Appalti, ecco perché fu ucciso Borsellino

Appalti, nuova pista per Borsellino. Il magistrato voleva riaprire l’ indagine insabbiata, incontro segreto con i vertici del Ros

PALERMO – Perche’ , il 19 luglio 1992, fu ucciso Paolo Borsellino? La sua morte si coniuga male con l’ abituale, perche’ secolare, pragmatismo di Cosa nostra. Giovanni Falcone era morto da 48 ore. Erano le 8 del mattino del 26 maggio e le stanze della Procura di Palermo erano deserte, ghiacce, gonfie di un silenzio oscuro come l’ angoscia. Paolo Borsellino ragionava della “convenienza” per la mafia di uccidere il suo amico a Palermo. Diceva: “Per killer e mandanti di mafia il problema piu’ importante e’ assicurarsi l’ impunita’ , che e’ una costante per i mafiosi. La certezza dell’ impunita’ e’ condizione essenziale per Cosa nostra. Nessun mafioso e’ disposto a rischiare anche un sol giorno di galera per un omicidio”. Ecco perche’ , dopo sette anni, e nonostante i processi e le condanne, le ragioni della strage di via D’ Amelio stanno in piedi come un sacco vuoto. Anche il piu’ gonzo (o sanguinario) di quegli “uomini del disonore” avrebbe potuto prevedere che schiacciare con il tritolo la vita di Borsellino, a 56 giorni dall’ esplosione di Capaci, avrebbe rovesciato sulle loro teste le residue forze di uno Stato debilitato dagli arresti e dalle incriminazioni di Mani pulite. Bernardo Provenzano e Salvatore Riina devono aver messo in conto la spietata repressione dello Stato. Eppure, decisero quella mossa. Perche’ ? Apparentemente Borsellino non era, in quel momento, una minaccia come poteva esserlo Falcone, Zar della lotta antimafia. Era in un angolo, messo nell’ angolo dal procuratore Pietro Giammanco. Ha raccontato Lucia Borsellino a Umberto Lucentini (Il valore di una vita): “Pur di continuare a lavorare, papa’ era disposto ad accettare i limiti che gli pone sempre piu’ spesso Giammanco. Gli costa un sacrificio doppio sapere che, per motivi gerarchici, e’ costretto a raccontare al suo superiore i passi delle sue indagini, senza pero’ ricevere lo stesso flusso di informazioni”. Borsellino, nell’ estate del 1992, e’ un uomo in ginocchio. Disperato per la morte dell’ amico, costretto a non mettere becco sulle indagini di Palermo, confinato alle inchieste di Trapani e Agrigento, imbrigliato sulla sua seggiola di procuratore aggiunto dal diffuso potere di Giammanco (che addirittura gli tace una notizia di “un pesante segnale di pericolo per la sua incolumita”). Perche’ ucciderlo, allora? I magistrati di Caltanissetta lo hanno chiesto ossessivamente ai disertori di Cosa nostra. Salvatore Cancemi era a Capaci e faceva “la staffetta” a via D’ Amelio. Ha risposto di “non saperlo”. Giovanni Brusca, che a Capaci addirittura schiaccio’ il pulsante dell’ attentatuni, ha detto di essere rimasto “sorpreso” dalla morte del giudice. Si tocca con mano che le ragioni della morte di Borsellino sono piu’ segrete, piu’ intricate, meno trasparenti. Anche per alcuni boss della Commissione. Anche dentro Cosa nostra. “Perche’ fu ucciso Paolo Borsellino” e’ comunque una domanda che puo’ avere una risposta. Le possibili tracce di una risposta, gli indicativi segni per una spiegazione sono stati (e sono) sotto gli occhi di tutti. Pochi se ne vogliono curare (o sono a disagio a curarsene). Pochissimi ne vogliono parlare (o scriverne). E tuttavia quelle impronte (non superficiali) ognuno, se vuole, puo’ maneggiarle soppesandone il valore e la densita’ . Ha raccontato il pubblico ministero Antonio Ingroia, quasi un figlio adottivo per Borsellino: “Paolo in quei giorni riprese in mano il famoso rapporto dei carabinieri del Ros su mafia e appalti”, un’ inchiesta nata con Falcone procuratore aggiunto e finita nelle mani di Giammanco. Borsellino legge e rilegge “i diari di Falcone”, pubblicati dal Sole 24 Ore, che raccontano il conflitto in Procura che obbligo’ il giudice a lasciare Palermo. Dice Ingroia (Il valore di una vita): “Paolo vuole approfondire quelle vicende, sente che si tratta di episodi che, letti in un modo isolato, possono sembrare inconsistenti, ma che per il solo fatto di essere stati scritti da un uomo come Falcone nascondono qualcosa di importante… In quei giorni Paolo contatta le persone citate negli appunti di Giovanni, i colleghi della Procura di cui si fida e che sono in grado di offrirgli nuovi particolari su quelle vicende”. Paolo Borsellino si convince che “la causale piu’ probabile della morte di Giovanni” e’ nell’ intreccio degli appalti. Ne parla con Leonardo Guarnotta, l’ amico del vecchio pool dell’ ufficio istruzione (oggi presidente del tribunale che giudica Dell’ Utri). E fa di piu’ . In un caldo pomeriggio di meta’ giugno chiede al generale del Ros Mario Mori “un incontro riservato”. Lontano dalla procura. In una stanza appartata della caserma dei carabinieri di piazza Verdi a Palermo. L’ annotazione di quell’ appuntamento, dicono, e’ ben chiara nell’ agenda del magistrato. Borsellino, da uomo franco, mette subito le carte in tavola. Vuole la disponibilita’ di quello speciale nucleo d’ investigazione per un’ indagine che deve essere segreta. Chiede che il capitano Giuseppe De Donno gli sia accanto. E, d’ altronde, e’ l’ ufficiale che ha lavorato al Rapporto Mafia – Appalti, il piu’ indicato dunque per riprenderne le fila (vedi qui accanto la sua deposizione al processo, 4 dicembre 1998). E’ pero’ un lavoro che deve essere fatto a due condizioni. La procura di Giammanco non deve sapere nulla; il capitano deve riferire soltanto a lui. Leggere i verbali dell’ interrogatorio dell’ ufficiale e del generale Mori accappona la pelle. Borsellino e’ un uomo assediato, convinto che li’ in quella Procura qualcuno ha tradito Falcone. Lo disse, senza tanti giri di parole, anche in quel mattino del 26 maggio: “Soltanto in questo ufficio sapevano che c’ erano ormai i numeri per fare, di Giovanni, il procuratore nazionale. Soltanto in quest’ ufficio sapevano che sabato 23 maggio, per due anni, sarebbe stato l’ ultimo sabato a Palermo per Giovanni”. Nonostante il tempo scivolato via, angoscia il pensiero di un uomo consapevole che, se vuole dare un nome agli assassini e un perche’ alla morte dell’ amico, si deve guardare da alcuni ambienti della procura. E, di piu’ , andare al limite della legge sollecitando indagini riservate e private. Si possono soltanto immaginare (forse) la disperazione, l’ affanno, la solitudine che ha spinto un servitore dello Stato come Borsellino a deformare le regole, rispettoso come ne era fino al tormento. Non si possono, invece, immaginare l’ intreccio criminale che ha intuito e le complicita’ che, quell’ intreccio, proteggevano. Un fatto e’ pero’ certo. Per sbrogliare quell’ intreccio e illuminarne le collusioni bisogna guardare agli appalti, a quel tavolo trilaterale dove sedevano politici, imprenditori e mafiosi. Ieri a Palermo e’ stato arrestato Giuseppe Pino Lipari. Era uno di quegli imprenditori su cui i carabinieri avevano puntato gli occhi nell’ inchiesta Mafia – Appalti. Si legge nell’ ordinanza del gip di Caltanissetta che ha riaperto l’ indagine sulla corruzione in Procura: “Assumere a sommarie informazioni Mario D’ Acquisto, gia’ segretario dell’ onorevole Franz Gorgone, il quale avrebbe informato dell’ esistenza della indagine Mafia & Appalti Pino Lipari”. Il primo rapporto Mafia & Appalti e’ del 20 febbraio 1991. Ieri era il 9 febbraio 1999. Sono gli otto anni di vantaggio che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non volevano concedere a Cosa nostra. Nonostante lo straordinario impegno di Giancarlo Caselli, sono stati concessi. Falcone e Borsellino sono morti. Giuseppe D’ Avanzo (2 – continua)

Giuseppe D’Avanzo per il Corriere della Sera del 10 febbraio 1999

Annunci

Il Ros alla sbarra: Antonio Subranni e Mario Mori

Chi legge ‘trattativa stato mafia’ pensa inevitabilmente al Ros, il Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, nato il 3 dicembre 1990. E’ con il comandante del Ros Antonio Subranni che Calogero Mannino, il presunto ispiratore della trattativa, è in stretto contatto dopo l’omicidio del maresciallo Guazzelli (leggi). E’ il Ros che tramite Mario Mori e Giuseppe De Donno ‘aggancia’ Vito Ciancimino dopo la strage di Capaci (leggi). E’ ancora il Ros protagonista della mancata perquisizione del covo di Totò Riina (leggi) e che si fa sfuggire dalle mani Bernardo Provenzano nell’autunno 1995 (leggi).

La magistratura ha indagato e indaga su queste strane ‘coincidenze’. A Palermo gli imputati Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno sono accusati di attentato a corpo politico dello Stato.

 

ANTONIO SUBRANNI, LE INDAGINI SU PEPPINO IMPASTATO

E’ il primo comandante del Ros, dal 1990 al 1993. Classe 1932, il suo nome è legato a quello di Peppino Impastato, assassinato il 9 maggio 1978 a Cinisi (Palermo) da Cosa Nostra. Ma per più di vent’anni si racconterà la storia di un attentato finito male, anzi un suicidio. Si sarebbe fatto saltare in aria con il tritolo sui binari della linea Palermo – Trapani.

A indagare è il comandante del reparto operativo del gruppo Carabinieri di Palermo, Antonio Subranni. “Il depistaggio – scriveva il Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe Impastato nel febbraio 2012  – ha due attori principali: il procuratore capo del tempo, Gaetano Martorana, che nel fonogramma redatto subito dopo il ritrovamento dei resti del corpo di Peppino Impastato, parlava di ‘attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda’, e l’allora maggiore dei carabinieri Subranni. Un’indagine seria deve partire dall’accertamento delle responsabilità di questi due personaggi”.

Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato ha scritto sul sito dell’associazione: “Le pietre macchiate di sangue Subranni non le avrebbe mai viste, ma il necroforo comunale, in un’intervista raccolta da Felicia Vitale, cognata di Peppino, e da me pubblicata nel volume L’assassinio e il depistaggio, ha dichiarato di aver consegnato ai carabinieri un sasso con tracce di sangue e l’appuntato dei carabinieri Carmelo Pichilli ha dichiarato di aver asportato assieme al maresciallo Travali “un tratto del sedile in muratura e una pietra dove si notavano appena delle tracce”. Che fine hanno fatto questi “reperti”, raccolti subito dopo il delitto e quindi quando Subranni dirigeva le indagini, e di cui non è stata trovata traccia? Perché per fare le analisi si è dovuto attendere che i compagni di Impastato prelevassero altri “reperti”, consegnati al professor Del Carpio, dato che i carabinieri non avevano nessuna voglia di tenerne conto, certi com’erano che non di omicidio si trattasse ma di atto terroristico compiuto da un suicida?”.

Subranni ha respinto le accuse, sostenendo di non aver mai visto le pietre macchiate di sangue ritrovate a poca distanza dai binari su cui Peppino si sarebbe fatto saltare in aria. Tra i reperti scomparsi anche gli oggetti personali di Peppino (libri, appunti) sequestrati dai Carabinieri a casa Impastato. La verità viene riconosciuta anche in sede processuale: verranno condannati in primo grado il boss Gaetano Badalamenti (ergastolo) e il vice Vito Palazzolo (30 anni). Entrambi moriranno prima del processo d’Appello. Rimane aperta la questione depistaggio.

Nel dicembre 2011, 33 anni dopo l’omicidio, la Dia ‘ritrova’ Provvidenza Vitale, la casellante del passaggio a livello di Cinisi, considerata una delle testimoni-chiave, che i Carabinieri giudicarono all’epoca dei fatti ‘irreperibile’.  In realtà non si era mai allontanata dalla sua abitazione.

Interrogato il 12 settembre 2012, il pentito Francesco Di Carlo (ex boss di Altofonte che rivelò ai magistrati l’incontro del 1974 tra Berlusconi, Dell’Utri e il boss Stefano Bontate. Incontro ritenuto provato dalle sentenze che hanno riconosciuto colpevole di concorso esterno il braccio destro del Cavaliere) accusa l’ex comandante del Ros: “I cugini Salvo si sono rivolti ad Antonio Subranni per fare chiudere l’indagine sulla morte di Peppino Impastato”.

La Procura di Palermo ha indagato Subranni per favoreggiamento, ma la richiesta di archiviazione per prescrizione è stata immediata. Lo scorso novembre Giovanni Impastato, fratello di Peppino, ha lanciato un appello all’ex comandante del Ros: “Subranni rinunci alla prescrizione per amore della verità e per rispetto nei confronti delle istituzioni al cui interno ha svolto una lunga e luminosa carriera”.

 

TRATTATIVA, LA VERSIONE DI MARIO MORI

Classe 1939. Dal 1972 al 1975 al Sid (Servizio Informazioni Difesa). Il 16 marzo 1978 è il giorno dell’eccidio di via Fani, in cui le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro trucidando gli agenti di scorta Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Raffaele Iozzino. Quel giorno Mori diventa comandante della sezione Anticrimine guidata dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nel 1986, da tenente colonnello, diventa comandante del gruppo Carabinieri Palermo 1. Nel 1990 è tra i fondatori del Ros guidato da Subranni. ll 1°ottobre 2001 diventa prefetto e direttore del Sisde (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica), nell’estate del 2008 viene chiamato dal neosindaco di Roma Gianni Alemanno come consulente della sicurezza pubblica.

E’ uno degli attori protagonisti del periodo 1992-94, il suo nome spunta sempre nei passaggi-chiave della trattativa. Mori e De Caprio (il famoso capitano Ultimo) sono stati assolti nel procedimento sulla mancata perquisizione del covo di Riina (ma per i giudici viene provata “la sussistenza di un’erronea valutazione dei propri spazi di intervento da parte degli imputati, di gravi responsabilità disciplinari per non aver comunicato alla procura la propria intenzione di sospendere la sorveglianza”). Mori e  il colonnello Obinu sono imputati per favoreggiamento a Cosa Nostra per la vicenda della mancata cattura di Provenzano (è attesa la sentenza di primo grado: la Procura ha chiesto 9 anni per Mori, 6 anni e sei mesi per Obinu).

“I miei accusatori mettono in grande rilievo il fatto che sia io, più smaliziato, e quindi sembra una sola volta, che il capitano De Donno, meno esperto e quindi più genuino, in molte circostanze, nel descrivere il rapporto con Vito Ciancimino, abbiamo usato la parola ‘trattativa’, da ciò ricavando la conclusione che noi stessi ammettessimo implicitamente di avere avuto la consapevolezza di gestire un negoziato con Cosa nostra” ha sostenuto Mori nel ‘memoriale’ difensivo presentato il 7 giugno 2013 davanti ai giudici del Tribunale di Palermo che dovranno esprimersi sull’accusa di favoreggiamento a Cosa Nostra.

“Non sono a conoscenza – ha proseguito Mori – di intese o accordi che possano esserci stati, per scelte di altri appartenenti alle Istituzioni, perché se ne fossi stato informato, a suo tempo ne avrei fatto denuncia, così come mi competeva. Non posso quindi sostenere con dati probanti, che in questi casi sono gli unici che valgono, se una o più trattative vi siano state oppure no

Ma nel dicembre 2011, intervistato da Antonello Piroso su La7, fu proprio Mori a dimostrarsi ‘meno esperto’. “Probabilmente le trattative ci sono state, ma queste non potevano essere gestite da un colonnello dei carabinieri: sono ad alto e a maggiore livello, e forse un giorno salteranno fuori” le parole del generale.

Ho dimostrato che non c’è stata alcuna iniziativa, nelle mie attività, che mirasse ad aprire una trattativa per far cessare le stragi” sostiene Mori nella difesa del 7 giugno. Allora perchè agganciare Ciancimino?  “Per cercare di catturare latitanti in un momento in cui lo Stato era in ginocchio” dice De Donno. Ma De Caprio sostiene che Ciancimino non ebbe alcun ruolo nella cattura di Riina. Lo stesso Mori, nella deposizione al processo-ter sulla strage di via d’Amelio (1999), interrogato sul blitz del 15 gennaio 1993 che vide il boss finire in manette non cita mai Ciancimino. Nel 2010, nell’ambito del processo per favoreggiamento, sostiene la stessa tesi di De Caprio: “Ciancimino non ebbe alcuni ruolo”.

Si torna alla domanda numero uno: se Ciancimino non ebbe alcun ruolo nella cattura di Riina, perchè  contattarlo? 

Sul ritiro del 41bis ai detenuti, Mori sostiene: “Non erano stati i modesti benefici apportati dalle iniziative del Ministero della Giustizia nei confronti dei detenuti mafiosi sul 41 bis a fare recedere Cosa nostra dai suoi intenti criminali”. Ma l’ex ministro della Giustizia Giovanni Conso durante l’udienza in Commissione Antimafia dell’11 novembre 2010, dichiara testuale: “Nel 1993 non rinnovai il 41 bis per i detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone ed evitai altre stragi. C’era già stato l’arresto di Riina e si parlava di un cambio di passo della mafia con il nuovo capo Provenzano che aveva un’altra visione: puntare sull’aspetto economico ed abbandonare le stragi. Ecco perché decisi di lasciar stare un atto che non era obbligatorio. E difatti di stragi non ce ne sono più state”.

Nella versione di Mori c’è anche un altro passaggio che non torna e riguarda le settimane che precedono la strage di via d’Amelio.

Durante altre dichiarazioni rese a Palermo nel processo che lo vede imputato per favoreggiamento, sostenne che gli incontri tra lui e Ciancimino avvenero a partire dall’agosto 1992, dopo via d’Amelio. Nel 2009 Claudio Martelli (nel 1992 ministro della Giustizia) ha sostenuto che Paolo Borsellino fosse venuto a conoscenza dei contatti Ros-Ciancimino prima di essere ucciso.

Il 25 giugno il magistrato ha incontrato Mori e De Donno: lo ha confermato lo stesso generale alla Procura di Caltanissetta. Secondo Mori si parlò delle indagini su Capaci e dell’inchiesta mafia-appalti, ma non fu fatto cenno a don Vito anche perchè, sostiene Mori, “la risposta di Ciancimino arrivò dopo l’incontro con Borsellino”.

Ma c’è qualcosa che non torna: secondo le parole di Martelli il 23 giugno 1992 il capitano De Donno avrebbe avvisato Liliana Ferraro (direttrice degli Affari Penali del Ministero della Giustizia) che Ciancimino voleva “collaborare”. Ma Mori sostiene che la risposta di don Vito arrivò dopo l’incontro con Borsellino, almeno tre giorni dopo.

Un passaggio significativo perchè Mori ha sostenuto la teoria che Paolo Borsellino sia stato ucciso perchè voleva portare avanti l’inchiesta mafia/appalti, mentre la Procura di Palermo che indaga sulla trattativa considera la strage di via d’Amelio l’eliminazione del principale ostacolo al dialogo tra Stato e mafia.

Claudio Forleo per it.ibtimes.com del 20 giugno 2013

 

La strana strategia del Ros

Il tentativo di «trattare» con Riina nei verbali degli alti ufficiali che oggi verranno sentiti .  «Ciancimino mediatore con la mafia»

FIRENZE – Giovanni Brusca non ha abbandonato la segreta speranza che prima o poi – questa benedetta «patente» di collaboratore gliela concederanno. E così «chiede scusa ai giudici», assume toni concilianti, mette a punto qualche dichiarazione che, nelle udienze passate, può avergli provocato qualche incomprensione. Specialmente coi carabinieri, per la storia del «papello» presentato da Riina allo Stato e per l’estemporanea ricostruzione fatta in aula a proposito della cattura del «padrino», dei disguidi che hanno portato a non perquisire il covo di via Bernini e dei dubbi del «dichiarante» sulla possibilità che nel 1992-93 si sia svolta una trattativa fra lo Stato e Cosa Nostra per far cessare le stragi. Proprio su questi temi, questa mattina la Corte d’Assise sentirà il generale Subranni, il colonnello Mori e il capitano De Donno, dopo che ieri i pubblici ministeri, Nicolosi e Chelazzi, hanno depositato i verbali degli interrogatori resi dai tre ufficiali. La lettura degli atti consente di poter concludere che la versione di Giovanni Brusca sulla «trattativa» non è proprio campata in aria. Vedremo cosa accadrà oggi, col racconto «diretto» dei tre ufficiali. 11 colonnello Mario Mori, in una intervista a la Repubblica, aveva definito «fantasie» quelle di Brusca. E, in effetti, nei verbali non v’è traccia di alcuna carta scritta che poneva le condizioni di Cosa Nostra allo Stato. C’è, tuttavia, il racconto di come i carabinieri tentarono di utilizzare Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo condannato al maxiprocesso per associazione mafiosa, prima come «mediatore» nei confronti di Totò Riina per convincerlo ad abbandonare la scelta stragista, poi come «infiltrato» e, infine, come confidente proprio per cercare di catturare il «padrino corleonese». Tutto ciò accadeva ira l’estate del 1992 e il mese di gennaio successivo. Proprio mentre Brusca raccoglieva, dall’interno di Cosa Nostra, la netta sensazione che tra Stato e mafia fosse intervenuta una «mediazione». Mentre per bocca di Leoluca Bagarella apprendeva che Riina aveva dato uno stop agb attentati (rivelatosi purtroppo temporaneo) perché dalla parte delle istituzioni «si erano fatti sotto». Vito Ciancimino, dunque, offrì la propria collaborazione. Mori é De Donno offrono la descrizione di un Ciancimino «ossessionato da Tangentopoli». Don Vito – e questo lo sa chi ha avuto modo di parlare con l’ex de – considerava l’«effetto Di Pietro» una sorta di catastrofe per la politica. Per troppi anni era stato il «collettore» di tutti gli affari legati agh appalti pubblici, logico, dunque, che sapesse perfettamente quali nefaste conseguenze potessero avere le indagini sulla corruzione. Specialmente in Sicilia, dove la situazione era complicata dalla presenza del «terzo incomodo», cioè Cosa Nostra. Mori incontra quattro volte Ciancimino. De Donno, invece, lo vede più spesso perché funziona da tramite col superiore e tiene i rapporti col figlio dell’ex sindaco, Massimo. All’inizio Ciancimino «sonda»: vuol sapere se quella è un’iniziativa personale dei carabinieri oppure se la cosa interessa ad altri. Mori e De Donno non possono che bluffare: gli fanno credere – raccontano – di avere «le spalle coperte», mentre nessuno sa dell’iniziativa, ad eccezione del comandante del Ros, informato da Mori. 11 generale Subranni, tuttavia, sottolinea l’assoluta autonomia d’azione del suo collaboratore di allora. Racconta Mori che la strage di Capaci fu «uno choc anche per gli operatori del settore, perché ci fu un senso di frustrazione, un senso di impotenza rispetto ad un fenomeno, Cosa Nostra, che sembrava indebellabile». Il ten¬ tativo di infiltrare la mafia, perciò, appariva come indispensabile. La «trattativa» fallì. Non era possibile «promettere» molto a Riina. Lo stesso Ciancimino fa proposte, come quella di «trattare» all’estero, che si prestano al sospetto che vogha raggiungere solo vantaggi personali (in questo caso la restituzione del passaporto). E poi, spiegano gh ufficiali, non si poteva fare a meno di chiedere, come condizione base, che si consegnassero Riina e Provenzano, anche se in cambio di un «trattamento secondo diritto». Ciancimino, che è già in contatto col dott. Antonino Cina, medico personale di Riina, ascolta e reagisce: «Colonnello, lei mi vuole fare uccidere». La collaborazione dell’ex sindaco diventa così proposta di collaborazione per la cattura di Riina. Don Vito chiede mappe di Palermo, tabulati ed elenchi di contratti per l’erogazione dell’acqua, nella segreta speranza di individuare il «covo» di Riina. Ma Ciancimino viene arrestato: deve scontare un residuo di pena. Riina sarà catturato qualche giorno dopo, senza il suo aiuto. Il rapporto tra don Vito e i carabinieri, a quel punto, si trasforma ancora. Interviene la Procura della Repubblica di Palermo, la collaborazione di Ciancimino va verso una ufficializzazione. Poi si interrompe tutto. Don Vito, secondo i magistrati, non ha molto da offrire, e, oltretutto, non sembra molto sincero.

Francesco La Licata per La Stampa del 24 gennaio 1998

Pubblicato in ROS

Quel covo di Riina abbandonato dal Ros

E raccontiamola allora questa incredibile storia del covo di Salvatore Rina che non venne mai perquisito, una storia tornata prepotentemente alla ribalta in questi giorni. Gabriele Chelazzi – lo abbiamo scritto sull’Unità del 23 maggio – non credeva alla versione ufficiale della cattura del boss dei boss avvenuta il 15 gennaio 1993, e sospettava che proprio quello fosse stato lo snodo decisivo della scivolosissima trattativa istituzioni-mafia iniziata nella primavera del 1992. Cosa Nostra aveva svenduto Riina allo Stato in cambio di una nuova stagione di impunità? Era questo l’interrogativo che inquietava Chelazzi, convinto anche che la trattativa continuasse sino ai nostri giorni.
Sulla mancata perquisizione del covo c’è un’inchiesta aperta della Procura di Palermo. Nei prossimi giorni si concluderà con il rinvio al Gip Vivetta Massa, che già una volta aveva respinto la richiesta di archiviazione contro ignoti. Ma torniamo indietro nel tempo.
È il 15 gennaio 1993. Data storica per l’antimafia: è il giorno della cattura di Riina, ma è anche quello dell’insediamento alla guida della Procura di Palermo, di Gian Carlo Caselli.
In quei giorni, la fiducia di Caselli nei confronti degli ufficiali del Ros, il reparto scelto dei carabinieri è totale. Mario Mori, vicecomandante del Ros, e Caselli, si conoscono dai tempi dell’antiterrorismo e la loro stima è reciproca. Caselli interpreta la cattura di Riina come l’inizio di una collaborazione che si annuncia brillante sotto tutti i profili. In pochi minuti il dispaccio sulla cattura del boss dei boss fa il giro del mondo.
Poche ore dopo l’annuncio che i militari del Ros, guidati dal maggiore Sergio De Caprio (“Ultimo”), hanno proceduto all’arresto sulla rotonda della circonvallazione di Palermo di Totò Riina, in compagnia del suo autista Salvatore Biondino, insorgono le prime grosse complicazioni.
Quella mattina, la caserma Bonsignore di Palermo, dove nel frattempo è stato tradotto Riina ormai prigioniero, diventa il luogo di ritrovo di decine e decine di carabinieri e magistrati. È lì, in quella caserma, che ha luogo la conferenza stampa per illustrare il grande evento.
C’è Caselli, c’è Mori, e c’è anche il colonnello Giorgio Cancellieri, comandante dei carabinieri della Regione Sicilia. Sarà Cancellieri, a nome dell’Arma, a offrire alla gran folla di giornalisti, le prime sommarie ricostruzioni dell’accaduto, a mostrare la foto del boss la cui faccia sino a quel momento era sconosciuta.
Intanto, nel cortile, un’autocolonna di mezzi blindati ha già i motori accesi. Cancellieri ai suoi sottoposti (colonnelli, maggiori e capitani) ha dato ordine – secondo prassi – di procedere all’immediata perquisizione del covo di via Bernini, quello in cui Riina si trovava sino a pochi minuti prima del suo arresto.
Viene designato il magistrato che coordinerà le operazioni: Luigi Patronaggio, sostituto di Caselli, che era di turno il 15 gennaio. L’operazione prevista non era semplice, visto che il covo di Riina si trovava all’interno di un residence, e non essendo stato ancora individuato, si imponeva la messa sotto osservazione di un’intera area. Ma quell’autocolonna non partì mai.
Sopraggiungono infatti gli alti ufficiali del Ros e il maggiore De Caprio. Rendendosi conto che i colleghi della “territoriale” stanno per mettersi in movimento per la perquisizione, raggiungono la sala mensa del circolo ufficiali dove, a conferenza stampa finita, è in corso un pranzo fra carabinieri, compreso Mori, e magistrati, incluso Caselli.
De Caprio – come successivamente scriverà il procuratore reggente Vittorio Aliquò – “manifesta tutto il suo disappunto” per quella decisione. Mori, nella conversazione che si accende a tavola, interviene dicendo che De Caprio ha ragione e che anche lui propende per non perquisire nulla. Da questo momento in avanti, iniziano le divergenze di interpretazioni su quanto effettivamente detto durante il pranzo dai protagonisti.
Secondo il Ros, per De Caprio la perquisizione era inutile in quanto Riina non si nascondeva in un “covo” operativo, bensì in una casa insieme alla famiglia. Era quindi da escludere che potesse tenere con sé materiale interessante per gli investigatori e compromettente per Cosa Nostra. Infine, De Caprio – sempre secondo le testimonianze degli ufficiali del Ros – sollecitò altre indagini per individuare il “vero covo” che non poteva essere quello di Via Bernini.
Opposta la testimonianza degli ufficiali che si stavano recando in via Bernini. Il capitano Domenico Balsamo e il capitano Marco Minicucci, comandati dal colonnello Domenico Cagnazzo, hanno riferito di avere capito tutti la stessa cosa. Si fecero convincere a non andare in quanto Mori e De Caprio avevano dato assicurazioni che l’attività di osservazione sarebbe comunque proseguita. Non si escludeva infatti che altri mafiosi, convinti che Riina fosse stato arrestato sulla circonvallazione e con gli investigatori all’oscuro dell’esistenza del covo, potessero nelle ore e nei giorni successivi tornare a frequentare quel luogo. E che proprio De Caprio avesse affermato di avere arrestato Riina “fuori zona” per non bruciare il residence di via Bernini.
Versioni difficilmente conciliabili. Ognuno se ne andò via convinto che il “dibattito” si fosse risolto con un punto di accordo.
In realtà, accadde un’altra cosa. Sin dalla mattinata, il Ros aveva definitivamente ritirato tutti i suoi uomini da via Bernini. E alle 16 del pomeriggio del 15 gennaio, mentre quel pranzo ormai era praticamente finito, in via Bernini non c’è più alcuna presenza dello Stato, né fisica (i militari), né virtuale (le telecamere). Persino il piantone che si trovava nel furgone dove era nascosto il pentito Balduccio Di Maggio, che aveva consentito il riconoscimento di Totò Riina quando era uscito a bordo della macchina guidata da Salvatore Biondino, riceve l’ordine di lasciare il campo. Ma tutto questo si sarebbe saputo solo molti giorni dopo.
Ora la storia si sposta negli uffici degli alti comandi della lotta alla mafia. Caselli, forse intuendo qualcosa, chiede al collega Aliquò (reggente dell’ufficio sino al giorno della sua nomina a capo della Procura) di scrivere una ricostruzione degli eventi. Questa relazione è agli atti dell’inchiesta della Procura di Palermo che nei prossimi giorni giungerà a scadenza.
Per imbattersi nel primo vero sospetto che qualcosa sta andando storto, bisogna arrivare al 27 gennaio 1993, dodici giorni dopo la cattura di Riina. Cosa accade?
Accade che il colonnello Cagnazzo apprende dalla compagnia dei carabinieri di Corleone che la moglie di Riina, Ninetta Bagarella, insieme ai figli è tornata a casa sua, dopo un ventennio di latitanza condivisa col marito e ha iniziato una sua seconda vita. Cagnazzo chiede alla Procura: se quelli del Ros controllano via Bernini, come mai non ci hanno segnalato il trasferimento dei familiari di Riina in direzione Corleone?
Fra l’altro qualche giorno prima, proprio Cagnazzo, convinto che i colleghi del Ros stessero comportandosi secondo programma, aveva simulato per i giornalisti un sopralluogo a Fondo Gelsomino, a Palermo, in campagna, per continuare ad accreditare urbi et orbi che loro, di via Bernini, non sapevano nulla. Quindi il suo disappunto è doppio. Esplode l’affaire.
Caselli chiede a Mori spiegazione. Mori prende tempo. Sarà solo il 2 febbraio che la “territoriale” otterrà dalla Procura l’autorizzazione a perquisire. Ma in quel covo ormai non c’è più niente.
I mafiosi, che hanno avuto quasi tre settimane a disposizione, hanno portato via mobili e quadri e gioielli e documenti (ma secondo il Ros quei documenti non sarebbero mai esistiti), scardinato dal muro persino una cassaforte, eliminato ogni traccia, usato l’aspirapolvere e infine ridipinto le pareti. Tutto questo lo avrebbe poi raccontato Giovanni Brusca riferendo che Ninetta Bagarella fu accompagnata in taxi alla Stazione centrale – sotto scorta di un commando di “uomini d’onore” – dove salì sul treno per tornarsene placidamente nella “sua” Corleone.
Il grande racconto di quei giorni è finito. Ma cosa è rimasto nelle carte di un’inchiesta che ancora oggi mette paura a molti?
Scegliamo fior da fiore: “dall’esame degli atti risulta che i carabinieri del Ros erano perfettamente a conoscenza (fin dalle prime ore del mattino del 15 gennaio) della esatta ubicazione del covo di Riina, mentre gli organi di stampa diffondevano comunicati relativi alla spasmodica ricerca del “covo” del latitante. In verità però esisteva anche un terzo livello di conoscenza, particolarmente riservato, in quanto noto soltanto a pochissimi ufficiali del Ros e ignoto persino ai magistrati della Procura: che malgrado tutte le assicurazioni…. quei presidi investigativi erano stati invece dimessi poco dopo l’arresto di Riina e non erano mai stati riattivati.”
E ancora: “a sapere che dopo la cattura del latitante nessuno aveva più controllato la casa dalla quale era uscito, erano soltanto pochi ufficiali, gli stessi che avevano suggerito di non perquisire la casa immediatamente dopo l’arresto…”. Tutto restò dunque segreto.
Si legge: “solo il 30 gennaio, e quindi ben quindici giorni dopo la cattura di Riina, i vertici del Ros resero noto a questo ufficio che le attività di osservazione … erano state dismesse poco ore dopo l’arresto del latitante”. Diamo adesso un’occhiata alla ricostruzione commissionata da Caselli ad Aliquò. Relazione questa definita dai magistrati “un fedele e dettagliato resoconto in progress”.
Scrive Aliquò: “durante un incontro del 15 gennaio, i vertici dell’ Arma dei carabinieri (presente l’allora Vicecomandante del ROS Mario Mori), assicuravano: “garanzia di controllo assoluto costante””.
Riunione del 20 gennaio (ancora Aliquò): “i vertici dell’ Arma confermavano che il “complesso” di via Bernini era “accuratamente sotto controllo””.
Riunione dei carabinieri del 26 gennaio: “il colonnello Domenico Cagnazzo affermava che in via Bernini non c’era più controllo da diversi giorni e che di ciò non era stato informato dal ROS, ma lo aveva dedotto dall’arresto di Antonietta Bagarella a Corleone(e Aliquò precisa: “alla riunione non erano presenti i vertici del ROS”)”.
Ultime battute: “nel corso di una riunione con i vertici del Ros del 27 gennaio, seppure la Procura sollecitasse una perquisizione in via Bernini, l’allora colonnello Mori sembra non avere urgenza e dice che l’osservazione del complesso… stava creando tensione e stress al personale operante, accennando alla sua sospensione”.
Infine, l’irruzione (ormai inutile) del 2 febbraio.
Ma perché – si chiedono oggi in molti – il personale doveva essere “stressato” visto che tutto era stato sbaraccato sin dal 15 gennaio? Non si esclude, a questo punto, che si renda necessario un confronto fra Aliquò e il generale Mori, attuale numero uno del Sisde. Il generale Mori è già stato interrogato.

Saverio Lodato per L’Unità del 25 maggio 2003

Tutti i segreti dell’operazione Riina

” I 15 del Ros avevano gia’ trovato un covo. il pentito ha dato la conferma ” . Parla il colonnello Mario Mori

“Le chiedo una cortesia”. Il colonnello porge un foglietto. Dieci righe scritte a mano. “Vorrei che queste parole fossero trascritte integralmente”. Il testo dice: “La cattura di Riina e’ dovuta all’ attivita’ di una sezione del Ros col prezioso supporto dell’ Arma territoriale di Palermo. Questa precisazione e’ diretta a far giustizia di ogni altra diversa e contraria notizia originata da fonti interessate a sminuire il valore dell’ operazione”. Parole di fuoco. L’ antipasto di una storia ancora tutta da raccontare. Di fronte abbiamo gli uomini che hanno diretto e portato a termine con successo l’ operazione Riina. Parlano, nei limiti del possibile: “L’ operazione e’ ancora in corso”. Il fortino del Ros, il Reparto operativo speciale dei carabinieri, e’ una palazzina anonima cresciuta nella solita zona caserma. Siamo sotto Villa Ada, nella stanza del colonnello Mario Mori, vicecomandante dei Ros. Mori ha diretto le operazioni. Ha lavorato con Dalla Chiesa, e’ stato anche a Palermo. Con lui il maggiore “G”, un uomo coordinamento che si e’ spostato di continuo sull’ asse Roma Palermo e che ha vissuto a Palermo i giorni che hanno preceduto l’ arresto di Riina. E poi il capitano “Ultimo”, il capo della task force nella task force, il trentenne asso dei carabinieri che ha guidato l’ attacco al cuore dei corleonesi nelle strade controllate da Cosa Nostra. Allora, quando e’ nata l’ operazione Riina? “Il presupposto era questo: primo, catturare Riina; secondo, capire bene, durante la ricerca del boss, il rapporto tra i gruppi criminali legati ai corleonesi. Se non fossimo riusciti nel primo obiettivo comunque avremmo avuto una chiave di lettura sull’ area vicina alla mafia di di Corleone. Abbiamo cominciato a pensarci nell’ autunno ‘ 91. E siccome non abbiamo la palla di vetro e non siamo supermen ci siamo collegati con l’ Arma territoriale a Palermo per scremare tutte le informazioni che ci potevano essere utili. All’ inizio dell’ estate ‘ 92 abbiamo definito l’ insediamento corleonese a Palermo. A fine agosto abbiamo chiesto i necessari supporti. L’ operazione poteva durare anche un anno”. E in Sicilia e’ scesa la squadra di “Ultimo”. Con quali problemi? “Erano quindici giovanotti da acclimatare. Parliamo tutti la stessa lingua, siamo tutti carabinieri, siamo tutti del Ros, ma le impostazioni sono diverse. “Ultimo” e i suoi sono “stradaioli”, usano tecniche d’ attacco anche con mezzi sofisticati, la sezione locale del Ros e’ piu’ impegnata nell’ analisi. Gli uomini di Palermo sono conosciuti. Loro non dovevano essere bruciati, non dovevano apparire come gente dell’ Arma”. Nel timore di una talpa? “No. Ma se fossero usciti anche una volta dalla caserma avrebbero preso la patente di carabiniere. Dovevano stare fuori da tutto”. Quanto e’ durato l’ acclimatamento? “Un mese. I ragazzi hanno conosciuto le strade, hanno individuato gli obiettivi, hanno cominciato a muoversi in piena autonomia. Il contatto continuava con la nostra sezione anticrimine. Cosi’ e’ scattata l’ indagine diretta. E a fine novembre la macchina funzionava gia’ bene”. I quindici svolgevano finti lavori? “Lavori fittizi veri e propri non ci sono stati. Identita’ fittizie si’ : avevamo coperture credibili”. Quando si faceva il punto? E dove? “In pizzeria, in albergo, nei posti piu’ impensati. Ogni sera si stendeva un rapporto. E si stabiliva cosa fare il giorno dopo. Di volta in volta un obiettivo mirato: ti metto nel mirino, ti seguo, vedo chi frequenti, faccio le verifiche. Tutto questo e’ durato fino a una settimana prima dell’ arresto di Riina”. Mai un intoppo? “In questo e solo in questo abbiamo avuto fortuna. Una volta uno dei nostri ha rischiato di essere individuato. Non come carabiniere ma come un “farfallone”, un estraneo. Ce ne siamo accorti: loro hanno le radio, ma le abbiamo anche noi”. Che impressione avevate della rete corleonese? “Grande sicurezza e massima tranquillita’ . Era il loro territorio. Ma noi, i carabinieri, lo Stato, li abbiamo battuti”. E qui Mori aggiunge con forza: “Riina non si e’ arreso. Questa che le stiamo raccontando e’ la verita’ , la verita’ che emergera’ dai processi”. E allora facciamo chiarezza sul ruolo di Di Maggio, il mafioso bloccato a Novara. “A un certo punto i colleghi di Palermo che stanno lavorando sullo stesso contesto corleonese, ma fuori dalla citta’ , apprendono che un certo Di Maggio, un tempo molto vicino ai corleonesi, sarebbe ora in rotta con loro. I colleghi accertano, individuano il soggetto in Piemonte, mettono il suo telefono sotto controllo. Ma l’ intercettazione non e’ utile. Si chiede allora aiuto a Torino: ragazzi, ci fate una perquisizione? La fanno, e lo trovano con una pistola e un giubbotto antiproiettile addosso. Di Maggio aveva paura, ma non tanto dei carabinieri”. Una questione di interessi legati alle donne? “Ma che donne! Un bello scazzo con i suoi. Una questione criminale pura per la quale vale la pena di uccidere un uomo”. Torniamo all’ indagine: cosa si decide? “I colleghi di Palermo dicono: andiamoci a parlare. Vanno. Collabora. Viene avvisato il magistrato, che e’ quello del posto. Non ci credera’ nessuno . dice Mori . ma io mi trovavo a Torino per un’ altra faccenda e la sera avevo appuntamento a cena con Giancarlo Caselli. Alle diciotto mi avvertono: venga al comando, Di Maggio parla. Che si fa? Caselli non era ancora formalmente procuratore di Palermo e fa venire il giudice Aliquo’ . Di Maggio dice che per un certo periodo aveva portato in giro Riina. Lo carichiamo su un aereo e lo portiamo a Palermo. Ci indica due o tre posti”. E a quel punto tutto e’ piu’ facile. “Un momento. Il capitano “Ultimo” aveva sul gozzo il posto che secondo lui poteva portare a Riina. C’ era una strada piccola e uno stradone largo. Mancava pero’ la copertura: il pedinato doveva essere tenuto a distanza. E quando svoltava si perdeva in uno dei portoni. Di Maggio ci dice: eccolo, lo riconosco quel portone. Noi l’ avevamo gia’ individuato, il posto, attraverso un personaggio che lo stesso Di Maggio ci aveva confermato essere “ok”. Quello che e’ successo e’ una sorta di innesto tra situazioni positive e posizioni deduttivamente giuste. Il resto lo sapete. Abbiamo tenuto il portone sotto controllo. La mattina abbiamo visto uno strano movimento, abbiamo filmato, e’ partito il pedinamento sul soggetto” E rimasto sorpreso Riina quando “Ultimo” l’ ha bloccato? “Si’ . Non ha realizzato subito cosa fosse accaduto. Era scuro in volto, muoveva gli occhi di continuo. Cercava un perche’ . Quando gli siamo piombati addosso deve aver pensato a qualche suo nemico mafioso”. Nei vostri filmati precedenti figurano politici? “No. Abbiamo filmato personaggi inquadrabili nel gruppo dei corleonesi. L’ indagine continua”. Girava disarmato, il boss dei boss. “Normale, per lui. Primo: quella era la sua zona. Secondo: se porta documenti falsi e va in giro armato rischia a un normale controllo di essere arrestato. La sua era una prova di sicurezza e insieme di professionalita’ . Mi viene in mente un esempio acuto del generale Subranni, che comanda il Ros. Riina, con quella faccia e con in mano un sacchetto di plastica, si fa accompagnare dall’ altra parte della strada da un poliziotto o da un carabiniere. Non sara’ successo ma e’ molto verosimile. Questa era la forza di Riina e di Palermo”. Le impressioni su di lui. “Dietro quell’ aspetto dimesso due occhi azzurri freddissimi che ti guardano per capire a cosa stai pensando”. Piu’ rappresentativo di Liggio, di Greco, di Calo’ ? “Certo. A suo modo, diciamo che e’ il “migliore”. Liggio in dieci anni e’ stato arrestato tre volte e lui in ventiquattro anni una volta sola. A Palermo questo conta, e tanto. Greco? Recita, parla della Madonna. Calo’ ? E piu’ cittadino: come Buscetta, gli piace il buon albergo, il buon ristorante. Questi, i corleonesi, sono duri, sono gente di campagna. Piu’ rigore, piu’ sobrieta’ , piu’ crudelta’ asettica. Questa e’ la garanzia di un potere forte”. Insomma, il boss dei boss e’ un contadino. “La mentalita’ e’ quella. Ricorda . dice Mori . Mastro Don Gesualdo e l’ attaccamento alla roba. Ha i milioni ma continua a mangiare pane e cipolle. Non gli interessa un bel bagno. Il suo orizzonte e’ la roba, e la roba e’ il potere. Riina non e’ vissuto da ricco. Mai. I miliardi? Li investiva, magari nelle imprese. Ma pensava anche ad acquistare tanta terra”. E gli incontri con i politici e gli imprenditori? “Sono convinto che non ha mai incontrato direttamente personaggi di spicco. C’ erano sempre rapporti mediati. E le dico di piu’ : penso che il politico puro, a pelle, gli facesse anche un po’ schifo. Sul documento falso c’ era scritto “bracciante agricolo”. Pero’ attenzione: ha una personalita’ forte, grezza ma carismatica. Ha letto molto. Le costruzioni delle sue frasi sono perfette. E un uomo preparato, con buone nozioni giuridiche”. Cosa accadra’ ora al vertice della mafia? “Bisogna vedere se la successione era stata gia’ decisa. Cosa Nostra potrebbe rimanere ferma per tre o quattro anni. Poi qualche bella testa dira’ che la mafia e’ finita e loro rialzeranno la testa. Non credo ci sia oggi una personalita’ tale da raccogliere lo scettro di Riina avendo l’ unanimita’ dei consensi. E potremmo avere uno scontro duro tra i corleonesi e gli altri”. Aveva con se’ un dollaro portafortuna, Riina? “Si’ . “Ma non ha funzionato”, ha detto”.

Guido Gentili per Il Corriere della Sera del 28 gennaio 1993

La secessione di Cosa Nostra. L’ipotesi del dossier “Sistemi criminali”

ROMA – Nome in codice: “Sistemi Criminali”. Il fascicolo – dalle già ragguardevoli dimensioni, anche se ancora privo di iscritti sul registro degli indagati – è custodito nel palazzo di giustizia di Palermo. Due magistrati della Procura lavorano all’inchiesta: Antonino Ingroia e Roberto Scarpinato, pubblici ministeri nei processi più “esposti”, da Contrada ad Andreotti e Dell’Utri. Allo stato si potrebbe definire una sorta di “analisi” sugli avvenimenti piu’ recenti della storia d’Italia. Un'”analisi”, pero’, che – spiegando la logica degli ultimi fatti di mafia – si imbatte in qualche reato (omicidi e stragi) e in piu’ comportamenti “anomali” di organi istituzionali ed investigativi. Di questo “contenitore” fanno parte alcuni atteggiamenti che sembrano alla base dell’attuale stagione di veleni. Stagione che vede protagonisti i ROS dei carabinieri e la Procura della Repubblica, con il ping-pong di accuse tra il dottor Guido Lo Forte e il capitano Giuseppe De Donno. Personaggio centrale del piu’ ingarbugliato affaire siciliano e’ Angelo Siino, prima imprenditore mafioso “corleonese” e confidente di polizia a carabinieri, poi collaboratore di giustizia, in verita’ alquanto ambiguo. L’ex “ministro dei lavori pubblici di Riina” ha parlato di entrambi gli aspetti della vicenda: conosce molti retroscena politico-istituzionali, conosce i legami che i soldi possono “cementare”, e’ informato delle sinergie tra finanza, mafia e massoneria. Le sue rivelazioni, infine, hanno convinto i magistrati di Palermo dell’esistenza di un tentativo del ROS di delegittimare la Procura attraverso le accuse di corruzione a Guido Lo Forte. L’ipotesi di fondo del dossier “Sistemi Criminali” e’ che negli anni ’91, ’92 e ’93 sia stato messo in atto un tentativo di destabilizzare l’Italia, una sorta di “golpe” proveniente dal Sud senza carri armati, attraverso la strategia stragista di Cosa Nostra che sarebbe andata a “perfezionare” lo squasso istituzionale provocato dalle inchieste sulla corruzione del pool di Milano. L’evoluzione del “piano” e’ molto articolata e poggia su dichiarazioni di collaboratori e sulla “lettura” di numerosi avvenimenti apparentemente scollegati. Innanzitutto il proliferare di partiti e movimenti secessionisti, al quale non sono rimasti estranei personaggi come Leoluca Bagarella e lo stesso ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino. L’allarme secessione, sottolineato anche dai giornali siciliani, raggiunse il culmine nel 1993, quando in Italia giunse una nota dell’Fbi statunitense e si verifico’ una strana esercitazione militare al Nord. Era il mese di novembre e l’esercito varo’ l’operazione “Ditex superga sette”, una simulazione di resistenza (nelle regioni di Piemonte, Lombardia e Liguria) al pericolo proveniente dal “Sud antidemocratico”. A Palermo Bagarella e Ciancimino armeggiavano, in vista delle elezioni, con strani personaggi. Il mafioso, cognato di Toto’ Riina, fondava – servendosi di Tullio Cannella – il movimento secessionista “Sicilia Libera”. Si sapra’ successivamente, e siamo nel 1996, che tutto sarebbe avvenuto coi soldi di Gheddafi che si offriva anche come finanziatore della difesa del senatore Giulio Andreotti. L’inchiesta denominata “Quasar” (contiene spunti sul grande riciclaggio, sui soldi della mafia a Malta, sul finanziamento dei libici e su una presunta presenza di Licio Gelli tra Palermo e Caltanissetta) sara’ sorretta dalle dichiarazioni di tre pentiti: Leonardo Messina, Tony Calvaruso e Tullio Cannella. All’interno di questo calderone – che comprende ovviamente la ricerca dei mandanti occulti delle stragi del ’92 e del ’93 – esistono “piste” che portano anche a settori istituzionali. Alcune si collegano immediatamente al problema degli attentati. Come la storia di Paolo Ballini, estremista invischiato nel traffico di opere d’arte ed in contatto col mafioso Antonino Gioe’ implicato nelle stragi e poi morto suicida a Rebibbia. Secondo Ballini, la mafia lo aveva incaricato di trattare coi carabinieri un ” alleggerimento giudiziario” per alcuni boss. Alla risposta negativa, il mafioso avrebbe risposto con la minaccia di far saltare la torre di Pisa con una partita di tritolo poi ritrovato sulla strada di Formello. Cio’ prima che esplodessero le bombe di Roma, Milano e Firenze. La magistratura non fu messa al corrente di quanto aveva riferito l’informatore. Non e’, questo, il solo episodio ambiguo. C’e’ poi l’intervento del maresciallo Lombardo (morto suicida) al processo Pecorelli. Una nota, targata ROS, che – in sintesi – prospettava una soluzione che “assolveva” Andreotti e Vitalone e indicava come responsabili i cugini Salvo di Salemi. Al centro della “dritta” una perizia che offriva ai giudici di Perugia, come arma del delitto Pecorelli, una pistola che, secondo Lombardo, aveva gia’ sparato in Sicilia. Bastava, dunque, collegare i due omicidi ed attribuirne la responsabilita’ a quelli che avevano usato l’arma in Sicilia. Un accertamento rivelo’ che la perizia offerta da Lombardo non era esatta, la pista alternativa del ROS fu cestinata. C’e’, infine, la discutibile gestione del collaboratore Balduccio Di Maggio e la mai sopita polemica sulla mancata perquisizione nel ” covo” di Toto’ Riina. Lo strano “ritorno” del pentito a San Giuseppe Jato (per il quale un ufficiale dei carabinieri e’ chiamato a dare spiegazioni) e’ storia ancora da chiarire. L’altra vicenda si annuncia come il “tormentone” dei prossimi mesi.

Francesco La Licata per La Stampa del 24 novembre 1997

«Noi boss pilotati dai carabinieri»

FIRENZE – “A questo punto mi dico che siamo stati pilotati solo ed esclusivamente dall’ Arma dei carabinieri”. Giovanni Brusca sgancia il siluro al termine della sua deposizione al processo per le autobombe del ‘ 93. Quattro giorni di ricostruzioni, di accuse, di sospetti concentrati soprattutto su Paolo Bellini, un pregiudicato emiliano che nel ‘ 92 tentò di infiltrarsi in Cosa Nostra e che secondo Brusca fu l’ ispiratore della strategia di attacco ai monumenti. E alla fine la bomba sui carabinieri. “Sono mie deduzioni”, precisa l’ aspirante collaboratore. E più tardi, ricondotto su binari meno sconvenienti dal suo difensore, l’ avvocato Luigi Li Gotti, spiega: “Ho sbagliato la parola. Nessuno ci ha detto: fate questo, fate quello. Siamo stati stuzzicati, giocati, strumentalizzati. Ma non c’ è stato un patto. E le mie sono deduzioni da fatti che man mano vado collegando”. Deduzioni che però non rinnega: “Dopo le stragi di Capaci e di via d’ Amelio ci sono stati dei contatti fra Cosa Nostra e lo Stato. E questo è un fatto. Allora non sapevo chi c’ era dall’ altra parte del tavolo. L’ ho scoperto poi, dai verbali del processo e dai giornali. E ho visto che dietro Paolo Bellini come dietro il papello di Riina da parte dello Stato c’ era sempre la stessa forza”. E, quando il pm Gabriele Chelazzi gli chiede quale sia l’ aspetto della stagione delle stragi che ritiene di aver meglio contribuito a far comprendere, risponde: “Le stragi del nord sembravano inizialmente una cosa diversa rispetto a quelle di Capaci e di via d’ Amelio. Ma poi – seguendo il filo di chi ci giostrava, a me e a Gioè attraverso Bellini, e dei contatti che Salvatore Riina aveva avuto con lo Stato – si è visto che la strada è stata unica”. I fatti su cui Brusca dichiara di basare le sue deduzioni riguardano da una parte le trattative fra Cosa Nostra e lo Stato dopo l’ uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e dall’ altra l’ arresto del capo dei capi, avvenuto a Palermo il 15 gennaio 1993. Da alcuni giorni Brusca scalpitava per parlarne. Riina fu arrestato per strada a Palermo, dopo che i carabinieri lo avevano individuato grazie alla collaborazione di Baldassare Di Maggio. “Ma Di Maggio – sostiene Brusca – poteva benissimo indicare dove Riina abitava. Conosceva il giardiniere, i Sansone (la famiglia a cui era intestata la villa dove Riina abitava con la famiglia, ndr), conosceva Salvatore Biondino. Chi eseguì l’ operazione poteva andare a prendere Riina a casa mentre dormiva. Quando viene fuori la notizia che era stato Di Maggio, abbiamo pensato che volesse prendere la taglia e che avesse fatto un accordo sottobanco con i carabinieri. E quando i carabinieri andarono a perquisire una casa vicina ci chiedevamo: cos’ è questa pupazzata? Insomma, rimasero tutti questi sospetti”. Sospetti che spingono Brusca più avanti sulla via delle deduzioni: “Poteva esserci qualche collegamento fra l’ arresto di Riina, le indagini dei carabinieri e i presunti contatti fra Riina e i carabinieri”. Il boss – sembra suggerire l’ aspirante collaboratore – potrebbe essersi consegnato in cambio di concessioni da parte dello Stato. E’ proprio sulle trattative che il ragionamento di Brusca si fa ancora più insidioso. Ha già spiegato che a suo giudizio Paolo Bellini (l’ ex compagno di carcere di Nino Gioè che nel ‘ 92 aveva cercato contatti con Cosa Nostra) era un uomo dei servizi segreti e che era stato lui ad aprire nuovi orizzonti ai mafiosi, spiegando quali enormi sconquassi avrebbe provocato un attacco ai monumenti. Con Bellini fu instaurata una trattativa per far andare agli arresti ospedalieri alcuni boss. “Allora non sapevo chi c’ era dietro Bellini. Dai verbali ho scoperto che c’ erano un maresciallo dell’ Arma e il colonnello Mori del Ros”. Negli stessi mesi Riina lo avvertì che “lo Stato si era fatto sotto” e che agli uomini delle istituzioni era stato consegnato un papello di richieste. “Non mi disse chi trattava. Io, per poco che conosco di Cosa Nostra, pensai che Riina si servisse del suo medico, il dottor Antonino Cinà, e l’ ho detto ai magistrati, di sicuro l’ ho detto al dottor Piero Grasso. In novembre leggo su “Repubblica” le dichiarazioni del colonnello Mori, che parla di una trattativa attraverso il figlio di Vito Ciancimino e il dottor Antonino Cinà”. Dietro ambedue i contatti, dunque, c’ era l’ Arma dei carabinieri. “Ci hanno giocati”, deduce Brusca. “E’ del tutto improprio che un dichiarante faccia affermazioni suppositive”, lo bacchetta a distanza il procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna: “I collaboratori e a maggior ragione coloro che non sono tali ma aspirano ad esserlo debbono riferire solo fatti vissuti. All’ Arma dei carabinieri ho espresso la mia stima”. A fine udienza Leoluca Bagarella lancia il suo anatema su Brusca. “Ha lo sguardo di uomo che odia tutti. Uccide i bambini non solo con le mani ma anche con la bocca. E se c’ è qualcuno che voleva distruggere il signor Violante era proprio lui. Gli dissi: “Se lo fai sei peggio di Di Maggio”. Per questo mi odia”

Franca Selvatici per La Repubblica del 20 gennaio 1998