’ gonzo (o sanguinario) di quegli “uomini del disonore” avrebbe potuto prevedere che schiacciare con il tritolo la vita di Borsellino, a 56 giorni dall’ esplosione di Capaci, avrebbe rovesciato sulle loro teste le residue forze di uno Stato debilitato dagli arresti e dalle incriminazioni di Mani pulite. Bernardo Provenzano e Salvatore Riina devono aver messo in conto la spietata repressione dello Stato. Eppure, decisero quella mossa. Perche’ ? Apparentemente Borsellino non era, in quel momento, una minaccia come poteva esserlo Falcone, Zar della lotta antimafia. Era in un angolo, messo nell’ angolo dal procuratore Pietro Giammanco. Ha raccontato Lucia Borsellino a Umberto Lucentini (Il valore di una vita): “Pur di continuare a lavorare, papa’ era disposto ad accettare i limiti che gli pone sempre piu’ spesso Giammanco. Gli costa un sacrificio doppio sapere che, per motivi gerarchici, e’ costretto a raccontare al suo superiore i passi delle sue indagini, senza pero’ ricevere lo stesso flusso di informazioni”. Borsellino, nell’ estate del 1992, e’ un uomo in ginocchio. Disperato per la morte dell’ amico, costretto a non mettere becco sulle indagini di Palermo, confinato alle inchieste di Trapani e Agrigento, imbrigliato sulla sua seggiola di procuratore aggiunto dal diffuso potere di Giammanco (che addirittura gli tace una notizia di “un pesante segnale di pericolo per la sua incolumita”). Perche’ ucciderlo, allora? I magistrati di Caltanissetta lo hanno chiesto ossessivamente ai disertori di Cosa nostra. Salvatore Cancemi era a Capaci e faceva “la staffetta” a via D’ Amelio. Ha risposto di “non saperlo”. Giovanni Brusca, che a Capaci addirittura schiaccio’ il pulsante dell’ attentatuni, ha detto di essere rimasto “sorpreso” dalla morte del giudice. Si tocca con mano che le ragioni della morte di Borsellino sono piu’ segrete, piu’ intricate, meno trasparenti. Anche per alcuni boss della Commissione. Anche dentro Cosa nostra. “Perche’ fu ucciso Paolo Borsellino” e’ comunque una domanda che puo’ avere una risposta. Le possibili tracce di una risposta, gli indicativi segni per una spiegazione sono stati (e sono) sotto gli occhi di tutti. Pochi se ne vogliono curare (o sono a disagio a curarsene). Pochissimi ne vogliono parlare (o scriverne). E tuttavia quelle impronte (non superficiali) ognuno, se vuole, puo’ maneggiarle soppesandone il valore e la densita’ . Ha raccontato il pubblico ministero Antonio Ingroia, quasi un figlio adottivo per Borsellino: “Paolo in quei giorni riprese in mano il famoso rapporto dei carabinieri del Ros su mafia e appalti”, un’ inchiesta nata con Falcone procuratore aggiunto e finita nelle mani di Giammanco. Borsellino legge e rilegge “i diari di Falcone”, pubblicati dal Sole 24 Ore, che raccontano il conflitto in Procura che obbligo’ il giudice a lasciare Palermo. Dice Ingroia (Il valore di una vita): “Paolo vuole approfondire quelle vicende, sente che si tratta di episodi che, letti in un modo isolato, possono sembrare inconsistenti, ma che per il solo fatto di essere stati scritti da un uomo come Falcone nascondono qualcosa di importante… In quei giorni Paolo contatta le persone citate negli appunti di Giovanni, i colleghi della Procura di cui si fida e che sono in grado di offrirgli nuovi particolari su quelle vicende”. Paolo Borsellino si convince che “la causale piu’ probabile della morte di Giovanni” e’ nell’ intreccio degli appalti. Ne parla con Leonardo Guarnotta, l’ amico del vecchio pool dell’ ufficio istruzione (oggi presidente del tribunale che giudica Dell’ Utri). E fa di piu’ . In un caldo pomeriggio di meta’ giugno chiede al generale del Ros Mario Mori “un incontro riservato”. Lontano dalla procura. In una stanza appartata della caserma dei carabinieri di piazza Verdi a Palermo. L’ annotazione di quell’ appuntamento, dicono, e’ ben chiara nell’ agenda del magistrato. Borsellino, da uomo franco, mette subito le carte in tavola. Vuole la disponibilita’ di quello speciale nucleo d’ investigazione per un’ indagine che deve essere segreta. Chiede che il capitano Giuseppe De Donno gli sia accanto. E, d’ altronde, e’ l’ ufficiale che ha lavorato al Rapporto Mafia – Appalti, il piu’ indicato dunque per riprenderne le fila (vedi qui accanto la sua deposizione al processo, 4 dicembre 1998). E’ pero’ un lavoro che deve essere fatto a due condizioni. La procura di Giammanco non deve sapere nulla; il capitano deve riferire soltanto a lui. Leggere i verbali dell’ interrogatorio dell’ ufficiale e del generale Mori accappona la pelle. Borsellino e’ un uomo assediato, convinto che li’ in quella Procura qualcuno ha tradito Falcone. Lo disse, senza tanti giri di parole, anche in quel mattino del 26 maggio: “Soltanto in questo ufficio sapevano che c’ erano ormai i numeri per fare, di Giovanni, il procuratore nazionale. Soltanto in quest’ ufficio sapevano che sabato 23 maggio, per due anni, sarebbe stato l’ ultimo sabato a Palermo per Giovanni”. Nonostante il tempo scivolato via, angoscia il pensiero di un uomo consapevole che, se vuole dare un nome agli assassini e un perche’ alla morte dell’ amico, si deve guardare da alcuni ambienti della procura. E, di piu’ , andare al limite della legge sollecitando indagini riservate e private. Si possono soltanto immaginare (forse) la disperazione, l’ affanno, la solitudine che ha spinto un servitore dello Stato come Borsellino a deformare le regole, rispettoso come ne era fino al tormento. Non si possono, invece, immaginare l’ intreccio criminale che ha intuito e le complicita’ che, quell’ intreccio, proteggevano. Un fatto e’ pero’ certo. Per sbrogliare quell’ intreccio e illuminarne le collusioni bisogna guardare agli appalti, a quel tavolo trilaterale dove sedevano politici, imprenditori e mafiosi. Ieri a Palermo e’ stato arrestato Giuseppe Pino Lipari. Era uno di quegli imprenditori su cui i carabinieri avevano puntato gli occhi nell’ inchiesta Mafia – Appalti. Si legge nell’ ordinanza del gip di Caltanissetta che ha riaperto l’ indagine sulla corruzione in Procura: “Assumere a sommarie informazioni Mario D’ Acquisto, gia’ segretario dell’ onorevole Franz Gorgone, il quale avrebbe informato dell’ esistenza della indagine Mafia & Appalti Pino Lipari”. Il primo rapporto Mafia & Appalti e’ del 20 febbraio 1991. Ieri era il 9 febbraio 1999. Sono gli otto anni di vantaggio che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non volevano concedere a Cosa nostra. Nonostante lo straordinario impegno di Giancarlo Caselli, sono stati concessi. Falcone e Borsellino sono morti. Giuseppe D’ Avanzo (2 – continua)

Giuseppe D’Avanzo per il Corriere della Sera del 10 febbraio 1999

I mozziconi in Via D’Amelio

Guido Ruotolo, sulla Stampa di oggi, torna a parlare della strage di via D’Amelio con una storia più concreta delle molte cose che si sono confusamente dette in questi giorni di anniversari. Quella di una relazione della Criminalpol di Catania, ora nelle mani dalla Procura di Caltanissetta, che avrebbe potuto dare un contributo alle indagini sull’attentato che il 19 luglio 1992 uccise il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta. E che invece fu archiviata. A 18 anni di distanza, nessuna verità processuale ha stabilito ancora chi e da dove ha premuto il pulsante del telecomando dell’autobomba.
Ruotolo presenta i due uomini della Criminalpol di Catania, Ravidà e Arena – “arrivati come tanti altri poliziotti da altre sedi per aiutare i colleghi palermitani nelle indagini” – che la mattina del 20 luglio si trovarono di fronte alla scena dell’attentato.

La scena l’hanno raccontata ai magistrati di Caltanissetta che li hanno interrogati. È come se avessero consegnato un video, tanto il racconto è apparso vivido. Immaginate i due in via D’Amelio. D’istinto hanno cominciato ad alzare gli occhi al cielo per capire da dove quel maledetto carnefice avesse premuto il pulsante dell’autobomba. Una panoramica a 360° e gli sguardi si fermano su quel palazzo marrone che ancora era un cantiere. Non si poteva accedere da via D’Amelio, era dietro il garage Galatolo, accanto a quell’altro palazzone grigio. Ma a differenza del primo, non era ancora ultimato. Di chi è quel palazzo? I due «sbirri» sono curiosi, vanno lì, salgono le scale, fanno domande. Incontrano i costruttori, i Graziano, si fanno consegnare i numeri dei loro cellulari. Guardano in giro, salgono all’attico ancora non ultimato: un vetro blindato, cicche di sigarette, una siepe di pini. Tornano in questura, scrivono la loro relazione di servizio che lasciano ai colleghi della Mobile.

Da quelle cicche lasciate lì per terra, spiega Ruotolo, si poteva risalire al Dna dei killer di Borsellino. Ed è vero che il database della polizia non contiene tutti i Dna esistenti, ma conoscere quello di chi aveva premuto il pulsante del telecomando dell’autobomba avrebbe certamente aiutato le indagini. Invece quella cartellina con la relazione dei due poliziotti e con dentro le foto dei mozziconi e del vetro blindato non arrivò mai ai magistrati che stavano conducendo le indagini. E quelle cicche non furono mai analizzate. Soltanto ora la Procura di Caltanissetta l’ha ritrovata, in mezzo ad altri fascicoli dell’”archivio Falcone e Borsellino”, che secondo il questore di Palermo rischia di diventare presto inservibile per le pessime condizioni in cui viene conservato.

E poi che errore madornale non aver sviluppato i tabulati telefonici dei cellulari dei costruttori Graziano – almeno «se è stato fatto i suoi risultati non sono arrivati sui nostri tavoli», conferma un pm che all’epoca indagava su via D’Amelio -, i prestanome dei Madonia. È facile intuire cosa avrebbe comportato la ricostruzione delle relazioni telefoniche dei Graziano con gli stragisti, per esempio. Gli inquirenti nisseni sospettano che potrebbero essere stati Fifetto Cannella, il fedelissimo dei fratelli Graviano, o lo stesso Giuseppe Graviano coloro i quali hanno premuto il pulsante. Nelle prossime settimane, la Procura di Caltanissetta darà il via a un accertamento tecnico risolutivo, per stabilire la postazione da dove è partito l’impulso dell’innesco dell’autobomba, e cioè il raggio d’azione del telecomando. Per escludere intanto il Castello Utveggio (che dista almeno 800 metri in linea d’aria da via D’Amelio). Quella relazione di servizio del 20 luglio del 1992 dei poliziotti Ravidà e Arena rischia di diventare un simbolo. Una felice intuizione inspiegabilmente abbandonata. Davvero ha ragione il procuratore Lari che parla di «colossali depistaggi». È una verità difficile da spiegare: gli stessi poliziotti che alla strage Capaci stanno lavorando per risalire ai colpevoli, quando si tratta di via D’Amelio commettono errori madornali.

Il Post del 23 luglio 2010

La relazione scomparsa, le cicche non repertate e la linea telefonica mai controllata

E’ partita con la deposizione di Antonio Vullo, l’unico agente della scorta di Paolo Borsellino, sopravvissuto alla strage di via D’Amelio del 19 luglio del 1992, l’istruzione dibattimentale del processo quater che si è tenuto al Bunker del carcere Malaspina di Caltanissetta. Vullo ha ripercorso quel giorno, che lo ha segnato per sempre, portandogli conseguenze fisiche e psichiche che hanno portato a contraccolpi anche nella sua sfera personale e familiare.

Ad ascoltarlo, in piedi in un angolo del bunker, il fratello del giudice, Salvatore Borsellino, che lo ha sentito testimoniare per la prima volta.

Il 19 luglio del ’92 Vullo si trovava a Villagrazia di Carini, presso la residenza estiva del giudice. Il corteo partì di lì alle 16 circa in direzione via D’Amelio. Arrivati, notarono che nella strada c’erano auto parcheggiate da ambo i lati, anche al centro della carreggiata, cosa che li stupì molto. Vullo parcheggiò sulla sinistra di via D’Amelio all’altezza di un cancelletto.

L’agente Cusina era in un’altra auto. il giudice Borsellino era sceso dalla sua auto e accompagnato dagli agenti Loi e Catalano si era avvicinato al portone del palazzo. Aveva una sigaretta accesa. “Sono entrati nel cortiletto dello stabile – ha detto – e a quel punto non li ho visti più. Ho visto Cusina con una sigaretta accesa e ho deciso di raggiungerlo. Ho iniziato a spostare l’auto e ho visto il giudice e poi… poi è successo quello che sappiamo tutti. Io sono stato sballottato all’interno dell’abitacolo, mi è arrivata una vampata calda. Sono sceso dall’auto e non sapevo cosa fare. Era tutto nero. Ho visto il corpo di un collega per terra e sono andato alla ricerca degli altri sperando di trovare qualcuno ancora vivo. Ho visto due uomini delle volanti e poi sono stato bloccato da un collega della mobile, Armando Infantino. Sono state le prime persone arrivate. Poi sono svenuto e quando mi sono risvegliato ero in ospedale.

L’agente Vullo ha anche ricordato che il giorno prima, il 18 luglio, aveva notato davanti all’abitazione del giudice in via Cilea un furgoncino della Sip e sulla via Paternò un’auto Lancya Tema, con targa Milano. Ma dalla sala operativa a cui chiesero di effettuare un controllo non ebbero alcun riscontro: non risultavano rubate. “Ricordo che avevamo il cuore in gola. Il non sapere nulla di quei mezzi, dopo quanto era successo a Capaci…”

Vullo rispondendo poi all’avvocato di parte civile  Fabio Repici, ha ricordato che quel 19 luglio, il dottore Borsellino era uscito dalla casa di Villagrazia, con una valigia in mano: “Che fine fece poi non lo so, L’ho persa di vita, non ci ho prestato più attenzione” ha detto. “Quel pomeriggio quando scese dall’automobile, poteva avere qualcosa sottobraccio, ma non ricordo se fosse quel giorno o era in altre occasioni”.

L’agente era in servizio da poco, dal 30 maggio e prima di allora non si era mai recato presso l’abitazione della madre del Giudice. C’era però un collega che faceva scorta a Borsellino da prima: Benedetto Marsala.

“C’era la  zona rimozione in via Cilea ma non pattuglia fissa – racconta Vullo – Poi a metà giugno aumentò la tutela a Borsellino e il rafforzamento del servizio di sicurezza, cioè la doppia auto. Quando arrivai alla scorta, non c’era nemmeno l’auto blindata ….nonostante la strage di capaci”

E su viaggi fatti nell’ultimo periodo dal giudice Vullo ha detto: “Il giovedi prima avevo accompagnato Borsellino all’aeroporto e fu la prima volta che fece un viaggio da quando c’ero io. Ma non so dove.

Poi è stata la volta dell’ex assistente della ps della Questura di Palermo Pietro Pipitone che ha deposto sulla telefonata anonima giunta il giorno dopo, il 20 luglio 199. Nella sua relazione di servizio, Pipitone, parla della telefonata fatta da una donna che indicava uno stabile in costruzione, di proprietà dei Graziano. E disse inoltre che il 19 luglio c’erano delle persone all’ultimo piano di quello stabile.

I pm hanno chiamato a deporre poi Mario Ravidà, sostituto commissario di Ps, ascoltato per la prima volta sulla strage di via D’Amelio.

“Nel luglio 92 prestavo servizio alla Criminalpol di Catania. Quando ci fu la strage, il pomeriggio siamo stati avvertiti tutti di rientrare e a me e ad altri due colleghi Francesco Arena e Carambia ci dissero che ci saremmo dovuti aggregare alla Criminalpol di Palermo. Arrivammo a Palermo il giorno dopo e andammo subito in via D’Amelio. La via D’Amelio – dice Ravidà – è interrotta da un giardino e poi continua e lì c’era un palazzo in costruzione”. Quando andarono in via D’Amelio, in quella palazzina n costruzione pare non ci fosse nessuno, secondo Ravidà: “Abbiamo trovato un porta leggermente aperta e siamo entrati. Il Palazzo era definito in tutta la sua struttura. Siamo saliti su per la scala e abbiamo notato una persona sulla scala. Gli abbiamo chiesto i documento ed era il costruttore del palazzo. C’era anche il fratello. Erano due dei Graziano. Abbiamo notato all’ultimo piano, un ufficio con una scrivania, un ufficio. E da li stesso abbiamo chiamato la centrale. La visuale da lassù era perfetta per azionare la bomba. Una Visuale perfetta”.

Poi racconta com’era il palazzo: “C’era un vetro, robusto, doppio, e c’erano anche delle cicche. Abbiamo rilevato dei numeri di cellulare, raro per quel periodo, abbiamo fatto relazione e consegnato tutto al dirigente, non ricordo se al dirigente della Criminalpol di Palermo, Di Costanzo o Tucci (entrambi deceduti, ndr). Relazione mai rinvenuta, ma io sono certissimo che fu fatt. Scoprì che non c’era quando mi convocò la Dda di caltanissetta”

Di quella relazione, di quella linea telefonica e di quelle cicche rinvenute, non se ne saprà mai più nulla.

Sul palazzo in costruzione, c’era una lamiera di metallo che delimitava tutta la costruzione. La distanza dal palazzo al luogo della strage era di circa 100 metri in linea d’aria. Stesse domande sono state poste a Francesco Arena, ispettore Capo di ps, collega di Ravidà con il quale il 20 luglio andò in via D’Amelio

“Andammo in quel palazzo perché la posizione era ottimale per un eventuale posto di avvistamento e di attivazione di un congegno elettronico. Distanza sufficiente – dice Arena – ma nemmeno tanto vicino da essere scoperti. Non ricordo se ci furono date indicazioni subito su quanto dovevamo fare o il giorno dopo.

Si è passati poi alle deposizioni dei residenti del palazzo in costruzione in quel periodo. La signora Anna Autizzi- Pistorino, aveva acquistato appartamento nel palazzo dei Graziano, undicesimo piano della scala A. “Quando ci fu la strage, non abitavamo lì. E avevamo messo le piante perché c’era il montacarichi e ne approfittai per tirarle su”.

La deposizione del costruttore Francesco Graziano. “I lavori erano appaltati alla società srl Edilfer per quello che era denominato il complesso Iride; undici piani per tre scale. C’erano solo famiglie acquirenti in quel momento. Era quasi tutto rifinito. C’era un ufficio, al primo piano scala A, che usavamo per le trattative di vendita. Nel luglio del 1992, c’era una persona che abitava lì, il fratello dell’avvocato dell’Inps, D’Amato”. Il racconto di Graziano però poi si sposta a undici giorni dopo, perché lui, partì esattamente il pomeriggio del giorno dopo la strage e quando tornò, trovò tre poliziotti, nell’appartamento della signora Autizzi. “Li incontrai al piano terra. Non li vidi fare alcuna telefonata in mia presenza e non avevamo alcun appuntamento. C’erano presenti anche gli operai al cantiere, come sempre. E mi chiamarono loro per dirmi che c’erano delle persone dentro”.

Il pm Gozzo aveva citato altri tre testimoni, tutti però assenti: Isp. Lentini , Sebastiano Cardinale e Cusenza. Quest’ultimo assente senza motivazione.

La prossima udienza ci celebrerà oggi a partire dalle 14, 30. Saranno ascoltati anche i familiari del giudice Borsellino.

Berta Velari per palermoreport.it del 9 aprile 2013

Vedi anche Il palazzo scomparso

Le stragi di Capaci e Via D’Amelio. La verità che nessuno ha mai voluto trovare

Domenica 12 dicembre 1993 partecipai alla messa in suffragio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino presso la Cappella Palatina di Palazzo dei Normanni. Il servizio funebre era stato richiesto dal capo dell’FBI, Louis Freeh, “un amico di Giovanni Falcone”. “Che viene a fare?” domandai ad una giovane collega, mentre attendevo Freeh nel loggiato del Palazzo. Ricevetti uno sguardo di commiserazione, che m’impedì d’insistere. C’era molta curiosità attorno all’evento. L’FBI non aveva buona fama, ma Freeh era un uomo nuovo. Ed i suoi agenti avevano dato una mano ai poliziotti italiani nelle indagini su Capaci. Grazie alle cicche di sigaretta lasciate imprudentemente sull’altura che dominava il ponte dell’autostrada, l’FBI aveva scoperto il DNA degli attentatori. Freeh veniva a raccogliere i frutti del successo e a rabberciare l’immagine piuttosto malconcia dei servizi americani, impegnati in passato in audaci scorribande Oltreoceano.

La splendida Cappella palatina era popolata di agenti, ufficiali, boy scout, e giovanotti dell’accademia di polizia. Vidi Freeh protetto da guardie del corpo e assediato da telecamere e microfoni. Si muoveva con disinvoltura, aveva la mascella quadrata e i capelli a spazzola dei marine. Ai lati del transetto, in cima ai gradini, si sistemarono le guardie del corpo. Uno degli agenti era accanto a me: bassissimo di statura, barba incolta, cappotto blue lunghissimo con il bavero alzato, occhiali da sole scuri. Sembrava uscito da un film di Francis Ford Coppola. Un altro agente, che aveva trovato posto sull’altro lato del transetto, era di bassa statura come il primo, vestiva in tweed grigio. Siculo-americani entrambi?

Freeh parlò dopo l’eucarestia. Raccontò le sue radici italiane, i tempi nuovi dell’Italia e degli Stati Uniti, la proficua cooperazione tra le polizie. Lanciò un grido di guerra contro la mafia con l’impeto di un pellerossa. Non riscaldò il mio cuore, ma dovetti ammettere che le sue erano parole nuove.

Il sacerdote ci avvertì che la messa era finita e potevamo andare in pace.

Sfogliai i giornali del mattino per sapere di più sulla visita del signor Freeh. Il “Corriere” ospitava lo stesso giorno, a pagina 10, un articolo sull’FBI, dedicato ai metodi dell’Agenzia investigativa americana: ricatti, congiure, trappole. Rodolfo Brancoli da New York riferiva alcuni sconcertanti episodi. Tra l’altro, il caso dell’ex sindaco nero di Washington, indotto a fumare crack in una camera d’albergo, davanti ad una telecamera nascosta, da una sua amica, ricattata dall’FBI.

Questo non m’impediva di credere nelle buone intenzioni di Freeh, ma impediva di considerare l’FBI il nume tutelare degli onesti cittadini italiani impegnati nell’impari guerra contro il crimine organizzato.

A fine dicembre, subito dopo Natale, la Procura della Repubblica di Caltanissetta concluse l’inchiesta sulla strage di Via D’Amelio con la richiesta di rinvio a giudizio di quattro persone. Tre di essi erano in galera da mesi, il quarto da pochi giorni. “Cosa nostra ha agito per affermare il suo potere criminale e colpire gli apparati dello stato che si opponevano alla mafia”. Evidentemente la Procura, pensai, non ha voluto scoprire le carte. O non dispone di un movente spendibile? I personaggi accusati della strage di Via D’Amelio erano mezze tacche. A differenza di Capaci, Cosa nostra non aveva schierato le truppe migliori. Gli assassini appartenevano alla cosca di Santa Maria di Gesù. Perché loro? Dimostrazione di forza? Un sanguinoso messaggio – ci siamo anche noi – diretto a Totò Riina, ai corleonesi. Solo questo? Impossibile. C’era dell’altro. Che cosa?

“I risultati arrivano”, esordì Angelo. Indossava jeans logori, camicia a quadretti, cravatta a strisce blue e rosse, una giacca blue con un fazzoletto bene in mostra sul taschino.

“Tutto come l’ultima volta”, dissi con finta aria di rimprovero. “Anche i calzini verdi”.

Lui sollevò gli occhi, aggrottò le sopracciglia, e si lisciò i baffetti con un dito. Tirò fuori dalla tasca della giacca alcuni foglietti e li poggiò sulla scrivania. “Ecco quello che scrivono”, disse.

“Scrivono, chi?”

“La Procura di Caltanissetta, su Via D’Amelio…”, rispose con un atteggiamento supponente.

“Perdo colpi, vero?”, chiesi, facendomi umile.

“Salvatore Profeta è l’unico boss della compagnia”, cominciò Angelo con sicurezza. Lui è qualcuno alla Guadagna, ma l’altro, Vincenzo Scarantino, s’era occupato di piccoli traffici. Com’è che abbiano affidato a lui un incarico così delicato, non lo capisco!”

“E’ il cognato di Profeta”, gli ricordai.

“Esatto, ma questo non migliora il suo quoziente d’intelligenza. Per trovare un’auto, s’è rivolto a due balordi. Tossicodipendenti forse. Gente inaffidabile. Infatti, hanno parlato subito…”

Presi i fogli lasciati sul tavolo, e lessi ad alta voce un brano evidenziato con un pennarello verde: “Scarantino e Profeta si procurarono la disponibilità della 126 e la riempirono di una notevole carica di esplosivo collocandola dinanzi all’ingresso dello stabile di Via D’Amelio 19. Giuseppe Orofino procurò le targhe e i documenti di circolazione. Pietro Scotto effettuò interventi nei cavi e gli impianti telefonici allo scopo di intercettare e comunicare ai complici il contenuto delle telefonate effettuate dall’utenza della famiglia Fiore… La madre di Borsellino, vero?”

“Esatto…”

“…da cui si poteva ricavare la data e l’ora della presenza del dottor Borsellino in Via D’Amelio. Una semplicità sconcertante, non trovi? Borsellino era la vittima designata. Lo sapevano tutti. Eppure, è bastato che…”

“E’ stato facile. Troppo facile”, commentò Angelo.

“E i mandanti?”

“Cosa nostra”, disse, sillabando ogni lettera, come se volesse scolpirle nella mia mente.

“Quella di Nardo Messina? Cosa nostra golpista e in mano alle forze nuove? Oppure, i vendicativi corleonesi?”

“Cosa nostra”, ripetè, guardandosi attorno in modo plateale.Una circospezione ostentata, quasi che volesse recitare una parte. Stavo ancora in un set di Coppola?

“Si prepara dell’altro”, annunciò. “Forse stavolta usciranno dal recinto…”

Dieci giorni dopo, Angelo mi chiamò a telefono per informarmi che avevano arrestato un medico per l’assassinio di Ignazio Salvo.

“Gaetano Sangiorgi, genero del cugino Nino Salvo. Un elegante studio nella Palermo bene. Via Principe di Belmonte. E qualche disavventura giudiziaria…”, disse.

“Sangiorgi? Ricordo di avere letto qualcosa sul suo conto recentemente…”

“Un mese fa”, aggiunse immediatamente.

“La storia dell’ex Ministro della Giustizia Martelli… Cosa nostra l’avrebbe condannato a morte… ”

“Ora ricordo. Sangiorgi fu fermato dai carabinieri sull’Appia antica, nei pressi della villa di Martelli…”

“Il 4 dicembre 1992…”, precisò Angelo. Aveva una memoria di ferro.

“Era in taxi, in compagnia del cardiochirurgo Gaetano Azzolina”.

Perché si trovava da quelle parti?”

“In taxi, con il cardiochirurgo Azzolina vicino alla villa di Martelli? Può darsi che andassero a casa dell’ex Ministro”, risposi sorridendo.

“No, non andavano in casa di Martelli”, corresse Angelo. “Sangiorgi aveva ricevuto l’incarico di studiare i luoghi per preparare l’attentato…Azzolina, piuttosto, che ci faceva in quel taxi con Sangiorgi?

“Azzolina era reduce da una disavventura giudiziaria”, spiegai. “Il sostituto procuratore Di Pisa lo fece arrestare con l’accusa di avere lavorato per conto di due boss alcamesi. Una estorsione ad una clinica privata di Palermo…”

“Come andò a finire?”

“Azzolina fu prosciolto. Pulito. E Di Pisa sospeso dal servizio. Lo avevano accusato di essere l’autore delle lettere anonime del 1989, ricordi?”

“Ah, si…”, fece Angelo, battendosi la fronte con il palmo della mano.

“Sangiorgi, il sopralluogo per conto di Cosa nostra, il taxi. Non mi persuade”.

“Forse ti convincerà dopo avere ascoltato ciò che ha scoperto la polizia…Anzi, ciò che hanno raccontato i pentiti. Sangiorgi offrì ogni aiuto possibile agli uomini incaricati di uccidere Ignazio Salvo…”

“Il delitto avvenne nella villa di Casteldaccia…”

“La villa di Salvo. Poco lontano c’è la villa di Sangiorgi. Qui i killer si nascondono, qui hanno la loro base…”

“Come sono arrivati a Sangiorgi?”

“Intercettazioni telefoniche, pedinamenti, controlli assidui. Microspie in casa…Il pentito Gino La Barbera dice che Sangiorgi faceva avanti e indietro tra la sua villa e quella di Ignazio Salvo. Suo padre giura però che quella sera si trovava a Palermo. Anche per la gita in taxi sull’Appia antica c’è una ragione plausibile: Gaetano Sangiorgi aveva disturbi cardiaci e Azzolina lo stava curando”.

“I nomi degli assassini…”

“Nomi grossi. Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, e Giovanni Brusca, figlio del boss di Partinico, poi lo stesso pentito, Gino La Barbera…”

“Perché Sangiorgi avrebbe alla uccisione di Ignazio Salvo?”

“Contrasti d’interesse in famiglia. Aveva subito un torto. Avrebbe cercato vendetta”

“Il movente è sfuggente, debole…”

“Non ce n’è un altro”

“Perché Cosa nostra condannò Ignazio Salvo?”

“Era un uomo di Salvo Lima. Subì la sorte di Lima. Non seppe aggiustare i processi. Punito, come Lima…”

“…o come Andreotti”.

“Che cosa intendi dire?”

“…o si ammazza o si mettono in piazza le antiche amicizie. L’ex Presidente del Consiglio si trova nei guai, no? Perché? I pentiti parlano, raccontano, ricordano alcune cose ed altre no. Una cosa è certa: il gruppo politico italiano più potente è stato eliminato. Lima, Salvo… Uccisi. E gli altri? Sul banco degli imputati. Perché ammazzare Ignazio Salvo, si occupava di finanza? Che possibilità ha uno come lui, di aggiustare i processi, specie dopo la morte di Lima?”

“Un messaggio per il Presidente Andreotti. Se non intervieni, ammazziamo tutti i tuoi ex amici. Ma Andreotti dice di non avere mai incontrato Ignazio Salvo”.

“Forse non lo ricorda”.

“Forse”, rimarcò Angelo. “Dieci giorni prima dell’attentato di Capaci, La Barbera domandò a Gioè dove volessero arrivare i corleonesi. Stavano combattendo lo Stato? e che fine avrebbero fatto loro, i gregari? Avevano finito il lavoro sotto il cunicolo sull’autostrada. Gioè allargò le braccia. Il destino era segnato. Per loro, disse, non c’era alternativa: la condanna all’ergastolo, morire in un conflitto a fuoco, essere uccisi da Cosa nostra in caso di disobbedienza, o mettersi un laccio al collo. Gioè si impiccò in carcere”

Scosse il capo, dubbioso. “Non quadra…”, concluse.

“Le verità sono come un palazzo”, osservai. “Si costruiscono un piano dopo l’altro, ma ad ogni piano ce n’è una. E quelli che stanno in alto, possiedono la più credibile… Gioè e La Barbera conoscono la verità dei piani inferiori, Nardo Messina, quella dei piani intermedi. Solo che non sappiamo i nomi di quelli che abitano il piano più alto. E perciò dobbiamo accontentarci del movente di La Barbera, che poi è quello adombrato da Amendolito in un memoriale nel 1991. Ma Messina e alcuni boss della ‘ndrangheta dicono che la mafia si vuole fare Stato, vuole separare il Paese. La vecchia strategia golpista affidata nel Sud alla criminalità organizzata. Ma le indagini si fermano per ora alla ritorsione, alla rappresaglia terroristica per i processi che non vengono più aggiustati. La mia tesi è la seguente: gli obiettivi sono multipli, ad ogni livello, la sua verità. E il palazzo resta in piedi… ”

“Sangiorgi…”, interruppe Angelo, serrando le labbra, come se si preparasse ad una immane fatica. “Sangiorgi fu ascoltato dai magistrati nell’ambito dell’inchiesta su Andreotti. Raccontò che il suocero, Nino Salvo, parlava di Lima e della sua amicizia con Andreotti”

“Ecco, hai capito. L’eliminazione del vecchio regime! Sangiorgi aiuta Bagarella ad ammazzare il cugino del suocero ed aiuta l’autorità giudiziaria ad eliminare l’uomo più rappresentativo del vecchio regime. E’ esemplare, ma non è tutto. Ignazio Salvo è il depositario dei segreti più importanti. Un fiume di denaro è passato attraverso i conti delle esattorie. Sarebbe stato il luogo ideale per il riciclaggio in tempi non sospetti”.

Angelo annuì, pensieroso.”Può essere”, disse.

Incontrai l’avvocato Pietro Milio la sera di martedì 28 dicembre. Aveva un gran raffreddore, non si lamentò né degli starnuti né delle avversità che lo intristivano. Eravamo a pochi metri dal caminetto del ristorante e qualcuno proponeva le pietanze tradizionali della Sicilia. “…involtini di melanzane”, concluse il cameriere. Approvammo, con un sorriso compiaciuto.

Conversammo di tutto. Poi gli chiesi anche di Ignazio D’Antone. “Il fantasma dell’Addaura”, ricordai.

“Non l’unico”, mi corresse.

“Giusto, non l’unico”.

Milio assisteva D’Antone da alcuni mesi. Ed era soddisfatto dell’esito delle indagini.

“Perché ci sono voluti quattro anni?”

Tese le palme delle mani e alzò le braccia, sollevando gli occhi. “Omnia munda mundis” mormorò. E aggiunse, stavolta con tono grave: “La musica è cambiata. A Caltanissetta c’è la Boccassini”.

Gli riferii di avere studiato i documenti dell’inchiesta, e gli esternai dubbi e sospetti.

“Tumino ha calunniato D’Antone”, fece con aria severa. Il suo viso si contrasse. Stavolta era arrabbiato e non voleva nasconderlo.

“Molti hanno sottovalutato l’Addaura, ad essere benevoli”, replicai..

Annuì. Restammo a lungo in silenzio.

“Lo ricordo bene quel 21 giugno del 1989”, riprese. “Ero a Roma…”

“Che cosa ricordi?”, chiesi incuriosito.

Gli si leggeva negli occhi che aveva in serbo qualcosa d’importante. “Fui invitato a pranzo da Gianni De Gennaro, che era allora il dirigente dello SCO…”

“…e oggi è a capo della DIA”.

“Si, mi mandò una macchina con un suo uomo, mi pare fosse una Croma. A pranzo ci incontrammo in un ristorante ali’EUR”.

“Ti riferì quanto era accaduto all’Addaura?”

“L’Addaura fu liquidata in poche battute. Lui aveva testa solo per le lettere anonime”.

“Non era preoccupato per l’Addaura?”

“Parlammo solo delle lettere anonime. Lui era il responsabile della sorveglianza di Contorno. E gli anonimi addebitavano a lui…”

“Si, lo so. Sospettavano che avesse chiuso un occhio…”

“Partimmo insieme per Palermo. Prendemmo l’aereo delle 16,30 da Roma Fiumicino. Arrivammo in orario. Lui se ne andò per conto suo…”

“Si recò nell’ufficio di Giovanni Falcone. E incontrò il magistrato di turno Scaduto, che lo stesso pomeriggio sarebbe partito per Roma. Dovette essere un incontro rapidissimo”.

“Come hai avuto queste informazioni?”

“L’inchiesta della Procura di Caltanissetta su Tumino…”

“E Scaduto…”

“Commentò con Falcone e De Gennaro il ritrovamento dell’ordigno. Fecero delle ipotesi sui mandanti e sulle finalità. L’Addaura cadeva sotto la giurisdizione del mandamento dell’Arenella… ”

“Ricordo che Giovanni Falcone mi disse di sospettare del boss Fidanzati, capo mandamento dell’Arenella… ”

“Scaduto ha raccontato che in quell’incontro vennero avanzate alcune ipotesi, sull’attivazione del congegno a telecomando e a strappo. La seconda operazione, l’attivazione del congegno a strappo, poteva essere stata fatta dalle due persone che erano state viste avvicinarsi alla piattaforma il giorno precedente. Questo conferma che non è stato solo Tumino ad avere saputo dei due sub”

“Che cosa conti di fare?”

“E che potrei fare, se non studiare i documenti. Tu piuttosto…”

“Mi occuperò di Totuccio Contorno, del suo soggiorno siciliano nel 1989, dei suoi contatti in quei giorni”.

Raccontava il suo progetto con aria scanzonata. Ma era un vezzo, un modo per sottrarsi ad un esagerato interesse altrui. Una sorta di timidezza, di pudore, e non nascondimento.

“Nessuno si domanda”, ripresi, “perché si sia dovuto attendere quattro anni per sapere che Tumino aveva imbrogliato le carte, e per scoprire che Di Pisa fosse vittima di un indegno balletto di impronte inesistenti. E quel Mode in Swiss, che solo lui -Tumino – ha visto! Sembra un messaggio diretto a Giovanni Falcone. Chi tocca i forzieri svizzeri, muore”

La sera di venerdì 22 maggio 1992, Antonio Di Pietro, il sostituto impegnato contro la corruzione politica e il giudice antimafia si erano sentiti e telefono l’ultima volta. Proprio venerdì sera… Lessi per l’ennesima volta il brano dell’articolo pubblicato il 25 maggio dalla Repubblica, e provavo le stesse emozioni di sempre. La stessa rabbia… “// giorno prima c’era stata un’altra lunga telefonata di Falcone con il Procuratore capo Francesco Borrelli. Falcone stava mettendo a punto le rogatorie internazionali sui conti svizzeri dei politici e degli imprenditori sotto indagine, aveva fatto capire che aggiungendo qualche documento in più, rompendo un pò di più la riservatezza dell’indagine, si sarebbe potuto ottenere un risultato migliore. Ma la tonnellata di tritolo…ha spezzato per sempre il suo contributo all’indagine”.

Perché l’ordine di uccidere arrivò a maggio? La risposta l’ha data Salvatore Cancemi, uno dei 18 boss che eseguirono la strage di Capaci.

“Riina ci disse che in alto era gradito”.

Sentivo di essere uscito dal labirinto delle ipotesi. Intravedevo finalmente un barlume di verità, l’astuto disegno criminale che stava dietro i delitti: contagiare di mafiosità l’Europa, spaventarla alla vigilia della sua unione. Ed eliminare nel contempo i depositari di pericolosi segreti, potenziali micidiali nemici, come Falcone e Borsellino. A ciascuno il suo movente, a ciascuno la sua parte nella strategia del crimine. L’operazione richiedeva il sacrificio della vecchia struttura di Cosa nostra. Perché si ricominciasse da capo, occorreva cancellare il passato. L’aggressione sarebbe avvenuta su più fronti: le tangenti, la mafia, le manovre contro la lira. Un attacco concentrico nei confronti di un Paese disarmato. Sarebbe bastato mettere le manette ai ladri e ai mafiosi di sempre. Un’operazione di pulizia. Politica, banche, istituzioni, servizi. Tutto. Un complotto? E quando mai, i corrotti finiscono in galera e i boss in manette. Finalmente.

Salvatore Parlagreco per Siciliainformazioni.com del 25 aprile 2010

Stragi, il diario dell’orrore. Soffiate, talpe, lettere anonime, colletti bianchi. E Vito Ciancimino sentenziò: “Le stragi? la testa non è in Sicilia, se fosse in Sicilia, la polizia lo saprebbe”

Nei mesi di marzo, aprile e maggio 1993 Falcone assunse una serie di iniziative: le indagini sui conti segreti svizzeri e l’estradizione dei Cuntrera in Italia. Si occupò anche del delitto Lima. Diviene un ariete puntato contro il pianeta invisibile che guida i destini del mondo: quella zona franca nella quale si decidono i grandi affari, i grandi eventi. Il giudice punta la sua pistola contro l’uomo armato di Winchester appostato a 150 metri.

Rincasando, vidi Salvatore davanti casa mia. Mi aspettava. Era nella sua auto a luci spente, parcheggiata in seconda fila.

«Che ci fai qui?» domandai.

«Non lo immagini che ci faccio? Ti aspetto».

«Vuoi salire a casa mia? Parcheggia la macchina più giù».

«No, devo andare. Ti devo semplicemente consegnare qualcosa…».

«Che cosa?».

Mi guardò per un pò, scuotendo il capo. Sembrava che dovesse decidere i destini dell’umanità.

«Siamo marionette», disse. «Si affonda nella spazzatura.Una nuova lettera anonima!».

«Ah!», feci. «Me ne avevano già parlato. Circola da qualche tempo. Non sono interessato…».

«É la prova che arrivano anche quando non le vuoi leggere», osservò, provando a sorridere.

Poi girò la chiave e mise in moto.

«Non puoi farne a meno», disse, lasciandomi. «Le mani devi infilarle anche tu nella spazzatura se vuoi capirci qualcosa». «Avanti», urlò da lontano, «è tutta lì la verità».

Giunto a casa, aprii la busta. Il primo foglio conteneva i nomi dei destinatari, molti dei quali sprovvisti di indirizzo e le quattro righe consuete indirizzate agli uomini di buona volontà, ipocrita premessa di una nuova delazione. Dapprima credetti che la lettera fosse stata spedita dallo stesso uomo. L’autore degli otto fogli, intendo.Fui ingannato dall’impostazione grafica, assai simile, alle quattro righe che precedevano gli indirizzari. In realtà le diversità erano notevoli; una, la più importante, riguardava i contenuti.

Gli otto fogli raccontavano una storia e tutto girava attorno ad essa. Stavolta l’anonimo affastellava nomi, proponeva intrighi, complicità, ruberie in modo sconnesso. Gettava fango a destra e a manca. Esclusi che potesse essere l’iniziativa di un mitomane. Più di un indizio ricordava che anche questa lettera veniva «dall’interno»: qualcuno che vuol far sapere. Che cosa? Per rispondere avrei dovuto indovinare il codice.

Il codice di un messaggio in chiaro? Assurdo, ma questo è il contesto. La lettera anonima aveva lo scopo di avvertire: state attenti, noi sappiamo, e lo proviamo. questo è solo l’inizio. I destinatari reali del messaggio erano nascosti nella folla dei nomi e degli episodi ricordati: chi doveva capire capiva. Un altro avvertimento. Diretto a chi? Magistrati, poliziotti, uomini politici. Le vittime del ricatto non avrebbero avuto scelta: solo il silenzio. Misurarsi con una lettera anonima mette di cattivo umore. Non si tratta solo di affondare le mani nella spazzatura, ma di abitarci.

Il 29 ottobre appresi la verità sull’assassinio di Salvo Lima. La verità degli investigatori, intendo; anzi, quella raccontata ai magistrati dai pentiti. Il delitto era stato deciso dalla Commissione provinciale di Cosa Nostra: una punizione esemplare perché la vittima non aveva rispettato i patti di mutua collaborazione, di scambio di favori, non aveva tutelato i boss imputati al maxi processo..

Un tradimento intollerabile, cui sarebbe seguita la sanzione estrema. Sfogliai le pagine – ben 138 – dell’ordinanza dei giudici lentamente, soffermandomi su alcuni brani, con l’animo del giocatore di poker che scruta le carte una dopo l’altra, assecondando l’ansia che la loro misteriosità provoca. Ricevetti sensazioni contrastanti; dapprima scetticismo, incredulità, quindi compiacimento, il desiderio di credere al di là di ogni dubbio. Ero soggiogato dalle parole, dalla liturgia della legge. Ecco «le acquisizioni probatorie sul delitto, le motivazioni, gli autori…»; ecco i mandanti, che «con premeditazione, in concorso tra loro, hanno deciso e cagionato la morte dell’onorevole Salvo Lima»; ecco i testimoni…, attendibili perché «non hanno alcun interesse a dire bugie, sono sinceramente pentiti, le loro informazioni provengono direttamente o indirettamente dai componenti dell’attuale Commissione provinciale di Cosa Nostra…».

Tutto pareva plausibile, sensato, liberatorio. Spazzavo via i dubbi che l’ordinanza proponeva con la voglia di credere. Finalmente un risultato, nero su bianco: tutto alla luce ciò che abbiamo sospettato, sussurrato, subito.

Dovetti affrontare una nuova lettura della ordinanza. Come sfuggirvi? Servivano i fatti, i nomi, i particolari. Una specie di prova del nove. I colpevoli per cominciare: erano oggettivamente responsabili del delitto perché solo il loro assenso avrebbe consentito di compierlo a Palermo. Un tribunale senza volto, né sede, né esecutori. Prima di applicare la pena capitale, esso deliberò di avvertire Salvo Lima e il suo partito. «L’occasione fu data dalle elezioni del 1987. Giunse in carcere l’ordine di votare per i radicali e per i socialisti».

Gli argomenti dei giudici erano provati dalle rivelazioni dei pentiti: Gaspare Mutolo, trafficante di droga e Giuseppe Marchese, pluriomicida. Mutolo e Marchese avevano ascoltato le confidenze dei boss in carcere. L’ordinanza metteva in fila vecchie ammissioni di altri pentiti e notissime tesi di collaboratori di giù stizia. Fra gli accusatori Tommaso Buscetta, Rosario Spatola, Antonino Calderone, Marino Mannoia. Gli accusati? Pippo Calò, Totò Riina, Pietro Aglieri.Ventiquattro mandanti, tutti nomi noti.

Devo convincermi che è una guerra; ed una guerra si paga con il sangue, con la rinuncia al diritto. Tuttavia non riesco a vietarmi di ragionare. Accolgo i miei dubbi con lo spirito di chi tradisce una causa. Mi sento colpevole per il fatto stesso di porre delle domande. Come avranno fatto a consultarsi i 24 mandanti almeno due volte? Latitanti, detenuti in varie carceri, liberi cittadini, titolari e «supplenti» della Commissione, cui spetta di pronunziarsi su ogni delitto?

Non mi pare che la struttura gerarchica di Cosa Nostra conceda molto alla democrazia interna. Anche per ragioni logistiche: almeno cinquanta persone – membri della Commissione, supplenti, messaggeri – avrebbero saputo tutto sull’agguato a Lima, prima dell’esecuzione. Con il pericolo di mandare tutto all’aria.

Il movente del delitto sarebbe la vendetta, la punizione di chi non è stato ai patti? La Commissione sacrifica tutto sull’altare della sanzione che inasprisce l’azione repressiva e giudiziaria, seppellisce in carcere i boss? É riduttivo. Marchese è l’uomo di Riina. Ha ucciso in carcere su suo ordine condannandosi all’ergastolo. Non ha nulla da perdere. Deve fare sapere una parte della verità?

«S’influiva sui politici e questi sui tribunali», affermano i pentiti. Quali sono i tribunali influenzabili? Quali i giudici pronti a persuadersi.

Ho i nomi dei mandanti, i particolari sulle loro intenzioni, non so nulla sugli esecutori. Mette i brividi una realtà che identifica i mandanti di un delitto ignorando gli esecutori. La accetterei con difficoltà anche se a raccontarla fosse George Simenon.

Fra i mandanti non compaiono Piddu Madonia, indicato come il numero due di Cosa Nostra, e i fratelli Cuntrera estradati in Italia dal Venezuela. Se Piddu Madonia è davvero il numero due, come è possibile che non sia stato ascoltato sulla sentenza Lima?

La composizione del tribunale di mafia, la riconoscibilità della Commissione provinciale restano un enigma. La dittatura di Riina su Cosa Nostra e la democrazia rappresentativa della Commissione non sono compatibili… Un enigma che s’infittisce, invece che diradarsi, con le parole di Tommaso Buscetta riferite nell’ordinanza. «Tenuto conto delle modalità e del luogo dell’omicidio Lima e della mancanza di qualsiasi conseguenza nell’ambito di Cosa Nostra, è del tutto pacifico che il delitto è stato deciso dalla Commissione provinciale di Palermo…».

Perché sarebbe il livello provinciale, e non quello regionale, competente per la sentenza? Lima è una personalità nazionale, il delitto compiuto in campagna elettorale avrebbe provocato conseguenze ben più vaste dell’ambito provinciale. Ma Buscetta non è uno sprovveduto. Perché propone un confine così angusto? Nei primi quattro mesi del 1992 Falcone e Buscetta si sarebbero incontrati più volte e ogni conversazione sarebbe stata registrata e trascritta diligentemente dagli agenti dell’FBI, i quali l’hanno passata ai colleghi italiani dei servizi e questi… Alcuni brani delle conversazioni finiscono sulle pagine del periodico Avvenimenti.

Le certezze di Buscetta sulla Commissione provinciale scompaiono, il panorama di complicità che Buscetta delinea è ben più preoccupante. Il 4 aprile 1992, egli avrebbe parlato con toni quasi accorati a Falcone. «Cosa Nostra uccide gli uomini politicamente scomodi su ordine di altri uomini politici. Tutto ciò non ha alcun rapporto con la criminalità. Sono solo operazioni che servono a coprire scandali del passato remoto e di quello più recente. La ragnatela delle complicità criminali, che copre il mondo industriale, ha creato rapporti internazionali più saldi di quelli del mondo politico ufficiai e. Coloro che manovrano gli utili di Cosa Nostra non sono più i personaggi improvvisati, finanzieri d’assalto come i Sindona o i Calvi, ma gruppi altamente specializzati nel valutare gli andamenti dei vari mercati finanziari internazionali. I vecchi capi di Cosa Nostra sono destinati a sparire. Attualmente vengono usati come un braccio armato clandestino che serve per sistemare e risolvere questioni che potrebbero pregiudicare l’attuale strategia dell’organizzazione… (omissis). Oppure agiscono direttamente per rendere favori alla vecchia classe politica complice. Vedi morte di Lima. Le assicuro che il mondo politico e industriale è perfettamente a conoscenza di questa evoluzione di Cosa Nostra e sempre più spesso preferisce rivolgersi a Cosa Nostra per la ricerca dei capitali necessari allo sviluppo delle proprie imprese. Attualmente il bilancio di Cosa Nostra è talmente in attivo che potrebbe sanare, senza difficoltà, il deficit delle economie ufficiali. Il marco tedesco sale a causa degli investimenti di Cosa Nostra nelle banche dell’ex Germania Est, la finanza ungherese dipende da Cosa Nostra. Bisogna prendere atto che Cosa Nostra non lotta più per una legittimazione ufficiale del proprio potere. In Colombia, a Panama, in Italia, nei paesi dell’Est dopo il crollo del comunismo tutto è possibile».

I verbali contengono degli omissis, alcuni nomi sono stati cancellati in modo rudimentale, con un pennarello. Tutto lascia presumere che il lavoro sia stato fatto da una talpa «solitaria», qualcuno che abbia sottratto le carte riservate dell’FBI per renderle pubbliche. Ma ciò che si lascia credere non è necessariamente la verità; tutt’altro. Non è escluso che si tratti di documenti falsi. Se così non fosse, dovrei supporre che i verbali siano stati consegnati alla stampa, quella che non avrebbe esitato a pubblicarli. L’ordinanza della magistratura non fa cenno ad essi. Essa utilizza le notizie di Buscetta su fatti avvenuti 14 anni or sono, non può omettere una frase come questa: «Cosa Nostra uccide gli uomini politicamente scomodi su ordine di altri uomini politici». L’omissione non lascia scelta: i documenti sono falsi. Tuttavia non voglio addebitare il sospetto ai verbali. Scelgo la disinformazione, consapevolmente. Male che vada, condurrà alle ragioni del depistaggio.

Facciamo l’ennesimo flash back, la vigilia dell’attentato di Capaci. Falcone ascolta Buscetta: i nomi che fa, i fatti che ipotizza, accumulando informazioni di straordinario interesse. E’ il mese di aprile, sono i giorni in cui la magistratura milanese cerca invano di conoscere i titolari dei conti svizzeri: tangenti e denaro «sporco» coabitano nello stesso conto?

Falcone si tenne per sé i nomi fatti da Buscetta o li riferì ai magistrati? Borsellino potrebbe essere uno di coloro che seppero. Le indagini dei giudici italiani inseguivano il crimine in Sud America, nel Nord Europa, nell’ex URSS. La talpa consegna i documenti falsi ad Avvenimenti negli stessi giorni in cui Vito Ciancimino chiede pubblicamente alla Commissione antimafia di essere ascoltato. Fa sapere di avere idee precise sul delitto Lima: «Chiunque poteva ucciderlo perché non si guardava», afferma, «ma la decisione di uccidere non poteva essere presa da chiunque. Il delitto è di quelli che vanno oltre le persone delle vittime e puntano in alto. Un avvertimento, come si suol dire. Forse si sono serviti della manovalanza siciliana anche per Capaci e via D’Amelio, ma la testa non è in Sicilia; se fosse in Sicilia, la polizia lo saprebbe, pochi possono permettersi queste azioni militari».

Le ipotesi di Ciancimino sono analoghe a quelle attribuite a Buscetta nei verbali trascritti dall’FBI. Una coincidenza? Ciancimino traduce il messaggio del crimine: «un avvertimento». Anche Amendolito la pensa allo stesso modo. La questione vera è la sentenza della Cassazione, o questa è solo un alibi, uno strumento capace di motivare le cosche, di farne il braccio armato di un disegno più vasto, pensato altrove?

Salvatore Parlagreco per Siciliainformazioni.com del 2 marzo 2010