Lo Stato sapeva tutto

Ciampi al pm Chelazzi: timori per lo sciopero dei camionisti. Allarme degli 007 per rischi attentati a Napolitano o Spadolini.

Nessuno ha detto cose nuove. Eppure leggere, ascoltare, oggi ciò che tutti sapevano suscita un ingiustificato clamore. Come per le parole pronunciate dal procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso alla commemorazione della strage di via dei Georgofili: “Le stragi mafiose del ‘93 erano tese a causare disordine per dare la possibilità ad una entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l’intera situazione economica, politica, sociale che veniva dalle macerie di Tangentopoli. Certamente Cosa Nostra, attraverso questo programma di azioni criminali, che hanno cercato di incidere gravemente e in profondità sull’ordine pubblico, ha inteso agevolare l’avvento di nuove realtà politiche che potessero poi esaudire le sue richieste”. Dichiarazioni a cui hanno fatto seguito quelle dell’ex presidente Ciampi: “L’Italia in quel frangente rischiò il colpo di Stato”. Entrambi hanno lasciato intendere che si trattò di bombe “commissionate alla mafia” da entità ancora giudiziariamente sconosciute, ipotizzabili come pezzi deviati dell’apparato dello Stato, al fine di destabilizzare il Paese per favorire l’ingresso di nuove forze politiche.

Si tratta dell’ipotesi investigativa che seguiva il pm fiorentino Gabriele Chelazzi, titolare dell’inchiesta sui “mandanti esterni”, quelli a “viso coperto” delle stragi del ’93 che lo stesso magistrato descrisse alla commissione nazionale Antimafia il 2 luglio del 2002. Basta leggere il verbale della sua audizione per capire come il Parlamento fosse già stato informato otto anni fa di una vicenda giudiziaria che, Chelazzi nel 2002 definisce “unica e irripetibile, almeno nella storia repubblicana” e dalla “finalità eversiva”. A cui aggiunge che è lì per offrire alla politica gli strumenti conoscitivi affinché possa proseguire verso la ricerca della verità che la magistratura fino a quel momento non è riuscita a dimostrare. Non consegna le carte Chelazzi, promette che lo farà.

Ma nella notte tra il 16 e il 17 aprile del 2003 viene trovato morto nella foresteria della Guardia di Finanza di via Sicilia a Roma, stroncato da un infarto. Una morte che lascia tanti interrogativi anche a causa della mancata autopsia, seppure soffrisse di cuore e lo stress per un impegno a tutto campo fosse altissimo. Stress che si aggiungeva a delusione e amarezza come lui stesso scrisse poche ore prima di morire in una lettera trovata sulla sua scrivania in attesa di essere spedita all’allora Procuratore Capo di Firenze Ubaldo Nannucci. Chelazzi si diceva rammaricato e denunciava una scarsa attenzione da parte dell’Ufficio, mancanza di collaboratori e di supporti informatici rispetto alla complessità e alla delicatezza delle indagini. “Mi chiamate alle riunioni ogni volta solo per dare conto di ciò che sto facendo quasi che fosse un dibattito, senza che vi studiate le carte e che approfondiate quasi accusandomi che io sia un fissato”. Chelazzi temeva che il tempo che aveva ancora a disposizione per indagare prima che scadessero i termini di legge, non sarebbe stato sufficiente per provare il filo che legava nuove forze politiche a quelle stragi esattamente come ha ribadito il procuratore nazionale Antimafia Grasso.

Chelazzi aveva ascoltato moltissime persone. Tutti i ministri dell’epoca delle stragi, da quello dell’Interno a quello della Giustizia, ai presidenti della Camera e del Senato, fino al premier Ciampi. Verbale segretato agli atti dell’inchiesta e mai consegnato alla commissione Antimafia: Ciampi descrisse esattamente, come ha fatto nei giorni scorsi, il terrore di un golpe mentre le bombe scoppiavano a Roma, a Milano e a Firenze. A riprova che le accuse rivoltegli da destra sono infondate, Ciampi non ha taciuto, ma descrisse al pm già prima dell’audizione di Chelazzi in Parlamento, nei dettagli, l’incredulità e il terrore di quei giorni e di quelle ore. Le linee telefoniche che saltano a Palazzo Chigi. “È uno scenario da colpo di Stato”, così Ciampi riassume quella che era molto più che una sensazione. “In quei giorni lo sciopero degli autotrasportatori ci preoccupava enormemente in quanto si avvertivano carenze negli approvvigionamenti dei generi alimentari e dei carburanti. Vi erano manifestazioni d’insofferenza da parte della popolazione che vedeva turbato l’inizio del periodo feriale”. E dopo una giornata faticosissima Ciampi aveva cercato un po’ di riposo a Santa Severa quando nella notte successe il finimondo. ”È contro questa concreta prospettiva di uno Stato rinnovato che si è scatenata una torbida alleanza di forze che perseguono obiettivi congiunti di destabilizzazione politica e di criminalità comune”, disse in Parlamento il 28 luglio. Parole che Ciampi commentò così con l’allora procuratore nazionale Antimafia Pierluigi Vigna e con il pm Chelazzi: “Quanto dissi al Parlamento fu il riflesso dello stato d’animo e delle vicende drammatiche vissute quella notte” .

Dopo le stragi di Roma e di Milano una fonte riservata riferì ai servizi segreti che dettero l’allarme, che entro il 26 agosto ci sarebbe stato un attentato ad un “grosso” politico. I nomi che si fecero furono Spadolini e Napolitano ad opera di “quelli là” – i corleonesi – in accordo coi “grossi” cioè i politici e i “massoni”. Tutti gli apparati di sicurezza dello Stato vennero immediatamente messi in funzione. Ne derivò un’informativa che venne consegnata al governo in cui si parlava anche della situazione che si stava creando nelle carceri tra i boss al 41 bis: “Tra i detenuti appartenenti a Cosa Nostra, specialmente di livello medio, serpeggia un diffuso malumore per il fatto di non essere più adeguatamente protetti dai vertici dell’organizzazione. La perdurante volontà del governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza e il sostanziale fallimento della campagna di delegittimazione dei collaboratori di giustizia , hanno sicuramente concorso, assieme ad altri fattori, alla ripresa della stagione degli attentati”. Era l’estate del 1993. Tutti quelli che dovevano sapere, dunque, sapevano.

Sandra Amurri per il Fatto Quotidiano, 2 giugno 2010

Falange armata, mix d’ eversione e criminalità

Dopo 2 anni e una catena impressionante di delitti c’ è ancora mistero attorno alla sigla terroristica: ha esordito il 27 ottobre del 1990 con la rivendicazione dell’ omicidio di Umberto Mormile

MILANO . Una sigla, due anni di misteri. E una catena impressionante di delitti, attentati e minacce. La Falange armata ha esordito il 27 ottobre 1990 con la rivendicazione dell’ omicidio di Andrea Mormile, educatore carcerario di Opera assassinato l’ 11 aprile dello stesso anno. Un’ attribuzione in ritardo di mesi, ma che sembrava tener fede alla promessa fatta subito dopo l’ agguato: “Il terrorismo non e’ morto, vi faremo sapere poi chi siamo”. Quelle telefonate giunsero al centralino dell’ Ansa di Bologna, lo stesso dove il 5 gennaio 1991 fu trasmessa la rivendicazione di un fatto ben piu’ grave: il massacro dei tre carabinieri nel quartiere Pilastro. Oltre al nome, i due episodi sarebbero uniti da una firma inconfondibile: i killer avrebbero usato lo stesso revolver Colt 38 special. Ma la perizia sulle armi fa nascere altri sospetti e da’ il via a un’ impressionante sequenza di collegamenti. Lo zampino della Falange ricompare in tutta la stagione di fuoco dell’ Emilia Romagna. Quella degli assalti contro zingari e tunisini, quella delle uccisioni senza motivo, quella delle imprese della “Banda della Uno bianca”. La polizia scientifica ha stabilito una serie di relazioni tra le armi impiegate in questi delitti (il revolver, un fucile d’ assalto Beretta Ar 70, due pistole Beretta 98) tale da accomunare ben 14 omicidi e 33 ferimenti. L’ ultimo dei quali compiuto nell’ agosto di quest’ anno: un cassiere ridotto in fin di vita durante una rapina alla periferia di Cesena. Una citta’ dove gli assassini folli avevano gia’ colpito, minacciando anche Libero Gualtieri, ex presidente della Commissione stragi. Ma cosa si nasconde dietro la sigla? Due filoni d’ indagine paralleli di polizia e carabinieri hanno portato in cella molte persone. Per alcuni episodi e’ finita dentro la gang di Damiano Bechis, ex para’ dei carabinieri, morto in circostanze mai chiarite durante un furto a Modena. Invece per Pilastro e’ stato accusato Marco Medda, gia’ luogotenente di Cutolo e vicino ad ambienti del terrorismo nero. E l’ ombra di camorra ed eversione ricompare spesso dietro tutta la vicenda. Nonostante la raffica di arresti il mistero resta intatto. C’ e’ l’ enorme numero di avvertimenti fatti piovere in tutta Italia. Quasi sempre una voce dall’ accento tedesco, messaggi complessi, spesso legati alla condizione penitenziaria. Nella loro lista nera sono finiti politici, giudici, imprenditori e giornalisti. Ma i falangisti hanno rivendicato persino la distruzione della villa di Pippo Baudo. La voce della Falange si e’ attribuita gli attentati contro l’ “Avanti!”, contro il treno Lecce Stoccarda e infine la strage di Capaci. Ha vantato alleanze con l’ Eta. Ha telefonato dopo gli omicidi dell’ ingegner Dazzi a Massa, dell’ avvocato Fioretto a Vicenza, degli industriali Vecchi e Rovetta a Catania, dell’ avvocato Fabrizi a Pescara, del maresciallo Garau a Nuoro. Teorizza la militarizzazione del territorio, “non esistendo ne’ volonta’ politica, ne’ artifici legali e costituzionali, ne’ movimenti di opinione in grado di costringere la classe politica a darsi delle regole di moralita’ , di autorita’ e di equita’ “. Per gli inquirenti sono inattendibili: esaltati, parassiti del terrore che cercano di cavalcare avvenimenti clamorosi. Eppure Falange armata nasce dalle nebbie di un periodo cupo della nostra storia, tra il ritrovamento degli scritti di Moro e lo smantellamento della rete di Gladio; tra i delitti Livatino, Scopelliti e Grassi e l’ azzeramento dell’ Alto commissariato antimafia. Per continuare con l’ ultima stagione delle stragi siciliane e quel discusso complotto che ha messo in allarme le prefetture alla vigilia delle elezioni del 5 aprile. In questa bufera Falange ha sicuramente avuto un ruolo particolare: ha monopolizzato l’ attenzione dei mass media. Facendo chiedere piu’ sicurezza e distraendo da quello che succedeva a Sud. Un’ operazione che puo’ aver fatto comodo a molti.

Gianluca Di Feo Per Il Corriere della Sera del 28 dicembre 1992

Cronologia delle rivendicazioni della Falange Armata

27/10/90 – Viene ucciso l’educatore del carcere di Opera, in provincia di Milano, Umberto Mormile. L’attentato viene rivendicato dalla Falange Armata.

04/01/1991 – A Bologna , nel quartiere del Pilastro, la banda della Uno bianca uccide 3 carabinieri. La strage è’ rivendicata dalla Falange Armata. Per la strage viene usato, come in altre azioni rivendicate dalla Falange Armata, un mitra Beretta SC 70 in dotazione soltanto a forze speciali di pronto intervento e impossibili da trovare tanto sul mercato legale come su quello illegale, un’arma uguale sarebbe scomparsa nell’Ottobre del 1990 da una sede del SISMI a Roma.

02/05/1991 – Vengono uccisi in un’armeria a Bologna, Licia Ansaloni, la titolare e il commesso Pietro Capolungo, ex appuntato dei carabinieri. La strage è rivendicata dalla Falange Armata. Il negozio era frequentato da carabinieri e militari, nell’armeria furono acquistati centinaia di proiettili del medesimo tipo di quelli utilizzati per la strage del quartiere Pilastro e per numerose altre azioni rivendicate dalla Falange Armata. Gli autori verranno poi individuati come la banda della “Uno bianca”.

06/01/1992 – Dopo il fallito attentato al treno espresso 388 Lecce-Zurigo, ai centralini dei giornali e degli uffici dell’ Ansa di Napoli e di Bari arrivano alcune rivendicazioni telefoniche. Gli anonimi telefonisti dicono di parlare a nome della Falange Armata e si attribuiscono la responsabilità di questo “attentato incruento”. Un telefonista parla con accento tedesco.

11/03/1992 – A Castellammare di Stabia viene ucciso il consigliere comunale del Pds Sebastiano Corrado. Con una telefonata alla redazione dell’ Ansa di Bologna, un uomo rivendica per conto della Falange Armata l’ omicidio di Corrado, avvenuto solo 3 ore prima.

15/03/1992 – Con una telefonata all’ Ansa di Torino una voce maschile dichiara che la Falange Armata si “assume la paternità politica e la responsabilità morale dell’ esecuzione dell’ onorevole Lima”. L’on. Salvo Lima era stato ucciso tre giorni prima a Palermo in un agguato mafioso

05/04/1992 – Alle 11.25 del 5 aprile 1992 una telefonata alla sede dell’agenzia Ansa di Bari rivendica l’omicio del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli :  «La Falange Armata si assume la paternità politica e la responsabilità morale dell’azione condotta ieri in Sicilia contro il maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli». Il 2 aprile era arrivata alla stessa redazione barese dell’Ansa un’altra telefonata : «È la Falange Armata» disse la voce anonima prima di leggere un comunicato in cui si affermava che «l’attuale momento di tregua è figlio necessario di una convenzione strategica unitaria e di un compromesso politico a termine», promettendo una «legittima rappresaglia» da eseguire «al momento propizio»

23/05/1992 – Giovanni Falcone viene ucciso insieme a sua moglie e alla scorta a Capaci in Sicilia. L’attentato viene portato a termine con una bomba di eccezionale potenza, circa 1.000 chili di esplosivo, che fa saltare decine di metri dell’autostrada Punta Raisi-Palermo. La strage verrà rivendicata anche dalla Falange Armata.

19/07/1992 – Paolo Borsellino, giudice con tendenze politiche di destra del pool antimafia, viene ucciso in Via D’Amelio a Palermo. L’omicidio verrà rivendicato dalla Falange Armata.

14/05/1993 – Alle 21,40 esplode in Via Fauro a Roma, una Fiat Uno imbottita con 120 chili di una miscela esplosiva costituita da tritolo, T4, pentrite e nitroglicerina. L’esplosione provoca 24 feriti. Anche in questo caso ci sarà una rivendicazione della Falange Armata. L’attentato, probabilmente contro Maurizio Costanzo, provoca 15 feriti.

27/05/1993 – Alle 1,04 in via dei Georgofili a Firenze nei pressi della galleria degli Uffizi esplode un Fiat Fiorino imbottito con 250 chili di una miscela composta da tritolo, T4, pentrite, nitroglicerina. L’esplosione, che fa crollare la Torre dei Pulci, sede dell’Accademia dei Georgofili, provoca 5 morti e 48 feriti, sarà rivendicata dalla Falange Armata. Su vari organi di stampa viene ipotizzata la matrice mafiosa dell’attentato con il coinvolgimento dei servizi segreti e di logge massoniche.

02/06/1993 – A Roma, a Via dei Sabini, a 100 metri da Palazzo Chigi viene scoperta una bomba che viene rivendicata dalla Falange Armata.

16/09/1993 – La Procura della Repubblica di Roma apre un un’inchiesta con un rapporto congiunto di polizia e carabinieri che individua in 16 ufficiali del SISMI i telefonisti che hanno rivendicato le azioni della Falange Armata. L’inchiesta parte da una indagine interna ordinata da Paolo Fulci, capo del CESIS, il comitato di coordinamento dei servizi segreti, fino al ’92. Fulci infatti per scoprire la fondatezza di voci che individuavano come provenienti dagli uffici del SISMI le telefonate della Falange Armata fece predisporre delle intercettazioni telefoniche che avrebbero dato esito positivo. Fulci però aspetterà fino all’estate del ’93 per rendere noto alle autorità di polizia ciò che conosceva già nel 1992.

18/10/1993 – Vengono cambiati i capi dei servizi segreti italiani: Direttore del SISMI è il gen. Cesare Pucci, a comandare il SISDE è chiamato il prefetto Domenico Salazar e al CESIS va il gen. Giuseppe Tavormina. Viene approvata anche una epurazione di ufficiali dei servizi tra i quali, dirà il ministro della Difesa Fabio Fabbri 300 uomini del SISMI, tra i quali si annidano i 16 sospetti telefonisti della Falange Armata, e l’intera settima divisione, quella da cui dipende Gladio. Più che epurati in realtà verranno rispediti alle sedi di provenienza.

21/10/1993 – Attentato a Padova durante la notte contro il Palazzo di Giustizia che viene in parte distrutto. L’attentato viene rivendicato dalla Falange Armata.

26/10/1993 – Viene arrestato a Taormina Carmelo Scalone, educatore penitenziario, uomo di fiducia di Nicolò Amato, è accusato di essere uno dei telefonisti della Falange Armata come risulterebbe da alcune intercettazioni telefoniche. Cade il silenzio invece sui 16 uomini del SISMI precedente individuati.

23/08/1994 –  Milano, 23 ago. (Adnkronos) – La Falange Armata ha rivendicato oggi pomeriggio con una telefonata alla redazione milanese dell’Adnkronos ”la paternita’ politica e la responsabilita”’ della morte di Sergio Castellari, l’ex direttore generale delle Partecipazioni statali, il cui cadavere venne ritrovato il 25 febbraio 1993 su una collinetta a poche centinaia di metri dalla sua villa di Sacrofano.

”La Falange si assume la paternita’ politica e la responsabilita’ dell’operazione Sergio Castellari”. Queste le parole della brevissima rivendicazione, giunta alle 18,25 circa, pronunciate da una voce maschile, apparentemente di un uomo in eta’ abbastanza avanzata, con una insolita accentuazione, come di chi si esprima correntemente in francese.

25/11/1994 – Nell’ambito dell’inchiesta sulla banda della Uno bianca è stato arrestato un altro poliziotto, altri due sono sospettati di avere chiuso gli occhi sull’attività dei colleghi, un altro ancora a Pescara ha ricevuto un avviso di garanzia. I magistrati bolognesi hanno inoltre trasmesso gli atti dell’inchiesta ai colleghi romani che indagano sulla Falange Armata. Il poliziotto arrestato si chiama Pietro Gugliotta e prestava servizio alla sala operativa delle volanti della questura di Bologna.

27/11/1994 – Eva Mikula, arrestata con Fabio Savi ha dichiarato di aver conosciuto il componente della banda della Uno bianca nel gennaio del ’92 a Budapest nel bar dove lavorava come cameriera. A presentarglielo era stato un amico di Budapest che aveva sentito parlare Fabio Savi di mercurio rosso. Una perizia, inoltre, ha constatato che una delle pistole 357 magnum sequestrata ai componenti della banda è la stessa che nell’aprile del ’90 uccise l’educatore carcerario di Opera Alberto Mormile. Il senatore Libero Gualtieri racconta che l’ex segretario del CESIS, Francesco Paolo Fulci redasse un elenco di 16 nomi interni alle “forze dell’ordine” come sospetti di essere implicati nella vicenda della Falange Armata che tale sigla avrebbe avuto lo scopo di disinformare e intimidire per allontanare i sospetti su Gladio.

01/12/1994 – Sui terminali dell’agenzia stampa ADN-Kronos compare un messaggio a firma della Falange Armata che nega collegamenti con la banda della Uno bianca. Si tratta di un accesso non autorizzato alla banca dati dell’agenzia.

20/04/1995 – L’ex giudice Di Pietro, in qualità di consulente della Commissione Stragi, ha consegnato le sue conclusioni sull’indagine svolta sulla banda della Uno bianca. Di Pietro dice: non esistono collusioni e coperture dei servizi segreti e non c’è alcuna connessione con la Falange Armata con la banda Savi. Sempre secondo Di Pietro non esisterebbero legami neanche fra la banda di poliziotti della Uno bianca e la criminalità organizzata. Un giudizio molto affrettato, che non coincide con molti riscontri derivanti dalle indagini, che comunque vanno a rilento, e che ha dato luogo alle reazioni nervose della Procura di Bologna. Anche Di Pietro comunque è un ex poliziotto che ha prestato servizio nel commissariato vicino all'”autoparco della mafia” di Milano e non si è accorto di nulla, c’è il rischio che anche stavolta non abbia visto ciò che è evidente.

30/09/1995 – La Falange Armata ha lasciato dei messaggi nei computer collegati a Internet della Banca d’Italia, dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, della Italsempione e del CERPL di Massa Carrara, Padova, Roma e Ferrara. Nel messaggio lasciato si legge: “Voi avete le reti, le informazioni, la tecnologia. Noi abbiamo voi, le vostre cose, le reti. Rivoluzione sì, ma nuova, come non l’avreste mai immaginata… Guardatevi intorno … i vostri nemici saranno i monitor”. In un comunicato arrivato ai giornali firmato Falange Armata viene rivendicata l’azione: “Abbiamo preso il totale controllo di alcuni sistemi informatici… Abbiamo cancellato le parole chiave per accedere agli elaboratori e abbiamo inserito una nostra password… Ci dite che l’informazione è il potere, che essa viaggia sulle reti. Noi ora abbiamo le reti, abbiamo l’informazione, abbiamo il potere”.

Fonte principale : Archivio ‘900 [Documento aggiornato in data 30 giugno 2013]

Le stragi, le trattative e la Falange Armata

“Dall’esame delle fonti indicate si ricavano elementi a sostegno di una ipotesi di esistenza di un progetto eversivo dell’ordine costituzionale, da perseguire attraverso una serie di attentati aventi per obiettivo vittime innocenti e alte cariche dello Stato, rivendicati dalla Falange Armata e compiuti con l’utilizzo di materiale bellico proveniente dai paesi dell’est dell’Europa”. Nel decreto di rinvio a giudizio del gup Piergiorgio Morosini nel procedimento sulla trattativa Stato-mafia la presenza della Falange Armata si fa sempre più tangibile. “Nel perseguimento di questo progetto Cosa Nostra sarebbe alleata con consorterie di ‘diversa estrazione’, non solo di matrice mafiosa (in particolare sul versante catanese, calabrese e messinese).
E nelle intese per dare forma a tale progetto sarebbero coinvolti ‘uomini cerniera’ tra crimine organizzato, eversione nera, ambienti deviati dei servizi di sicurezza e della massoneria, quali ad esempio Ciancimino Vito”. Il riferimento è alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino sul coinvolgimento del padre nelle vicende di Gladio, Ustica e del caso Moro.

La riunione di Enna
Nel documento Morosini si sofferma sulla riunione tenutasi ad Enna nel dicembre del 1991, nella quale Totò Riina, prevedendo un esito per lui sfavorevole del primo maxi-processo in Cassazione, traccia le “linee guida” di un piano di “destabilizzazione” della vita del Paese per “obiettivi eversivo-separatisti”. Per il gup le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Leonardo Messina, Filippo Malvagna e Giuseppe Pulvirenti, avallano la tesi che in un contesto sociale “esasperato dal terrore degli attentati e possibilmente domato da successivi eventi golpistici”, sarebbe stato possibile per Cosa Nostra “ricavare nuove chances di ‘trattativa’ miranti ad ottenere vantaggi anche sul piano della repressione penale per gli associati”. Lo stesso Malvagna, ricordando quanto dettogli dal Pulvirenti, riferisce della riunione di Enna del ‘91, alla presenza di Riina e Santapaola, degli “obiettivi concordati” e delle “decisioni assunte” anche “con riferimento alle modalità di realizzazione degli attentati (rivendicazione degli attentati doveva essere con la sigla della ‘Falange Armata’ nell’ambito di un più ampio disegno di destabilizzazione della vita del paese)”. Secondo Morosini questo progetto “andrebbe di pari passo con un secondo ‘piano’ di Cosa Nostra, più legato alle esigenze contingenti di fronteggiare la dura repressione da parte dello Stato iniziata già nel 1991”. E questo  programma mafioso “sarebbe finalizzato a indurre esponenti di vertice delle istituzioni italiane a ‘trattare’ con l’organizzazione in vista di una soluzione ‘a breve scadenza’ dei problemi legati alla giustizia penale e al trattamento penitenziario”. Un obiettivo “verosimilmente facilitato dal ‘capitale di contatti’ che, nel frattempo, maturano per via dell’attività finalizzata alla realizzazione del progetto più ambizioso e di lunga scadenza di tipo eversivo”.

 

Ciancimino, Bellini e Cattafi
Morosini sottolinea che tra le fonti di prova del procedimento sulla trattativa Stato-mafia, con riferimento all’obiettivo più contingente per Cosa Nostra, e cioè la realizzazione di gravissimi atti intimidatori finalizzati a indurre lo Stato a “trattare” sulla repressione penale, vi sono almeno tre soggetti “che offrono un contributo conoscitivo sulla base del ruolo, a loro dire svolto all’epoca dei fatti, di ‘anello di congiunzione’ tra Cosa Nostra ed esponenti delle istituzioni, in particolare ufficiali del ROS dei carabinieri”. “Pur trattandosi di soggetti con ‘carriere criminali’ diverse e di differente  estrazione delinquenziale, sociale e territoriale – specifica il gup –, si tratta di tre personaggi di ‘caratura criminale trasversale’, ossia di uomini a contatto non solo con l’organizzazione mafiosa ma anche con sodalizi collegati ai servizi di sicurezza, a logge massoniche e alla eversione di destra: Ciancimino Vito, Bellini Paolo, Cattafi Rosario Pio”. Nel decreto di rinvio a giudizio Morosini ribadisce che sulla base delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino e del materiale documentale da lui proposto in più tranches agli inquirenti, riconducibile a manoscritti e dattiloscritti del padre, è da Vito Ciancimino che principalmente scaturiscono le informazioni sui contatti con gli ufficiali del ROS dei carabinieri dal giugno al dicembre del 1992. Per focalizzare meglio i contatti ultradecennali di Vito Ciancimino con la ‘Ndrangheta, i “segmenti deviati” dei servizi di sicurezza e della massoneria, il gup rilegge le dichiarazioni di Cannella Tullio sul vertice di Lamezia Terme del 1991 per la costituzione delle Leghe meridionali e quelle di Massimo Ciancimino sui contatti del padre con la organizzazione segreta “Gladio”. Di seguito è il ruolo di Paolo Bellini a finire sotto la lente di ingrandimento di Morosini per la sua “intermediazione per una ‘trattativa’ condotta nel 1992 da alcuni esponenti di Cosa Nostra e i carabinieri per il recupero di opere d’arte in cambio di benefici penitenziari per alcuni capi mafia, proviene da ambienti della destra eversiva (Avanguardia Nazionale)”. Il profilo criminale di Bellini viene così ricordato nel documento partendo dal 1975, anno in cui lo stesso riveste il ruolo di esecutore materiale dell’omicidio dell’attivista di Lotta Continua Alceste Campanile. Viene ugualmente evidenziato come Bellini sia stato latitante per anni in Brasile grazie a coperture degli ambienti dell’estrema destra, per poi rientrare in Italia nel 1981 con il nome di Roberto Da Silva. Altrettanta attenzione viene riservata agli omicidi commessi per conto della ‘Ndrangheta da lui stesso confessati. Ultima, e non certo per importanza, è la figura di Rosario Pio Cattafi che ha riferito dei contatti del 1993 con il vice capo del DAP Francesco Di Maggio e con i R.O.S. “in vista della apertura del dialogo con Cosa Nostra sul 41 bis”. Morosini evidenzia come Cattafi sia un capo mafia di Barcellona Pozzo di Gotto (Me), con alle spalle una militanza in Ordine Nuovo, già coinvolto in indagini dell’autorità giudiziaria milanese per reati di estorsione, porto di armi da guerra, unitamente al capo mafia catanese Nitto Santapaola e all’esponente di vertice della ‘Ndrangheta Cosimo Ruga.

Dall’omicidio Lima alle stragi del ‘93
Nel documento il gup si sofferma sulla “nuova linea strategica” di Cosa Nostra “alla ricerca di nuovi referenti negli ambienti politico istituzionali, inaugurata con l’omicidio Lima”. “Proprio con riguardo alle minacce dedotte nella contestazione (dal 1992 al 1994) e sui caratteri che le legherebbero tutte ad un unico disegno criminoso di ricatto allo Stato, a partire dall’omicidio Lima – specifica ancora Morosini –, vanno evidenziate le indicazioni ricavabili a pagina n.58 dell’informativa della DIA del 4 marzo 1994 a firma del Capo Reparto Investigazioni Giudiziarie dott. Pippo Micalizio”. Nell’informativa si registrava infatti che la Falange Armata aveva rivendicato l’omicidio Salvo Lima, e poi le stragi di Capaci e di via D’Amelio, gli attentati di via Fauro a Roma, di via dei Georgofili a Firenze, di San Giovanni in Laterano e via del Velabro a Roma e di via Palestro a Milano. Secondo il gup a questi attentati deve essere aggiunta la rivendicazione da parte della Falange Armata di un altro omicidio che, secondo l’accusa rientra nel progetto di minacce, ossia quello del maresciallo Guazzelli. Per Morosini “vanno evidenziate la fonti che attribuiscono sempre alla Falange Armata le minacce direttamente rivolte a ‘personaggi chiave’ delle istituzioni, all’epoca dei fatti, coinvolti a vario titolo nella repressione degli illeciti mafiosi, di cui si occupa il presente procedimento”. Si tratta delle sentenze del Tribunale di Roma del 17 marzo 1999 e della Corte di Appello di Roma del 20 novembre 2011 (divenute irrevocabili il 15 luglio 2002), emesse nel processo a carico di Carmelo Scalone, accusato di partecipazione all’associazione denominata Falange Armata, violenza e minaccia aggravata a pubblico ufficiale e attentato a organi costituzionali dello Stato. Secondo le sentenze, i soggetti minacciati sono: l’onorevole Vincenzo Scotti, ministro degli Interni, il 16 giugno 1992; l’on. Nicola Mancino, ministro degli Interni, il 19 novembre 1992, i giorni 1 e 21 aprile 1993, il 19 giugno 1993;  il dott. Vincenzo Parisi, capo della Polizia, il 19 novembre 1992,  il 1 aprile 1993 e il 19 giugno 1993; il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, il giorno 1 aprile 1993 e i giorni 19 e 21 settembre 1993; il dott. Adalberto Capriotti, all’epoca direttore del DAP, il 16 settembre 1993; il dott. Francesco Di Maggio, all’epoca vicedirettore del DAP, il 16 settembre 1993; il Presidente del Senato Giovanni Spadolini, il 21 aprile 1993. “Va ricordato, sempre richiamando le suddette sentenze relative all’imputato Scarano – sottolinea il gup –, che la Falange Armata, il 14 giugno 1993, ebbe modo di manifestare la sua soddisfazione per la nomina del dott. Adalberto Capriotti come direttore del DAP, al posto del dott. Nicolò Amato, considerando la sostituzione di quest’ultimo come una vittoria della stessa Falange Armata. Le medesime sentenze dell’autorità giudiziaria capitolina ricordano che le rivendicazioni da parte della ‘Falange Armata’ sono state  spesso utilizzata in Italia per assecondare piani eversivi orditi da sodalizi di vario genere, in una prospettiva di ‘destabilizzazione’ della vita politico-istituzionale italiana”. Quella stessa “prospettiva di destabilizzazione” della vita politico-istituzionale del nostro Paese di cui si erano già occupati Roberto Scarpinato, Guido Lo Forte, Nico Gozzo ed Antonio Ingroia nell’inchiesta palermitana denominata “Sistemi criminali”. Un’indagine che all’epoca si poteva definire decisamente “pionieristica” e che oggi finalmente vede la sua naturale evoluzione nel processo allo Stato-mafia.

Lorenzo Baldo per AntimafiaDuemila del 9 marzo 2013

Retroscena di una trattativa

È intorno al 13 dicembre 1991, il giorno in cui la Cupola delibera che Falcone e Borsellino dovevano morire. Una data che combacia con l’inizio della strategia del terrore e con un lungo rosario di eventi ancora da decifrare

Il momento esatto non si conosce. È intorno al 13 dicembre 1991, il giorno in cui la Cupola delibera che Falcone e Borsellino dovevano morire. Una data che combacia con l’inizio della strategia del terrore e con un lungo rosario di eventi ancora da decifrare. È l’inizio di un conflitto che terminerà, lasciando sul campo decine di morti, solo dopo le stragi del 1993. In mezzo ci sono l’omicidio dell’europarlamentare Salvo Lima e gli eccidi di Capaci e via D’Amelio. E ci sono anche la presunta trattativa Stato-Mafia e quel “papello”, con le condizioni di Totò Riina, che secondo le più recenti indagini della Procura di Palermo – l’ossatura del processo che si aprirà il prossimo 27 maggio – finì prima nelle mani dei carabinieri e poi nel cuore delle istituzioni.

LA SENTENZA DI MORTE. A capotavola, racconteranno le inchieste degli anni a seguire, c’è proprio lui, il Capo dei capi. Intorno a Totò u curtu, la Cupola al completo: Greco, Aglieri, La Barbera, Cangemi, Brusca, Ganci, Biondino, Madonia e Graviano. «Ora è arrivato il momento in cui ognuno di noi si deve assumere le sue responsabilità», queste le parole del padrino di Corleone, prima di pronunciare la sentenza di morte. La mafia siciliana sta attraversando un momento davvero difficile. Lo Stato gli ha inferto colpi durissimi. Il maxi processo, nato dalle indagini di Falcone e Borsellino, in meno di un anno, tra il 1986 e il 1987, ha già mandato alla sbarra e fatto condannare quasi 400 mafiosi, senza contare i 19 ergastoli che hanno di fatto decapitato i vertici di Cosa nostra, compresi gli imprendibili Riina e Provenzano. La lama della giustizia è penetrata a fondo colpendo non solo uomini d’onore e capi mandamento, ma anche gregari e soldati. Le collaborazioni di Tommaso Buscetta, Salvatore Contorno, Antonino Calderone e Francesco Marino Mannoia, hanno permesso al pool di Palermo di comprendere il linguaggio mafioso e la struttura di un’organizzazione criminale che fino a quel momento non era stata ancora definitiva né “verticistica” né con il nome di Cosa nostra. Il maxi processo si concluderà in Cassazione il 30 gennaio 1992, meno di quaranta giorni dopo la riunione della Cupola. E non colpirà la piovra solo sul piano repressivo, ma anche su quello dell’autorevolezza. Secondo i pm di Palermo, che hanno indagato sulla presunta trattativa Stato-Mafia, è proprio da lì «che iniziò una nuova presa di coscienza all’interno dei vertici dell’organizzazione mafiosa e che prese avvio la crisi dei rapporti di Cosa nostra con i referenti politici tradizionali, che agli occhi dei capimafia avevano fallito su uno dei terreni più importanti per i quali la mafia a loro si rivolgeva: la garanzia dell’impunità».

LE BOMBE DEL 1993. L’omicidio Lima segna l’inizio della stagione di sangue. È il 12 marzo 1992. Ed è l’avvio di un’escalation di piombo e tritolo che terminerà un anno dopo con le stragi di Roma, Palermo e Firenze. «Nel 1992, la posta in gioco era soprattutto la vita dei politici inseriti nella lista nera di Cosa nostra – scrivono i pm di Palermo – che andavano salvati, e perciò la trattativa ebbe per oggetto la rinuncia agli omicidi già programmati in cambio dell’allentamento della morsa repressiva». Riina e Bagarella esprimono due concetti rozzi ma che ben riassumono quello che accadrà poi: «Dobbiamo fare la guerra allo Stato per poi fare la pace» e «in futuro non dobbiamo più correre il rischio che i politici possano voltarci le spalle». Per fare questo, tuttavia, vanno rimossi almeno due ostacoli. Il 23 maggio 500 chili di tritolo uccidono Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini di scorta. Alcune settimane dopo Don Vito Ciancimino, il sindacomafioso di Palermo, avvicina i carabinieri del Ros e dà il via alla trattativa. «Dal lato di Cosa nostra – scrivono i magistrati – (la trattativa, ndr) venne originariamente gestita direttamente dall’odierno imputato Salvatore Riina, da parte dello Stato, venne condotta da alcuni alti ufficiali dei carabinieri». Sono i vertici del Ros: il generale Antonio Subranni, il suo vice Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno. «A loro volta investiti dal livello politico (ed in particolare dal sen. Calogero Mannino), che contattarono Vito Ciancimino, a sua volta in rapporti con Salvatore Riina per il tramite di Antonino Cinà». Ma a Roma c’è un altro ostacolo, è il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti, in prima linea contro la mafia insieme a Claudio Martelli. Scotti lascerà il posto a Nicola Mancino il 28 giugno, appena un mese dopo Capaci e venti giorni prima di via D’Amelio. Su questo punto sono sempre i magistrati di Palermo a focalizzare meglio quanto sta accadendo: «Il Ministro dell’Interno in carica Vincenzo Scotti era ritenuto un potenziale ostacolo, mentre Mancino veniva ritenuto più utile in quanto considerato più facilmente influenzabile da politici della sua stessa corrente, ed artefici della trattativa come il coimputato Mannino». È il momento in cui irrompe «una male intesa (e perciò mai dichiarata) Ragion di Stato che fornisce apparente legittimazione alla trattativa e che coinvolge sempre più ampi e superiori livelli istituzionali». È certo che in quelle stesse ore chi ha preso il testimone di Falcone è a conoscenza che Cosa nostra e lo Stato hanno iniziato a trattare. Borsellino ha i giorni contati quando il direttore degli Affari penali, Liliana Ferraro, lo informa che c’è in atto un tentativo di scendere a patti con la mafia. Il 28 giugno la Ferraro, che ha saputo da De Donno che il Ros è in contatto con Don Vito, riferirà tutto questo a Borsellino nel corso di un incontro, casuale, all’aeroporto di Fiumicino. Il 1° luglio Borsellino incontra a Roma il ministro Mancino, ma lui afferma ancora oggi di non ricordare quella circostanza. Diciotto giorno dopo 100 chili di tritolo tolgono di mezzo il giudice e i suoi cinque angeli custodi. Nel 2012 la Procura di Caltanissetta, concludendo l’ultima inchiesta sulla strage di via D’Amelio, afferma che Borsellino era diventato un ostacolo insormontabile all’avvio della trattativa.

LA RESA DEI CONTI. Il 1993 si apre con un arresto eccellente. Il 15 gennaio Riina finisce in manette dopo 24 anni di latitanza. Lo ferma il Ros fuori dalla sua villa di via Bernini, a Palermo. Ma è anche l’anno delle bombe al cuore dello Stato. Il 14 maggio, in via Fauro a Roma, arrivano altri 90 chili di tritolo, sono per Maurizio Costanzo, ma l’attentato fallisce e il giornalista si salva per un soffio. Tredici giorni dopo a Firenze esplode una bomba in via dei Georgofili, le vittime sono cinque e anche la Galleria degli Uffizi subisce gravi danni. Il 26 giugno il nuovo capo del Dap, Adalberto Capriotti, propone al ministro della Giustizia, Giovanni Battista Conso, di non prorogare il carcere duro a 373 mafiosi. Per i magistrati di Palermo è il segnale che lo Stato si è piegato: «Nel 1993, la trattativa sembrò inizialmente non produrre gli esiti sperati e si resero necessarie ulteriori minacce che, questa volta, produssero qualche frutto: l’allentamento del 41 bis. Il “cedimento”, consistito nell’inopinata mancata proroga di oltre 300 decreti di applicazione del 41 bis, costituisce il segnale che si volesse andare incontro ai desiderata di Cosa Nostra». Una promessa non basta. Tra il 27 e il 28 luglio esplodono altre tre bombe: in via Palestro a Milano (cinque vittime), a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio in Velabro a Roma. Quella notte a Roma, a causa di uno strano blackout, le linee telefoniche del governo non funzionano, l’allora premier, Carlo Azeglio Ciampi, racconterà di aver temuto un colpo di Stato. L’ultimo attentato del 1993, il 31 ottobre allo stadio Olimpico durante Lazio-Udinese, fallisce. Un’autobomba, imbottita con 130 chili di tritolo arricchito con chiodi e bulloni, non esplode perché il telecomando del detonatore s’è inceppato. Cinque giorni dopo il Guardasigilli Conso decide di non prorogare il 41 bis a 334 detenuti per mafia.

Fabrizio Colarieti per Il Punto del 28 marzo 2013

Il golpe numero 4 / Verso la Terza Repubblica – Seconda parte

Meno di due mesi dopo Falcone, tocca a Paolo Borsellino. Se prima era stata sventrata un’autostrada, stavolta viene sbriciolata un’intera via cittadina, pur di eliminare il magistrato. Perché? E perché l’«accelerazione» della fase esecutiva di cui parlano Brusca e Cancemi?
Borsellino, come Falcone, era un nemico storico di Cosa Nostra, il secondo della “lista nera”, intendeva capire il perché della strage di Capaci e mettere a conoscenza dei pm di Caltanissetta (titolari delle indagini) le sue intuizioni e le sue conoscenze. Aveva iniziato a interrogare i neo collaboratori Leonardo Messina, che gli aveva parlato di appalti, e Gaspare Mutolo, che gli aveva fatto il nome di Contrada: appalti (cioè rapporti fra mafia, economia e politica) e Contrada (cioè servizi segreti), due delle cause «preventive» che, secondo le ricostruzioni del pm Tescaroli erano costate la vita a Falcone. Ha dunque ragione Jannuzzi (che, peraltro, ha sempre difeso Contrada)? No, perché l’operazione che Jannuzzi e altri fanno è quella di falsare i fatti sull’inchiesta mafia-appalti iniziata nel ’90 e delegata da Falcone ai Ros, fino quasi a sostenere che alcuni magistrati della Procura di Palermo (Scarpinato, Ingroia, Lo Forte e Caselli i principali “imputati”), avrebbero volutamente insabbiato indagini per coprire il rapporto mafia-politica-affari e impedire di accertare la verità sulle stragi. Una specie di Partito dei Ros schierato, come un sol uomo, contro i magistrati più in vista della Procura di Palermo, brandendo Falcone e Borsellino come esempi da seguire (nella tomba?).
Siccome c’ero, ricordo benissimo le furibonde campagne contro il pool che istruì il maxiprocesso e ricordo altrettanto bene che fra i più accaniti c’era proprio Jannuzzi, che, quando Falcone si trasferì a Roma, scrisse sul Giornale di Napoli un memorabile editoriale intitolato «Cosa Nostra uno e due» in cui si metteva in guardia dal possibile rischio rappresentato dal fatto che Falcone e Gianni De Gennaro, potessero diventare, rispettivamente, capo della Dna e direttore della Dia: «Se le candidature andranno a buon fine, si ricostruirà, al vertice del tribunale speciale e della superpolizia, la coppia che fu la massima, e la più autentica espressione […] del “professionismo dell’antimafia”.
«È una coppia la cui strategia, passati i primi momenti di ubriacatura per il pentitismo e per i maxiprocessi, ha approdato al più completo fallimento: sono Falcone e De Gennaro […] i maggiori responsabili della débâcle dello Stato di fronte alla mafia.
«Ma non è questo il punto. Se i “politici” sono disposti ad affidare agli sconfitti di Palermo la gestione nazionale della più grave emergenza della nostra vita, è, almeno entro certi limiti, affare loro. Ma l’affare comincia a diventare pericoloso per tutti noi: da oggi, o da domani, dovremo guardarci da due “Cosa Nostra”, quella che ha la Cupola a Palermo, e quella che sta per insediarsi a Roma. E sarà prudente tenere a portata di mano il passaporto».
Questo è Lino Jannuzzi. E tanto basta a qualificarlo. Dopo – come prima – ci sono solo veleni e depistagli interessati in combutta con un’orchestra ben affiatata e tanti che, più o meno in buona fede, abboccano e fanno da coro.

Torniamo a Borsellino. Perché l’«accelerazione»? Gli interrogatori di Messina e Mutolo potrebbero bastare a giustificarla. Genchi ne è convinto e lo dice a chiare lettere nel libro Il caso Genchi (Aliberti, 2010). Dal 1998 in qua, alle possibili concause preventive della strage si è aggiunta la cosiddetta trattativa mafia-Stato, che sarebbe stata condotta dai Ros (gli stessi che indagavano sugli appalti) con Totò Riina, tramite Vito Ciancimino, il misterioso e fantomatico «signor Carlo/Franco» e Bernardo Provenzano. Con tanto di «papello» di richieste avanzate da Riina e rigettate dallo Stato, che avrebbe così provocato l’accelerazione della strage, già decisa. Anzi no. Opzione 2: Borsellino ha saputo della trattativa, si è messo di traverso ed è stato ammazzato.
Al processo di Firenze, quello per le stragi del ’93, è stato accertato che di trattative ce ne furono almeno due. Una iniziata prima della strage di Capaci, condotta da Paolo Bellini, un killer neofascista legato, fra gli altri, alla ’ndrangheta e ai servizi segreti e amico di quel Ciolini che, una settimana prima dell’omicidio Lima, anticipò ai magistrati la stagione delle stragi, racchiudendola nel periodo marzo-luglio 1992; l’altra, quella Ros-Ciancimino.
Paolo Bellini è di Reggio Emilia e la sua presenza in Sicilia, in quegli anni, è accertata fin dall’autunno del 1991, nell’Ennese, cioè nella zona in cui nello stesso periodo si tenne la riunione dei capimafia siciliani in cui fu decisa la strategia stragista, nell’ipotesi che il maxiprocesso potesse andare male, come è stato. Semplice coincidenza? Possibile.
Nello stesso periodo, fino a tutto il 1992, Bellini entra in contatto con Antonino Gioè, uno dei killer di Capaci e cugino di Francesco di Carlo, che aveva indirizzato proprio verso Gioè gli uomini dei servizi interessati ad ammazzare Falcone. Altra coincidenza? Possibile anche stavolta.
Nel luglio del ’93 Gioè, nel pieno della campagna terroristica, si suicida in carcere e lascia una lettera in cui ipotizza che «il signor Bellini» fosse «un infiltrato» dentro Cosa Nostra.
Secondo la ricostruzione dei giudici fiorentini – fonti: lo stesso Bellini, nel frattempo “pentito”; Giovanni Brusca e il maresciallo dei carabinieri Roberto Tempesta, del nucleo di tutela del patrimonio artistico nazionale – Bellini, su mandato del maresciallo, si sarebbe rivolto ai boss per recuperare delle opere d’arte rubate; in cambio, la mafia aveva chiesto la scarcerazione di alcuni capimafia detenuti. La trattativa si protrasse per tutto il 1992, poi Bellini smise di rispondere alle sollecitazioni di Gioè. Nel corso dell’estate del ’92, inoltre, venne fuori l’idea del cambio di strategia: «Che ne direste se una mattina vi svegliaste e non trovaste più la Torre di Pisa?» Bellini attribuisce a Gioè, la minaccia; Brusca sostiene che sarebbe stato Bellini a consigliarli, buttandola lì, come ipotesi e, per meglio rendere l’idea, avrebbe aggiunto: «Se tu vai a eliminare una persona, se ne leva una e ne metti un’altra. Se tu vai a eliminare un’opera d’arte, un fatto storico, non è che lo puoi andare a ricostruire, quindi lo Stato ci sta molto attento, quindi l’interesse è molto più della persona fisica».

La trattativa Mori-De Donno-Ciancimino. Dopo la strage di Capaci, il capitano De Donno, d’intesa col colonnello Mori e con l’assenso del generale Subranni, capo dei Ros, contatta Massimo Ciancimino e gli chiede se sia possibile incontrare don Vito. L’ex sindaco accetta, i due si studiano per un paio di mesi (due o tre incontri di un paio d’ore l’uno), finché, in agosto, non entra in scena anche Mori che getta le carte in tavola e chiede a Vito Ciancimino di fargli catturare Riina. L’ex sindaco lo manda a quel paese e la cosa finisce lì. Un mese dopo Ciancimino ci ripensa e si offre come infiltrato nel mondo degli appalti, il Ros ribadiscono che vogliono i latitanti, Ciancimino contatta Cinà, medico di Riina, e gli riferisce che i Ros intendono trattare, prima viene sbeffeggiato, poi ricontattato. A quel punto sono loro a tirarsi indietro ché, in realtà, non hanno nulla da offrire. Ma don Vito è ormai convinto a «varcare il Rubicone» e gli chiede delle mappe per potergli indicare il covo di Riina, loro gliele portano un mese e mezzo dopo, ma il giorno successivo don Vito è arrestato e finisce tutto lì. Questa, molto sinteticamente, è la versione di Mori e De Donno, coincidente col contenuto di un interrogatorio dei magistrati di Palermo e riportata in un memoriale dello stesso Ciancimino. In un ulteriore memoriale scrive che quella versione dei fatti è falsa e sarebbe stata concordata con Caselli e i Ros per tutelare la propria famiglia.
Il primo a parlare del papello è Brusca, che nell’autunno del ’96, all’inizio della sua collaborazione, rivela ai magistrati di Palermo che dopo le stragi del ’92 Riina gli disse che «quelli si sono fatti sotto e io gli ho presentato un papello di richieste». Versione ribadita in un interrogatorio, nella primavera del ’97, davanti ai pm di Caltanissetta, Palermo e Firenze. In quest’occasione, il «dichiarante» (non gli era ancora stato accordato il programma di protezione) ha anche chiarito che le stragi servivano ad «allacciare i rapporti» con lo Stato, infatti dopo è «nato questo contatto, cioè il famoso contatto del papello». Al processo di Firenze (gennaio ’98), ribadisce le precedenti versioni ma, incalzato dal pm, gli viene il dubbio che il papello possa essere stato consegnato prima di via D’Amelio. I giudici, al di là della sopravvenuta incertezza, rilevano la coincidenza di tempi con la ricostruzione offerta da Mori e De Donno i quali, comunque, negano di avere mai visto alcun papello. Secondo i magistrati di Firenze, le due trattative – Bellini-Gioè e Ros-Ciancimino – avrebbero convinto i capimafia che le stragi pagano e, per convincere lo Stato a tornare al tavolo della trattativa, hanno iniziato la campagna terroristica contro i monumenti.
Tornando a Brusca, nel ’99, al “Borsellino ter”, esprime nuove e inedite certezze: il papello di richieste è stato consegnato prima della strage di via D’Amelio, e, sempre prima, è arrivata la risposta negativa dello Stato. Poi la strage. Il “Brusca 1” (fino a tutto il ’98), dopo la strage di Capaci si era trasferito nel Trapanese fino all’omicidio di Ignazio Salvo, da lui commesso (17 settembre ’92), tornando poche volte a Palermo e avendo visto Riina solo due volte, fine giugno-primi di luglio e agosto; il “Brusca due” (1999) vedeva Riina quasi ogni giorno.
Ho l’impressione – solo un’impressione – che Brusca, trattato a pesci in faccia quando dice la verità (eloquente la vicenda Scarantino), si convinca che dire le cose che, secondo lui, i magistrati vogliono sentirsi dire sia più conveniente: c’è da guadagnarsi l’ingresso nel programma di protezione per i collaboratori di giustizia (marzo 2000).
Dieci anni dopo arriva Massimo Ciancimino, conferma la versione di “Brusca 2” e, come per incanto, una frotta di smemorati istituzionali riconquista la memoria. Il resto è cronaca degli ultimi mesi.

Mentre Tangentopoli cominciava a emergere, le elezioni dell’aprile 1992 fanno scricchiolare il quadripartito di governo, con la Dc che per la prima volta scende sotto il 30% e il Psi che per la prima volta nell’era Craxi arretra. Di contro, c’è il tonfo del neonato Pds (16%), coi voti che migrano verso Leghe nordiste e Prc, mentre in Sicilia c’è l’affermazione della Rete che elegge 8 dei suoi 12 deputati (6 a Palermo) e 3 senatori (Palermo). Il tonfo è rinviato alla fine dell’anno, quando alla tornata di amministrative nel Nord Italia, la Dc dimezza i voti, il Psi crolla al 4% e le leghe conquistano molte città.
Il bisogno di «nuovo» passa per la riforma elettorale, necessaria dopo i referendum Segni-Pannella (prima di abolizione delle preferenze multiple, poi del sistema proporzionale) sostenuti da quasi tutti (Psi, Rete e Prc si schierano per il «no» al maggioritario) ed è un plebiscito di «sì». La propaganda del «nuovo che avanza» sostiene che basta cambiare la legge elettorale per avere stabilità di governo e la sparizione della corruzione. Non ci sono margini per ragionare, l’orchestra suona la sua musica, il megafono mediatico la propaga, la gente abbocca. Così la politica diventa roba per soli ricchi, ché «hanno i soldi e non hanno bisogno di rubare» (infatti i tangentisti erano tutti «poveri». O no?) Arriva anche la legge per l’elezione diretta dei sindaci. Fra giugno e novembre i progressisti conquistano la stragrande maggioranza delle città italiane: marzo ’94 è alle porte, la vittoria alle politiche praticamente scontata. Il sistema tengentizio è svelato, in Sicilia – dov’è arrivato Gian Carlo Caselli – si susseguono le inchieste sui «colletti bianchi», il rapporto mafia-politica-affari non è più analisi sociologica ma fatto giudiziario acclarato (esempio: Andreotti incriminato per mafia e omicidio). Trema l’Italia delle impunità, delle trame, delle stragi impunite, delle ruberie diffuse. Trema il sistema piduista. Trema il «Principe».

Quando Berlusconi è «sceso in campo» ero seriamente preoccupato. C’era un sistema di potere alle corde, gli stragisti, i tangentisti, i mafiosi e i loro amici, i servizi deviati, la cancrena di questo Paese stava emergendo tutta, tutte le coperture stavano franando. Stavolta non era Io so di Pasolini, no, stavolta c’erano anche le prove. Berlusconi rappresentava il colpo di coda di un sistema che non si rassegnava alla sconfitta. E alla galera. Nessuno, come lui, meglio di lui, avrebbe potuto raddrizzare una situazione che pareva irrimediabilmente compromessa: dal 1980 in poi (anno di nascita di Canale 5), aveva portato per mano una parte di questo Paese, gli aveva regalato sogni catodici e sogni pallonari, telenovelas e telequiz, tette e culi, sorrisi e buonumore. Tutto finto, tutto di plastica. Ma non è stato fermato: malgrado qualche pretore coraggioso, malgrado le sentenze della Corte costituzionale, protetto dal Caf (Craxi-Andreotti-Forlani) ha continuato ad aggirare le leggi e la Costituzione.
Se i progressisti avessero vinto le elezioni nel ’94, come sembrava inevitabile, quel sistema sarebbe crollato miseramente e con esso il Cavaliere, che avrebbe dovuto restituire i soldi – tanti, tantissimi – alle banche, che da tempo gli stavano col fiato sul collo, il suo impero sarebbe crollato come un castello di carte. E lui sarebbe finito in galera per via degli innumerevoli reati commessi. L’unico modo per salvare se stesso e quel sistema era «scendere in campo».
Che il progetto del Cavaliere fosse in perfetta continuità col passato, oltre a emergere dal programma (praticamente copiato da quello della P2), risultava evidente dal personale politico: pezzi di loggia P2, le seconde linee di Dc e Psi (le prime erano tutte in galera o in attesa di entrarci), una spruzzata di Pli e Psdi e, soprattutto, un esercito di avvocati di tangentisti e di mafiosi al posto dei loro impresentabili clienti.
Hanno inventato un partito (cominciando nella primavera del ’92, secondo Ezio Cartotto, collaboratore di Berlusconi che ha lavorato al progetto), hanno dato in pasto alle folle «il miracolo italiano» e hanno vinto le elezioni, salvandosi dalla galera ed evitando lo sfacelo del sistema piduista ormai privo di protezioni Oltreatlantico, in seguito alla caduta del Muro di Berlino e all’elezione di Clinton, dopo 12 anni di presidenti repubblicani. Ha salvato l’Italia dalla possibile libertà, il Cavaliere. Già, salvato, ché la maggioranza degli italiani ha paura della libertà. Si sono lavati la coscienza dopo le stragi del 92-93, votando a sinistra alle amministrative (specie i siciliani), poi, un po’ il sogno del «miracolo italiano», un po’ la meschinità, un po’ gli interessi hanno fatto il resto. Sì, proprio gli interessi. Le inchieste di Milano e di Palermo (e di tante altre procure italiane), infatti, dopo avere colpito i capi (mai successo prima), scendevano giù, a cascata, colpendo interessi minuti, individuando anche le piccole illegalità, mettendo a nudo un sistema che funzionava perché si reggeva sul coinvolgimento del messo del tribunale e del funzionario dell’anagrafe, sul commercialista e sull’avvocato, sul geometra e sull’imprenditore, sull’infermiere e sul medico, sul politico e sull’amministratore, sul mafioso e sul ministro.
Avevo fifa, nel ’94. Avevo una paura fottuta. Avevo paura che se avessimo perso le elezioni sarebbe stata frustrata ogni speranza di cambiamento; avevo terrore che se avessimo vinto le elezioni avrebbero intensificato la strategia delle bombe e ci avrebbero ammazzati tutti. Ci sarebbe stata la guerra civile. La vittoria del centrodestra ha evitato la guerra civile. Anche le trattative hanno contribuito a evitarla, ché non so, non sappiamo quante ce ne siano state e chi fossero i protagonisti. Una l’ha rivelata nel 2003, intervenendo alla Camera, Luciano Violante: il centrosinistra ha promesso a Berlusconi che non sarebbero state toccate le sue tv e non ci sarebbe stata legge sul conflitto d’interessi. Ecco com’è stata ulteriormente evitata la guerra civile e instaurata la dittatura mediatica.

«E i capisaldi?», direbbe il mio amico Nando. I capisaldi sono delle mere ovvietà. Dopo la caduta del Muro il sistema di potere italiano ha cominciato a scricchiolare, a mostrare crepe, a implodere: la sentenza della Cassazione del gennaio ’92 si inscrive in tale implosione (Corrado Carnevale che non può presiedere il collegio); Tangentopoli si inscrive in tale implosione. Le bombe sono la reazione a tale implosione, il tentativo del vecchio sistema di potere – inteso come federazione di interessi economici, finanziari, politici, criminali, confessabili e inconfessabili, palesi (Fiat, ad esempio) e occulti (sistema piduista, ad esempio) – di destabilizzare per poi ripresentarsi come «il nuovo che avanza», tutto cambi perché nulla cambi. Un vero e proprio golpe dai caratteri inediti, in cui l’appropriazione del potere non avviene attraverso il push militare, ma con la promessa della salvezza dalle bombe e dalle tangenti, con l’aggiunta del «pericolo comunista», che in un Paese normale avrebbe fatto sghignazzare, mentre nell’Italia del bombardamento mediatico diventa “realtà”. Dove persino un autorevole settimanale conservatore inglese, l’Economist, viene etichettato come «di sinistra» e i gli elettori-telespettatori (definirli, definirci cittadini mi appare da presuntuosi, in tale contesto) se la bevono come fosse acqua di fonte.
Le stragi – tutte – sono state il viatico dalla «Prima» alla «Seconda Repubblica». E oggi siamo alle porte della «Terza» (Complice Firmotutto, invece di difendere la Costituzione sta sempre a dire che servono «riforme condivise»: Condivise da chi, da guardie e ladri?). Come si potrebbero interpretare altrimenti gli avvenimenti degli ultimi anni? Cosa c’è di diverso fra l’implosione del sistema incarnato dal Caf e quello del sistema berlusconiano? A volere mettere in liquidazione Berlusconi, oggi, non sono le opposizioni – stendiamo un velo pietoso, per ora, ma avremo modo di tornarci – ma un pezzo di quel sistema politico-affaristico-crimi

nale che ha puntato tutto su di lui per salvarsi dal tracollo. E che ha fatto, Berlusconi, in questi anni? Ha pensato soprattutto a se stesso – destabilizzando, per necessità prima ancora che per calcolo, quel che resta delle istituzioni democratiche – e alla sua cricca: gli affari sono diventati prerogativa di una ristretta élite; la spartizione non è più capillare come avveniva prima, niente più «tavolini» di spartizione ma una sorta di «direttorio» (la cosiddetta Protezione civile) che gestisce continue «emergenze» in favore di pochi e selezionati sodali. I finiani non ci stanno e inscenano le pantomime degli ultimi due anni; alcuni siciliani – e fra questi Dell’Utri – non ci stanno e gli tirano fra i piedi la giunta Lombardo. Secondo me, anche Massimo Ciancimino va inquadrato in questo disegno (a prescindere dal fatto che ciò che dice sia vero, verosimile o falso). Così come non ci stanno il Corriere e Confindustria (basta sbirciare, di tanto in tanto, il Sole 24 ore). E cos’è l’inchiesta calabrese sulla ’ndrangheta a Milano e in Lombardia – a Milano, non a Reggio Calabria – se non un potenziale maxiprocesso? Servirà a distogliere l’attenzione dalle “magagne” di politica, finanza e impresa o le coinvolgerà, assestando il colpo definitivo al sistema berlusconiano?
È in corso una resa dei conti fra i golpisti. Resa dei conti possibile anche grazie all’assenza di un’opposizione degna di tale nome, credibile, autorevole, portatrice di programmi e di comportamenti alternativi al berlusconismo.
4. Fine
P.s.:Non dimentichiamo che negli anni in cui il centrosinistra è stato al governo (perché, nel frattempo, la parte più “presentabile” del sistema affaristico aveva cambiato “cavallo” e si era passati dai Progressisti all’Ulivo) si è legiferato per sterilizzare gli effetti di Tangentopoli e di Mafiopoli, per salvare i malfattori, per spuntare gli strumenti di investigatori e magistrati, per imbavagliare l’informazione. Anche questo, in virtù di una qualche trattativa.
Sebastiano Gulisano, articolo del 2010

Il golpe numero 4 / Verso la Terza Repubblica – Prima parte

Dice il mio amico Nando che non mi riconosce più, che nelle mie ultime note ho solo sollevato pruvulazzu (polverone) senza indicare alcun caposaldo, niente di certo, con l’unico effetto di disorientare. Lui non lo sa, ma qualche mese fa lo stesso rimprovero me l’ha mosso, in privato, un magistrato, che mi ha messo in guardia dal «confondere le idee» mie e altrui.
Mentre mi beccavo il cazziatone del mio amico Nando, uno dei miei giovani contatti di fb ha pensato di offrirmi un appiglio e di indicarmi un articolo di Lino Jannuzzi che, forse, avrebbe dovuto schiarirmi le idee e indicarmi la chiave di lettura per comprendere ciò che è successo in Sicilia nel 1992. Titolo e occhiello sono eloquenti:
Occhiello: La stagione delle stragi
Tutolo: Mafia e appalti, un dossier che scotta
Non sapeva, il mio giovane contatto, che considero Jannuzzi uno specialista della disinformazione e il solo sentirne pronunciare il nome mi provoca l’orticaria. Però bisogna leggerlo e saperlo leggere – cioè essere un minimo informati – per tentare di capire dove vuole andare a parare. Nel merito: Jannuzzi liquida la trattativa Mori-Ciancimino anticipando di 5 giorni – dal 28 al 23 giugno – l’incontro fra Liliana Ferraro e Paolo Borsellino, asserendo, sebbene in maniera falsamente sarcastica, che la prima avrebbe informato il secondo della trattativa e che al magistrato palermitano glien’è fregato così tanto che il 25 ha incontrato in segreto Mori e De Donno (vero: risulta dall’agenda del magistrato) per parlare di appalti (lo sostengono i due del Ros ed è verosimile). Dunque la strage del 19 luglio non sarebbe stata provocata dalla trattativa ma dalle indagini su mafia e appalti, la stessa che sarebbe costata la vita a Falcone. È bastato retrodatare di appena cinque giorni l’incontro casuale Borsellino-Ferraro, condendo di strategico sarcasmo il presunto contenuto del dialogo e il gioco è fatto. Poi passa a raccontare le tappe e i contenuti dell’inchiesta dei Ros su mafia e appalti, inanellando «tante di quelle cazzate ma tante di quelle cazzate, che se le cazzate fossero reati gli darebbero l’ergastolo», ho risposto al giovane suggeritore.
Bene. Siccome per me Jannuzzi è un depistatore professionista (anche se stavolta è stato abbastanza dozzinale), basterebbe invertire i fattori per avere qualche certezza: mafia e appalti, no; trattativa, sì. Semplice. Elementare. Ma ricordo anche la sua campagna a favore di Enzo Tortora, poi assolto e diventato simbolo di chi lotta per la “giustizia giusta”, e mi rendo conto che l’equazione di invertire i fattori è talmente elementare da risultare semplicistica, non semplice. Inoltre, come ho scritto in passato, la pista degli appalti non mi sembra così strampalata. Malgrado le cazzate a raffica, ha, dunque, ragione Jannuzzi?

La prima cosa che ho fatto quando hanno ammazzato Salvo Lima è stata quella di sedermi, prendere carta e penna e abbozzare una cronologia di fatti degli ultimi mesi. È il mio metodo. E non è per nulla facile. Ché in una cronologia ciò che togli può essere importante quanto ciò che metti: selezionare, scegliere, creare connessioni è esercizio di faticoso arbitrio. In quella occasione, mi soffermai su due eventi:
24 novembre 1991 – La 5a sezione penale della Cassazione conferma gli ergastoli per la strage del treno «904» (1984). Confermato il coinvolgimento di mafia, camorra ed eversione neofascista.
30 gennaio 1992 – La 1° sezione della Cassazione (presidente Arnaldo Valente) rende definitive le condanne del maxiprocesso alla mafia.
Non era mai successo che un mafioso fosse condannato all’ergastolo, ma prima Calò (strage del «904»), poi Riina, Provenzano, Santapaola e altri (maxiprocesso), sebbene latitanti, dovevano fare i conti con un inedito «fine pena: mai». Era lì la chiave di lettura, era da lì che bisognava partire se si voleva comprendere: Lima, l’uomo di collegamento tra i boss e Andreotti, era stato punito per non avere saputo garantire gli interessi di Cosa Nostra. Non c’erano altre letture possibili. Non ne vedevo. Tirava aria da resa dei conti e ricordo che, parlando con un amico parlamentare, lui ipotizzò che se il ragionamento – la resa dei conti – era corretto, il prossimo morto sarebbe stato qualcuno del fronte antimafia. Pensai a Leoluca Orlando, ma non lo dissi. Poi arrivò la strage di Capaci. E non volevo crederci. Non era possibile. Non lui. Non il «traditore».

La prima volta che ho visto Giovanni Falcone è stato verso la fine di febbraio del 1991, in un’aula di tribunale. A Catania, non a Palermo. Sedeva al banco dei testimoni. Era in corso il processo per l’omicidio del procuratore di Palermo Gaetano Costa, ammazzato nell’agosto del 1980. Non mi ero mai occupato di fatti palermitani, di storie di mafia. Troppo grandi, per me. Avevo letto cronache e libri, relazioni parlamentari e qualche atto giudiziario, ma non me ne ero mai occupato, da giornalista. Non ne avevo mai scritto. Troppo grandi, per me. Finché alcuni fatti non arrivarono nella mia città, col processo a Totuccio Inzerillo (poi assolto), presunto palo del commando mafioso che assassinò «il procuratore rosso». Già, ché Costa era una «toga rossa» ante litteram. In quei giorni, su quella stessa sedia, avevo visto sedere tutti i magistrati della Procura di Palermo del tempo di Costa, bisognava ricostruire come era stato isolato il procuratore, prima che i killer lo ammazzassero; molti sembravano seduti su una sedia di chiodi acuminati, balbettavano, accampavano scuse, tentavano di arrampicarsi sugli specchi. Anni dopo, le stesse espressioni, le ho riviste, in tv, sulle facce dei politici interrogati da Antonio Di Pietro al processo per le tangenti Enimont, a Milano.
La testimonianza di Falcone non fu di particolare utilità, ai fini processuali, lui stava all’Ufficio istruzione, quello di Rocco Chinnici (ucciso con un’autobomba nel 1983), non in Procura, dunque non sapeva chi avesse isolato Costa. In confronto ai suoi colleghi, quelli che avevo visto testimoniare nei giorni precedenti, sembrava un marziano, un gigante, uno che sprigionava autorevolezza e carisma come nessun’altro. Però di Falcone non mi fidavo. La notizia del suo trasferimento a Roma era fresca, andava a lavorare alla corte di Claudio Martelli – l’uomo politico che, nel 1987, da capolista del Psi a Palermo, aveva rastrellato i voti dei mafiosi, dividendoli coi radicali di Pannella – e di Giulio Andreotti, il politico di riferimento di Cosa Nostra. I dubbi, su Falcone, cominciai ad averli dopo l’incriminazione di Giuseppe Pellegriti, l’ex boss di Adrano che, collaborando coi magistrati di Catania, aveva aperto un uno spiraglio nel buio giudiziario che avvolgeva l’omicidio di Giuseppe Fava, il fondatore e direttore de I Siciliani, il periodico in cui dopo l’assassinio (1984) cominciai a imparare il mestiere di giornalista; «il giornale di Falcone e dei ragazzini», per dirla con le parole di Riccardo Orioles. Quella incriminazione mi spiazzò. Non riuscivo a capire: Pellegriti, insieme al neofascista stupratore del Circeo Angelo Izzo, accusava Lima di essere il mandante dei delitti Mattarella e dalla Chiesa. Plausibile, credibile. Dunque, perché lo incriminava? Nella tarda primavera del ’91, leggendo gli atti dell’istruttoria, compresi il perché: Pellegriti era stato malamente istruito da Izzo (ma chi e perché aveva imbeccato Izzo?) e aveva inanellato una serie impressionante di inesattezze che non potevano sfuggire a Falcone. Però, quando il fatto – l’incriminazione – accadde, sapevo, sapevamo solo che Pellegriti aveva accusato Lima di quei delitti. Questo era filtrato, questo avevano scritto i giornali. Ero disorientato e diffidente. Senza contare le parole sprezzanti all’indirizzo del giudice che mi toccava ascoltare, al telefono, da militanti antimafia palermitani. Mi inquietavano i palermitani. Mi inquietava Palermo e la sua cultura del sospetto rivolta contro tutto e tutti. Però «quello» aveva incriminato Pellegriti. E sull’omicidio Fava si tornava a zero. Anzi: ai depistaggi della Sicilia di Mario Ciancio.
Gli scontri di quella infausta stagione, tutti interni al «partito di Falcone e dei ragazzini», cioè al movimento antimafia, ho provato a ricostruirli in un capitolo del libro sull’omicidio di Giovanni Bonsignore (1990), scritto all’inizio del ’98 con l’amico sindacalista Toni Baldi.

Perché ammazzare Falcone, dunque? E in quel modo così fragoroso e plateale? Che poteva significare? «Il gioco grande» non era alla mia portata. Poi via D’Amelio, Ignazio Salvo e, l’anno dopo, le autobombe nel continente, fino ai 70 chili di tritolo «per uccidere il pentito Contorno» ritrovati a Roma, sulla via Formellese, il 14 aprile del 1994, il giorno prima dell’insediamento delle nuove Camere, due giorni dopo il rinvio a giudizio dei boss, a Caltanissetta, per la strage di Capaci e l’inizio del processo all’ex dirigente del Sisde Bruno Contrada, a Palermo.
Del programma stragista sappiamo che fa parte di un’unica strategia («fare la guerra per poi fare la pace», diceva Riina), i cui dettagli sono stati definiti mano a mano, non attraverso una rigida pianificazione di date e bersagli. Grazie alle indagini degli investigatori e ai collaboratori di giustizia, conosciamo killer e mandanti mafiosi dell’omicidio Lima e di quello di Ignazio Salvo, della strage di Capaci e di tutti gli attentati fuori dalla Sicilia, questi ultimi commessi materialmente dallo stesso gruppo di persone. Sotto l’aspetto giudiziario, invece, non sappiamo quasi nulla della strage di via D’Amelio. Ciò che sapevamo, sulla scorta delle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, è stato sbrindellato da Gaspare Spatuzza. Le nuove acquisizioni, collegate con altre acquisite in precedenza (indagini di Genchi su Sisde e dintorni), aprono scenari da «strage di Stato».
Sappiamo anche che nelle due fasi – stragi siciliane e, dopo la cattura di Riina, quelle a Roma, Firenze e Milano – ci sono stati dei «mandanti occulti», o comunque, soggetti esterni a Cosa Nostra interessati per «convergenza di interessi» alla campagna terroristica, ma, non essendo stati individuati tali soggetti esterni, non sappiamo se siano gli stessi per le due fasi.

Perché Falcone, dunque? Il movente della vendetta, senza volerlo nemmeno sminuire, non m’ha mai convinto: troppo eclatante, la strage, con una risonanza planetaria, per sperare che l’organizzazione mafiosa non avrebbe subìto pesanti ripercussioni, anche se mi rendo conto che una cosa è avere fra i piedi Falcone – con annessi il suo enorme bagaglio di conoscenze e la sua determinazione – e altra cosa è non avercelo. Secondo me, occorre anche uno scopo preventivo preciso.
Torniamo allo scenario o, per dirla con Sciascia, al «contesto»: era caduto il Muro di Berlino, lo svelamento di Gladio teneva in forte apprensione una parte delle istituzioni dello Stato (Cossiga, servizi segreti); le carte di Moro gettavano un’ulteriore luce sinistra su Andreotti; Gelli, la destra eversiva e le mafie creavano nuovi partiti politici (le leghe meridionali); i referendum di Segni e Pannella ridisegnavano la legislazione elettorale e creavano squilibri fra poteri dello Stato; l’arresto del craxiano milanese Mario Chiesa innescava lo svelamento del sistema di Tangentopoli; da quando Falcone si era insediato al ministero della Giustizia la produzione legislativa di contrasto alle mafie era diventata continua e di alta qualità.
Luca Tescaroli, pm nei processi di primo e secondo grado nonché in quello per il fallito attentato dell’Addaura, nel libro Perché fu ucciso Giovanni Falcone (Rubbettino, 2000) scrive che il movente principale della strage è stato individuato nella «costante determinazione nel contrastarla [Cosa Nostra, ndr] mostrata in tutto l’arco della sua attività professionale» a cui bisogna aggiungere «l’individuazione della finalità preventiva, connessa alla stimolazione delle investigazioni nel settore della gestione illecita degli appalti», nonché, sempre in chiave preventiva, «impedire la formalizzazione delle accuse di collusione nei confronti del funzionario di Polizia Bruno Contrada da parte di Oliviero Tognoli, prima, e di Gaspare Mutolo, poi». Infine, le visite e i colloqui in carcere fra esponenti di servizi segreti italiani e stranieri (americani e inglesi) e il boss, poi pentito, Francesco Di Carlo, nonché la visita di un massone di alto rango ad Angelo Siino – entrambi gli episodi collocati nel 1990 – come «ulteriori elementi idonei a corroborare la convergenza d’interessi di altre “entità” nell’eliminazione di Giovanni Falcone». Tescaroli, nel libro (e nella requisitoria processuale) fa anche un accenno a un ipotetico collegamento «tra le indagini di Tangentopoli e la campagna stragista, che nel processo era entrata grazie all’avvocato Carlo Palermo, legale dei familiari di Falcone. Lo intervistai nella primavera del 1995 per I Siciliani nuovi, l’ex magistrato, obiettando che a maggio non era prevedibile che l’arresto di Mario Chiesa (avvenuto il 17 febbraio) avrebbe potuto causare l’esplodere di Tangentopoli: «Non lo era, forse, per noi. Ma forse taluni soggetti, fin da allora, erano in grado di valutare i rischi connessi con la presenza di Falcone al ministero di Grazia e Giustizia, alla guida dell’ufficio che si occupava delle rogatorie all’estero (e penso, per esempio, alle richieste di accertamenti nelle banche svizzere); un “osservatorio” che gli consentiva di avere un quadro di conoscenza completo e dettagliato delle indagini in corso nelle varie procure e di svolgere un’importante attività d’impulso». Da quell’osservatorio, inoltre, Falcone avrebbe potuto mettere in connessione conti bancari nei quali si era imbattutto indagando sul riciclaggio del denaro sporco di Cosa nostra e conti bancari dei tangentisti. L’intervista si chiudeva con queste parole: «Sono convinto che i mandanti del braccio armato della mafia siano non solo siciliani e non esclusivamente mafiosi»

Sebastiano Gulisano, articolo del 2010