Capaci, mozziconi di sigaretta incastrano il terzo uomo

PALERMO . Un telefonino cellulare e alcuni mozziconi di sigaretta potrebbero incastrare uno dei presunti componenti del commando di Cosa nostra che massacro’ il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di scorta. Il suo nome e’ Santo Di Matteo, detto “Mezzanasca” (che in dialetto siciliano vuol dire “Mezzo naso”), un picciotto della famiglia di Altofonte arrestato nei mesi scorsi in seguito alle rivelazioni di alcuni pentiti. E lui il terzo uomo che entra prepotentemente sulla scena della strage dopo Antonino Gioe’ , il boss di Altofonte suicidatosi giovedi’ scorso nel carcere romano di Rebibbia, e Giuseppe La Barbera, un altro esponente della cosca di Altofonte anche lui arrestato con il suo capo mentre preparava un “botto” al Palazzo di giustizia di Palermo. Sarebbe stato proprio La Barbera, nei sei minuti che precedettero l’ attentato, a parlare con Di Matteo attraverso un telefono cellulare. Il contenuto della conversazione non e’ stato intercettato, ma dai tabulati della Sip e’ stato possibile accertare che essa si sarebbe svolta tra le 17,52 e le 17,58. Sino al momento esatto, cioe’ , dell’ esplosione. L’ ipotesi investigativa e’ che La Barbera possa avere “guidato” dall’ aeroporto di Punta Raisi gli artificieri appostati su una collinetta che domina il teatro della strage. Di Matteo, attraverso le indicazioni del compare, avrebbe dato invece l’ input finale con il radiocomando. Questa ricostruzione, sulla quale gli investigatori stanno ancora lavorando, potrebbe trovare una formidabile conferma dal test del DNA. I mafiosi di vedetta sull’ autostrada, nell’ attesa snervante dell’ “ora X”, fumarono infatti numerose sigarette. E quelle cicche rischiano adesso di diventare una prova schiacciante. Negli Stati Uniti gli esperti dell’ FBI sono riusciti infatti ad isolare dai mozziconi il codice genetico dei fumatori: se coincidesse con quello di Di Matteo il sospetto diventerebbe certezza. Arnaldo La Barbera, il funzionario che guida il pool di investigatori impegnati a tempo pieno nelle indagini sulle stragi mafiose, cerca di frenare i facili entusiasmi. “E’ una semplice ipotesi ancora tutta da verificare” ammette a denti stretti, senza nascondere pero’ la sua irritazione per la fuga di notizie. Ancora piu’ duro e’ il procuratore aggiunto di Caltanissetta, Paolo Giordano, il quale dice senza mezzi termini: “Non resteremo inerti di fronte alla palese violazione del segreto d’ ufficio”. Tra i magistrati della direzione distrettuale antimafia nissena si respira anche un clima di stanchezza dovuto ai ritmi massacranti di lavoro: quattro sostituti, sui sette in organico, si stanno occupando delle inchieste sulle stragi e di altre indagini su esponenti mafiosi e della “stidda”. L’ organico e’ completato da altri tre giudici, mentre sono in arrivo altri due uditori giudiziari. Anche l’ ufficio del Gip, con due soli magistrati, risulta sguarnito. Insomma, l’ avamposto giudiziario della lotta a Cosa nostra rischia di dover ammainare bandiera.

Franco Nuccio per il Corriere della Sera del 4 agosto 1993

Le stragi di Capaci e Via D’Amelio. La verità che nessuno ha mai voluto trovare

Domenica 12 dicembre 1993 partecipai alla messa in suffragio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino presso la Cappella Palatina di Palazzo dei Normanni. Il servizio funebre era stato richiesto dal capo dell’FBI, Louis Freeh, “un amico di Giovanni Falcone”. “Che viene a fare?” domandai ad una giovane collega, mentre attendevo Freeh nel loggiato del Palazzo. Ricevetti uno sguardo di commiserazione, che m’impedì d’insistere. C’era molta curiosità attorno all’evento. L’FBI non aveva buona fama, ma Freeh era un uomo nuovo. Ed i suoi agenti avevano dato una mano ai poliziotti italiani nelle indagini su Capaci. Grazie alle cicche di sigaretta lasciate imprudentemente sull’altura che dominava il ponte dell’autostrada, l’FBI aveva scoperto il DNA degli attentatori. Freeh veniva a raccogliere i frutti del successo e a rabberciare l’immagine piuttosto malconcia dei servizi americani, impegnati in passato in audaci scorribande Oltreoceano.

La splendida Cappella palatina era popolata di agenti, ufficiali, boy scout, e giovanotti dell’accademia di polizia. Vidi Freeh protetto da guardie del corpo e assediato da telecamere e microfoni. Si muoveva con disinvoltura, aveva la mascella quadrata e i capelli a spazzola dei marine. Ai lati del transetto, in cima ai gradini, si sistemarono le guardie del corpo. Uno degli agenti era accanto a me: bassissimo di statura, barba incolta, cappotto blue lunghissimo con il bavero alzato, occhiali da sole scuri. Sembrava uscito da un film di Francis Ford Coppola. Un altro agente, che aveva trovato posto sull’altro lato del transetto, era di bassa statura come il primo, vestiva in tweed grigio. Siculo-americani entrambi?

Freeh parlò dopo l’eucarestia. Raccontò le sue radici italiane, i tempi nuovi dell’Italia e degli Stati Uniti, la proficua cooperazione tra le polizie. Lanciò un grido di guerra contro la mafia con l’impeto di un pellerossa. Non riscaldò il mio cuore, ma dovetti ammettere che le sue erano parole nuove.

Il sacerdote ci avvertì che la messa era finita e potevamo andare in pace.

Sfogliai i giornali del mattino per sapere di più sulla visita del signor Freeh. Il “Corriere” ospitava lo stesso giorno, a pagina 10, un articolo sull’FBI, dedicato ai metodi dell’Agenzia investigativa americana: ricatti, congiure, trappole. Rodolfo Brancoli da New York riferiva alcuni sconcertanti episodi. Tra l’altro, il caso dell’ex sindaco nero di Washington, indotto a fumare crack in una camera d’albergo, davanti ad una telecamera nascosta, da una sua amica, ricattata dall’FBI.

Questo non m’impediva di credere nelle buone intenzioni di Freeh, ma impediva di considerare l’FBI il nume tutelare degli onesti cittadini italiani impegnati nell’impari guerra contro il crimine organizzato.

A fine dicembre, subito dopo Natale, la Procura della Repubblica di Caltanissetta concluse l’inchiesta sulla strage di Via D’Amelio con la richiesta di rinvio a giudizio di quattro persone. Tre di essi erano in galera da mesi, il quarto da pochi giorni. “Cosa nostra ha agito per affermare il suo potere criminale e colpire gli apparati dello stato che si opponevano alla mafia”. Evidentemente la Procura, pensai, non ha voluto scoprire le carte. O non dispone di un movente spendibile? I personaggi accusati della strage di Via D’Amelio erano mezze tacche. A differenza di Capaci, Cosa nostra non aveva schierato le truppe migliori. Gli assassini appartenevano alla cosca di Santa Maria di Gesù. Perché loro? Dimostrazione di forza? Un sanguinoso messaggio – ci siamo anche noi – diretto a Totò Riina, ai corleonesi. Solo questo? Impossibile. C’era dell’altro. Che cosa?

“I risultati arrivano”, esordì Angelo. Indossava jeans logori, camicia a quadretti, cravatta a strisce blue e rosse, una giacca blue con un fazzoletto bene in mostra sul taschino.

“Tutto come l’ultima volta”, dissi con finta aria di rimprovero. “Anche i calzini verdi”.

Lui sollevò gli occhi, aggrottò le sopracciglia, e si lisciò i baffetti con un dito. Tirò fuori dalla tasca della giacca alcuni foglietti e li poggiò sulla scrivania. “Ecco quello che scrivono”, disse.

“Scrivono, chi?”

“La Procura di Caltanissetta, su Via D’Amelio…”, rispose con un atteggiamento supponente.

“Perdo colpi, vero?”, chiesi, facendomi umile.

“Salvatore Profeta è l’unico boss della compagnia”, cominciò Angelo con sicurezza. Lui è qualcuno alla Guadagna, ma l’altro, Vincenzo Scarantino, s’era occupato di piccoli traffici. Com’è che abbiano affidato a lui un incarico così delicato, non lo capisco!”

“E’ il cognato di Profeta”, gli ricordai.

“Esatto, ma questo non migliora il suo quoziente d’intelligenza. Per trovare un’auto, s’è rivolto a due balordi. Tossicodipendenti forse. Gente inaffidabile. Infatti, hanno parlato subito…”

Presi i fogli lasciati sul tavolo, e lessi ad alta voce un brano evidenziato con un pennarello verde: “Scarantino e Profeta si procurarono la disponibilità della 126 e la riempirono di una notevole carica di esplosivo collocandola dinanzi all’ingresso dello stabile di Via D’Amelio 19. Giuseppe Orofino procurò le targhe e i documenti di circolazione. Pietro Scotto effettuò interventi nei cavi e gli impianti telefonici allo scopo di intercettare e comunicare ai complici il contenuto delle telefonate effettuate dall’utenza della famiglia Fiore… La madre di Borsellino, vero?”

“Esatto…”

“…da cui si poteva ricavare la data e l’ora della presenza del dottor Borsellino in Via D’Amelio. Una semplicità sconcertante, non trovi? Borsellino era la vittima designata. Lo sapevano tutti. Eppure, è bastato che…”

“E’ stato facile. Troppo facile”, commentò Angelo.

“E i mandanti?”

“Cosa nostra”, disse, sillabando ogni lettera, come se volesse scolpirle nella mia mente.

“Quella di Nardo Messina? Cosa nostra golpista e in mano alle forze nuove? Oppure, i vendicativi corleonesi?”

“Cosa nostra”, ripetè, guardandosi attorno in modo plateale.Una circospezione ostentata, quasi che volesse recitare una parte. Stavo ancora in un set di Coppola?

“Si prepara dell’altro”, annunciò. “Forse stavolta usciranno dal recinto…”

Dieci giorni dopo, Angelo mi chiamò a telefono per informarmi che avevano arrestato un medico per l’assassinio di Ignazio Salvo.

“Gaetano Sangiorgi, genero del cugino Nino Salvo. Un elegante studio nella Palermo bene. Via Principe di Belmonte. E qualche disavventura giudiziaria…”, disse.

“Sangiorgi? Ricordo di avere letto qualcosa sul suo conto recentemente…”

“Un mese fa”, aggiunse immediatamente.

“La storia dell’ex Ministro della Giustizia Martelli… Cosa nostra l’avrebbe condannato a morte… ”

“Ora ricordo. Sangiorgi fu fermato dai carabinieri sull’Appia antica, nei pressi della villa di Martelli…”

“Il 4 dicembre 1992…”, precisò Angelo. Aveva una memoria di ferro.

“Era in taxi, in compagnia del cardiochirurgo Gaetano Azzolina”.

Perché si trovava da quelle parti?”

“In taxi, con il cardiochirurgo Azzolina vicino alla villa di Martelli? Può darsi che andassero a casa dell’ex Ministro”, risposi sorridendo.

“No, non andavano in casa di Martelli”, corresse Angelo. “Sangiorgi aveva ricevuto l’incarico di studiare i luoghi per preparare l’attentato…Azzolina, piuttosto, che ci faceva in quel taxi con Sangiorgi?

“Azzolina era reduce da una disavventura giudiziaria”, spiegai. “Il sostituto procuratore Di Pisa lo fece arrestare con l’accusa di avere lavorato per conto di due boss alcamesi. Una estorsione ad una clinica privata di Palermo…”

“Come andò a finire?”

“Azzolina fu prosciolto. Pulito. E Di Pisa sospeso dal servizio. Lo avevano accusato di essere l’autore delle lettere anonime del 1989, ricordi?”

“Ah, si…”, fece Angelo, battendosi la fronte con il palmo della mano.

“Sangiorgi, il sopralluogo per conto di Cosa nostra, il taxi. Non mi persuade”.

“Forse ti convincerà dopo avere ascoltato ciò che ha scoperto la polizia…Anzi, ciò che hanno raccontato i pentiti. Sangiorgi offrì ogni aiuto possibile agli uomini incaricati di uccidere Ignazio Salvo…”

“Il delitto avvenne nella villa di Casteldaccia…”

“La villa di Salvo. Poco lontano c’è la villa di Sangiorgi. Qui i killer si nascondono, qui hanno la loro base…”

“Come sono arrivati a Sangiorgi?”

“Intercettazioni telefoniche, pedinamenti, controlli assidui. Microspie in casa…Il pentito Gino La Barbera dice che Sangiorgi faceva avanti e indietro tra la sua villa e quella di Ignazio Salvo. Suo padre giura però che quella sera si trovava a Palermo. Anche per la gita in taxi sull’Appia antica c’è una ragione plausibile: Gaetano Sangiorgi aveva disturbi cardiaci e Azzolina lo stava curando”.

“I nomi degli assassini…”

“Nomi grossi. Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, e Giovanni Brusca, figlio del boss di Partinico, poi lo stesso pentito, Gino La Barbera…”

“Perché Sangiorgi avrebbe alla uccisione di Ignazio Salvo?”

“Contrasti d’interesse in famiglia. Aveva subito un torto. Avrebbe cercato vendetta”

“Il movente è sfuggente, debole…”

“Non ce n’è un altro”

“Perché Cosa nostra condannò Ignazio Salvo?”

“Era un uomo di Salvo Lima. Subì la sorte di Lima. Non seppe aggiustare i processi. Punito, come Lima…”

“…o come Andreotti”.

“Che cosa intendi dire?”

“…o si ammazza o si mettono in piazza le antiche amicizie. L’ex Presidente del Consiglio si trova nei guai, no? Perché? I pentiti parlano, raccontano, ricordano alcune cose ed altre no. Una cosa è certa: il gruppo politico italiano più potente è stato eliminato. Lima, Salvo… Uccisi. E gli altri? Sul banco degli imputati. Perché ammazzare Ignazio Salvo, si occupava di finanza? Che possibilità ha uno come lui, di aggiustare i processi, specie dopo la morte di Lima?”

“Un messaggio per il Presidente Andreotti. Se non intervieni, ammazziamo tutti i tuoi ex amici. Ma Andreotti dice di non avere mai incontrato Ignazio Salvo”.

“Forse non lo ricorda”.

“Forse”, rimarcò Angelo. “Dieci giorni prima dell’attentato di Capaci, La Barbera domandò a Gioè dove volessero arrivare i corleonesi. Stavano combattendo lo Stato? e che fine avrebbero fatto loro, i gregari? Avevano finito il lavoro sotto il cunicolo sull’autostrada. Gioè allargò le braccia. Il destino era segnato. Per loro, disse, non c’era alternativa: la condanna all’ergastolo, morire in un conflitto a fuoco, essere uccisi da Cosa nostra in caso di disobbedienza, o mettersi un laccio al collo. Gioè si impiccò in carcere”

Scosse il capo, dubbioso. “Non quadra…”, concluse.

“Le verità sono come un palazzo”, osservai. “Si costruiscono un piano dopo l’altro, ma ad ogni piano ce n’è una. E quelli che stanno in alto, possiedono la più credibile… Gioè e La Barbera conoscono la verità dei piani inferiori, Nardo Messina, quella dei piani intermedi. Solo che non sappiamo i nomi di quelli che abitano il piano più alto. E perciò dobbiamo accontentarci del movente di La Barbera, che poi è quello adombrato da Amendolito in un memoriale nel 1991. Ma Messina e alcuni boss della ‘ndrangheta dicono che la mafia si vuole fare Stato, vuole separare il Paese. La vecchia strategia golpista affidata nel Sud alla criminalità organizzata. Ma le indagini si fermano per ora alla ritorsione, alla rappresaglia terroristica per i processi che non vengono più aggiustati. La mia tesi è la seguente: gli obiettivi sono multipli, ad ogni livello, la sua verità. E il palazzo resta in piedi… ”

“Sangiorgi…”, interruppe Angelo, serrando le labbra, come se si preparasse ad una immane fatica. “Sangiorgi fu ascoltato dai magistrati nell’ambito dell’inchiesta su Andreotti. Raccontò che il suocero, Nino Salvo, parlava di Lima e della sua amicizia con Andreotti”

“Ecco, hai capito. L’eliminazione del vecchio regime! Sangiorgi aiuta Bagarella ad ammazzare il cugino del suocero ed aiuta l’autorità giudiziaria ad eliminare l’uomo più rappresentativo del vecchio regime. E’ esemplare, ma non è tutto. Ignazio Salvo è il depositario dei segreti più importanti. Un fiume di denaro è passato attraverso i conti delle esattorie. Sarebbe stato il luogo ideale per il riciclaggio in tempi non sospetti”.

Angelo annuì, pensieroso.”Può essere”, disse.

Incontrai l’avvocato Pietro Milio la sera di martedì 28 dicembre. Aveva un gran raffreddore, non si lamentò né degli starnuti né delle avversità che lo intristivano. Eravamo a pochi metri dal caminetto del ristorante e qualcuno proponeva le pietanze tradizionali della Sicilia. “…involtini di melanzane”, concluse il cameriere. Approvammo, con un sorriso compiaciuto.

Conversammo di tutto. Poi gli chiesi anche di Ignazio D’Antone. “Il fantasma dell’Addaura”, ricordai.

“Non l’unico”, mi corresse.

“Giusto, non l’unico”.

Milio assisteva D’Antone da alcuni mesi. Ed era soddisfatto dell’esito delle indagini.

“Perché ci sono voluti quattro anni?”

Tese le palme delle mani e alzò le braccia, sollevando gli occhi. “Omnia munda mundis” mormorò. E aggiunse, stavolta con tono grave: “La musica è cambiata. A Caltanissetta c’è la Boccassini”.

Gli riferii di avere studiato i documenti dell’inchiesta, e gli esternai dubbi e sospetti.

“Tumino ha calunniato D’Antone”, fece con aria severa. Il suo viso si contrasse. Stavolta era arrabbiato e non voleva nasconderlo.

“Molti hanno sottovalutato l’Addaura, ad essere benevoli”, replicai..

Annuì. Restammo a lungo in silenzio.

“Lo ricordo bene quel 21 giugno del 1989”, riprese. “Ero a Roma…”

“Che cosa ricordi?”, chiesi incuriosito.

Gli si leggeva negli occhi che aveva in serbo qualcosa d’importante. “Fui invitato a pranzo da Gianni De Gennaro, che era allora il dirigente dello SCO…”

“…e oggi è a capo della DIA”.

“Si, mi mandò una macchina con un suo uomo, mi pare fosse una Croma. A pranzo ci incontrammo in un ristorante ali’EUR”.

“Ti riferì quanto era accaduto all’Addaura?”

“L’Addaura fu liquidata in poche battute. Lui aveva testa solo per le lettere anonime”.

“Non era preoccupato per l’Addaura?”

“Parlammo solo delle lettere anonime. Lui era il responsabile della sorveglianza di Contorno. E gli anonimi addebitavano a lui…”

“Si, lo so. Sospettavano che avesse chiuso un occhio…”

“Partimmo insieme per Palermo. Prendemmo l’aereo delle 16,30 da Roma Fiumicino. Arrivammo in orario. Lui se ne andò per conto suo…”

“Si recò nell’ufficio di Giovanni Falcone. E incontrò il magistrato di turno Scaduto, che lo stesso pomeriggio sarebbe partito per Roma. Dovette essere un incontro rapidissimo”.

“Come hai avuto queste informazioni?”

“L’inchiesta della Procura di Caltanissetta su Tumino…”

“E Scaduto…”

“Commentò con Falcone e De Gennaro il ritrovamento dell’ordigno. Fecero delle ipotesi sui mandanti e sulle finalità. L’Addaura cadeva sotto la giurisdizione del mandamento dell’Arenella… ”

“Ricordo che Giovanni Falcone mi disse di sospettare del boss Fidanzati, capo mandamento dell’Arenella… ”

“Scaduto ha raccontato che in quell’incontro vennero avanzate alcune ipotesi, sull’attivazione del congegno a telecomando e a strappo. La seconda operazione, l’attivazione del congegno a strappo, poteva essere stata fatta dalle due persone che erano state viste avvicinarsi alla piattaforma il giorno precedente. Questo conferma che non è stato solo Tumino ad avere saputo dei due sub”

“Che cosa conti di fare?”

“E che potrei fare, se non studiare i documenti. Tu piuttosto…”

“Mi occuperò di Totuccio Contorno, del suo soggiorno siciliano nel 1989, dei suoi contatti in quei giorni”.

Raccontava il suo progetto con aria scanzonata. Ma era un vezzo, un modo per sottrarsi ad un esagerato interesse altrui. Una sorta di timidezza, di pudore, e non nascondimento.

“Nessuno si domanda”, ripresi, “perché si sia dovuto attendere quattro anni per sapere che Tumino aveva imbrogliato le carte, e per scoprire che Di Pisa fosse vittima di un indegno balletto di impronte inesistenti. E quel Mode in Swiss, che solo lui -Tumino – ha visto! Sembra un messaggio diretto a Giovanni Falcone. Chi tocca i forzieri svizzeri, muore”

La sera di venerdì 22 maggio 1992, Antonio Di Pietro, il sostituto impegnato contro la corruzione politica e il giudice antimafia si erano sentiti e telefono l’ultima volta. Proprio venerdì sera… Lessi per l’ennesima volta il brano dell’articolo pubblicato il 25 maggio dalla Repubblica, e provavo le stesse emozioni di sempre. La stessa rabbia… “// giorno prima c’era stata un’altra lunga telefonata di Falcone con il Procuratore capo Francesco Borrelli. Falcone stava mettendo a punto le rogatorie internazionali sui conti svizzeri dei politici e degli imprenditori sotto indagine, aveva fatto capire che aggiungendo qualche documento in più, rompendo un pò di più la riservatezza dell’indagine, si sarebbe potuto ottenere un risultato migliore. Ma la tonnellata di tritolo…ha spezzato per sempre il suo contributo all’indagine”.

Perché l’ordine di uccidere arrivò a maggio? La risposta l’ha data Salvatore Cancemi, uno dei 18 boss che eseguirono la strage di Capaci.

“Riina ci disse che in alto era gradito”.

Sentivo di essere uscito dal labirinto delle ipotesi. Intravedevo finalmente un barlume di verità, l’astuto disegno criminale che stava dietro i delitti: contagiare di mafiosità l’Europa, spaventarla alla vigilia della sua unione. Ed eliminare nel contempo i depositari di pericolosi segreti, potenziali micidiali nemici, come Falcone e Borsellino. A ciascuno il suo movente, a ciascuno la sua parte nella strategia del crimine. L’operazione richiedeva il sacrificio della vecchia struttura di Cosa nostra. Perché si ricominciasse da capo, occorreva cancellare il passato. L’aggressione sarebbe avvenuta su più fronti: le tangenti, la mafia, le manovre contro la lira. Un attacco concentrico nei confronti di un Paese disarmato. Sarebbe bastato mettere le manette ai ladri e ai mafiosi di sempre. Un’operazione di pulizia. Politica, banche, istituzioni, servizi. Tutto. Un complotto? E quando mai, i corrotti finiscono in galera e i boss in manette. Finalmente.

Salvatore Parlagreco per Siciliainformazioni.com del 25 aprile 2010

Stragi, il diario dell’orrore. Soffiate, talpe, lettere anonime, colletti bianchi. E Vito Ciancimino sentenziò: “Le stragi? la testa non è in Sicilia, se fosse in Sicilia, la polizia lo saprebbe”

Nei mesi di marzo, aprile e maggio 1993 Falcone assunse una serie di iniziative: le indagini sui conti segreti svizzeri e l’estradizione dei Cuntrera in Italia. Si occupò anche del delitto Lima. Diviene un ariete puntato contro il pianeta invisibile che guida i destini del mondo: quella zona franca nella quale si decidono i grandi affari, i grandi eventi. Il giudice punta la sua pistola contro l’uomo armato di Winchester appostato a 150 metri.

Rincasando, vidi Salvatore davanti casa mia. Mi aspettava. Era nella sua auto a luci spente, parcheggiata in seconda fila.

«Che ci fai qui?» domandai.

«Non lo immagini che ci faccio? Ti aspetto».

«Vuoi salire a casa mia? Parcheggia la macchina più giù».

«No, devo andare. Ti devo semplicemente consegnare qualcosa…».

«Che cosa?».

Mi guardò per un pò, scuotendo il capo. Sembrava che dovesse decidere i destini dell’umanità.

«Siamo marionette», disse. «Si affonda nella spazzatura.Una nuova lettera anonima!».

«Ah!», feci. «Me ne avevano già parlato. Circola da qualche tempo. Non sono interessato…».

«É la prova che arrivano anche quando non le vuoi leggere», osservò, provando a sorridere.

Poi girò la chiave e mise in moto.

«Non puoi farne a meno», disse, lasciandomi. «Le mani devi infilarle anche tu nella spazzatura se vuoi capirci qualcosa». «Avanti», urlò da lontano, «è tutta lì la verità».

Giunto a casa, aprii la busta. Il primo foglio conteneva i nomi dei destinatari, molti dei quali sprovvisti di indirizzo e le quattro righe consuete indirizzate agli uomini di buona volontà, ipocrita premessa di una nuova delazione. Dapprima credetti che la lettera fosse stata spedita dallo stesso uomo. L’autore degli otto fogli, intendo.Fui ingannato dall’impostazione grafica, assai simile, alle quattro righe che precedevano gli indirizzari. In realtà le diversità erano notevoli; una, la più importante, riguardava i contenuti.

Gli otto fogli raccontavano una storia e tutto girava attorno ad essa. Stavolta l’anonimo affastellava nomi, proponeva intrighi, complicità, ruberie in modo sconnesso. Gettava fango a destra e a manca. Esclusi che potesse essere l’iniziativa di un mitomane. Più di un indizio ricordava che anche questa lettera veniva «dall’interno»: qualcuno che vuol far sapere. Che cosa? Per rispondere avrei dovuto indovinare il codice.

Il codice di un messaggio in chiaro? Assurdo, ma questo è il contesto. La lettera anonima aveva lo scopo di avvertire: state attenti, noi sappiamo, e lo proviamo. questo è solo l’inizio. I destinatari reali del messaggio erano nascosti nella folla dei nomi e degli episodi ricordati: chi doveva capire capiva. Un altro avvertimento. Diretto a chi? Magistrati, poliziotti, uomini politici. Le vittime del ricatto non avrebbero avuto scelta: solo il silenzio. Misurarsi con una lettera anonima mette di cattivo umore. Non si tratta solo di affondare le mani nella spazzatura, ma di abitarci.

Il 29 ottobre appresi la verità sull’assassinio di Salvo Lima. La verità degli investigatori, intendo; anzi, quella raccontata ai magistrati dai pentiti. Il delitto era stato deciso dalla Commissione provinciale di Cosa Nostra: una punizione esemplare perché la vittima non aveva rispettato i patti di mutua collaborazione, di scambio di favori, non aveva tutelato i boss imputati al maxi processo..

Un tradimento intollerabile, cui sarebbe seguita la sanzione estrema. Sfogliai le pagine – ben 138 – dell’ordinanza dei giudici lentamente, soffermandomi su alcuni brani, con l’animo del giocatore di poker che scruta le carte una dopo l’altra, assecondando l’ansia che la loro misteriosità provoca. Ricevetti sensazioni contrastanti; dapprima scetticismo, incredulità, quindi compiacimento, il desiderio di credere al di là di ogni dubbio. Ero soggiogato dalle parole, dalla liturgia della legge. Ecco «le acquisizioni probatorie sul delitto, le motivazioni, gli autori…»; ecco i mandanti, che «con premeditazione, in concorso tra loro, hanno deciso e cagionato la morte dell’onorevole Salvo Lima»; ecco i testimoni…, attendibili perché «non hanno alcun interesse a dire bugie, sono sinceramente pentiti, le loro informazioni provengono direttamente o indirettamente dai componenti dell’attuale Commissione provinciale di Cosa Nostra…».

Tutto pareva plausibile, sensato, liberatorio. Spazzavo via i dubbi che l’ordinanza proponeva con la voglia di credere. Finalmente un risultato, nero su bianco: tutto alla luce ciò che abbiamo sospettato, sussurrato, subito.

Dovetti affrontare una nuova lettura della ordinanza. Come sfuggirvi? Servivano i fatti, i nomi, i particolari. Una specie di prova del nove. I colpevoli per cominciare: erano oggettivamente responsabili del delitto perché solo il loro assenso avrebbe consentito di compierlo a Palermo. Un tribunale senza volto, né sede, né esecutori. Prima di applicare la pena capitale, esso deliberò di avvertire Salvo Lima e il suo partito. «L’occasione fu data dalle elezioni del 1987. Giunse in carcere l’ordine di votare per i radicali e per i socialisti».

Gli argomenti dei giudici erano provati dalle rivelazioni dei pentiti: Gaspare Mutolo, trafficante di droga e Giuseppe Marchese, pluriomicida. Mutolo e Marchese avevano ascoltato le confidenze dei boss in carcere. L’ordinanza metteva in fila vecchie ammissioni di altri pentiti e notissime tesi di collaboratori di giù stizia. Fra gli accusatori Tommaso Buscetta, Rosario Spatola, Antonino Calderone, Marino Mannoia. Gli accusati? Pippo Calò, Totò Riina, Pietro Aglieri.Ventiquattro mandanti, tutti nomi noti.

Devo convincermi che è una guerra; ed una guerra si paga con il sangue, con la rinuncia al diritto. Tuttavia non riesco a vietarmi di ragionare. Accolgo i miei dubbi con lo spirito di chi tradisce una causa. Mi sento colpevole per il fatto stesso di porre delle domande. Come avranno fatto a consultarsi i 24 mandanti almeno due volte? Latitanti, detenuti in varie carceri, liberi cittadini, titolari e «supplenti» della Commissione, cui spetta di pronunziarsi su ogni delitto?

Non mi pare che la struttura gerarchica di Cosa Nostra conceda molto alla democrazia interna. Anche per ragioni logistiche: almeno cinquanta persone – membri della Commissione, supplenti, messaggeri – avrebbero saputo tutto sull’agguato a Lima, prima dell’esecuzione. Con il pericolo di mandare tutto all’aria.

Il movente del delitto sarebbe la vendetta, la punizione di chi non è stato ai patti? La Commissione sacrifica tutto sull’altare della sanzione che inasprisce l’azione repressiva e giudiziaria, seppellisce in carcere i boss? É riduttivo. Marchese è l’uomo di Riina. Ha ucciso in carcere su suo ordine condannandosi all’ergastolo. Non ha nulla da perdere. Deve fare sapere una parte della verità?

«S’influiva sui politici e questi sui tribunali», affermano i pentiti. Quali sono i tribunali influenzabili? Quali i giudici pronti a persuadersi.

Ho i nomi dei mandanti, i particolari sulle loro intenzioni, non so nulla sugli esecutori. Mette i brividi una realtà che identifica i mandanti di un delitto ignorando gli esecutori. La accetterei con difficoltà anche se a raccontarla fosse George Simenon.

Fra i mandanti non compaiono Piddu Madonia, indicato come il numero due di Cosa Nostra, e i fratelli Cuntrera estradati in Italia dal Venezuela. Se Piddu Madonia è davvero il numero due, come è possibile che non sia stato ascoltato sulla sentenza Lima?

La composizione del tribunale di mafia, la riconoscibilità della Commissione provinciale restano un enigma. La dittatura di Riina su Cosa Nostra e la democrazia rappresentativa della Commissione non sono compatibili… Un enigma che s’infittisce, invece che diradarsi, con le parole di Tommaso Buscetta riferite nell’ordinanza. «Tenuto conto delle modalità e del luogo dell’omicidio Lima e della mancanza di qualsiasi conseguenza nell’ambito di Cosa Nostra, è del tutto pacifico che il delitto è stato deciso dalla Commissione provinciale di Palermo…».

Perché sarebbe il livello provinciale, e non quello regionale, competente per la sentenza? Lima è una personalità nazionale, il delitto compiuto in campagna elettorale avrebbe provocato conseguenze ben più vaste dell’ambito provinciale. Ma Buscetta non è uno sprovveduto. Perché propone un confine così angusto? Nei primi quattro mesi del 1992 Falcone e Buscetta si sarebbero incontrati più volte e ogni conversazione sarebbe stata registrata e trascritta diligentemente dagli agenti dell’FBI, i quali l’hanno passata ai colleghi italiani dei servizi e questi… Alcuni brani delle conversazioni finiscono sulle pagine del periodico Avvenimenti.

Le certezze di Buscetta sulla Commissione provinciale scompaiono, il panorama di complicità che Buscetta delinea è ben più preoccupante. Il 4 aprile 1992, egli avrebbe parlato con toni quasi accorati a Falcone. «Cosa Nostra uccide gli uomini politicamente scomodi su ordine di altri uomini politici. Tutto ciò non ha alcun rapporto con la criminalità. Sono solo operazioni che servono a coprire scandali del passato remoto e di quello più recente. La ragnatela delle complicità criminali, che copre il mondo industriale, ha creato rapporti internazionali più saldi di quelli del mondo politico ufficiai e. Coloro che manovrano gli utili di Cosa Nostra non sono più i personaggi improvvisati, finanzieri d’assalto come i Sindona o i Calvi, ma gruppi altamente specializzati nel valutare gli andamenti dei vari mercati finanziari internazionali. I vecchi capi di Cosa Nostra sono destinati a sparire. Attualmente vengono usati come un braccio armato clandestino che serve per sistemare e risolvere questioni che potrebbero pregiudicare l’attuale strategia dell’organizzazione… (omissis). Oppure agiscono direttamente per rendere favori alla vecchia classe politica complice. Vedi morte di Lima. Le assicuro che il mondo politico e industriale è perfettamente a conoscenza di questa evoluzione di Cosa Nostra e sempre più spesso preferisce rivolgersi a Cosa Nostra per la ricerca dei capitali necessari allo sviluppo delle proprie imprese. Attualmente il bilancio di Cosa Nostra è talmente in attivo che potrebbe sanare, senza difficoltà, il deficit delle economie ufficiali. Il marco tedesco sale a causa degli investimenti di Cosa Nostra nelle banche dell’ex Germania Est, la finanza ungherese dipende da Cosa Nostra. Bisogna prendere atto che Cosa Nostra non lotta più per una legittimazione ufficiale del proprio potere. In Colombia, a Panama, in Italia, nei paesi dell’Est dopo il crollo del comunismo tutto è possibile».

I verbali contengono degli omissis, alcuni nomi sono stati cancellati in modo rudimentale, con un pennarello. Tutto lascia presumere che il lavoro sia stato fatto da una talpa «solitaria», qualcuno che abbia sottratto le carte riservate dell’FBI per renderle pubbliche. Ma ciò che si lascia credere non è necessariamente la verità; tutt’altro. Non è escluso che si tratti di documenti falsi. Se così non fosse, dovrei supporre che i verbali siano stati consegnati alla stampa, quella che non avrebbe esitato a pubblicarli. L’ordinanza della magistratura non fa cenno ad essi. Essa utilizza le notizie di Buscetta su fatti avvenuti 14 anni or sono, non può omettere una frase come questa: «Cosa Nostra uccide gli uomini politicamente scomodi su ordine di altri uomini politici». L’omissione non lascia scelta: i documenti sono falsi. Tuttavia non voglio addebitare il sospetto ai verbali. Scelgo la disinformazione, consapevolmente. Male che vada, condurrà alle ragioni del depistaggio.

Facciamo l’ennesimo flash back, la vigilia dell’attentato di Capaci. Falcone ascolta Buscetta: i nomi che fa, i fatti che ipotizza, accumulando informazioni di straordinario interesse. E’ il mese di aprile, sono i giorni in cui la magistratura milanese cerca invano di conoscere i titolari dei conti svizzeri: tangenti e denaro «sporco» coabitano nello stesso conto?

Falcone si tenne per sé i nomi fatti da Buscetta o li riferì ai magistrati? Borsellino potrebbe essere uno di coloro che seppero. Le indagini dei giudici italiani inseguivano il crimine in Sud America, nel Nord Europa, nell’ex URSS. La talpa consegna i documenti falsi ad Avvenimenti negli stessi giorni in cui Vito Ciancimino chiede pubblicamente alla Commissione antimafia di essere ascoltato. Fa sapere di avere idee precise sul delitto Lima: «Chiunque poteva ucciderlo perché non si guardava», afferma, «ma la decisione di uccidere non poteva essere presa da chiunque. Il delitto è di quelli che vanno oltre le persone delle vittime e puntano in alto. Un avvertimento, come si suol dire. Forse si sono serviti della manovalanza siciliana anche per Capaci e via D’Amelio, ma la testa non è in Sicilia; se fosse in Sicilia, la polizia lo saprebbe, pochi possono permettersi queste azioni militari».

Le ipotesi di Ciancimino sono analoghe a quelle attribuite a Buscetta nei verbali trascritti dall’FBI. Una coincidenza? Ciancimino traduce il messaggio del crimine: «un avvertimento». Anche Amendolito la pensa allo stesso modo. La questione vera è la sentenza della Cassazione, o questa è solo un alibi, uno strumento capace di motivare le cosche, di farne il braccio armato di un disegno più vasto, pensato altrove?

Salvatore Parlagreco per Siciliainformazioni.com del 2 marzo 2010