Ciancimino si offrì di far catturare Riina

FIRENZE (c.f.) – Le scuse alla Corte per qualche ragionamento di troppo espresso a voce alta. I chiarimenti sui rapporti con Forza Italia. E poi quei verbali con i vertici del Ros dell’ Arma che sembrano dire che in fondo Brusca non ha ragionato poi così male quando afferma “noi boss siamo stati giocati dai carabinieri”. Brusca, a Firenze per il processo sulle stragi del ‘ 93, prima di tutto si è scusato con i giudici per le cose dette l’ altro giorno sui carabinieri (“C’ erano loro dietro i contatti fra Cosa Nostra e lo Stato”). “Mi scuso per le polemiche…” si legge in una lettera. “Ero convinto che fosse utile per i giudici anche comprendere il nostro modo di ragionare intorno ai fatti… La guerra che scatenammo contro lo Stato fu il risultato dei nostri ragionamenti”. La seconda cosa che l’ ex boss ha voluto precisare è che “nel 1994 Cosa Nostra mandava messaggi a Silvio Berlusconi che era diventato presidente del Consiglio, ma con Forza Italia non c’ era nessun patto”. Il “chiarimento” più importante Brusca se l’ è preso quando i pm Chelazzi e Nicolosi hanno ottenuto di produrre i verbali di dichiarazioni rese dal capitano del Ros Giuseppe De Donno pochi giorni fa, il 12 gennaio, e quelle del comandante del Ros, colonnello Mario Mori, dell’ agosto scorso. E’ la storia dei “rapporti informali”, cioè non documentati, fra il vertice del Ros e l’ ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, quello del sacco, uno che con Cosa Nostra ha fatto affari per decenni. I verbali, oltre duecento pagine di trascrizioni, raccontano che De Donno e Mori avevano ottenuto la disponibilità di Ciancimino a consegnare loro Totò Riina. L’ accordo era arrivato alla fine di una serie di contatti avviati nella seconda metà del 1992 con lo scopo di far cessare le stragi come quella che uccise Falcone a Capaci. All’ inizio Ciancimino si propone “come infiltrato per i Ros in un nuovo sistema politico-imprenditoriale da ricreare dopo Tangentopoli. L’ effetto Di Pietro è devastante. Io ricreo un sistema nazionale di gestione delle tangenti, divento il garante di questo sistema tangentizio nazionale per tutte le forze politiche e via via vi informo”. “Era una proposta che ritenevo geniale” ha detto De Donno. Mori, che non voleva perdersi allora, siamo sempre nella seconda metà del 1992, “in vaniloqui e darsi da fare per fermare le stragi”, considera Ciancimino “una fonte da sviluppare per avere informazioni”. L’ ex sindaco però, mentre sta consultando una documentazione topografica messa a disposizione dal Ros per individuare a Palermo il covo di Riina, viene arrestato dalla polizia per un residuo di pena. Era il 19 dicembre 1992. La latitanza di Riina finisce pochi giorni dopo, il 15 gennaio. Arrestato dal Ros. Con un altro mistero. I rapporti tra Ros e Ciancimino sembrano confermare il racconto di Giovanni Brusca: “Riina mi disse che dopo gli attentati a Falcone e Borsellino qualcuno, da parte delle istituzioni, si era fatto sotto e c’ era una trattativa in corso”

La Repubblica del 24 gennaio 1998

Annunci

La verità di Ciancimino

PALERMO – Sull’ omicidio di Salvo Lima scende in campo don Vito, esce allo scoperto l’ ex sindaco di Palermo arrestato per mafia. Ciancimino chiede chiede di raccontare la sua versione sull’ assassinio di quello che fu il democristiano più potente di Sicilia, chiede di essere ascoltato a Palazzo San Macuto dalla commissione parlamentare antimafia. Un colpo a sorpresa annunciato in due cartelle dattiloscritte inviate nel tardo pomeriggio di ieri alle redazioni palermitane delle agenzie di stampa. L’ uomo che secondo il pentito Buscetta “era nelle mani dei corleonesi di Totò Riina”, dice che “l’ omicidio dell’ onorevole Lima è di quelli che vanno oltre la persona della vittima e puntano in alto, un avvertimento, come si suol dire”. Un avvertimento contro chi? Questo don Vito non lo spiega ma si offre come testimone: “Ancora oggi sono, pertanto, a disposizione di questa commissione antimafia se vorrà ascoltarmi”. E’ la prima volta che l’ ex sindaco di Palermo si fa avanti e si sbilancia su avvenimenti che non lo coinvolgono direttamente come imputato, è la prima volta in ogni caso che chiede di dire la sua su un delitto di mafia. Perché? “Perché – scrive nella sua lettera-messaggio recapitata alle agenzie – il delitto Lima non può essere liquidato con ipotesi semplicistiche sul suo movente”. E quindi parla di un omicidio che è “un avvertimento”, di un omicidio che “punta in alto”. Nelle ventinove righe del comunicato anticipa in qualche modo il suo pensiero: “Sono convinto che questo delitto faccia parte di un disegno più vasto, un disegno che potrebbe spiegare altre cose, molte altre cose”. Una lettera in codice con un solo obiettivo: una convocazione davanti alla commissione parlamentare antimafia. Vito Ciancimino vuole entrare a Palazzo San Macuto a tutti i costi, pur di riuscirci sembra addirittura fare anche un’ ammissione: “Sono stato, per molti anni, testimone e in parte protagonista di un certo contesto politico…”. Ma perché don Vito si scopre così? Perché “parla” proprio all’ indomani della conclusione delle prime investigazioni sul delitto dell’ europarlamentare dc? Mistero. Ma lui una spiegazione in parte la dà: “Sarebbe giusto offrire alla pubblica opinione la possibilità di un giudizio non mediato…”. Vuole sedersi davanti ai componenti dell’ Antimafia per essere giudicato “non per interposta persona, cioè per il tramite dei giornalisti a volte imprecisi, spesso sintetici e superficiali e quasi sempre obbedienti al sistema politico-finanziario interessato non alla verità ma alla difesa di certe posizioni”. Il nome dell’ ex sindaco in quelle “clamorose iniziative giudiziarie” è citato abbondantemente. E anche in un modo molto preciso. Se Salvo Lima secondo i magistrati della procura era il garante degli equilibri fra il potere politico e il potere mafioso, Vito Ciancimino aveva una posizione abbastanza diversa. “Tutta particolare”, scrivono i giudici a pagina 17 del “librone” sul delitto Lima. E aggiungono: “Egli era infatti legato esclusivamente a Riina Salvatore ed ai corleonesi. Di conseguenza, mentre gli altri uomini politici, attraverso i canali già indicati (una serie di big della Dc n.d.r.) avevano facoltà di rivolgersi a tutte le ‘ famiglie’ , comprese quelle corleonesi, col Ciancimino tenevano contatti soltanto i corleonesi”.

Attilio Bolzoni per La Repubblica del 27 ottobre 1992

Il testamento di Vito Ciancimino

PALERMO – «I carabinieri del Ros non perquisirono il covo di Totò Riina per paura di trovare documenti compromettenti relativi alla “trattativa” tra Stato e Mafia. Una “trattativa” che fu condotta tra il defunto ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, ed i vertici del Ros, l’ allora colonnello Mario Mori (adesso capo dei servizi segreti italiani) e dal capitano Giuseppe De Donno». Questo hanno dichiarato numerosi pentiti di mafia e per questa ragione il capo del Sisde Mario Mori ed il capitano “Ultimo” sono adesso imputati di favoreggiamento a Cosa Nostra nel processo che si è aperto ieri a Palermo. “Repubblica” è entrata in possesso della “trattativa”, un documento inedito scritto a mano da Vito Ciancimino. Sono 12 pagine adesso acquisite nel processo a Mori e al capitano Ultimo nelle quali l’ ex sindaco racconta come e quando cominciò la “trattativa”, con chi e quali fossero le richieste di Totò Riina e Bernardo Provenzano e le “promesse” dello Stato. Il documento è stato ritrovato il mese scorso dai carabinieri durante una perquisizione in un magazzino utilizzato dal figlio di Vito Ciancimino, Massimo, che è stato coinvolto in una indagine per riciclaggio. La “trattativa” tra Stato e Cosa nostra venne avviata nell’ estate del 1992, subito dopo le stragi di Capaci e via D’ Amelio. I carabinieri cercarono un contatto con Vito Ciancimino per evitare altre stragi e per catturare i latitanti. Nel documento l’ ex sindaco, pochi mesi dopo l’ inizio dell’ operazione, racconta che decise di collaborare con la giustizia e di dare una mano per la cattura dei latitanti «per la successione di tre fatti clamorosi: l’ assassinio dell’ on. Salvo Lima che mi ha sconvolto; la strage in cui perì Falcone che mi ha inorridito e la strage in cui perì Borsellino che mi ha lasciato sgomento». Questi fatti, scrive Ciancimino, lo indussero ad accettare l’ incontro con il colonnello Mario Mori e con il capitano Giuseppe De Donno. «Gli incontri avvennero a casa mia, in via San Sebastianello a Roma. Ero angosciato – scrive Ciancimino riferendosi alle stragi – perché vedevo lo sdegno dipinto sulla faccia dei miei figli e così manifestai al capitano De Donno la mia più ampia collaborazione, però concordammo che la mia disponibilità doveva essere trasferita a livello superiore, sul piano istituzionale». De Donno informò il colonnello Mori che s’ incontrò con Vito Ciancimino, e dopo alcuni giorni l’ ex sindaco contattò Antonino Cinà, medico ed uomo di fiducia del capo dei capi di Cosa nostra, Totò Riina. Ciancimino sostiene che dopo un’ iniziale diffidenza Totò Riina lo autorizzò a “trattare” con lo Stato: «A quel punto chiamai i carabinieri i quali mi dissero di formulare (al boss, ndr) questa proposta: “Consegnino alla giustizia alcuni latitanti grossi e noi garantiamo un buon trattamento alle famiglie”». Ciancimino scrive che all’ intermediario di Cosa nostra aveva anche fatto i nomi di coloro che “trattavano” con lui, cioè il colonnello Mori ed il capitano De Donno. E il 17 dicembre del 1992 Ciancimino ricorda di avere incontrato a Palermo l’ “ambasciatore” di Cosa nostra «dicendogli (d’ intesa con i carabinieri) una “palla” sonora, grossa come una casa, vale a dire che un’ altissima personalità politica – che non esisteva, che era un’ invenzione mia e dei carabinieri – voleva ricreare un rapporto». «Ero consapevole – scrive Ciancimino – che, se fossi stato scoperto, avrei potuto rimetterci la pelle, ma volevo così riscattare la mia vita». La “trattativa” poi si sarebbe arenata perché nel frattempo Ciancimino venne arrestato dalla polizia. Ma i pentiti raccontano che Cosa nostra fece avere a Ciancimino le richieste da fare allo Stato: eliminare l’ ergastolo, abolire il 41 bis ed altre agevolazioni ai detenuti.

Francesco Viviano per La Repubblica del 17 maggio 2005

Calogero Mannino, è lui l’ispiratore della trattativa?

Il suo nome non figura tra i dieci imputati del processo di Palermo perchè ha richiesto di essere giudicato con la formula del rito abbreviato, che garantisce lo sconto di un terzo della pena in caso di condanna.

Come per gli altri politici coinvolti nell’inchiesta, anche per Calogero Mannino l’accusa è di attentato a corpo politico dello Stato. Rispetto a Dell’Utri e Mancino (il secondo imputato per falsa testimonianza), la posizione dell’ex ministro Dc viene considerata quasi secondaria dall’opinione pubblica che si interessa alle vicende del 1992-1994.

In realtà Calogero Mannino viene considerato dalla Procura di Palermo l’ispiratore della trattativa, il politico che per salvarsi la vita avrebbe avviato i primi contatti, ben prima dei colloqui tra il Ros e Ciancimino.

IL PROCESSO PER CONCORSO ESTERNO: ASSOLTO,  MA “ACCETTÒ APPOGGIO ELETTORALE DAL BOSS”

Calogero Mannino è stato accusato del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Uscirà assolto dal processo, ma non ‘pulito’. Leader della sinistra Dc in Sicilia, deputato per otto legislature (dal 1976 al 1992 con la Dc, dal 2006 al 2013 con l’Udc e il Gruppo Misto), ministro dell’Agricoltura (due volte), dei Trasporti e della Marina Mercantile.

Nel 1994 viene indagato dalla Procura di Palermo, arrestato nel febbraio 1995 (22 mesi di custodia cautelare, 13 agli arresti domiciliari). Il reato è quello contestato ai colletti bianchi considerati collusi con Cosa Nostra: voti in cambio di favori. Nel 2001 Mannino viene assolto in primo grado con formula dubitativa (“è acquisita la prova che nel 1980-81 aveva stipulato un accordo elettorale con un esponente della famiglia agrigentina di Cosa Nostra, Antonio Vella” scrivono i giudici che lo assolvono in quanto “manca l’accertamento della controprestazione di Mannino…che l’accordo elettorale abbia avuto ad oggetto, la promessa di svolgere un’attività per il raggiungimento degli scopi di Cosa Nostra”).

La stessa sentenza smonta la tesi difensiva secondo la quale Mannino “avrebbe sempre combattuto” i cugini Salvo, legati a Cosa Nostra. Viene ritenuto accertato che fu proprio Mannino, da assessore regionale alle Finanze, a garantire ai Salvo la concessione dell’esattoria di Siracusa.

Nel 2003 la Corte d’Appello lo condanna a 5 anni e 4 mesi di reclusione. Nel 2005 la Cassazione annulla (con rinvio) la sentenza per difetto di motivazione. Nel 2008 la Corte d’Appello  (insufficienza di prove) e nel 2010 la Suprema Corte assolvono Mannino,nel frattempo tornato in Parlamento.

L’esito del processo viene spesso utilizzato per gettare discredito sulla Procura di Palermo guidata dal 1993 al 1999 da Giancarlo Caselli. In realtà su Mannino, pur non essendo stati accertati reati dal punto di vista penale, è venuto fuori molto .

Dopo essere stato assolto con sentenza definitiva l’ex ministro  aveva presentato richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione. Ma la Corte d’Appello di Palermo (maggio 2012) ha respinto la richiesta con parole pesanti: “Non vi è dubbio che per un uomo politico di primo piano accettare consapevolmente l’appoggio elettorale di un esponente di vertice dell’associazione mafiosa e, a tal fine, dargli tutti i punti di riferimento per rintracciarlo in qualsiasi momento, integra gli estremi di colpa grave e costituisce, senza dubbio, condotta sinergica rispetto all’evento detenzione”.

LA CONFIDENZA DEL MINISTRO: “ORA UCCIDONO ME O LIMA”. L’OMICIDIO GUAZZELLI

Il 30 gennaio 1992 la Cassazione conferma la sentenza d’Appello e rende definitive la condanne del maxiprocesso. Nel mese di febbraio (prima dell’omicidio di Salvo Lima) Mannino riceve un ‘omaggio’ floreale anonimo: crisantemi. Lo racconta già nel 1995 il figlio Salvatore all’epoca in cui il padre è detenuto nel carcere di Rebibbia.

Nello stesso periodo si confida con Giuliano Guazzelli, maresciallo dei Carabinieri: “Ora uccidono me o Lima”. Il 12 marzo tocca proprio al collega di partito, assassinato a Mondello (Palermo). Il 4 aprile viene ucciso anche Guazzelli, sulla strada che da Agrigento conduce a Porto Empedocle.  L’ipotesi dell’inchiesta palermitana è che il maresciallo sia stato ucciso come “ulteriore avviso” a Mannino.

Il 18 maggio 2012 Riccardo Guazzelli (figlio del maresciallo, un passato da consigliere provinciale di Agrigento, proprio nella Dc di Mannino) testimonia davanti alla quarta sezione del Tribunale di Palermo chiamata a giudicare il generale Mario Mori e il colonello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento a Cosa Nostra. Guazzelli conferma: “Mio padre mi raccontò di avere incontrato Mannino prima dell’omicidio Lima, e questi gli disse: o uccidono me o uccidono Lima. Dopo l’assassinio di Lima, invece, in un altro incontro Mannino gli disse: hanno ammazzato Lima, potrebbero ammazzare anche me”.

Tra i due omicidi si inserisce la nota del Capo della Polizia Vincenzo Parisi, inviata al Ministero dell’Interno il 16 marzo 1992 e girata a prefetti, questori e ai servizi segreti, in cui si annuncia la strategia stragista di Cosa Nostra. Si fanno i nomi di svariati politici di primissimo piano, tra cui Calogero Mannino (leggi qui).

E’ in questo periodo che Mannino utilizzerebbe i propri ‘contatti istituzionali’ per gettare le basi della trattativa, ottenendo l’effetto di spostare l’attenzione di Cosa Nostra verso altri obiettivi, diversi dai “politici che hanno tradito”. 

Il 14 giugno 2013 il pentito Nino Giuffrè, braccio destro di Bernardo Provenzano, ha testimoniato al processo-quater sulla strage di via d’Amelio: “L’ex ministro Mannino era al secondo posto nella lista dei politici da eliminare fatta da Totò Riina, subito dopo Salvo Lima. Era ritenuto un traditore. Riina usava un’espressione emblematica per spiegare questo genere di tradimento. Parlava di ‘mangiare nel piatto e poi sputarci”.

SUBRANNI-GUAZZELLI-MANNINO

Guazzelli viene considerato anche il tramite tra Mannino e Antonio Subranni, all’epoca numero 1 del Ros (imputato nel processo sulla trattativa) accusato da Agnese Borsellino di essere colluso con Cosa Nostra. La moglie di Paolo, recentemente scomparsa, lo dichiarò ai magistrati, riferendo una confidenza che le fece il marito pochi giorni prima di essere ucciso: “Ho visto la mafia in diretta, mi hanno detto che il generale Subranni era punciutu (affiliato a Cosa Nostra, ndr)”.

Nella testimonianza del maggio 2012 Guazzelli jr. ricorda altre cose: che al funerale del padre, Subranni e Pietro Vetrano (consigliere comunale Dc all’epoca) avrebbero discusso della delicatissima inchiesta mafia/appalti, che il padre allontanò in malo modo Angelo Siino (poi pentito, considerato il ‘ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra’) quando questi si presentò a casa loro, e che Bruno Contrada (numero tre del Sisde, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa) avrebbe proposto a Guazzelli senior di entrare nei servizi segreti.

Scrivono Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza nell’articolo Un delitto per trattare del 17 marzo 2012: “All’inizio degli anni ’90, ormai investigatore di punta ad Agrigento, il maresciallo (Guazzelli, ndr) è stimato da Subranni, al punto da essere considerato un effettivo collaboratore del Ros. A quel tempo, Subranni è un interlocutore abituale di Mannino, che ha problemi relativi alla sicurezza personale. Lo racconta lo stesso Subranni alla Commissione antimafia… Poco dopo la morte di Guazzelli, Mannino diventa frenetico: incontra più volte, a Roma, Subranni. Una volta, lo convoca insieme allo 007 Bruno Contrada. Colloqui segreti. E, soprattutto, informali. Poco tempo dopo, secondo i pm di Palermo, Mori, il vice di Subranni, contatta Vito Ciancimino, vicino al boss Binnu Provenzano, per avviare la trattativa che avrebbe, tra i protagonisti, lo stesso Mannino, autore di “pressioni per un ammorbidimento del 41 bis”.

Alle accuse di essere l’ispiratore della trattativa, Mannino risponde: “Balle pazzesche, ricostruzione fantastica da piccolo romanzo d’appendice poliziesca”.

Le indagini sull’omicidio del maresciallo Guazzelli  (condotte anche dal Ros) individuano i responsabili nella Stidda, organizzazione criminale (diversa da Cosa Nostra) che opera nelle province di Agrigento, Caltanissetta ed Enna: i primi arresti risalgono al dicembre 1992. Ma le successive dichiarazioni dei pentiti Brusca e Siino condurranno i giudici ad attribuire la responsabilità dell’omicidio alla Cupola (condanne definitive).

“QUESTA VOLTA CI FOTTONO. SU DI NOI CIANCIMINO HA DETTO LA VERITA'”

Nel 2012 la giornalista Sandra Amurri (poi candidata nelle liste di Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia) racconta ai magistrati di Palermo una conversazione ascoltata in un bar di Roma, riportata sulle colonne del Fatto Quotidiano: “Sono circa le 12,30 di mercoledì 21 dicembre (2011, ndr) quando arrivo alla pasticceria Giolitti in via degli Uffici del Vicario, a due passi da Piazza del Parlamento, dove ho appuntamento per ragioni di lavoro con l’onorevole Aldo Di Biagio di Fli… Poco dopo vedo arrivare, a passo lento, l’onorevole Calogero Mannino in loden verde, in compagnia di un signore dai capelli bianchi, occhiali, cappotto scuro taglio impermeabile e in mano un libro e dei fogli. Non so chi sia (è Giuseppe Gargani, già Dc poi Forza Italia e Udc, ndr)”.

“I due stanno parlando – prosegue la Amurri – E continuano a farlo fermandosi in piedi accanto al mio tavolo. Mannino, che mi dà le spalle, dice con tono preoccupato e guardandosi più volte intorno sospettoso: ‘Hai capito, questa volta ci fottono: dobbiamo dare tutti la stessa versione. Spiegalo a De Mita, se lo sentono a Palermo è perché hanno capito. E, quando va, deve dire anche lui la stessa cosa, perché questa volta ci fottono. Quel cretino di Ciancimino figlio ha detto tante cazzate, ma su di noi ha detto la verità. Hai capito? Quello… il padre… di noi sapeva tutto, lo sai no? Questa volta, se non siamo uniti, ci incastrano. Hanno capito tutto. Dobbiamo stare uniti e dare tutti la stessa versione'”.

Claudio Forleo per International Business Times del 18 giugno 2013

Retroscena di una trattativa

È intorno al 13 dicembre 1991, il giorno in cui la Cupola delibera che Falcone e Borsellino dovevano morire. Una data che combacia con l’inizio della strategia del terrore e con un lungo rosario di eventi ancora da decifrare

Il momento esatto non si conosce. È intorno al 13 dicembre 1991, il giorno in cui la Cupola delibera che Falcone e Borsellino dovevano morire. Una data che combacia con l’inizio della strategia del terrore e con un lungo rosario di eventi ancora da decifrare. È l’inizio di un conflitto che terminerà, lasciando sul campo decine di morti, solo dopo le stragi del 1993. In mezzo ci sono l’omicidio dell’europarlamentare Salvo Lima e gli eccidi di Capaci e via D’Amelio. E ci sono anche la presunta trattativa Stato-Mafia e quel “papello”, con le condizioni di Totò Riina, che secondo le più recenti indagini della Procura di Palermo – l’ossatura del processo che si aprirà il prossimo 27 maggio – finì prima nelle mani dei carabinieri e poi nel cuore delle istituzioni.

LA SENTENZA DI MORTE. A capotavola, racconteranno le inchieste degli anni a seguire, c’è proprio lui, il Capo dei capi. Intorno a Totò u curtu, la Cupola al completo: Greco, Aglieri, La Barbera, Cangemi, Brusca, Ganci, Biondino, Madonia e Graviano. «Ora è arrivato il momento in cui ognuno di noi si deve assumere le sue responsabilità», queste le parole del padrino di Corleone, prima di pronunciare la sentenza di morte. La mafia siciliana sta attraversando un momento davvero difficile. Lo Stato gli ha inferto colpi durissimi. Il maxi processo, nato dalle indagini di Falcone e Borsellino, in meno di un anno, tra il 1986 e il 1987, ha già mandato alla sbarra e fatto condannare quasi 400 mafiosi, senza contare i 19 ergastoli che hanno di fatto decapitato i vertici di Cosa nostra, compresi gli imprendibili Riina e Provenzano. La lama della giustizia è penetrata a fondo colpendo non solo uomini d’onore e capi mandamento, ma anche gregari e soldati. Le collaborazioni di Tommaso Buscetta, Salvatore Contorno, Antonino Calderone e Francesco Marino Mannoia, hanno permesso al pool di Palermo di comprendere il linguaggio mafioso e la struttura di un’organizzazione criminale che fino a quel momento non era stata ancora definitiva né “verticistica” né con il nome di Cosa nostra. Il maxi processo si concluderà in Cassazione il 30 gennaio 1992, meno di quaranta giorni dopo la riunione della Cupola. E non colpirà la piovra solo sul piano repressivo, ma anche su quello dell’autorevolezza. Secondo i pm di Palermo, che hanno indagato sulla presunta trattativa Stato-Mafia, è proprio da lì «che iniziò una nuova presa di coscienza all’interno dei vertici dell’organizzazione mafiosa e che prese avvio la crisi dei rapporti di Cosa nostra con i referenti politici tradizionali, che agli occhi dei capimafia avevano fallito su uno dei terreni più importanti per i quali la mafia a loro si rivolgeva: la garanzia dell’impunità».

LE BOMBE DEL 1993. L’omicidio Lima segna l’inizio della stagione di sangue. È il 12 marzo 1992. Ed è l’avvio di un’escalation di piombo e tritolo che terminerà un anno dopo con le stragi di Roma, Palermo e Firenze. «Nel 1992, la posta in gioco era soprattutto la vita dei politici inseriti nella lista nera di Cosa nostra – scrivono i pm di Palermo – che andavano salvati, e perciò la trattativa ebbe per oggetto la rinuncia agli omicidi già programmati in cambio dell’allentamento della morsa repressiva». Riina e Bagarella esprimono due concetti rozzi ma che ben riassumono quello che accadrà poi: «Dobbiamo fare la guerra allo Stato per poi fare la pace» e «in futuro non dobbiamo più correre il rischio che i politici possano voltarci le spalle». Per fare questo, tuttavia, vanno rimossi almeno due ostacoli. Il 23 maggio 500 chili di tritolo uccidono Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini di scorta. Alcune settimane dopo Don Vito Ciancimino, il sindacomafioso di Palermo, avvicina i carabinieri del Ros e dà il via alla trattativa. «Dal lato di Cosa nostra – scrivono i magistrati – (la trattativa, ndr) venne originariamente gestita direttamente dall’odierno imputato Salvatore Riina, da parte dello Stato, venne condotta da alcuni alti ufficiali dei carabinieri». Sono i vertici del Ros: il generale Antonio Subranni, il suo vice Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno. «A loro volta investiti dal livello politico (ed in particolare dal sen. Calogero Mannino), che contattarono Vito Ciancimino, a sua volta in rapporti con Salvatore Riina per il tramite di Antonino Cinà». Ma a Roma c’è un altro ostacolo, è il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti, in prima linea contro la mafia insieme a Claudio Martelli. Scotti lascerà il posto a Nicola Mancino il 28 giugno, appena un mese dopo Capaci e venti giorni prima di via D’Amelio. Su questo punto sono sempre i magistrati di Palermo a focalizzare meglio quanto sta accadendo: «Il Ministro dell’Interno in carica Vincenzo Scotti era ritenuto un potenziale ostacolo, mentre Mancino veniva ritenuto più utile in quanto considerato più facilmente influenzabile da politici della sua stessa corrente, ed artefici della trattativa come il coimputato Mannino». È il momento in cui irrompe «una male intesa (e perciò mai dichiarata) Ragion di Stato che fornisce apparente legittimazione alla trattativa e che coinvolge sempre più ampi e superiori livelli istituzionali». È certo che in quelle stesse ore chi ha preso il testimone di Falcone è a conoscenza che Cosa nostra e lo Stato hanno iniziato a trattare. Borsellino ha i giorni contati quando il direttore degli Affari penali, Liliana Ferraro, lo informa che c’è in atto un tentativo di scendere a patti con la mafia. Il 28 giugno la Ferraro, che ha saputo da De Donno che il Ros è in contatto con Don Vito, riferirà tutto questo a Borsellino nel corso di un incontro, casuale, all’aeroporto di Fiumicino. Il 1° luglio Borsellino incontra a Roma il ministro Mancino, ma lui afferma ancora oggi di non ricordare quella circostanza. Diciotto giorno dopo 100 chili di tritolo tolgono di mezzo il giudice e i suoi cinque angeli custodi. Nel 2012 la Procura di Caltanissetta, concludendo l’ultima inchiesta sulla strage di via D’Amelio, afferma che Borsellino era diventato un ostacolo insormontabile all’avvio della trattativa.

LA RESA DEI CONTI. Il 1993 si apre con un arresto eccellente. Il 15 gennaio Riina finisce in manette dopo 24 anni di latitanza. Lo ferma il Ros fuori dalla sua villa di via Bernini, a Palermo. Ma è anche l’anno delle bombe al cuore dello Stato. Il 14 maggio, in via Fauro a Roma, arrivano altri 90 chili di tritolo, sono per Maurizio Costanzo, ma l’attentato fallisce e il giornalista si salva per un soffio. Tredici giorni dopo a Firenze esplode una bomba in via dei Georgofili, le vittime sono cinque e anche la Galleria degli Uffizi subisce gravi danni. Il 26 giugno il nuovo capo del Dap, Adalberto Capriotti, propone al ministro della Giustizia, Giovanni Battista Conso, di non prorogare il carcere duro a 373 mafiosi. Per i magistrati di Palermo è il segnale che lo Stato si è piegato: «Nel 1993, la trattativa sembrò inizialmente non produrre gli esiti sperati e si resero necessarie ulteriori minacce che, questa volta, produssero qualche frutto: l’allentamento del 41 bis. Il “cedimento”, consistito nell’inopinata mancata proroga di oltre 300 decreti di applicazione del 41 bis, costituisce il segnale che si volesse andare incontro ai desiderata di Cosa Nostra». Una promessa non basta. Tra il 27 e il 28 luglio esplodono altre tre bombe: in via Palestro a Milano (cinque vittime), a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio in Velabro a Roma. Quella notte a Roma, a causa di uno strano blackout, le linee telefoniche del governo non funzionano, l’allora premier, Carlo Azeglio Ciampi, racconterà di aver temuto un colpo di Stato. L’ultimo attentato del 1993, il 31 ottobre allo stadio Olimpico durante Lazio-Udinese, fallisce. Un’autobomba, imbottita con 130 chili di tritolo arricchito con chiodi e bulloni, non esplode perché il telecomando del detonatore s’è inceppato. Cinque giorni dopo il Guardasigilli Conso decide di non prorogare il 41 bis a 334 detenuti per mafia.

Fabrizio Colarieti per Il Punto del 28 marzo 2013

C’è un corvo anche a Palermo

“Protocollo fantasma”. E’ questo il nome del documento anonimo recapitato nell’abitazione del sostituto procuratore Nino Di Matteo. 12 pagine contenenti affermazioni che, se verificate, rimetterebbero in discussione alcuni episodi eclatanti della nostra storia recente

Ogni stagione, a Palermo, ha i suoi corvi e i suoi misteri. E anche stavolta, come in un gioco di specchi, più o meno come all’epoca delle stragi di mafia, si è di nuovo materializzato, tra le stanze del palazzo di giustizia di Piazza Vittorio Emanuele Orlando, un corvo. Dodici pagine, 24 paragrafi scritti al computer, con lo “stellone” della Repubblica italiana in cima al primo foglio. A prima vista, quella recapitata a fine settembre nell’abitazione del sostituto procuratore Nino Di Matteo, sembra una velina in pieno stile dei Servizi. Perché i suoi contenuti – degni di approfondimento secondo la procura di Caltanissetta che sta compiendo «cauti accertamenti» su quella dozzina di cartelle – fanno tornare in mente le perverse azioni di depistaggio che per anni, durante lo stragismo, hanno distinto la cosiddetta ala deviata della nostra intelligence e condizionato decine di inchieste giudiziarie.

LA LETTERA ANONIMA – Il linguaggio, lo stile, i dettagli minuziosamente riferiti, dicono che quell’ambiguo interlocutore ha voglia di vuotare il sacco, di collaborare, o forse no, solo di depistare e distrarre gli inquirenti che indagano, ancora oggi, sulle stragi del ’92 e sulla trattativa tra lo Stato e Cosa nostra. Giù a Palermo dicono che dietro quelle carte, che contengono almeno una decina di spunti investigativi «percorribili», ci sia la mano di un ex carabiniere, che cita tanti suoi colleghi, o comunque di un uomo dello Stato, ben informato e ben introdotto negli ambienti degli apparati di sicurezza e della polizia giudiziaria siciliana. Potrebbe essere anche un ex infiltrato, cioè qualcuno che ha operato nell’ombra al soldo dell’intelligence, che conosce notizie e azzarda analisi, non alla portata di tutti. È lui stesso ad affermare che ciò che scrive è frutto della sua esperienza, cioè di quello a cui in alcuni casi ha anche assistito. C’è, perciò, una sostanziale differenza tra il “corvo” del ’92 e l’odierno anonimo che ha titolato il suo dossier Protocollo fantasma: perché il primo nei suoi scritti, alcuni dei quali recapitati su carta intestata della Criminalpol, puntava a demolire l’antimafia e i suoi simboli siciliani (Ayala, Falcone, De Gennaro) e non a condurla verso nuove verità, tutte da verificare.

L’ARRESTO DI RIINA – C’è un passaggio in quelle 12 pagine che, più di altri, sta impegnando gli inquirenti nel tentativo di capire se quanto l’anonimo afferma possa essere ancora riscontrato. È una sequenza di righe molto chiare, minuziose e dettagliate nella ricostruzione, notizie legate a uno dei fatti più oscuri della stagione delle stragi: l’arresto di Totò Riina. L’anonimo riferisce che quel giorno, era il 15 gennaio ’93, i carabinieri del Capitano Ultimo, al secolo Sergio De Caprio, dopo aver catturato il Capo dei capi, misero le mani sull’archivio del super boss corleonese compiendo un’accurata perquisizione della villa. Tuttavia la ricostruzione ufficiale – oggetto anche di un’indagine e di un processo per favoreggiamento a Cosa nostra che ha visto l’assoluzione piena di De Caprio e del generale Mario Mori – parla di una perquisizione ritardata di 18 giorni, per «esigenze investigative», ma di nessun archivio segreto, né tantomeno dell’esistenza di «carte scabrose», come le definisce l’anonimo nella lettera inviata al pm Di Matteo. Da quella villa di via Bernini 54 i carabinieri – afferma oggi l’autore del dossier Protocollo fantasma – portarono via molte carte e le portarono tutte «in caserma ». Un passaggio chiave che evidenzia almeno un elemento nuovo rispetto alla ricostruzione ufficiale fornita dal Ros dei carabinieri: sarebbe stata l’Arma a ripulire la casa di Totò u curtu e non Cosa nostra. Parole da prendere con le pinze, ovviamente, perché contenute in uno scritto anonimo, ma che comunque rimettono tutto in discussione, semmai qualcuno riesca a trovare una straccio di prova in un mare di silenzi. A quel punto sarebbe tutto da rivalutare, comprese le parole del mafioso Angelo Siino che proprio riferendosi alla villa di Riina, in una testimonianza del ’97, riferì che «i corleonesi entrarono (nella villa del boss, ndr) vestiti da operai, portarono via i mobili, tinteggiarono le pareti, cambiarono pure i servizi igienici, fecero sparire la cassaforte». A compiere la “bonifica” fu Antonino Giuffrè, il luogotenente storico di Binnu Provenzano. Se quanto riferisce l’anonimo fosse vero – e provabile -, e cioè che furono i carabinieri a sottrarre quelle carte, dove sono finiti e quali erano i segreti di Riina? Quei documenti furono trasferiti nella stessa caserma dove fu condotto il super latitante dopo il suo arresto? L’anonimo afferma che quelle carte, prima di scomparire nel nulla, finirono per qualche ora proprio in una caserma del centro di Palermo. Cauta la reazione del procuratore capo di Caltanissetta, Sergio Lari, che ha delegato alla Dia le indagini sulla lettera recapitata a Nino Di Matteo. «Sappiamo come vanno trattati gli anonimi: mai come in questo caso la cautela deve essere al più alto livello perché spesso sono depistanti e calunniatori », ha detto Lari alle agenzie di stampa. «Non posso dire – ha aggiunto il procuratore nisseno – come ci stiamo muovendo. Ma posso assicurare che lo stiamo facendo con la massima prudenza».

I TASSELLI MANCANTI – Sono i pezzi mancanti della Palermo dei misteri: come l’agenda rossa di Paolo Borsellino, scomparsa il 19 luglio ’92 da via D’Amelio e mai più ritrovata, come i computer di Giovanni Falcone, “forzati” qualche ora dopo la strage di Capaci, o come le carte, forse altrettanto scabrose, scomparse il 3 settembre ’82, dopo l’eccidio di via Carini, dalla cassaforte dell’alloggio del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa. Lo stesso Dalla Chiesa protagonista di un altrettanto oscuro episodio, che riporta alla memoria un altro blitz, quello condotto dai carabinieri dell’antiterrorismo nel covo delle Brigate Rosse di via Montenevoso a Milano, nell’ottobre del ’78. Un rompicapo che resiste da 35 anni con quel sospetto che le trascrizioni degli interrogatori del presidente Aldo Moro furono fotocopiate, manomesse, e poi rimesse al loro posto. Dodici anni dopo, un muratore, abbattendo un tramezzo, trovò in quello stesso appartamento un altro pezzo del memoriale, forse “rivisto” e “bonificato”. Di certo se la magistratura siciliana ha deciso di vedere chiaro sui contenuti di quella strana lettera, là dentro devono esserci delle verità. Forse la testimonianza, il lascito, di un protagonista privilegiato di quella sanguinosa stagione, o forse il segnale che alcuni equilibri – nella pancia del Paese – sono saltati e con essi anche il patto del silenzio che lega lo Stato all’antistato.

Fabrizio Colarieti per Il Punto del 11 gennaio 2013

Il mistero del dossier che scuote Palermo

Una lettera anonima fatta arrivare a uno dei sostituti procuratori che si occupano dell’inchiesta sulla trattativa. Nella missiva, ricostruzioni considerate affidabili e accuse: “Un carabiniere rubò l’agenda rossa di Borsellino”. Il “protocollo  fantasma” afferma anche che fu nascosto l’archivio del covo di Riina. Ora la Procura vuole indagare

PALERMO – È una lettera anonima quella che sta aprendo un nuovo fronte d’indagine sulla trattativa fra Stato e mafia. Avverte i magistrati di Palermo che sono spiati, indica dove trovare altre prove del patto, fa i nomi di vecchi uomini politici che potrebbero sapere molto. E denuncia che l’agenda rossa di Borsellino è stata rubata “da un carabiniere”.

L’inchiesta giudiziaria più tormentata di questi mesi si sta ancora rimescolando e rovista adesso in quelle che l’anonimo definisce “catacombe di Stato”. Le ultime inedite indicazioni sono in uno scritto che gli investigatori valutano come “attendibile”, studiato e steso da qualcuno estremamente informato, uno “dal di dentro” sospettano i pubblici ministeri di Palermo che hanno ordinato accertamenti su tutti i punti segnalati dall’anonimo. Lui, definisce la sua lettera “un esposto”. L’ha spedita il 18 settembre scorso a casa di Nino Di Matteo, uno dei sostituti procuratori che insieme ad Antonio Ingroia hanno cominciato l’indagine sulla trattativa.

Sono dodici pagine con lo stemma della Repubblica italiana sul frontespizio. L’autore, alla sua lunga lettera ha attribuito – come nei documenti ufficiali – una sorta di numero di fascicolo. È in codice: “Protocollo fantasma”.

Se sia tutto vero ciò che scrive o al contrario un tentativo di depistaggio si scoprirà presto, di sicuro al momento i funzionari della Dia di Palermo e quelli di Roma stanno raccogliendo riscontri intorno ai “suggerimenti” dell’anonimo. Uno che sembra a conoscenza di tanti segreti, come se avesse partecipato personalmente ad alcune operazioni poliziesche o sotto copertura. Questi dodici fogli ricordano tanto quell’altra lettera senza firma arrivata fra la strage Falcone e la strage Borsellino nell’estate del 1992 (e recapitata a 39 indirizzi fra i quali il Quirinale, le redazioni dei quotidiani italiani, il Viminale), la prima carta in assoluto dove si faceva cenno a “un accordo” fra Stato e mafia. Annunciando avvenimenti poi accaduti. Come l’arresto del capo dei capi Totò Riina.

Ma adesso vi raccontiamo cosa c’è esattamente nell’ultimo anonimo palermitano. Finisce con una frase misteriosa destinata al magistrato Di Matteo: “Tieni sempre in considerazione che sto lavorando con te, nelle tenebre”. E annota subito dopo, in latino: “Impunitas semper ad deteriora invitat”. L’impunità invita sempre a cose peggiori.

Comincia invece con una cronistoria dei cadaveri eccellenti di Palermo: dall’omicidio del segretario del Pci siciliano Pio La Torre – il 30 aprile 1982  –  fino alla mancata cattura di Bernardo Provenzano dell’ottobre 1995 nelle campagne di Mezzojuso, probabilmente per una soffiata. In mezzo le bombe di Capaci e di via D’Amelio. Poi si addentra nel particolare. Iniziando dai pm che indagano sulla trattativa.

Li mette in guardia da “uomini delle Istituzioni” che li stanno sorvegliando. “Canalizzano tutte le informazioni che riescono ad avere sul vostro conto”, scrive. E dice che li riversano “a Roma”, in una non meglio identificata “centrale”. Fra gli spioni  –  sostiene l’anonimo  –  anche alcuni magistrati. Di certo, strani movimenti si sono registrati a Palermo in queste settimane. Uno, a metà dicembre. Qualcuno è arrivato fin sul pianerottolo dell’abitazione del sostituto Di Matteo, lavorando dentro una cassetta elettrica. Se ne sono accorti i carabinieri della scorta. Nessuno nel condominio aveva disposto lavori nel palazzo, e in quel fine settimana il magistrato era fuori città. Un intruso sapeva anche questo.

Torniamo all’anonimo. Spiega dove cercare nuove prove sul patto. Usa queste parole: “Ci sono catacombe all’interno dello Stato sepolte e ricoperte di cemento armato, ma alcune verità si possono ancora trovare”. E specifica i luoghi. Segue una lista di nomi. Uomini politici della prima Repubblica, grandi e piccoli, tutti mai sfiorati fino ad ora dalle investigazioni sulla trattativa. Consiglia di seguire certe tracce, il suo linguaggio è quello di un “addetto ai lavori”. Gli investigatori sono convinti che si tratti di qualcuno che, all’inizio degli anni ’90, abbia lavorato in qualche reparto investigativo. Conosce minuziosamente alcune vicende. Come quella della cattura di Totò Riina, la mattina del 15 gennaio del 1993. Garantisce che il covo del boss, nel quartiere dell’Uditore, sia stato visitato da qualcuno prima della perquisizione del procuratore Caselli. E ripulito di un tesoro, l’archivio del capo dei capi di Cosa Nostra. “Nascosto a Palermo per qualche tempo e poi portato via”, scrive ancora l’anonimo.

E infine dice di sapere chi ha rubato dalla sua borsa l’agenda rossa di Paolo Borsellino, quella sulla quale il procuratore segnava tutto ciò che vedeva e sentiva dalla morte del suo amico Giovanni Falcone. “L’ha presa un carabiniere”, giura l’autore della lettera.

Già qualche anno fa un colonnello dei carabinieri, Giovanni Arcangioli, era stato messo sotto accusa dai magistrati di Caltanissetta per avere trafugato l’agenda. L’ufficiale era stato fotografato, in via D’Amelio, con la borsa fra le mani. Ma aveva sempre sostenuto di non sapere nulla dell’agenda. Prosciolto dal giudice in fase d’indagine preliminare e prosciolto poi dalla Cassazione, il colonnello è uscito definitivamente dall’inchiesta. In questi ultimi mesi i pm di Caltanissetta (quelli che indagano sui massacri di Palermo) hanno però ricominciato a visionare un filmato del dopo strage, ricostruito con tutte le immagini ritrovate negli archivi televisivi. Cercano sempre l’uomo dell’agenda rossa. E sospettano sempre che sia uno degli apparati investigativi. La caccia è ripartita.

Cosa aggiungere sull’ultimo anonimo? Le indagini, che sembravano solo aspettare il verdetto del giudice Piergiorgio Morosini sulla richiesta di rinvio a giudizio di quei 12 imputati eccellenti prevista per la fine del mese, hanno ricominciato ad agitarsi dopo le confessioni del misterioso personaggio senza volto. Uno che viene dal passato di Palermo.

Attilio Bolzoni e Salvo Palazzolo per La Repubblica del 3 gennaio 2013