La secessione di Cosa Nostra. L’ipotesi del dossier “Sistemi criminali”

ROMA – Nome in codice: “Sistemi Criminali”. Il fascicolo – dalle già ragguardevoli dimensioni, anche se ancora privo di iscritti sul registro degli indagati – è custodito nel palazzo di giustizia di Palermo. Due magistrati della Procura lavorano all’inchiesta: Antonino Ingroia e Roberto Scarpinato, pubblici ministeri nei processi più “esposti”, da Contrada ad Andreotti e Dell’Utri. Allo stato si potrebbe definire una sorta di “analisi” sugli avvenimenti piu’ recenti della storia d’Italia. Un'”analisi”, pero’, che – spiegando la logica degli ultimi fatti di mafia – si imbatte in qualche reato (omicidi e stragi) e in piu’ comportamenti “anomali” di organi istituzionali ed investigativi. Di questo “contenitore” fanno parte alcuni atteggiamenti che sembrano alla base dell’attuale stagione di veleni. Stagione che vede protagonisti i ROS dei carabinieri e la Procura della Repubblica, con il ping-pong di accuse tra il dottor Guido Lo Forte e il capitano Giuseppe De Donno. Personaggio centrale del piu’ ingarbugliato affaire siciliano e’ Angelo Siino, prima imprenditore mafioso “corleonese” e confidente di polizia a carabinieri, poi collaboratore di giustizia, in verita’ alquanto ambiguo. L’ex “ministro dei lavori pubblici di Riina” ha parlato di entrambi gli aspetti della vicenda: conosce molti retroscena politico-istituzionali, conosce i legami che i soldi possono “cementare”, e’ informato delle sinergie tra finanza, mafia e massoneria. Le sue rivelazioni, infine, hanno convinto i magistrati di Palermo dell’esistenza di un tentativo del ROS di delegittimare la Procura attraverso le accuse di corruzione a Guido Lo Forte. L’ipotesi di fondo del dossier “Sistemi Criminali” e’ che negli anni ’91, ’92 e ’93 sia stato messo in atto un tentativo di destabilizzare l’Italia, una sorta di “golpe” proveniente dal Sud senza carri armati, attraverso la strategia stragista di Cosa Nostra che sarebbe andata a “perfezionare” lo squasso istituzionale provocato dalle inchieste sulla corruzione del pool di Milano. L’evoluzione del “piano” e’ molto articolata e poggia su dichiarazioni di collaboratori e sulla “lettura” di numerosi avvenimenti apparentemente scollegati. Innanzitutto il proliferare di partiti e movimenti secessionisti, al quale non sono rimasti estranei personaggi come Leoluca Bagarella e lo stesso ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino. L’allarme secessione, sottolineato anche dai giornali siciliani, raggiunse il culmine nel 1993, quando in Italia giunse una nota dell’Fbi statunitense e si verifico’ una strana esercitazione militare al Nord. Era il mese di novembre e l’esercito varo’ l’operazione “Ditex superga sette”, una simulazione di resistenza (nelle regioni di Piemonte, Lombardia e Liguria) al pericolo proveniente dal “Sud antidemocratico”. A Palermo Bagarella e Ciancimino armeggiavano, in vista delle elezioni, con strani personaggi. Il mafioso, cognato di Toto’ Riina, fondava – servendosi di Tullio Cannella – il movimento secessionista “Sicilia Libera”. Si sapra’ successivamente, e siamo nel 1996, che tutto sarebbe avvenuto coi soldi di Gheddafi che si offriva anche come finanziatore della difesa del senatore Giulio Andreotti. L’inchiesta denominata “Quasar” (contiene spunti sul grande riciclaggio, sui soldi della mafia a Malta, sul finanziamento dei libici e su una presunta presenza di Licio Gelli tra Palermo e Caltanissetta) sara’ sorretta dalle dichiarazioni di tre pentiti: Leonardo Messina, Tony Calvaruso e Tullio Cannella. All’interno di questo calderone – che comprende ovviamente la ricerca dei mandanti occulti delle stragi del ’92 e del ’93 – esistono “piste” che portano anche a settori istituzionali. Alcune si collegano immediatamente al problema degli attentati. Come la storia di Paolo Ballini, estremista invischiato nel traffico di opere d’arte ed in contatto col mafioso Antonino Gioe’ implicato nelle stragi e poi morto suicida a Rebibbia. Secondo Ballini, la mafia lo aveva incaricato di trattare coi carabinieri un ” alleggerimento giudiziario” per alcuni boss. Alla risposta negativa, il mafioso avrebbe risposto con la minaccia di far saltare la torre di Pisa con una partita di tritolo poi ritrovato sulla strada di Formello. Cio’ prima che esplodessero le bombe di Roma, Milano e Firenze. La magistratura non fu messa al corrente di quanto aveva riferito l’informatore. Non e’, questo, il solo episodio ambiguo. C’e’ poi l’intervento del maresciallo Lombardo (morto suicida) al processo Pecorelli. Una nota, targata ROS, che – in sintesi – prospettava una soluzione che “assolveva” Andreotti e Vitalone e indicava come responsabili i cugini Salvo di Salemi. Al centro della “dritta” una perizia che offriva ai giudici di Perugia, come arma del delitto Pecorelli, una pistola che, secondo Lombardo, aveva gia’ sparato in Sicilia. Bastava, dunque, collegare i due omicidi ed attribuirne la responsabilita’ a quelli che avevano usato l’arma in Sicilia. Un accertamento rivelo’ che la perizia offerta da Lombardo non era esatta, la pista alternativa del ROS fu cestinata. C’e’, infine, la discutibile gestione del collaboratore Balduccio Di Maggio e la mai sopita polemica sulla mancata perquisizione nel ” covo” di Toto’ Riina. Lo strano “ritorno” del pentito a San Giuseppe Jato (per il quale un ufficiale dei carabinieri e’ chiamato a dare spiegazioni) e’ storia ancora da chiarire. L’altra vicenda si annuncia come il “tormentone” dei prossimi mesi.

Francesco La Licata per La Stampa del 24 novembre 1997