Uno 007 nell’ agguato a Borsellino

C’ È CHI ha trattato e c’ è chi ha partecipato. Nelle stragi, due sono stati i livelli di commistione fra la mafia e gli apparati di sicurezza. Sono passati quasi vent’ anni e oggi affiorano i primi frammenti di verità. NON è stata solo Cosa Nostra ad uccidere Falcone e a far saltare in aria Borsellino, non è stato solo Totò Riina il macellaio dell’ estate siciliana del 1992. Tutto quello che era rimasto sotto traccia per tanto tempo adesso risale dalle viscere fangose della nostra Italia che ogni primavera e ogni estate celebra solennemente i suoi «eroi», i due magistrati che un pezzo di Stato voleva morti. Dall’ Addaura a via Mariano D’ Amelio, passando per Capaci e per un intrico dopo l’ altro, quei misteri di Palermo che hanno segnato un quarto di secolo di strategia della tensione. Bombe. Bombe nella frontiera più lontana e inafferrabile, la Sicilia. Tutto quello che era rimasto nell’ oscurità ora viene fuori. Patti. Ricatti. Scambi. Protezioni. E poi, poi i morti più eccellenti, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. È stato l’ atto finale. Paolo Emanuele Borsellino, procuratore aggiunto della Repubblica di Palermo, è stato assassinato cinquantasei giorni dopo il direttore generale degli Affari penali della Giustizia Giovanni Falcone. Neanche due mesi, 23 maggio e 19 luglio. Neanche due mesi erano trascorsi dal «botto» sull’ autostrada, neanche due mesi e la Cosa Nostra di Corleone – secondo quanto è stato raccontato e spacciato per anni – ha deciso praticamente di «suicidarsi» con un altro clamoroso attacco allo Stato. «La verità è che Totò Riina è stato giocato, è stato messo nel sacco da qualcuno», ci hanno confessato alcuni investigatori qualche mese fa mentre indagavano sui primi coinvolgimenti dei servizi nelle stragi siciliane. Qualcuno che ha spinto i boss corleonesi – la mafia più violenta che si fosse mai vista – a dichiarare guerra aperta allo Stato. Come è andata a finire, lo abbiamo capito poi: Totò Riina e i suoi usati alla bisogna e poi scaricati, mandati avanti con il tritolo e poi seppelliti per sempre nei bracci del 41 bis. La vicenda che sfiora o si abbatte su Lorenzo Narracci è soltanto una, è solo uno dei tanti «episodi» che hanno marchiato la spaventosa escalation della strategia della tensione siciliana. Iniziata con i delitti politici nei primi Anni Ottanta – Mattarella, La Torre, Reina, dalla Chiesa, Costa, Terranova, Chinnici, per citarne solo alcuni – e messa in scena in tutta la sua perfezione nel giugno del 1989 sugli scogli dell’ Addaura. Fu allora, ma lo abbiamo scoperto solo oggi, che cominciarono a intravedersi sui luoghi delle stragi quelle «presenze estranee» a Cosa Nostra. All’ Addaura i boss portarono l’ esplosivo accompagnati da altri personaggi, «uomini dei servizi». Chi scoprì la trappola di Stato fu ucciso. Due poliziotti: Nino Agostino ed Emanuele Piazza. «Emanuele mi disse che in quell’ attentato c’ entrava la polizia», ha rivelato a Repubblica appena qualche giorno fa Gianmarco Piazza, il fratello di Emanuele. Per vent’ anni non aveva parlato perché aveva paura, perché avrebbe dovuto confidarsi proprio con quegli investigatori che – secondo il fratello – erano coinvolti nell’ attentato a Falcone. Un’ altra storia sembra Capaci, ma è sempre la stessa storia. Con le impronte dei funzionari del servizio segreto civile sparse sul luogo della strage (appunti dei cellulari di Narraci), con i depistaggi a seguire, con gli identikit dei sicari che non si trovano più, con le carte dell’ inchiesta sepolte sotto lo sterco dei topi e corrose dall’ umidità. Un’ altra storia sembra via Mariano D’ Amelio, maè sempre la stessa storia. Con una squadretta di agenti appostata su Castel Utvegio, proprio sopra la strada della morte. Con i tabulati di Gaetano Scotto – il boss dell’ Arenella che tenevai rapporti fra le «famiglie» e gli 007 – scomparsi dal fascicolo processuale. Con le agende sparite, per esempio quella rossa che Paolo Borsellino portava sempre con sé e che mai più si è ritrovata. In ogni strage siciliana hanno lasciato il loro odore quelli là, hanno lasciato il tanfo i «soggetti esterni», gli spioni. Che cosa si scoprirà ancora è difficile intuirlo. Ma se è vero che Totò Riina è stato il mafioso che ha scatenato la guerra allo Stato italiano alla fine del secolo scorso, è ormai abbastanza certo che non ha fatto tutto da solo. Molto probabilmente il boss di Corleone non parlerà mai. E se ne andrà nella tomba da sconfitto. Consapevole di avere fatto la fine del sorcio: utilizzato fino a quando serviva, latitante fino a quando faceva comodo, potente fino a quando qualcuno lo convinse – prendendolo in giroche avrebbe risolto tutti i suoi problemi mettendo quelle bombe.

Attilio Bolzoni per La Repubblica del 28 ottobre 2010

Annunci

Genchi: «Stopparono le indagini e affidarono tutto ai carabinieri»

«LA TRATTATIVA c’è stata, ne sono testimone», giura Gioacchino Genchi. Poliziotto, poi superconsulente delle procure (fino al caso dell’“archivio Genchi”), lavorò alle indagini sulla strage di via D’Amelio e la morte di Paolo Borsellino. «Ma fummo fermati. Arrivò l’annuncio che tutto doveva passare in mano ai carabinieri. Ci sono atti inconfutabili del ministero dell’Interno a spiegare l’operato dello Stato».

Le primissime fasi dell’indagine.

«Sin dall’immediatezza della strage l’attenzione si è rivolta alle attività importanti che in quel momento stava eseguendo Borsellino. In particolare alle dichiarazioni di Gaspare Mutolo, che era l’uomo di fiducia di Totò Riina. Mutolo era già stato sentito da Falcone a dicembre 1991».

Qual era il suo incarico allora?

«Dirigevo il nucleo anticrimine per la Sicilia occidentale e la zona telecomunicazioni, il capo della polizia mi aveva dato un secondo incarico per coordinare meglio l’attività investigativa nel periodo delle stragi. Ero consulente della procura di Caltanissetta».

Borsellino doveva essere fermato dopo le rivelazioni del braccio destro di Riina?

«L’attenzione si concentrò sulla pista dei mandanti esterni proprio per la gravità delle dichiarazioni di Mutolo, che coinvolgevano apparati istituzionali dello Stato, politici, magistrati, uomini dei servizi segreti e della polizia, medici. Insomma: tutta la “zona grigia” che aveva fatto da contorno a Cosa Nostra. Proprio partendo da questa ipotesi, si è valutato chi volesse davvero fermare Paolo Borsellino. I contatti che il magistrato aveva avuto al ministero dell’Interno lasciavano ipotizzare che qualcuno, in ogni modo, cercasse di fermarlo per le indagini che sarebbero scaturite dalle dichiarazioni di Mutolo su persone di altissimo livello nelle istituzioni».

La vedova Borsellino ha raccontato che suo marito aveva paura di essere spiato dal monte Pellegrino, dal Castello Utveggio.

«La signora Borsellino, già molti anni fa, mi confermò questa sua impressione che ora ha raccontato alla stampa e che sicuramente aveva già riferito ai magistrati di Caltanissetta. Borsellino aveva già individuato nel Castello e negli uomini un possibile e grave pericolo, fino al punto da imporre alla moglie di serrare le imposte della camera da letto».

Ma chi c’era nel Castello?

«Si era installato un gruppo di persone che erano state all’alto commissariato per la lotta alla Mafia. Dopo il cambio di vertice nella struttura con la nomina di Domenico Sica, erano stati tutti spostati al Castello. C’erano ufficiali che erano stati all’alto commissariato, dov’era pure Bruno Contrada, che era capo di gabinetto del commissario De Francesco, e altri soggetti sui quali abbiamo svolto delle indagini. Il Castello era in una posizione ottimale per garantire la visuale su via D’Amelio, da dove sarebbe stato facile, anche con un binocolo, avere il controllo della via per far detonare l’esplosivo».

Lei indicò la zona del castello come possibile luogo di appostamento di chi teneva il timer.

«Sì. E i sospetti derivano dal fatto che, quando hanno saputo che le indagini si stavano appuntando su quell’edificio, hanno smobilitato tutte le attrezzature e sono spariti».

Ma perché proprio quella zona?

«Questo è l’interrogativo. Perché quell’attentato non è stato fatto a Villagrazia, dove Borsellino villeggiava e sarebbe stato agevole ucciderlo con una pistola, o in via Cilea dove abitava? Perché in via d’Amelio, dove occasionalmente si recava dalla madre? Perché in quella zona c’era quel “controllo” del territorio, perché era stato possibile eseguire un’intercettazione telefonica sul telefono della madre. E perché c’era la possibilità di colpirlo in un luogo dove fosse stato poco protetto».

Un’operazione che non sarebbe stata condotta solo dalla mafia.

«C’è la certezza che dal punto di vista dinamico-organizzativo ci siano dei soggetti esterni a Cosa Nostra che si sono occupati dell’attentato. Per tutte le altre stragi di mafia, come Capaci, si è saputo del telecomando, di com’è stato posizionato l’esplosivo, di com’è stato operato. Per via d’Amelio, nonostante le collaborazioni che ci sono state in Cosa Nostra, non si è saputo nulla».

La trattativa c’è stata?

«Fummo fermati, ci fu detto che tutto doveva passare nelle mani dei carabinieri che stavano gestendo importanti collaborazioni. Ci hanno tolto tutto manu militari, ci hanno fatto rientrare nel gruppo Falcone-Borsellino, un fantoccio di cui la polizia non aveva alcun bisogno. Perché aveva già la squadra mobile, la criminalpol, e perché i magistrati Cardella e Boccassini sono saltati dalla sedia e si sono messi di traverso minacciando le dimissioni dopo l’inspiegabile trasferimento di La Barbera al ministero dell’Interno, senza incarico, nell’immediatezza dell’arresto di Contrada e pochi giorni prima della cattura di Riina».

Intervista di Marco Meduni a Gioacchino Genchi per Il Secolo XIX del 20 ottobre 2009

Ciancimino si offrì di far catturare Riina

FIRENZE (c.f.) – Le scuse alla Corte per qualche ragionamento di troppo espresso a voce alta. I chiarimenti sui rapporti con Forza Italia. E poi quei verbali con i vertici del Ros dell’ Arma che sembrano dire che in fondo Brusca non ha ragionato poi così male quando afferma “noi boss siamo stati giocati dai carabinieri”. Brusca, a Firenze per il processo sulle stragi del ‘ 93, prima di tutto si è scusato con i giudici per le cose dette l’ altro giorno sui carabinieri (“C’ erano loro dietro i contatti fra Cosa Nostra e lo Stato”). “Mi scuso per le polemiche…” si legge in una lettera. “Ero convinto che fosse utile per i giudici anche comprendere il nostro modo di ragionare intorno ai fatti… La guerra che scatenammo contro lo Stato fu il risultato dei nostri ragionamenti”. La seconda cosa che l’ ex boss ha voluto precisare è che “nel 1994 Cosa Nostra mandava messaggi a Silvio Berlusconi che era diventato presidente del Consiglio, ma con Forza Italia non c’ era nessun patto”. Il “chiarimento” più importante Brusca se l’ è preso quando i pm Chelazzi e Nicolosi hanno ottenuto di produrre i verbali di dichiarazioni rese dal capitano del Ros Giuseppe De Donno pochi giorni fa, il 12 gennaio, e quelle del comandante del Ros, colonnello Mario Mori, dell’ agosto scorso. E’ la storia dei “rapporti informali”, cioè non documentati, fra il vertice del Ros e l’ ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, quello del sacco, uno che con Cosa Nostra ha fatto affari per decenni. I verbali, oltre duecento pagine di trascrizioni, raccontano che De Donno e Mori avevano ottenuto la disponibilità di Ciancimino a consegnare loro Totò Riina. L’ accordo era arrivato alla fine di una serie di contatti avviati nella seconda metà del 1992 con lo scopo di far cessare le stragi come quella che uccise Falcone a Capaci. All’ inizio Ciancimino si propone “come infiltrato per i Ros in un nuovo sistema politico-imprenditoriale da ricreare dopo Tangentopoli. L’ effetto Di Pietro è devastante. Io ricreo un sistema nazionale di gestione delle tangenti, divento il garante di questo sistema tangentizio nazionale per tutte le forze politiche e via via vi informo”. “Era una proposta che ritenevo geniale” ha detto De Donno. Mori, che non voleva perdersi allora, siamo sempre nella seconda metà del 1992, “in vaniloqui e darsi da fare per fermare le stragi”, considera Ciancimino “una fonte da sviluppare per avere informazioni”. L’ ex sindaco però, mentre sta consultando una documentazione topografica messa a disposizione dal Ros per individuare a Palermo il covo di Riina, viene arrestato dalla polizia per un residuo di pena. Era il 19 dicembre 1992. La latitanza di Riina finisce pochi giorni dopo, il 15 gennaio. Arrestato dal Ros. Con un altro mistero. I rapporti tra Ros e Ciancimino sembrano confermare il racconto di Giovanni Brusca: “Riina mi disse che dopo gli attentati a Falcone e Borsellino qualcuno, da parte delle istituzioni, si era fatto sotto e c’ era una trattativa in corso”

La Repubblica del 24 gennaio 1998

Retroscena di una trattativa

È intorno al 13 dicembre 1991, il giorno in cui la Cupola delibera che Falcone e Borsellino dovevano morire. Una data che combacia con l’inizio della strategia del terrore e con un lungo rosario di eventi ancora da decifrare

Il momento esatto non si conosce. È intorno al 13 dicembre 1991, il giorno in cui la Cupola delibera che Falcone e Borsellino dovevano morire. Una data che combacia con l’inizio della strategia del terrore e con un lungo rosario di eventi ancora da decifrare. È l’inizio di un conflitto che terminerà, lasciando sul campo decine di morti, solo dopo le stragi del 1993. In mezzo ci sono l’omicidio dell’europarlamentare Salvo Lima e gli eccidi di Capaci e via D’Amelio. E ci sono anche la presunta trattativa Stato-Mafia e quel “papello”, con le condizioni di Totò Riina, che secondo le più recenti indagini della Procura di Palermo – l’ossatura del processo che si aprirà il prossimo 27 maggio – finì prima nelle mani dei carabinieri e poi nel cuore delle istituzioni.

LA SENTENZA DI MORTE. A capotavola, racconteranno le inchieste degli anni a seguire, c’è proprio lui, il Capo dei capi. Intorno a Totò u curtu, la Cupola al completo: Greco, Aglieri, La Barbera, Cangemi, Brusca, Ganci, Biondino, Madonia e Graviano. «Ora è arrivato il momento in cui ognuno di noi si deve assumere le sue responsabilità», queste le parole del padrino di Corleone, prima di pronunciare la sentenza di morte. La mafia siciliana sta attraversando un momento davvero difficile. Lo Stato gli ha inferto colpi durissimi. Il maxi processo, nato dalle indagini di Falcone e Borsellino, in meno di un anno, tra il 1986 e il 1987, ha già mandato alla sbarra e fatto condannare quasi 400 mafiosi, senza contare i 19 ergastoli che hanno di fatto decapitato i vertici di Cosa nostra, compresi gli imprendibili Riina e Provenzano. La lama della giustizia è penetrata a fondo colpendo non solo uomini d’onore e capi mandamento, ma anche gregari e soldati. Le collaborazioni di Tommaso Buscetta, Salvatore Contorno, Antonino Calderone e Francesco Marino Mannoia, hanno permesso al pool di Palermo di comprendere il linguaggio mafioso e la struttura di un’organizzazione criminale che fino a quel momento non era stata ancora definitiva né “verticistica” né con il nome di Cosa nostra. Il maxi processo si concluderà in Cassazione il 30 gennaio 1992, meno di quaranta giorni dopo la riunione della Cupola. E non colpirà la piovra solo sul piano repressivo, ma anche su quello dell’autorevolezza. Secondo i pm di Palermo, che hanno indagato sulla presunta trattativa Stato-Mafia, è proprio da lì «che iniziò una nuova presa di coscienza all’interno dei vertici dell’organizzazione mafiosa e che prese avvio la crisi dei rapporti di Cosa nostra con i referenti politici tradizionali, che agli occhi dei capimafia avevano fallito su uno dei terreni più importanti per i quali la mafia a loro si rivolgeva: la garanzia dell’impunità».

LE BOMBE DEL 1993. L’omicidio Lima segna l’inizio della stagione di sangue. È il 12 marzo 1992. Ed è l’avvio di un’escalation di piombo e tritolo che terminerà un anno dopo con le stragi di Roma, Palermo e Firenze. «Nel 1992, la posta in gioco era soprattutto la vita dei politici inseriti nella lista nera di Cosa nostra – scrivono i pm di Palermo – che andavano salvati, e perciò la trattativa ebbe per oggetto la rinuncia agli omicidi già programmati in cambio dell’allentamento della morsa repressiva». Riina e Bagarella esprimono due concetti rozzi ma che ben riassumono quello che accadrà poi: «Dobbiamo fare la guerra allo Stato per poi fare la pace» e «in futuro non dobbiamo più correre il rischio che i politici possano voltarci le spalle». Per fare questo, tuttavia, vanno rimossi almeno due ostacoli. Il 23 maggio 500 chili di tritolo uccidono Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini di scorta. Alcune settimane dopo Don Vito Ciancimino, il sindacomafioso di Palermo, avvicina i carabinieri del Ros e dà il via alla trattativa. «Dal lato di Cosa nostra – scrivono i magistrati – (la trattativa, ndr) venne originariamente gestita direttamente dall’odierno imputato Salvatore Riina, da parte dello Stato, venne condotta da alcuni alti ufficiali dei carabinieri». Sono i vertici del Ros: il generale Antonio Subranni, il suo vice Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno. «A loro volta investiti dal livello politico (ed in particolare dal sen. Calogero Mannino), che contattarono Vito Ciancimino, a sua volta in rapporti con Salvatore Riina per il tramite di Antonino Cinà». Ma a Roma c’è un altro ostacolo, è il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti, in prima linea contro la mafia insieme a Claudio Martelli. Scotti lascerà il posto a Nicola Mancino il 28 giugno, appena un mese dopo Capaci e venti giorni prima di via D’Amelio. Su questo punto sono sempre i magistrati di Palermo a focalizzare meglio quanto sta accadendo: «Il Ministro dell’Interno in carica Vincenzo Scotti era ritenuto un potenziale ostacolo, mentre Mancino veniva ritenuto più utile in quanto considerato più facilmente influenzabile da politici della sua stessa corrente, ed artefici della trattativa come il coimputato Mannino». È il momento in cui irrompe «una male intesa (e perciò mai dichiarata) Ragion di Stato che fornisce apparente legittimazione alla trattativa e che coinvolge sempre più ampi e superiori livelli istituzionali». È certo che in quelle stesse ore chi ha preso il testimone di Falcone è a conoscenza che Cosa nostra e lo Stato hanno iniziato a trattare. Borsellino ha i giorni contati quando il direttore degli Affari penali, Liliana Ferraro, lo informa che c’è in atto un tentativo di scendere a patti con la mafia. Il 28 giugno la Ferraro, che ha saputo da De Donno che il Ros è in contatto con Don Vito, riferirà tutto questo a Borsellino nel corso di un incontro, casuale, all’aeroporto di Fiumicino. Il 1° luglio Borsellino incontra a Roma il ministro Mancino, ma lui afferma ancora oggi di non ricordare quella circostanza. Diciotto giorno dopo 100 chili di tritolo tolgono di mezzo il giudice e i suoi cinque angeli custodi. Nel 2012 la Procura di Caltanissetta, concludendo l’ultima inchiesta sulla strage di via D’Amelio, afferma che Borsellino era diventato un ostacolo insormontabile all’avvio della trattativa.

LA RESA DEI CONTI. Il 1993 si apre con un arresto eccellente. Il 15 gennaio Riina finisce in manette dopo 24 anni di latitanza. Lo ferma il Ros fuori dalla sua villa di via Bernini, a Palermo. Ma è anche l’anno delle bombe al cuore dello Stato. Il 14 maggio, in via Fauro a Roma, arrivano altri 90 chili di tritolo, sono per Maurizio Costanzo, ma l’attentato fallisce e il giornalista si salva per un soffio. Tredici giorni dopo a Firenze esplode una bomba in via dei Georgofili, le vittime sono cinque e anche la Galleria degli Uffizi subisce gravi danni. Il 26 giugno il nuovo capo del Dap, Adalberto Capriotti, propone al ministro della Giustizia, Giovanni Battista Conso, di non prorogare il carcere duro a 373 mafiosi. Per i magistrati di Palermo è il segnale che lo Stato si è piegato: «Nel 1993, la trattativa sembrò inizialmente non produrre gli esiti sperati e si resero necessarie ulteriori minacce che, questa volta, produssero qualche frutto: l’allentamento del 41 bis. Il “cedimento”, consistito nell’inopinata mancata proroga di oltre 300 decreti di applicazione del 41 bis, costituisce il segnale che si volesse andare incontro ai desiderata di Cosa Nostra». Una promessa non basta. Tra il 27 e il 28 luglio esplodono altre tre bombe: in via Palestro a Milano (cinque vittime), a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio in Velabro a Roma. Quella notte a Roma, a causa di uno strano blackout, le linee telefoniche del governo non funzionano, l’allora premier, Carlo Azeglio Ciampi, racconterà di aver temuto un colpo di Stato. L’ultimo attentato del 1993, il 31 ottobre allo stadio Olimpico durante Lazio-Udinese, fallisce. Un’autobomba, imbottita con 130 chili di tritolo arricchito con chiodi e bulloni, non esplode perché il telecomando del detonatore s’è inceppato. Cinque giorni dopo il Guardasigilli Conso decide di non prorogare il 41 bis a 334 detenuti per mafia.

Fabrizio Colarieti per Il Punto del 28 marzo 2013

Il mistero del dossier che scuote Palermo

Una lettera anonima fatta arrivare a uno dei sostituti procuratori che si occupano dell’inchiesta sulla trattativa. Nella missiva, ricostruzioni considerate affidabili e accuse: “Un carabiniere rubò l’agenda rossa di Borsellino”. Il “protocollo  fantasma” afferma anche che fu nascosto l’archivio del covo di Riina. Ora la Procura vuole indagare

PALERMO – È una lettera anonima quella che sta aprendo un nuovo fronte d’indagine sulla trattativa fra Stato e mafia. Avverte i magistrati di Palermo che sono spiati, indica dove trovare altre prove del patto, fa i nomi di vecchi uomini politici che potrebbero sapere molto. E denuncia che l’agenda rossa di Borsellino è stata rubata “da un carabiniere”.

L’inchiesta giudiziaria più tormentata di questi mesi si sta ancora rimescolando e rovista adesso in quelle che l’anonimo definisce “catacombe di Stato”. Le ultime inedite indicazioni sono in uno scritto che gli investigatori valutano come “attendibile”, studiato e steso da qualcuno estremamente informato, uno “dal di dentro” sospettano i pubblici ministeri di Palermo che hanno ordinato accertamenti su tutti i punti segnalati dall’anonimo. Lui, definisce la sua lettera “un esposto”. L’ha spedita il 18 settembre scorso a casa di Nino Di Matteo, uno dei sostituti procuratori che insieme ad Antonio Ingroia hanno cominciato l’indagine sulla trattativa.

Sono dodici pagine con lo stemma della Repubblica italiana sul frontespizio. L’autore, alla sua lunga lettera ha attribuito – come nei documenti ufficiali – una sorta di numero di fascicolo. È in codice: “Protocollo fantasma”.

Se sia tutto vero ciò che scrive o al contrario un tentativo di depistaggio si scoprirà presto, di sicuro al momento i funzionari della Dia di Palermo e quelli di Roma stanno raccogliendo riscontri intorno ai “suggerimenti” dell’anonimo. Uno che sembra a conoscenza di tanti segreti, come se avesse partecipato personalmente ad alcune operazioni poliziesche o sotto copertura. Questi dodici fogli ricordano tanto quell’altra lettera senza firma arrivata fra la strage Falcone e la strage Borsellino nell’estate del 1992 (e recapitata a 39 indirizzi fra i quali il Quirinale, le redazioni dei quotidiani italiani, il Viminale), la prima carta in assoluto dove si faceva cenno a “un accordo” fra Stato e mafia. Annunciando avvenimenti poi accaduti. Come l’arresto del capo dei capi Totò Riina.

Ma adesso vi raccontiamo cosa c’è esattamente nell’ultimo anonimo palermitano. Finisce con una frase misteriosa destinata al magistrato Di Matteo: “Tieni sempre in considerazione che sto lavorando con te, nelle tenebre”. E annota subito dopo, in latino: “Impunitas semper ad deteriora invitat”. L’impunità invita sempre a cose peggiori.

Comincia invece con una cronistoria dei cadaveri eccellenti di Palermo: dall’omicidio del segretario del Pci siciliano Pio La Torre – il 30 aprile 1982  –  fino alla mancata cattura di Bernardo Provenzano dell’ottobre 1995 nelle campagne di Mezzojuso, probabilmente per una soffiata. In mezzo le bombe di Capaci e di via D’Amelio. Poi si addentra nel particolare. Iniziando dai pm che indagano sulla trattativa.

Li mette in guardia da “uomini delle Istituzioni” che li stanno sorvegliando. “Canalizzano tutte le informazioni che riescono ad avere sul vostro conto”, scrive. E dice che li riversano “a Roma”, in una non meglio identificata “centrale”. Fra gli spioni  –  sostiene l’anonimo  –  anche alcuni magistrati. Di certo, strani movimenti si sono registrati a Palermo in queste settimane. Uno, a metà dicembre. Qualcuno è arrivato fin sul pianerottolo dell’abitazione del sostituto Di Matteo, lavorando dentro una cassetta elettrica. Se ne sono accorti i carabinieri della scorta. Nessuno nel condominio aveva disposto lavori nel palazzo, e in quel fine settimana il magistrato era fuori città. Un intruso sapeva anche questo.

Torniamo all’anonimo. Spiega dove cercare nuove prove sul patto. Usa queste parole: “Ci sono catacombe all’interno dello Stato sepolte e ricoperte di cemento armato, ma alcune verità si possono ancora trovare”. E specifica i luoghi. Segue una lista di nomi. Uomini politici della prima Repubblica, grandi e piccoli, tutti mai sfiorati fino ad ora dalle investigazioni sulla trattativa. Consiglia di seguire certe tracce, il suo linguaggio è quello di un “addetto ai lavori”. Gli investigatori sono convinti che si tratti di qualcuno che, all’inizio degli anni ’90, abbia lavorato in qualche reparto investigativo. Conosce minuziosamente alcune vicende. Come quella della cattura di Totò Riina, la mattina del 15 gennaio del 1993. Garantisce che il covo del boss, nel quartiere dell’Uditore, sia stato visitato da qualcuno prima della perquisizione del procuratore Caselli. E ripulito di un tesoro, l’archivio del capo dei capi di Cosa Nostra. “Nascosto a Palermo per qualche tempo e poi portato via”, scrive ancora l’anonimo.

E infine dice di sapere chi ha rubato dalla sua borsa l’agenda rossa di Paolo Borsellino, quella sulla quale il procuratore segnava tutto ciò che vedeva e sentiva dalla morte del suo amico Giovanni Falcone. “L’ha presa un carabiniere”, giura l’autore della lettera.

Già qualche anno fa un colonnello dei carabinieri, Giovanni Arcangioli, era stato messo sotto accusa dai magistrati di Caltanissetta per avere trafugato l’agenda. L’ufficiale era stato fotografato, in via D’Amelio, con la borsa fra le mani. Ma aveva sempre sostenuto di non sapere nulla dell’agenda. Prosciolto dal giudice in fase d’indagine preliminare e prosciolto poi dalla Cassazione, il colonnello è uscito definitivamente dall’inchiesta. In questi ultimi mesi i pm di Caltanissetta (quelli che indagano sui massacri di Palermo) hanno però ricominciato a visionare un filmato del dopo strage, ricostruito con tutte le immagini ritrovate negli archivi televisivi. Cercano sempre l’uomo dell’agenda rossa. E sospettano sempre che sia uno degli apparati investigativi. La caccia è ripartita.

Cosa aggiungere sull’ultimo anonimo? Le indagini, che sembravano solo aspettare il verdetto del giudice Piergiorgio Morosini sulla richiesta di rinvio a giudizio di quei 12 imputati eccellenti prevista per la fine del mese, hanno ricominciato ad agitarsi dopo le confessioni del misterioso personaggio senza volto. Uno che viene dal passato di Palermo.

Attilio Bolzoni e Salvo Palazzolo per La Repubblica del 3 gennaio 2013

Torna il Corvo a Palermo

PALERMO – Una lettera di otto pagine avvelena l’ aria di Palermo. E’ una lettera che mette i brividi, che dice e non dice, che mischia episodi più o meno inverosimili con nomi veri, che avverte e confonde, che racconta quello che è accaduto e fa intuire quello che accadrà. E’ una lettera anonima, il Corvo è tornato. Questa volta si firma con un “noi” che rende ancora più indecifrabile la sua trama, questa volta parla della morte di Lima e di Falcone. Otto pagine che ricostruiscono uno scenario siciliano, che indicano piste investigative, che invitano a seguire con più attenzione certi indizi, che gettano ombre su alcuni uomini importanti. Una lettera che fa tremare Palermo. L’ hanno messa in circuito fra il 22 e il 23 di giugno, per una decina di giorni solo sussurri e bisbigli, solo mezze frasi raccolte qua e là, solo preoccupate reazioni di poliziotti e carabinieri che “sentono” in anticipo l’ odore fetido dei messaggi in codice. Poi, improvvisamente, un giornale, La Sicilia di Catania, decide di pubblicare ampi stralci di quell’ anonimo. Le otto pagine sono diventate un “caso”. Ha aperto un’ inchiesta il procuratore della repubblica di Palermo, ne ha aperta un’ altra la procura di Caltanissetta (nella missiva senza firma sono citati a vario titolo i nomi di una dozzina di magistrati palermitani), ha chiesto formalmente la trasmissione della lettera pure il pool di giudici che indaga sul massacro dell’ autostrada. Negli ambienti investigativi si cerca di decifrare ogni parola del Corvo mentre c’ è chi annuncia querele contro ignoti, ad esempio un paio di magistrati tirati in ballo per storie clamorosamente false hanno già dato incarico ai loro legali di provvedere. Otto pagine inviate a 39 indirizzi (“Tutti coloro, secondo il nostro giudizio, che possono svolgere un’ azione positiva per scoprire finalmente tante tristi verità…”), otto pagine spedite ai direttori di alcuni quotidiani, a procuratori della Repubblica, capi di squadre mobili, prefetti, segretari di partito, al Presidente della Repubblica, al vicepresidente del Csm, ai presidenti di Camera e Senato. Lungo l’ elenco dei destinatari, lungo anche l’ elenco finale delle “indicazioni che si ritengono utili ai fini di dimostrare giudiziariamente vere le affermazioni della nostra lettera”. In tutto 29 punti, una specie di delega alle indagini, un passaggio della lettera che rivela l’ impronta di “un addetto ai lavori”, uno che sa tante cose, uno che sa anche come presentarle indicando con ordine gli accertamenti da eseguire. Ma di cosa esattamente parla l’ anonimo dell’ estate 1992? Perché sta turbando così tanto gli investigatori e i magistrati siciliani? La nuova stagione dei veleni si apre con un paio di pagine che “spiegano” come muore il potente Salvo Lima. E l’ anonimo parte raccontando l’ attacco che sferra un gruppo politico a Giulio Andreotti alla vigilia delle elezioni del 5 aprile. Attacco che passa soprattutto attraverso i suoi fedelissimi, in prima linea Salvo Lima. L’ anonimo dice che Lima non riesce a interpretare certi segnali, aggiunge che l’ europarlamentare non si accorge di ciò che sta accadendo intorno a lui fra il febbraio e il marzo di quest’ anno. Perché muore Salvo Lima? Perché, rivela il Corvo, rimane fedele ad Andreotti. E un’ intera pagina è dedicata a “quel gruppo che tenta la scalata al potere”. Si fanno anche qui nomi, si descrivono improbabili incontri fra big della Democrazia cristiana e superlatitanti, si entra nel particolare citando alcuni noti personaggi e coprendoli di accuse che puzzano di spazzatura. L’ anonimo diventa più preciso parlando di chi materialmente avrebbe ucciso Salvo Lima. E con nome e cognome indica i capi di una fazione di Cosa Nostra, indica la regione dalla quale sarebbe arrivato uno dei sicari, indica un nascondiglio, indica perfino i giorni passati dai killer dentro un covo palermitano prima di ripartire. Perché l’ anonimo racconta queste cose? Perché disegna un quadro generale non totalmente incredibile e poi semina immondizia intorno a certi nomi? Le prime decodificazioni dell’ anonimo, le prime decifrazioni affidate agli esperti dell’ antimafia sono concordi sicuramente su un punto. Questo: “Ci sono persone che vogliono far sapere a tutti i costi che non sono stati loro a uccidere Salvo Lima”. Siamo in un campo assai minato, dove ogni virgola ha il suo peso, dove anche la riga che può sembrare più banale significa sempre qualcosa. E dal caso Lima si entra così nel caso Falcone, nella lettera compaiono a sorpresa nuovi nomi, si intrecciano nuove situazioni, si parla del capo dei capi di Cosa Nostra, Totò Riina, che non sarebbe stato d’ accordo con i suoi complici. L’ anonimo si spinge più in là, sostiene addirittura che Totò Riina non avrebbe voluto la morte di Falcone “perché riteneva controproducente per la sua causa un simile omicidio”. Siamo alla follia pura? Al depistaggio abilmente orchestrato da quelle “raffinatissime menti” di cui ogni tanto parlava lo stesso Falcone riferendosi ai misteri siciliani? O siamo piuttosto alla vigilia di qualcosa, qualcosa annunciato dall’ anonimo, qualcosa che solo i veri destinatari (e naturalmente non i 39 in elenco) delle otto pagine possono capire? Palermo è avvolta in un terribile giallo. Il Corvo fa nomi di ministri ed ex ministri, racconta di dossier insabbiati, rapporti riservatissimi della Guardia di Finanza e dei carabinieri. Entra in gioco una banca, si ripropone la storia di un potente gruppo imprenditoriale, si coinvolgono alcuni dei più noti professionisti palermitani, si tirano per i capelli dentro torbide vicende alcuni giudici. E ancora: si parla dei legami di questo o di quello con i Servizi, si riparla di un voluminoso lavoro sugli appalti dei carabinieri che non sarebbe stato valorizzato nella giusta maniera in procura, si “invita” a indagare su una serie di assessori regionali, di costruttori, di mafiosi, di magistrati. E passo dopo passo l’ anonimo continua a mischiare storie che tutti a Palermo conoscono come assolutamente false con storie che nessuno o quasi nessuno conosce. Inquietante il contenuto della lettera, ma inquietante anche lo stile dell’ ultimo Corvo di Palermo. Che fra una “rivelazione” e l’ altra tenta di giustificare l’ anonimato. Così: “Noi sappiamo che è tutto vero, altri dovranno scoprirlo…”. O così: “Non ci firmiamo. Abbiamo riflettuto a lungo prima di deciderlo. Sarebbe stato assai facile a gente tanto potente delegittimarci, rendendo inutile il nostro tentativo di fermare un disegno diabolico…”. O ancora così: “A tutti i destinatari diciamo… e ormai non potete fingere di non sapere”. E infine c’ è quella lista che dà 29 indicazioni intorno alle quali muoversi, quella sorta di “delega alle indagini” che scopre in qualche modo il Corvo, il Corvo che si firma “noi”. Come se fosse un gruppo, un clan, una parte. Otto pagine di veleni come quelli sparsi nell’ estate dell’ 89, a cavallo fra la cattura di Totuccio Contorno in Sicilia e il fallito attentato a Falcone sugli scogli dell’ Addaura. Per quella lettera fu condannato per calunnia il giudice Girolamo Alberto Di Pisa, il magistrato fu scoperto attraverso un’ impronta digitale “rubata” dagli 007 dell’ allora Alto commissario Sica. E oggi, fuori gioco Di Pisa, chi è il nuovo Corvo?

Attilio Bolzoni per La Repubblica del 2 luglio 1992

Il golpe numero 4 / Verso la Terza Repubblica – Seconda parte

Meno di due mesi dopo Falcone, tocca a Paolo Borsellino. Se prima era stata sventrata un’autostrada, stavolta viene sbriciolata un’intera via cittadina, pur di eliminare il magistrato. Perché? E perché l’«accelerazione» della fase esecutiva di cui parlano Brusca e Cancemi?
Borsellino, come Falcone, era un nemico storico di Cosa Nostra, il secondo della “lista nera”, intendeva capire il perché della strage di Capaci e mettere a conoscenza dei pm di Caltanissetta (titolari delle indagini) le sue intuizioni e le sue conoscenze. Aveva iniziato a interrogare i neo collaboratori Leonardo Messina, che gli aveva parlato di appalti, e Gaspare Mutolo, che gli aveva fatto il nome di Contrada: appalti (cioè rapporti fra mafia, economia e politica) e Contrada (cioè servizi segreti), due delle cause «preventive» che, secondo le ricostruzioni del pm Tescaroli erano costate la vita a Falcone. Ha dunque ragione Jannuzzi (che, peraltro, ha sempre difeso Contrada)? No, perché l’operazione che Jannuzzi e altri fanno è quella di falsare i fatti sull’inchiesta mafia-appalti iniziata nel ’90 e delegata da Falcone ai Ros, fino quasi a sostenere che alcuni magistrati della Procura di Palermo (Scarpinato, Ingroia, Lo Forte e Caselli i principali “imputati”), avrebbero volutamente insabbiato indagini per coprire il rapporto mafia-politica-affari e impedire di accertare la verità sulle stragi. Una specie di Partito dei Ros schierato, come un sol uomo, contro i magistrati più in vista della Procura di Palermo, brandendo Falcone e Borsellino come esempi da seguire (nella tomba?).
Siccome c’ero, ricordo benissimo le furibonde campagne contro il pool che istruì il maxiprocesso e ricordo altrettanto bene che fra i più accaniti c’era proprio Jannuzzi, che, quando Falcone si trasferì a Roma, scrisse sul Giornale di Napoli un memorabile editoriale intitolato «Cosa Nostra uno e due» in cui si metteva in guardia dal possibile rischio rappresentato dal fatto che Falcone e Gianni De Gennaro, potessero diventare, rispettivamente, capo della Dna e direttore della Dia: «Se le candidature andranno a buon fine, si ricostruirà, al vertice del tribunale speciale e della superpolizia, la coppia che fu la massima, e la più autentica espressione […] del “professionismo dell’antimafia”.
«È una coppia la cui strategia, passati i primi momenti di ubriacatura per il pentitismo e per i maxiprocessi, ha approdato al più completo fallimento: sono Falcone e De Gennaro […] i maggiori responsabili della débâcle dello Stato di fronte alla mafia.
«Ma non è questo il punto. Se i “politici” sono disposti ad affidare agli sconfitti di Palermo la gestione nazionale della più grave emergenza della nostra vita, è, almeno entro certi limiti, affare loro. Ma l’affare comincia a diventare pericoloso per tutti noi: da oggi, o da domani, dovremo guardarci da due “Cosa Nostra”, quella che ha la Cupola a Palermo, e quella che sta per insediarsi a Roma. E sarà prudente tenere a portata di mano il passaporto».
Questo è Lino Jannuzzi. E tanto basta a qualificarlo. Dopo – come prima – ci sono solo veleni e depistagli interessati in combutta con un’orchestra ben affiatata e tanti che, più o meno in buona fede, abboccano e fanno da coro.

Torniamo a Borsellino. Perché l’«accelerazione»? Gli interrogatori di Messina e Mutolo potrebbero bastare a giustificarla. Genchi ne è convinto e lo dice a chiare lettere nel libro Il caso Genchi (Aliberti, 2010). Dal 1998 in qua, alle possibili concause preventive della strage si è aggiunta la cosiddetta trattativa mafia-Stato, che sarebbe stata condotta dai Ros (gli stessi che indagavano sugli appalti) con Totò Riina, tramite Vito Ciancimino, il misterioso e fantomatico «signor Carlo/Franco» e Bernardo Provenzano. Con tanto di «papello» di richieste avanzate da Riina e rigettate dallo Stato, che avrebbe così provocato l’accelerazione della strage, già decisa. Anzi no. Opzione 2: Borsellino ha saputo della trattativa, si è messo di traverso ed è stato ammazzato.
Al processo di Firenze, quello per le stragi del ’93, è stato accertato che di trattative ce ne furono almeno due. Una iniziata prima della strage di Capaci, condotta da Paolo Bellini, un killer neofascista legato, fra gli altri, alla ’ndrangheta e ai servizi segreti e amico di quel Ciolini che, una settimana prima dell’omicidio Lima, anticipò ai magistrati la stagione delle stragi, racchiudendola nel periodo marzo-luglio 1992; l’altra, quella Ros-Ciancimino.
Paolo Bellini è di Reggio Emilia e la sua presenza in Sicilia, in quegli anni, è accertata fin dall’autunno del 1991, nell’Ennese, cioè nella zona in cui nello stesso periodo si tenne la riunione dei capimafia siciliani in cui fu decisa la strategia stragista, nell’ipotesi che il maxiprocesso potesse andare male, come è stato. Semplice coincidenza? Possibile.
Nello stesso periodo, fino a tutto il 1992, Bellini entra in contatto con Antonino Gioè, uno dei killer di Capaci e cugino di Francesco di Carlo, che aveva indirizzato proprio verso Gioè gli uomini dei servizi interessati ad ammazzare Falcone. Altra coincidenza? Possibile anche stavolta.
Nel luglio del ’93 Gioè, nel pieno della campagna terroristica, si suicida in carcere e lascia una lettera in cui ipotizza che «il signor Bellini» fosse «un infiltrato» dentro Cosa Nostra.
Secondo la ricostruzione dei giudici fiorentini – fonti: lo stesso Bellini, nel frattempo “pentito”; Giovanni Brusca e il maresciallo dei carabinieri Roberto Tempesta, del nucleo di tutela del patrimonio artistico nazionale – Bellini, su mandato del maresciallo, si sarebbe rivolto ai boss per recuperare delle opere d’arte rubate; in cambio, la mafia aveva chiesto la scarcerazione di alcuni capimafia detenuti. La trattativa si protrasse per tutto il 1992, poi Bellini smise di rispondere alle sollecitazioni di Gioè. Nel corso dell’estate del ’92, inoltre, venne fuori l’idea del cambio di strategia: «Che ne direste se una mattina vi svegliaste e non trovaste più la Torre di Pisa?» Bellini attribuisce a Gioè, la minaccia; Brusca sostiene che sarebbe stato Bellini a consigliarli, buttandola lì, come ipotesi e, per meglio rendere l’idea, avrebbe aggiunto: «Se tu vai a eliminare una persona, se ne leva una e ne metti un’altra. Se tu vai a eliminare un’opera d’arte, un fatto storico, non è che lo puoi andare a ricostruire, quindi lo Stato ci sta molto attento, quindi l’interesse è molto più della persona fisica».

La trattativa Mori-De Donno-Ciancimino. Dopo la strage di Capaci, il capitano De Donno, d’intesa col colonnello Mori e con l’assenso del generale Subranni, capo dei Ros, contatta Massimo Ciancimino e gli chiede se sia possibile incontrare don Vito. L’ex sindaco accetta, i due si studiano per un paio di mesi (due o tre incontri di un paio d’ore l’uno), finché, in agosto, non entra in scena anche Mori che getta le carte in tavola e chiede a Vito Ciancimino di fargli catturare Riina. L’ex sindaco lo manda a quel paese e la cosa finisce lì. Un mese dopo Ciancimino ci ripensa e si offre come infiltrato nel mondo degli appalti, il Ros ribadiscono che vogliono i latitanti, Ciancimino contatta Cinà, medico di Riina, e gli riferisce che i Ros intendono trattare, prima viene sbeffeggiato, poi ricontattato. A quel punto sono loro a tirarsi indietro ché, in realtà, non hanno nulla da offrire. Ma don Vito è ormai convinto a «varcare il Rubicone» e gli chiede delle mappe per potergli indicare il covo di Riina, loro gliele portano un mese e mezzo dopo, ma il giorno successivo don Vito è arrestato e finisce tutto lì. Questa, molto sinteticamente, è la versione di Mori e De Donno, coincidente col contenuto di un interrogatorio dei magistrati di Palermo e riportata in un memoriale dello stesso Ciancimino. In un ulteriore memoriale scrive che quella versione dei fatti è falsa e sarebbe stata concordata con Caselli e i Ros per tutelare la propria famiglia.
Il primo a parlare del papello è Brusca, che nell’autunno del ’96, all’inizio della sua collaborazione, rivela ai magistrati di Palermo che dopo le stragi del ’92 Riina gli disse che «quelli si sono fatti sotto e io gli ho presentato un papello di richieste». Versione ribadita in un interrogatorio, nella primavera del ’97, davanti ai pm di Caltanissetta, Palermo e Firenze. In quest’occasione, il «dichiarante» (non gli era ancora stato accordato il programma di protezione) ha anche chiarito che le stragi servivano ad «allacciare i rapporti» con lo Stato, infatti dopo è «nato questo contatto, cioè il famoso contatto del papello». Al processo di Firenze (gennaio ’98), ribadisce le precedenti versioni ma, incalzato dal pm, gli viene il dubbio che il papello possa essere stato consegnato prima di via D’Amelio. I giudici, al di là della sopravvenuta incertezza, rilevano la coincidenza di tempi con la ricostruzione offerta da Mori e De Donno i quali, comunque, negano di avere mai visto alcun papello. Secondo i magistrati di Firenze, le due trattative – Bellini-Gioè e Ros-Ciancimino – avrebbero convinto i capimafia che le stragi pagano e, per convincere lo Stato a tornare al tavolo della trattativa, hanno iniziato la campagna terroristica contro i monumenti.
Tornando a Brusca, nel ’99, al “Borsellino ter”, esprime nuove e inedite certezze: il papello di richieste è stato consegnato prima della strage di via D’Amelio, e, sempre prima, è arrivata la risposta negativa dello Stato. Poi la strage. Il “Brusca 1” (fino a tutto il ’98), dopo la strage di Capaci si era trasferito nel Trapanese fino all’omicidio di Ignazio Salvo, da lui commesso (17 settembre ’92), tornando poche volte a Palermo e avendo visto Riina solo due volte, fine giugno-primi di luglio e agosto; il “Brusca due” (1999) vedeva Riina quasi ogni giorno.
Ho l’impressione – solo un’impressione – che Brusca, trattato a pesci in faccia quando dice la verità (eloquente la vicenda Scarantino), si convinca che dire le cose che, secondo lui, i magistrati vogliono sentirsi dire sia più conveniente: c’è da guadagnarsi l’ingresso nel programma di protezione per i collaboratori di giustizia (marzo 2000).
Dieci anni dopo arriva Massimo Ciancimino, conferma la versione di “Brusca 2” e, come per incanto, una frotta di smemorati istituzionali riconquista la memoria. Il resto è cronaca degli ultimi mesi.

Mentre Tangentopoli cominciava a emergere, le elezioni dell’aprile 1992 fanno scricchiolare il quadripartito di governo, con la Dc che per la prima volta scende sotto il 30% e il Psi che per la prima volta nell’era Craxi arretra. Di contro, c’è il tonfo del neonato Pds (16%), coi voti che migrano verso Leghe nordiste e Prc, mentre in Sicilia c’è l’affermazione della Rete che elegge 8 dei suoi 12 deputati (6 a Palermo) e 3 senatori (Palermo). Il tonfo è rinviato alla fine dell’anno, quando alla tornata di amministrative nel Nord Italia, la Dc dimezza i voti, il Psi crolla al 4% e le leghe conquistano molte città.
Il bisogno di «nuovo» passa per la riforma elettorale, necessaria dopo i referendum Segni-Pannella (prima di abolizione delle preferenze multiple, poi del sistema proporzionale) sostenuti da quasi tutti (Psi, Rete e Prc si schierano per il «no» al maggioritario) ed è un plebiscito di «sì». La propaganda del «nuovo che avanza» sostiene che basta cambiare la legge elettorale per avere stabilità di governo e la sparizione della corruzione. Non ci sono margini per ragionare, l’orchestra suona la sua musica, il megafono mediatico la propaga, la gente abbocca. Così la politica diventa roba per soli ricchi, ché «hanno i soldi e non hanno bisogno di rubare» (infatti i tangentisti erano tutti «poveri». O no?) Arriva anche la legge per l’elezione diretta dei sindaci. Fra giugno e novembre i progressisti conquistano la stragrande maggioranza delle città italiane: marzo ’94 è alle porte, la vittoria alle politiche praticamente scontata. Il sistema tengentizio è svelato, in Sicilia – dov’è arrivato Gian Carlo Caselli – si susseguono le inchieste sui «colletti bianchi», il rapporto mafia-politica-affari non è più analisi sociologica ma fatto giudiziario acclarato (esempio: Andreotti incriminato per mafia e omicidio). Trema l’Italia delle impunità, delle trame, delle stragi impunite, delle ruberie diffuse. Trema il sistema piduista. Trema il «Principe».

Quando Berlusconi è «sceso in campo» ero seriamente preoccupato. C’era un sistema di potere alle corde, gli stragisti, i tangentisti, i mafiosi e i loro amici, i servizi deviati, la cancrena di questo Paese stava emergendo tutta, tutte le coperture stavano franando. Stavolta non era Io so di Pasolini, no, stavolta c’erano anche le prove. Berlusconi rappresentava il colpo di coda di un sistema che non si rassegnava alla sconfitta. E alla galera. Nessuno, come lui, meglio di lui, avrebbe potuto raddrizzare una situazione che pareva irrimediabilmente compromessa: dal 1980 in poi (anno di nascita di Canale 5), aveva portato per mano una parte di questo Paese, gli aveva regalato sogni catodici e sogni pallonari, telenovelas e telequiz, tette e culi, sorrisi e buonumore. Tutto finto, tutto di plastica. Ma non è stato fermato: malgrado qualche pretore coraggioso, malgrado le sentenze della Corte costituzionale, protetto dal Caf (Craxi-Andreotti-Forlani) ha continuato ad aggirare le leggi e la Costituzione.
Se i progressisti avessero vinto le elezioni nel ’94, come sembrava inevitabile, quel sistema sarebbe crollato miseramente e con esso il Cavaliere, che avrebbe dovuto restituire i soldi – tanti, tantissimi – alle banche, che da tempo gli stavano col fiato sul collo, il suo impero sarebbe crollato come un castello di carte. E lui sarebbe finito in galera per via degli innumerevoli reati commessi. L’unico modo per salvare se stesso e quel sistema era «scendere in campo».
Che il progetto del Cavaliere fosse in perfetta continuità col passato, oltre a emergere dal programma (praticamente copiato da quello della P2), risultava evidente dal personale politico: pezzi di loggia P2, le seconde linee di Dc e Psi (le prime erano tutte in galera o in attesa di entrarci), una spruzzata di Pli e Psdi e, soprattutto, un esercito di avvocati di tangentisti e di mafiosi al posto dei loro impresentabili clienti.
Hanno inventato un partito (cominciando nella primavera del ’92, secondo Ezio Cartotto, collaboratore di Berlusconi che ha lavorato al progetto), hanno dato in pasto alle folle «il miracolo italiano» e hanno vinto le elezioni, salvandosi dalla galera ed evitando lo sfacelo del sistema piduista ormai privo di protezioni Oltreatlantico, in seguito alla caduta del Muro di Berlino e all’elezione di Clinton, dopo 12 anni di presidenti repubblicani. Ha salvato l’Italia dalla possibile libertà, il Cavaliere. Già, salvato, ché la maggioranza degli italiani ha paura della libertà. Si sono lavati la coscienza dopo le stragi del 92-93, votando a sinistra alle amministrative (specie i siciliani), poi, un po’ il sogno del «miracolo italiano», un po’ la meschinità, un po’ gli interessi hanno fatto il resto. Sì, proprio gli interessi. Le inchieste di Milano e di Palermo (e di tante altre procure italiane), infatti, dopo avere colpito i capi (mai successo prima), scendevano giù, a cascata, colpendo interessi minuti, individuando anche le piccole illegalità, mettendo a nudo un sistema che funzionava perché si reggeva sul coinvolgimento del messo del tribunale e del funzionario dell’anagrafe, sul commercialista e sull’avvocato, sul geometra e sull’imprenditore, sull’infermiere e sul medico, sul politico e sull’amministratore, sul mafioso e sul ministro.
Avevo fifa, nel ’94. Avevo una paura fottuta. Avevo paura che se avessimo perso le elezioni sarebbe stata frustrata ogni speranza di cambiamento; avevo terrore che se avessimo vinto le elezioni avrebbero intensificato la strategia delle bombe e ci avrebbero ammazzati tutti. Ci sarebbe stata la guerra civile. La vittoria del centrodestra ha evitato la guerra civile. Anche le trattative hanno contribuito a evitarla, ché non so, non sappiamo quante ce ne siano state e chi fossero i protagonisti. Una l’ha rivelata nel 2003, intervenendo alla Camera, Luciano Violante: il centrosinistra ha promesso a Berlusconi che non sarebbero state toccate le sue tv e non ci sarebbe stata legge sul conflitto d’interessi. Ecco com’è stata ulteriormente evitata la guerra civile e instaurata la dittatura mediatica.

«E i capisaldi?», direbbe il mio amico Nando. I capisaldi sono delle mere ovvietà. Dopo la caduta del Muro il sistema di potere italiano ha cominciato a scricchiolare, a mostrare crepe, a implodere: la sentenza della Cassazione del gennaio ’92 si inscrive in tale implosione (Corrado Carnevale che non può presiedere il collegio); Tangentopoli si inscrive in tale implosione. Le bombe sono la reazione a tale implosione, il tentativo del vecchio sistema di potere – inteso come federazione di interessi economici, finanziari, politici, criminali, confessabili e inconfessabili, palesi (Fiat, ad esempio) e occulti (sistema piduista, ad esempio) – di destabilizzare per poi ripresentarsi come «il nuovo che avanza», tutto cambi perché nulla cambi. Un vero e proprio golpe dai caratteri inediti, in cui l’appropriazione del potere non avviene attraverso il push militare, ma con la promessa della salvezza dalle bombe e dalle tangenti, con l’aggiunta del «pericolo comunista», che in un Paese normale avrebbe fatto sghignazzare, mentre nell’Italia del bombardamento mediatico diventa “realtà”. Dove persino un autorevole settimanale conservatore inglese, l’Economist, viene etichettato come «di sinistra» e i gli elettori-telespettatori (definirli, definirci cittadini mi appare da presuntuosi, in tale contesto) se la bevono come fosse acqua di fonte.
Le stragi – tutte – sono state il viatico dalla «Prima» alla «Seconda Repubblica». E oggi siamo alle porte della «Terza» (Complice Firmotutto, invece di difendere la Costituzione sta sempre a dire che servono «riforme condivise»: Condivise da chi, da guardie e ladri?). Come si potrebbero interpretare altrimenti gli avvenimenti degli ultimi anni? Cosa c’è di diverso fra l’implosione del sistema incarnato dal Caf e quello del sistema berlusconiano? A volere mettere in liquidazione Berlusconi, oggi, non sono le opposizioni – stendiamo un velo pietoso, per ora, ma avremo modo di tornarci – ma un pezzo di quel sistema politico-affaristico-crimi

nale che ha puntato tutto su di lui per salvarsi dal tracollo. E che ha fatto, Berlusconi, in questi anni? Ha pensato soprattutto a se stesso – destabilizzando, per necessità prima ancora che per calcolo, quel che resta delle istituzioni democratiche – e alla sua cricca: gli affari sono diventati prerogativa di una ristretta élite; la spartizione non è più capillare come avveniva prima, niente più «tavolini» di spartizione ma una sorta di «direttorio» (la cosiddetta Protezione civile) che gestisce continue «emergenze» in favore di pochi e selezionati sodali. I finiani non ci stanno e inscenano le pantomime degli ultimi due anni; alcuni siciliani – e fra questi Dell’Utri – non ci stanno e gli tirano fra i piedi la giunta Lombardo. Secondo me, anche Massimo Ciancimino va inquadrato in questo disegno (a prescindere dal fatto che ciò che dice sia vero, verosimile o falso). Così come non ci stanno il Corriere e Confindustria (basta sbirciare, di tanto in tanto, il Sole 24 ore). E cos’è l’inchiesta calabrese sulla ’ndrangheta a Milano e in Lombardia – a Milano, non a Reggio Calabria – se non un potenziale maxiprocesso? Servirà a distogliere l’attenzione dalle “magagne” di politica, finanza e impresa o le coinvolgerà, assestando il colpo definitivo al sistema berlusconiano?
È in corso una resa dei conti fra i golpisti. Resa dei conti possibile anche grazie all’assenza di un’opposizione degna di tale nome, credibile, autorevole, portatrice di programmi e di comportamenti alternativi al berlusconismo.
4. Fine
P.s.:Non dimentichiamo che negli anni in cui il centrosinistra è stato al governo (perché, nel frattempo, la parte più “presentabile” del sistema affaristico aveva cambiato “cavallo” e si era passati dai Progressisti all’Ulivo) si è legiferato per sterilizzare gli effetti di Tangentopoli e di Mafiopoli, per salvare i malfattori, per spuntare gli strumenti di investigatori e magistrati, per imbavagliare l’informazione. Anche questo, in virtù di una qualche trattativa.
Sebastiano Gulisano, articolo del 2010