Le mie ipotesi

(Versione provvisoria del 10 ottobre 2012)

Due anni fa mi impegnai in una ricerca sugli ispiratori occulti degli attentati del ’93 per verificare la mia convinzione che Marcello Dell’Utri, con il benestare (non sappiamo se esplicito o tacito), di Silvio Berlusconi, fosse in qualche modo uno dei suggeritori degli attentati del ’93 e una sorta di aiuto-regista nella realizzazione di una “strategia della tensione”  che potesse determinare una situazione favorevole all’affermazione della nuova forza politica che stava per entrare in campo : Forza Italia.

Quello che più di ogni altra cosa determinava la mia convinzione era un’impressionante coincidenza cronologica tra la decisione di Silvio Berlusconi di entrare in politica e l’inizio della stagione stragista del ’93 e un’analoga coincidenza, a mio modo di vedere altrettanto significativa, tra la “discesa in campo” ufficiale di Silvio Berlusconi e la fine della stagione stragista

Inizio della stagione stragista del ’93

4 aprile 1993 –  B. decide di entrare in politica dopo un incontro con Craxi

14 maggio 1993    Fallito attentato di via Fauro, Roma
27 maggio 1993    Strage di via dei Georgofili,  Firenze
27 luglio 1993       Strage di via Palestro, Milano
28 luglio 1993       Bomba a San Giovanni in Laterano, Roma
28 luglio 1993       Bomba a San Giorgio in Velabro, Roma
31 ottobre 1993     Fallito attentato allo Stadio Olimpico, Roma ( evento da verificare )

Fine della stagione stragista

23 gennaio 1994    Fallito attentato allo Stadio Olimpico di Roma  ( evento da verificare )
26 gennaio 1994    B. annuncia ufficialmente la «discesa in campo»

27 gennaio 1994    Giuseppe e Filippo Graviano vengono arrestati a Milano

Ma queste non erano le uniche coincidenze significative che tenevo in considerazione, molto importante mi sembrava anche il fatto che le scadenze dei provvedimenti relativi al 41-bis fossero in qualche modo sincronizzabili con gli attentati, effettivi e/o presunti, del ‘93

Inoltre, analizzando attentamente i resoconti giornalistici dell’epoca, l’impressione era che gli attentati fossero una messinscena per lanciare dei messaggi, che i morti fossero degli incidenti di percorso e che non fosse di poco conto il ruolo dei Servizi.

Secondo la mia prospettiva di allora, gli attentati del ’93 non potevano essere considerati sic et simpliciter come episodi di una “trattativa” in corso ma dovevano essere visti invece, proprio sulla base delle significative coincidenze cronologiche di cui si è detto, come lo sviluppo di un patto e di un piano strategico, un patto basato su un’alleanza tra Cosa Nostra e la nuova “entità politica”  che stava nascendo ( un patto con il quale Cosa Nostra si assumeva il compito di destabilizzare l’ordine pubblico per ricattare lo Stato e ottenere per sé benefici immediati e nello stesso tempo favorire l’affermazione di un nuovo referente politico ) ma inserito anche in un piano strategico di  proporzioni più ampie.

L’ipotesi che gli attentati del ’93 fossero lo sviluppo di un piano strategico, di un canovaccio prestabilito, di una regia occulta, era rafforzata, come ho già detto, da tre considerazioni :

– la tempistica degli attentati sembrava sincronizzata con le scadenze dei decreti 41bis

– all’epoca non conoscevo la relazione della DIA del 10 agosto 1993 (desecretata nel 2011), l’informativa dello SCO (Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato) del’11 settembre 1993 (anch’essa diventata di dominio pubblico nel 2011) e nemmeno i lanci dell’agenzia Adnkronos del 10 dicembre  dello stesso anno ma leggendo i resoconti giornalistici, molti indizi lasciavano intendere che gli attentati non fossero concepiti per uccidere, sembravano avere in origine uno scopo puramente dimostrativo

– altri indizi indicavano che il ruolo dei Servizi ( SISDE, SISMI ) non poteva essere trascurato

Per farla breve, a mio modo di vedere la stagione stragista del ’93 aveva delle caratteristiche nuove rispetto alle stragi del ’92, come se da un certo momento in poi Cosa Nostra e la nuova forza politica nascente agissero di comune accordo, sulla base di interessi convergenti,  per destabilizzare lo Stato allo scopo di favorire in un secondo tempo la stabilizzazione di una nuova configurazione del potere.

Per verificare queste ipotesi cominciai a raccogliere materiale sulle stragi del ’92 e quindi mi occupai anche delle stragi di Capaci e di via D’Amelio e del loro contesto.

Raccolsi i risultati delle mie prime ricerche in un work in progress intitolato La nascita di Forza Italia e le convergenze parallele, che a distanza di tempo rimane ancora ricco di spunti pur non essendo pienamente sviluppato nella sua struttura argomentativa.

Dopo quel work in progress pubblicato nel luglio del 2010 e aggiornato successivamente in un paio di occasioni su temi specifici, nel dicembre del 2010 ebbi modo di fare altre osservazioni sulla stagione stragista del ’93 sul blog The Front Page

Dopo di allora non mi sono più occupato in maniera sistematica di questa materia, torno a farlo adesso perché avverto la necessità di apportare elementi di chiarificazione nell’analisi di circostanze e fatti che ancora rimangono sfuggenti o che vengono spesso descritti, analizzati e contestualizzati in modo approssimativo e/o scorretto.

Questo modo approssimativo di affrontare una materia così importante emerge in tutta la sua evidenza nell’uso disinvolto che si fa della locuzione “trattativa Stato-mafia” , una locuzione con la quale si allude a un coacervo di vicende, di relazioni e di situazioni di cui però non si comprende sempre la connotazione precisa e /o la collocazione temporale esatta.

Tutti i fatti, gli episodi, i temi ed i problemi del biennio stragista sono diventati ormai capitoli di un unico romanzone che s’intitola “trattativa Stato-mafia” ma la storia non è un romanzo e non si può raggiungere la verità storica scrivendo un romanzo, i fatti, le circostanze e gli episodi devono essere ricostruiti, nei limiti del possibile, per come sono avvenuti realmente e le questioni aperte ed i dubbi devono essere analizzati, risolti e chiariti nella continua dialettica tra ipotesi e riscontri fattuali.

Premesso che non mi interessa il profilo penale di certi fatti e di certi comportamenti e che mi interessa solo individuare la concatenazione tra fatti e circostanze secondo uno schema logico-cronologico che favorisca un accertamento progressivo della verità storica, un fatto è certo : all’indomani della strage di Capaci, a partire da una data imprecisata del giugno del 1992, a Roma, in via San Sebastianello al nr. 9,  nei pressi di piazza di Spagna, comincia un via vai di carabinieri.

Via San Sebastianello nr. 9 è la residenza romana di Vito Ciancimino e a due ufficiali del ROS , il capitano Giuseppe De Donno ed il colonnello Mario Mori, è venuta l’idea di agganciare Vito Ciancimino nella speranza che costui potesse fornire utili informazioni per le indagini in corso, nonché per la cattura dei latitanti Riina e Provenzano, e che potesse anche offrire una qualificata “chiave di lettura” sulle dinamiche interne a “cosa nostra” e sugli obiettivi che l’organizzazione intendeva perseguire con l’attacco allo Stato.

Secondo la versione dei due ufficiali del ROS, sarebbe stato il capitano De Donno ad avviare gli incontri con Vito Ciancimino, lo avrebbe incontrato due-tre volte tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio, poi, a partire dal 5 agosto, agli incontri avrebbe partecipato anche il colonnello Mori.

Tutta la questione della c.d. “trattativa Stato-mafia” ruota attorno a questi incontri tra i due ufficiali dei Carabinieri del Ros e Vito Ciancimino perché secondo alcune interpretazioni questi incontri avrebbero dato luogo ad una vera e propria trattativa tra lo Stato e la mafia che tra l’altro avrebbe anche provocato la decisione di Riina di accelerare l’eliminazione di Paolo Borsellino, una trattativa che poi sarebbe continuata nel tempo con altri protagonisti e con altre caratteristiche. In estrema sintesi, la trattativa tra i due ufficiali del ROS, che almeno inizialmente avrebbero agito con il beneplacito del generale Antonio Subranni, e Vito Ciancimino sarebbe il primo capitolo di una macro-trattativa con la quale la mafia avrebbe tentato di ricostruire il suo rapporto con la politica e riscrivere un nuovo patto di convivenza con lo Stato. Naturalmente c’è chi nega che i Carabinieri del ROS abbiano trattato con Cosa Nostra e che ci sia una relazione tra gli incontri dei due ufficiali del ROS con Ciancimino e la strage di via D’Amelio e c’è chi più in generale ritiene che tutta l’inchiesta che si è incentrata sulla c.d. “trattativa Stato-mafia” sia una vera e propria bufala basata su presupposti falsi e argomentazioni capziose. Il problema, a mio avviso, è che tutti costoro,  colpevolisti e negazionisti, rischiano di fare lo stesso errore :  quello di sviluppare le proprie tesi, le proprie ipotesi e le proprie argomentazioni in funzione di una formula, appunto la locuzione “trattativa Stato-mafia”, che al di là della sua efficacia giornalistica, non è appropriata per rappresentare con precisione i fatti, gli episodi, le circostanze e le situazioni che si sono verificate nel biennio maledetto e negli anni seguenti.

Secondo la mia attuale lettura dei fatti,  nell’intermezzo tra Capaci e via D’Amelio non si svolge alcuna  “trattativa” tra il ROS e Ciancimino, ci sono solo “contatti”  e “annusamenti”. Inizialmente il ROS si muove davvero nella prospettiva di “un’iniziativa investigativa” : in primis si vuole capire, tramite Vito Ciancimino, quello che ha in mente Cosa Nostra, in seconda battuta si punta ad ottenere dal Ciancimino informazioni utili sul piano investigativo (secondo il Mori “De Donno andò a contattare Ciancimino per vedere di capire e di avere qualche notizia, qualche informazione, qualche spunto, di tipo investigativo” . Secondo De Donno “Il senso in pratica era questo: era nostra intenzione cercare di trovare un canale di contatto con il Ciancimino, per tentare di ottenere da lui indicazioni utili su quanto, sui fatti storici che si stavano verificando in quel periodo. E in ultima analisi tentare di ottenerne una collaborazione formale con l’autorità giudiziaria”.) (cfr. il capitolo LA TRATTATIVA MORI – CIANCIMINO nella sentenza della Corte d’Assise di Firenze sulle stragi mafiose del 1993, pagina 946 e seguenti)

Va da sé che lo scopo ultimo del ROS è quello di fermare gli omicidi e le stragi ma almeno inizialmente non è attraverso una trattativa che si pensa di ottenere un risultato.

L’iniziativa del ROS nasce nel contesto del terremoto scatenato dall’omicidio di Salvo Lima.

L’omicidio di Salvo Lima del 12 marzo del 1992 è un segnale inequivocabile : anche i politici “amici” di Cosa Nostra possono essere eliminati se non danno sufficienti garanzie di affidabilità e Lima non le aveva date perché non era riuscito a far  “aggiustare” il maxi processo.

L’omicidio di Salvo Lima è la rottura di un paradigma e tutti i politici siciliani si sentono in pericolo : Calogero Mannino (Dc, ministro del Mezzogiorno nel governo Andreotti), Carlo Vizzini (Psdi, ministro delle Poste e Telecomunicazioni), Sebastiano Purpura (Dc corrente Lima, assessore regionale al Bilancio) e Salvo Andò (dirigente socialista catanese e futuro ministro della Difesa). Anche altri politici di rilievo sono potenzialmente in pericolo, in particolare Claudio Martelli (Psi, ministro della Giustizia) e Giulio Andreotti (all’epoca Presidente del Consiglio e in pole position nella corsa per il Quirinale)

Il 16 marzo un telegramma del capo della Polizia Vincenzo Parisi inviato a tutti i soggetti interessati ( prefetti, questori, l’alto commissario per la lotta alla mafia, il direttore della Dia, i capi del servizio segreto civile e a quello militare) lancia l’allarme  “Nel periodo marzo luglio corrente anno, campagna terroristica con omicidi esponenti Dc, Psi et Pds, nonché sequestro et omicidio futuro presidente della Repubblica. Quadro strategia comprendente anche episodi stragisti”.

Quattro giorni dopo il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti parla di un “piano destabilizzante” contro lo Stato : “Nascondere ai cittadini che siamo di fronte ad un tentativo di destabilizzazione dell’istituzioni da parte della criminalità organizzata è un errore gravissimo – dice Scotti – Io ritengo che ai cittadini vada detta la verità e non edulcorata, la verità. Io me ne assumo tutta la responsabilità. Siamo in un paese di misteri e io non intendo gestire il Ministero degli Interni con una condizione di silenzio e di misteri e senza mettere su carta le cose che si fanno”.

Andreotti, all’epoca Presidente del Consiglio, prova a ridimensionare l’allarme perché si tratterebbe “dello scherzo di un pataccaro” :  secondo alcune indiscrezioni, una delle “fonti confidenziali” del Viminale sarebbe infatti un certo Elio Ciolini, già noto alle cronache per essere stato il “superteste” della strage della stagione di Bologna dell’ agosto 1980.

In realtà la faccenda è più complicata perché il 4 marzo Ciolini aveva mandato dal carcere un biglietto al giudice  istruttore Leonardo Grassi di Bologna con il seguente testo :

Nuova strategia tensione in Italia – periodo: marzo-luglio 1992

Nel periodo marzo-luglio di quest’anno avverranno fatti intesi a destabilizzare l’ordine pubblico come esplosioni dinamitarde intese a colpire quelle persone “comuni” in luoghi pubblici, sequestro ed eventuale “omicidio” di esponente politico PSI, PCI, DC sequestro ed eventuale “omicidio” del futuro Presidente della Repubblica.
Tutto questo è stato deciso a Zagabria Yu – (settembre ’91) nel quadro di un “riordinamento politico” della destra europea e in Italia è inteso ad un nuovo ordine “generale” con i relativi vantaggi economico finanziari (già in corso) dei responsabili di questo nuovo ordine deviato massonico politico culturale, attualmente basato sulla commercializzazione degli stupefacenti.
La “storia” si ripete dopo quasi quindici anni ci sarà un ritorno alle strategie omicide per conseguire i loro intenti falliti.
Ritornano come l’araba fenice.

Elio Ciolini, 4 marzo 1992

L’ 11 marzo 1992 viene assassinato a Castellammare di Stabia  Sebastiano Corrado, consigliere comunale del PDS, il 12 viene ucciso Salvo Lima, storico esponente della DC siciliana, e dopo 2 giorni viene ucciso a Bruxelles Salvatore Gaglio, un siciliano, rappresentante locale del PSI.

Insomma, nonostante il fatto che la fonte confidenziale non fosse affidabile, l’allarme non era ingiustificato. Col senno di poi sorprende anzi la precisione con la quale si indica il periodo critico di questa “nuova strategia della tensione” : marzo-luglio 1992.

Non è questo il luogo per approfondire la valenza di questo episodio legato alla figura di Elio Ciolini (cfr. per alcune indicazioni di massima l’inchiesta denominata “Sistemi Criminali”), resta il fatto che questo è il contesto nel quale, secondo indagini recenti, Calogero Mannino, temendo per la sua vita, avrebbe giocate le sue carte : Mannino avrebbe incontrato il  generale Antonio Subranni, all’epoca comandante del ROS dei Carabinieri, e l’allora numero tre del Sisde, Bruno Contrada, per sollecitare l’apertura di un “dialogo” con Cosa Nostra.

Secondo alcune ricostruzioni,  il “dialogo”  tra il ROS e Cosa Nostra  avrebbe assunto la forma di una “trattativa” già prima della strage di via D’Amelio e questo lascerebbe supporre, secondo tale ipotesi, che Paolo Borsellino sia stato eliminato proprio a causa di questa presunta  “trattativa” in corso tra lo Stato, rappresentato dai Carabinieri del ROS,  e Cosa Nostra, in pratica la c.d. “trattativa” avrebbe accelerato l’eliminazione di Paolo Borsellino.

Tale supposizione si è articolata nel tempo secondo varie teorie : la teoria dell’ostacolo ( Borsellino sarebbe stato eliminato perché di ostacolo alla c.d. “trattativa”) , la teoria della rivitalizzazione ( Borsellino sarebbe stato eliminato per rivitalizzare una “trattativa” che era finita su un binario morto) e la teoria del gioco al rialzo ( Borsellino sarebbe stato eliminato perché l’iniziativa del ROS avrebbe dato a Cosa Nostra l’impressione che la strategia degli omicidi e delle stragi potesse essere pagante )

Tutte queste ipotesi di scuola poggiano sull’idea che le decisioni dei boss di Cosa Nostra fossero illogiche o slegate dal contesto in cui venivano prese ma il difetto più grave di queste ipotesi è che sono fondate solo su considerazioni di tipo psicologico con connessioni del tutto superficiali con la dinamica reale dei fatti e lo sviluppo effettivo delle circostanze.

Inoltre chi tende a stabilire un legame tra la c.d. “trattativa Stato-mafia” e l’eliminazione di Borsellino di solito non considera un particolare di una certa rilevanza : perché Riina decide di anticipare l’eliminazione di Borsellino nonostante la perplessità degli altri boss ?

E’ Salvatore Cancemi, il primo collaboratore di giustizia membro della Commissione, a consegnarci un ricordo importante sui momenti che precedono la strage di via D’Amelio : «Mi ricordo (…) di una riunione che il Ganci, proprio questo mi è rimasto impresso, (…) che si appartò, diciamo,sempre nella stessa stanza, nello stesso salottino che c’era là ,con Riina. E io c’ho sentito dire: La responsabilità è mia. Poi, quando ce ne siamo andati con Ganci, Ganci mi disse: Questo ci… ci vuole rovinare a tutti, quindi la cosa era… il riferimento era per il dottor Borsellino. (…) Io ho capito che il Riina aveva una premura, come vi devo dire, una cosa… di una cosa veloce, aveva… io avevo intuito questo, che il Riina questa cosa la doveva… la doveva fare al più presto possibile, come se lui aveva qualche impegno preso, qualche cosa che doveva rispondere a qualcuno. (…) Questa cosa la doveva portare subito a compimento, doveva dare questa… questa risposta a qualcuno,questi accordi che lui aveva preso».

Cosa voleva dire Cancemi con quel : il Riina questa cosa la doveva… la doveva fare al più presto possibile, come se lui aveva qualche impegno preso, qualche cosa che doveva rispondere a qualcuno ?

Qualcuno stava condizionando le decisioni di Riina ?

Perché tutta questa fretta visto e considerato che lo Stato avrebbe potuto reagire in modo più determinato rispetto alla reazione avuta dopo Capaci ?  Perché tutta questa fretta visto che il decreto nr. 306, dell’8 giugno 1992, noto anche come “decreto Scotti-Martelli”  ( il decreto consentiva di applicare il regime del 41-bis anche ai mafiosi) non era ancora stato applicato per la parte riguardante il “carcere duro” e sarebbe probabilmente scaduto o comunque poteva scadere ?  Che senso avrebbe avuto intavolare nel giugno-luglio del 1992, quindi prima della strage di via D’Amelio, una “trattativa”  per abolire il regime del 41-bis per i mafiosi ed eliminare con una certa “premura” Borsellino in quanto ostacolo a tale “trattativa” visto e e considerato che il “decreto Scotti-Martelli” che prevedeva il 41-bis per i mafiosi era osteggiato in Parlamento e dall’ANM  e fortemente contestato dagli avvocati penalisti che ad un certo punto proclamarono un lungo stato di agitazione fino all’8 agosto per sollecitare il Parlamento a non convertire in legge il decreto che scadeva appunto in quella data ? Perché tutta questa fretta visto che altri boss erano dubbiosi sull’opportunità di uccidere Borsellino subito dopo aver ucciso Falcone ?

Perché non c’è mai stato un pentito che abbia riferito sua sponte, nel contesto di una testimonianza diretta, spontanea e genuina, ovvero non inquinata da influenze esterne, sui reali termini della questione o che sia riuscito a spiegare con precisione come dove e quando si sarebbe stabilita una relazione effettiva tra la c.d. “trattativa” e l’omicidio di Borsellino ? Come mai non esiste alcuna testimonianza, nemmeno de relato, circa l’intenzione di Borsellino di ostacolare la c.d. “trattativa” ?

La questione è che Cosa Nostra aveva già deciso di eliminare Borsellino ma nel contesto della situazione che si era venuta a creare dopo Capaci non aveva alcun motivo per accelerare l’eliminazione di Borsellino a causa degli incontri del ROS con Ciancimino per il semplice motivo che prima della strage di via D’Amelio non c’è ancora alcuna trattativa in corso da ostacolare o da rivitalizzare, ci sono solo incontri esplorativi tra un ufficiale del ROS ( il capitano De Donno ) e Ciancimino, incontri del tutto plausibili nel contesto di un’attività investigativa tesa a sondare le intenzioni di Cosa Nostra.

Tant’è che quando il 28 giugno del 1992 Liliana Ferraro, all’epoca direttore degli Affari penali al Ministero, incontra Borsellino all’aeroporto di Roma  e lo informa che il ROS aveva intenzione di contattare Vito Ciancimino per tentare di verificare la disponibilità di questi a collaborare, Borsellino non fa una piega :

Parlammo di molte cose e io riferii a Paolo anche il contenuto della visita del capitano De Donno. Paolo non diede molta importanza a questo fatto e mi disse «ci penso io» o «me ne occupo io». (cfr. Commissione Parlamentare Antimafia, audizione di Liliana Ferraro, 16 febbraio 2011, pagina 14)

A Borsellino in quel momento interessano altre cose :

Nel tempo che passammo insieme all’aeroporto Paolo mi spiegò prima di tutto la ragione per la quale mi aveva chiesto d’incontrarlo e di andare con lui a Palermo: voleva parlarmi del caso Mutolo … (cfr. Commissione Parlamentare Antimafia, audizione di Liliana Ferraro, 16 febbraio 2011, pagina 14)

Ad informare la Ferraro sulle intenzioni del ROS era stato lo stesso De Donno il quale si era recato al Ministero per parlare con la Ferraro qualche giorno prima del 28 giugno : De Donno non solo informa la Ferraro sulle intenzioni del ROS di provare a convincere Vito Ciancimino a collaborare ma per conto del ROS De Donno cerca  anche una copertura politica e/o una sponda istituzionale per avvalorare tale iniziativa.

Mi colpì molto l’incontro che ebbi col De Donno – dichiara la Ferraro nel corso di una testimonianza resa dinanzi ai magistrati delle Procure di Palermo e di Caltanissetta in data 14 ottobre 2009 – poiché lo stesso mi parve molto provato e mi disse che era molto difficile accettare la morte del dott. Falcone e trovare il modo di continuare a svolgere le proprie funzioni, anche perché riteneva il dott. Falcone il loro punto di riferimento per il rapporto mafia-appalti e l’organo di polizia in cui era inserito, a suo dire, non aveva eguali buoni rapporti con altri magistrati della Procura di Palermo.In tale contesto mi disse anche che era venuto il momento di provare tutte le strade e che, essendo Vito Ciancimino un personaggio di spessore, avevano pensato di sondare la possibilità che lo stesso iniziasse un rapporto di collaborazione.  Mi disse anche che aveva preso contatti con il figlio Massimo e che, attraverso di questi, pensava di poter agganciare o aveva già agganciato, non ricordo bene, Vito Ciancimino”.

La Ferraro non ricorda con esattezza se al momento del suo incontro con De Donno, verosimilmente avvenuto pochi giorni prima del 28 giugno e presumibilmente dopo il 21 giugno, il capitano le abbia detto di aver già agganciato ed incontrato Vito Ciancimino o se quelle del ROS fossero solo intenzioni ancora non concretizzate ma la Ferraro ricorda sempre bene un punto :

«Preciso che il cap. De Donno mi riferì, come detto, solo di una possibile collaborazione di Vito Ciancimino mai mi parlò di una trattativa e che lo stesso De Donno si rivolse a me facendomi comprendere che si stava facendo portavoce di istanze che provenivano dal Reparto cui apparteneva».(cfr testimonianza resa dinanzi ai magistrati delle Procure di Palermo e di Caltanissetta in data 14 ottobre 2009 )

 […] il capitano De Donno non mi parlò affatto di “trattativa” né io ebbi percezione alcuna che si stesse riferendo a qualcosa di diverso dal comune tentativo di convincere un appartenente all’organizzazione a collaborare, così come previsto dalle norme sui collaboratori di giustizia. (cfr. Commissione Parlamentare Antimafia, audizione di Liliana Ferraro, 16 febbraio 2011, pagina 15)

Secondo il ricordo della Ferraro, De Donno «chiedeva anche un “sostegno politico” per l’iniziativa che stavano intraprendendo, in considerazione del fatto che Vito Ciancimino era un personaggio “forte”, con ciò intendendo un mafioso di primo piano».

«Io risposi – ha riferito la Ferraro nel corso di una sua recente testimonianza – che sicuramente avrei informato il Ministro, come peraltro era mia abitudine costante, ma che loro – intendendo con ciò il capitano e il raggruppamento del quale l’ufficiale faceva parte – dovevano immediatamente raccordarsi con l’autorità giudiziaria che sola poteva valutare l’utilità di quella iniziativa. Dissi anche che per nostra fortuna alla procura di Palermo era finalmente arrivato il dottor Paolo Borsellino in qualità di aggiunto. Era il miglior amico di Giovanni Falcone ed era anche quello che aveva sempre portato avanti con Giovanni tutte le indagini di mafia». (cfr. Commissione Parlamentare Antimafia, audizione di Liliana Ferraro, 16 febbraio 2011, pagina 14)

«Verosimilmente avrò parlato col ministro Martelli della visita del cap. De Donno, e credo che ciò sia avvenuto nel suo ufficio all’interno del ministero. (…) Ricordo comunque, che il ministro approvò il comportamento che avevo tenuto col cap. De Donno ed in particolare mi disse “ha fatto benissimo, che cosa vogliono, vadano nelle sedi opportune”» (cfr testimonianza resa dinanzi ai magistrati delle Procure di Palermo e di Caltanissetta in data 14 ottobre 2009 )

Martelli, dopo anni di silenzio, sostiene ora di aver informato Mancino sull’iniziativa del ROS in un incontro che i due avrebbero avuto il  4 luglio 1992. Mancino, nel corso del confronto avuto con Martelli il pomeriggio dell’11 aprile 2011, negli uffici della Dia di Roma,  nega di essere stato informato da Martelli sull’attivismo del ROS e soprattutto esclude che Martelli gli abbia riferito quanto gli aveva detto la Ferraro :

“Il ministro Martelli non mi ha mai parlato della dottoressa Ferraro e della visita che il capitano De Donno le avrebbe fatto. Ciò escludo in maniera tassativa.”

In verità nemmeno Martelli  sembra essere così sicuro che all’epoca sia stato Mancino il suo interlocutore riguardo all’iniziativa del ROS perché ad un certo punto Martelli dichiara : “Non ricordo nel dettaglio il contenuto del nostro incontro, che ovviamente doveva aver avuto per oggetto temi politici. Non ricordo quando, se all’inizio o alla fine dell’incontro, parlai al senatore Mancino del Ros. Tengo a precisare che su questo argomento i miei ricordi sono andati riaffiorando via via: all’inizio non ricordavo se ne avevo parlato con lui o con il ministro Scotti.”

Martelli nella stessa occasione fa un’affermazione di non poco conto :  “Preciso che non parlai di trattativa con Mancino, perché io stesso non ne sapevo nulla”

Alla fine di luglio c’è un’altra persona che è informata sui contatti tra il ROS e Vito Ciancimino : è Fernanda Contri, all’epoca segretario generale pro tempore della Presidenza del Consiglio dei ministri. Il 22 luglio il col. Mori viene convocato a Palazzo Chigi per un aggiornamento sulle indagini in corso e Mori informa la Contri sugli incontri che il ROS sta avendo con Vito Ciancimino.

In pratica la Ferraro, Martelli, Borsellino ed in seguito anche la Contri vengono a sapere che il ROS ha preso l’iniziativa di contattare Vito Ciancimino ma nessuno di costoro ha la sensazione che il ROS si stia attivando con Ciancimino per intavolare una trattativa con Cosa Nostra e ottenere un armistizio in cambio di presunti benefici,  all’esterno l’impressione è che il ROS stia solo cercando di trovare un modo per convincere Vito Ciancimino a collaborare. Ovviamente lo scopo del ROS è quello di fermare gli omicidi e le stragi ma in questa fase, siamo a fine giugno-primi di luglio, il ROS in effetti non intende raggiungere lo scopo con una trattativa, l’idea di fondo è ancora quella di trovare un canale di contatto con il Ciancimino, per tentare di ottenere da lui indicazioni utili su quanto, sui fatti storici che si stavano verificando in quel periodo. E in ultima analisi tentare di ottenerne una collaborazione formale con l’autorità giudiziaria”.

E’ possibile che per altre vie anche Mancino sapesse dei contatti del ROS con Vito Ciancimino ( anche se nega di averne parlato con Martelli o di esserne venuto a conoscenza tramite Martelli ) ma nemmeno Mancino, in questa fase, può essere a conoscenza di una presunta “trattativa” perché alla fine di giugno l’iniziativa del ROS con Vito Ciancimino ha ancora un carattere prevalentemente esplorativo.

Un fatto è certo : quando Borsellino viene informato dalla Ferraro sull’incontro avuto con De Donno e sull’iniziativa del  ROS,  la sua reazione appare tiepida e poco significativa. Sta dissimulando ? Può essere ma non c’è un appiglio concreto per sostenere un sospetto del genere, l’unico elemento concreto che abbiamo è la testimonianza della Ferraro :

[Borsellino] volle avere una serie di informazioni sulla vicenda mafia-appalti condotta dal ROS dei Carabinieri, inoltre parlammo di Gaspare Mutolo e del fatto che voleva parlare solo con lui e non con altri magistrati della Procura di Palermo. Io uscii e chiamai il Procuratore di Palermo Giammanco affinché fosse favorito questo colloquio tra Mutolo e Borsellino.

No, non è l’iniziativa del ROS il motivo per il quale il proposito di eliminare Borsellino subisce un’accelerazione per il semplice fatto che tra la fine di giugno e la prima metà di luglio non c’è ancora alcuna trattativa in corso e anche se non si può escludere che da un certo momento in poi Borsellino abbia cominciato ad avere dei dubbi sui comportamenti e sulla lealtà del ROS,  il motivo che ha determinato la sua eliminazione in tempi stretti è un altro : nei 57 giorni che separano la strage di Capaci da quella di via D’Amelio, Borsellino comincia a scoprire la trama del  «Gioco Grande» e due giorni prima di morire confiderà alla moglie «Ho appena visto la mafia in faccia». Era appena tornato da Roma dove aveva interrogato Mutolo.

Il motivo per il quale il programma per eliminare Borsellino subisce un’ improvvisa accelerazione risiede probabilmente nella pericolosità, per Cosa Nostra, delle dichiarazioni che Gaspare Mutolo e Leonardo Messina cominciano a fare a partire dal 1° luglio 1992.

Da notare che anche Falcone fu ucciso pochi mesi dopo aver incontrato segretamente [1] Mutolo e prima di diventare Superprocuratore, esattamente come Paolo Borsellino che viene ucciso dopo aver incontrato segretamente [2] Mutolo e prima di poter eventualmente diventare Superprocuratore e in quel ruolo poter sviluppare in indagini concrete gli elementi che stava raccogliendo.

Due note a margine

[1] Secondo Luca Tescaroli ( cfr. “Perché fu ucciso Giovanni Falcone” pag. 79 ) Mutolo “aveva deciso di pentirsi ma non aveva ancora formalizzato le sue dichiarazioni ad alcun magistrato, aveva, però, rappresentato, al dott.Falcone di essere in possesso di notizie concernenti la collusione del dott. Contrada con ambienti mafiosi”.  “E la notizia dell’imminente collaborazione – continua  Tescaroli – era divenuta nota negli ambienti istituzionali ecc. ecc.” ( cfr. “Perché fu ucciso Giovanni Falcone” pag. 80)

[2] Anche il colloquio del 1° luglio 1992 tra Mutolo e Borsellino doveva essere segreto, invece verrà interrotto da una telefonata che arriva dal Viminale : Borsellino viene avvertito che il nuovo Ministro dell’Interno, Nicola Mancino, appena insediato, lo vorrebbe incontrare. Borsellino si reca al Ministero e lì incontra sicuramente il Capo della Polizia Vincenzo Parisi e Bruno Contrada. L’incontro con Mancino viene annotato sul diario, forse si sono salutati, ma Borsellino non ne parla quando ritorna da Mutolo, Borsellino è colpito invece dal fatto di aver incontrato Bruno Contrada. La sera stessa Borsellino si sente al telefono con Gioacchino Natoli, all’epoca collega di Borsellino a Palermo, e si mostra molto preoccupato per quell’incontro con Contrada avvenuto inaspettatamente.  Perché Contrada era al corrente di un interrogatorio che doveva essere segreto ? La forte perplessità di Borsellino si spiega col fatto che all’epoca Bruno Contrada  era già molto “chiacchierato”.

Gaspare Mutolo è il pentito che farà i nomi di Bruno Contrada e del PM Domenico Signorino, entrambi, a suo dire,  in mano a Cosa Nostra e che poi nelle sue dichiarazioni tirerà in ballo anche Andreotti e il giudice Corrado Carnevale detto l’ammazzasentenze

Domenico Signorino, uno dei PM che aveva sostenuto l’accusa contro Cosa Nostra al maxiprocesso di Palermo, si suiciderà il 3 dicembre 1992 mentre Bruno Contrada verrà arrestato il 24 dicembre. E’ evidente che alla fine di giugno del ’92 c’è chi è già perfettamente consapevole della pericolosità delle cose che potrà dire Mutolo a partire dal pomeriggio del 1° luglio 1992

Ancora una nota a margine : nel 1997 Ezio Cartotto, il consulente che era stato contattato da Marcello dell’Utri  per lavorare alla nascita di Foza Italia, dichiara al PM Gozzo : “Ricordo che un giorno, in cui insieme al mio collaboratore Giovanni Mucci ci trovavamo con Marcello Dell’Utri in Publitalia, venne data la notizia alla televisione del suicidio del magistrato dott. Signorino La reazione del Dell’Utri fu inaspettata, dato il suo carattere sempre freddo e distaccato: senza dire nulla, scagliò immediatamente e con forza il telecomando contro il muro, spaccandolo. Ricordo che il rumore attirò l’attenzione della segretaria Ines Lattuada, che entrò chiedendo cosa fosse successo. Successivamente e in maniera sbrigativa Dell’Utri ci spiegò che lui conosceva Signorino e che aveva con lui un vecchio rapporto.”

E poi c’è Leonardo Messina : Leonardo Messina è un pentito nuovo, è in carcere dall’aprile 1992 ma ha avuto una crisi di coscienza dopo aver sentito in TV le parole della vedova dell’agente Vito Schifani, morto nell’attentato di Capaci. Messina viene interrogato da Borsellino la mattina del 1° luglio 1992 negli uffici dello SCO a Roma.

Il giorno successivo Borsellino incontra lo scrittore Luca Rossi il quale, in un articolo del 21 luglio pubblicato sul Corriere, riferirà le parole di Borsellino riguardanti un nuovo pentito  “di straordinario interesse, perché ci dà un’immagine della mafia in questo momento, in tempo reale, e non, com’ è capitato spesso con altri pentiti, vecchia magari di qualche anno. Il pugno di ferro, la dittatura di Totò Riina sulla mafia, produce un terrore costante all’ interno dell’ organizzazione di Cosa Nostra. I membri vivono un’ ossessione continua, quotidiana: si chiedono esclusivamente chi potrebbe ucciderli, e quando. Questa situazione ha prodotto un’ incredibile fioritura di pentiti, quasi una trentina. Una cosa assolutamente straordinaria”.

Il nuovo pentito di straordinario interesse è sicuramente Leonardo Messina il quale non solo sarà il primo a fare esplicitamente il nome di Andreotti ma tirerà in ballo anche Riina per l’omicidio di Pio La Torre ed il SISDE per la strana storia dei rifiuti radioattivi nella miniera di Pasquasia. Non solo : in seguito le rivelazioni di Leonardo Messina diventeranno l’epicentro dell’inchiesta denominata “Sistemi criminali”. E’ evidente che alla fine di giugno del ’92 c’è chi è già perfettamente consapevole anche della pericolosità delle cose che potrà dire Leonardo Messina a partire dal 1° luglio.

E poi Mutolo e Messina possono dire molto anche sulla questione cruciale del rapporto tra Cosa Nostra e la gestione degli appalti pubblici, una questione che a Borsellino interessa moltissimo perché connessa, secondo lui, con l’omicidio di Giovanni Falcone.

Secondo quanto riferirà ancora Luca Rossi nell’articolo del 21 luglio 1992 [Borsellino] pensava che potesse esistere una connessione tra l’ omicidio di Salvo Lima e quello di Falcone, e che il trait d’ union fosse una questione d’appalti, in cui Lima era stato in qualche modo coinvolto e che Falcone stava studiando.

Inoltre la prospettiva che Borsellino potesse diventare Superprocuratore deve aver tolto il sonno a molti boss : Calogero Pulci, un collaboratore di giustizia, racconterà che la sera del 28 giugno 1992 si trovava a tavola con altri mafiosi quando il TG3 trasmise le immagini della conferenza stampa nella quale il ministro Vincenzo Scotti candidava pubblicamente Paolo Borsellino al vertice della Superprocura Antimafia.  A dire del Pulci, Piddu Madonia esclamò: “E murì Bursellinu

Infine c’è la testimonianza di Cancemi : il Riina questa cosa la doveva… la doveva fare al più presto possibile, come se lui aveva qualche impegno preso, qualche cosa che doveva rispondere a qualcuno ?

La decisione di anticipare l’eliminazione di Borsellino è stata presa su sollecitazione di un mandante esterno perché Borsellino stava per scoprire il  «Gioco Grande» ?

No, non sono gli incontri tra De Donno e Vito Ciancimino il motivo per il quale il programma per eliminare Borsellino subisce un’accelerazione nel luglio del ’92,  il motivo va cercato altrove.

Riprendiamo adesso il filo del discorso sugli incontri del ROS

Non si conoscono le date precise degli incontri tra De Donno e Vito Ciancimino e non se ne conosce nemmeno il numero esatto mentre per quanto riguarda le date ed il numero degli incontri tra Mori e Vito Ciancimino per ora nessuno è stato in grado di confutare la versione di Mori il quale sostiene da sempre di aver incontrato Vito Ciancimino quattro volte : il 5 e il 29 agosto e poi il 1°  ed il 18 ottobre. Se i primi colloqui tra De Donno e Vito Ciancimino sono interlocutori ed hanno uno scopo prevalentemente esplorativo, tutto cambia con la strage di via D’Amelio perché questa volta la reazione dello Stato non si è fatta attendere :

Già nelle ore immediatamente successive alla strage il Ministro di Grazia e Giustizia Martelli disponeva la riapertura delle carceri di Pianosa e l’Asinara ed il trasporto dalla Sicilia di circa 250 “uomini d’onore” per scontarvi la pena in regime di 41 bis.
Il giorno successivo, il 20 luglio 1992, lo stesso Ministro, emette altri 325 provvedimenti di applicazione del 41 bis con scadenza annuale.
Il 7 agosto viene rapidamente convertito in legge il cosiddetto Decreto Martelli che aveva prima incontrato molte resistenze.
(cfr. Relazione Pisanu, 30 giugno 2010, pagina 18)

Non solo : il 25 luglio viene approvata una legge, la legge Vespri Siciliani,  che mandava l’Esercito in Sicilia

L’eliminazione di Borsellino e la reazione dello Stato determinano uno slittamento di prospettiva per entrambe le parti :

– per Ciancimino e Provenzano  l’attivismo del ROS continua a rappresentare un segnale di disponibilità dello Stato a trattare  (ma è una falsa impressione che crea false aspettative, in realtà il ROS si muove senza avere una sponda istituzionale, senza un’autorizzazione a trattare ) e quindi un’occasione per sfruttare un canale di interlocuzione che potenzialmente potrebbe essere utile per alleggerire la pressione su Cosa Nostra causata dall’introduzione del nuovo regime carcerario e dal pericolo che questo regime potesse incidere ancor di più sul già grave problema, per Cosa Nostra, del “pentitismo” ma nello stesso tempo la reazione perentoria dello Stato in conseguenza della strage di via D’Amelio determina in Ciancimino e Provenzano il rafforzamento dei dubbi sull’utilità della strategia stragista di Riina.

– nel ROS si fa strada la convinzione di poter bloccare gli omicidi e le stragi intavolando un “dialogo” con Cosa Nostra sfruttando a proprio vantaggio i timori di Ciancimino sulla sua posizione “non brillantissima” dal punto di vista giudiziario ed i suoi dubbi sull’efficacia della strategia di Riina

Non bisogna dimenticare il contesto nel quale avviene questo slittamento di prospettiva : siamo nel periodo immediatamente successivo alla strage di via D’Amelio : da una parte si teme che gli omicidi e le stragi possano continuare mentre sull’altro versante l’introduzione nell’ordinamento dell’art. 41/bis cit. e la concreta applicazione che fu data allo stesso, insieme alla preesistente normativa sui collaboratori di giustizia, misero in grave allarme il mondo di “Cosa Nostra” (cfr. il capitolo LA “SOFFERENZA” DI Cosa Nostra DOPO IL LUGLIO 1992  nella sentenza della Corte d’Assise di Firenze sulle stragi mafiose del 1993, soprattutto a pagina 916)

Non bisogna nemmeno sottovalutare il fatto che questo slittamento di prospettiva avviene in un momento nel quale Cosa Nostra è attraversata da tensioni interne : la gestione spregiudicata imposta da Riina non piace a tutti e la dittatura di Toto’ Riina sulla mafia, produce un terrore costante all’ interno dell’ organizzazione di Cosa Nostra.

Nel ricordo del De Donno, i due ufficiali del ROS convenirono che la strada migliore era quella di avvicinare sempre di più il Ciancimino alle nostre esigenze, cioè di portarlo per mano dalla nostra parte. E gli proponemmo di farsi tramite, per nostro conto, di una presa di contatto con gli esponenti dell’organizzazione mafiosa di Cosa Nostra. Al fine di trovare un punto di incontro, un punto di dialogo finalizzato alla immediata cessazione di quest’attività di contrasto netto, stragista nei confronti dello Stato. (cfr. il capitolo LA TRATTATIVA MORI – CIANCIMINO nella sentenza della Corte d’Assise di Firenze sulle stragi mafiose del 1993, pagina 946 e seguenti)

Tant’è che proprio nel secondo incontro tra il Mori e Ciancimino, quello del 29 agosto ( il primo incontro tra i due era avvenuto il pomeriggio del 5 agosto ),  il Mori si fa sotto e domanda :

Ma signor Ciancimino, ma cos’è questa storia qua? Ormai c’è muro, contromuro. Da una parte c’è Cosa Nostra, dall’altra parte c’è lo Stato? Ma non si può parlare con questa gente?’

Nel ricordo di Mori il Ciancimino si mostra disponibile :

La buttai lì convinto che lui dicesse: ‘cosa vuole da me colonnello?’ Invece dice: ‘ma, sì, si potrebbe, io sono in condizione di farlo’.

Ciancimino dunque accetta di fare da intermediario : nel ricordo del De Donno  Ciancimino accettò. Accettò questa ipotesi con delle condizioni. Innanzitutto, la condizione fondamentale era che lui poteva raggiungere il vertice dell’organizzazione siciliana, palermitana, a patto di rivelare i nominativi miei e del comandante al suo interlocutore. (cfr. il capitolo LA TRATTATIVA MORI – CIANCIMINO nella sentenza della Corte d’Assise di Firenze sulle stragi mafiose del 1993, pagina 946 e seguenti)

Questa ricostruzione, basata sulla versione data dal Mori e dal De Donno nel processo di Firenze sulle stragi mafiose del 1993, è in linea di massima sovrapponibile, sia sotto il profilo cronologico che sotto il profilo delle circostanze rievocate, con la versione data da Brusca sulla c.d. “trattativa” nel corso dello stesso processo :

Questo collaboratore ha dichiarato, dal canto suo, che nell’estate del 1992 seppe da Riina di una trattativa in corso con personaggi delle Istituzioni. Riina gli disse, contestualmente, che “quelli” si “erano fatti sotto” e che aveva presentato loro un elenco molto lungo di richieste (“un papello”). Circa l’epoca in cui apprese di questa trattativa non si è rivelato sicuro, in quanto ha detto che, probabilmente, c’era già stata la strage di via D’Amelio; poi ha detto di non poter escludere che fosse prima di detta strage. L’avvio di questa trattativa comportò la sospensione del programma stragista maturato agli inizi dell’anno (quello di cui si è parlato nel paragrafo 1). Infatti, Riina decise di soprassedere, per il momento, all’attuazione dell’altra parte del programma contro Mannino, Vizzini, La Barbera, ecc. Diede, ha detto, il “fermo”.

Non salvò, però, la vita a Ignazio Salvo, che non rientrava in quel programma, in quanto vero e proprio “uomo d’onore” che aveva tradito “Cosa Nostra”. Quanto all’epoca in cui seppe del “fermo” dato da Riina, dice: “Guardi, siamo settembre, ottobre…Siamo sempre là. Perché io mi vedevo spesso con Salvatore Riina”
Ha proseguito dicendo che dopo il mese di agosto del 1992 (potrebbe anche essere, quindi, a settembre o ottobre del 1992: anche su questo non ha saputo essere più preciso) ricevette da Biondino Salvatore, su mandato di Riina, l’incarico di effettuare un altro attentato contro qualche personaggio eccellente, in quanto la trattativa aveva subìto una stasi e occorreva una “spinta” per forzare la mano alla controparte.
Egli si mise in moto, perciò, contro il dr Grasso, che era stato giudice a latere nel maxi-processo, in quanto era l’obiettivo che aveva sottomano in quel periodo (“si cercava un obiettivo facile”). Trovò però delle difficoltà nell’esecuzione e fece sapere a Riina di non “poter portare a termine l’obiettivo”. (cfr. il capitolo LA TRATTATIVA MORI – CIANCIMINO nella sentenza della Corte d’Assise di Firenze sulle stragi mafiose del 1993, pagina 952)

Facciamo il punto tralasciando per il momento la vexata quaestio del fantomatico “papello” :

– nel processo di Firenze sulle stragi del ’93, Brusca dichiara di aver appreso di questa trattativa […] probabilmente [quando] c’era già stata la strage di via D’Amelio” e questo ricordo combacerebbe con la versione del. Mori il quale dal canto suo ha sempre sostenuto di essere entrato in gioco dopo la strage di via D’Amelio

Due annotazioni a margine

1) da notare lo slittamento semantico tra alcune formule usate dal Mori nel rievocare rispettivamente l’incontro del 29 agosto e quello successivo del 1° ottobre : nella rievocazione del primo incontro sembra che prevalga ancora l’idea di un “dialogo” – Ma non si può parlare con questa gente?’ – mentre nel secondo incontro si affaccia già l’idea di una  “trattativa” – E restammo d’accordo che volevamo sviluppare questa trattativa”.

 2) Brusca, in tempi recenti, ha cambiato versione collocando le parole di Riina nell’arco temporale compreso tra Capaci e via D’Amelio : «Totò Riina mi parlò del papello e della trattativa, per la prima volta, certamente prima della strage di via D’Amelio» .

– Brusca dichiara che in concomitanza con l’avvio di questa “trattativa” Riina mise il “fermo” [Riina decise di soprassedere, per il momento, all’attuazione dell’altra parte del programma contro Mannino, Vizzini, La Barbera, ecc. Diede, ha detto, il “fermo” ]  ma che poi dopo il mese di agosto del 1992 ricevette da Biondino Salvatore, su mandato di Riina, l’incarico di effettuare un altro attentato contro qualche personaggio eccellente, in quanto la trattativa aveva subìto una stasi e occorreva una “spinta” per forzare la mano alla controparte.

In effetti subito dopo via D’Amelio, per qualche settimana non accade nulla ( questo è il “fermo” ), poi in settembre Cosa Nostra si rianima : viene pianificata l’uccisione di Pietro Grasso che poi non avrà luogo, il 14 settembre Cosa Nostra tenta di uccidere il dirigente del commissariato di Mazara del Vallo Calogero Germanà ( si è scoperto recentemente che Germanà stava indagando su Calogero Mannino !) e il 17 settembre viene ucciso Ignazio Salvo (questa è la “spinta”).

Con l’omicidio di Ignazio Salvo si entra in una fase nuova : Ignazio Salvo viene ucciso non solo per vendetta e per chiudere simbolicamente i conti con i vecchi referenti ma viene ucciso soprattutto per tenere in caldo il contatto con il ROS, l’omicidio di Ignazio Salvo nasce dall’esigenza «di dare un altro colpetto per far tornare qualcuno a trattare». 

Il fatto è che Cosa Nostra è in sofferenza perché il regime del 41-bis ha tagliato i ponti tra i boss e i picciotti in galera e l’organizzazione esterna, inoltre ci sono altri problemi gravi, soprattutto il “pentitismo” ed il sequestro dei beni introdotto con la legge Rognoni-La Torre  (cfr. il capitolo LA “SOFFERENZA” DI Cosa Nostra DOPO IL LUGLIO 1992  nella sentenza della Corte d’Assise di Firenze sulle stragi mafiose del 1993, pagina 905 e seguenti). Cosa Nostra ha fretta, ha bisogno di trovare al più presto nuovi referenti istituzionali e/o politici in grado di aggiustare i suoi problemi.

Dopo l’omicidio di Ignazio Salvo tra i due ufficiali del ROS e Vito Ciancimino c’è un nuovo incontro il 1° ottobre e poi c’è quello del 18 ottobre : Ciancimino fa capire che Cosa Nostra è disponibile al “dialogo” ma vuole capire per conto di chi e con quale copertura agiscono i due ufficiali del ROS

Si rividero l’1-10-92, ancora a casa di Ciancimino. In questo terzo incontro Ciancimino disse di aver preso contatto con i capi di “Cosa Nostra”, “tramite intermediario” (di cui non gli fece il nome). Ma ecco come l’incontro viene narrato dal teste [ il Mori, ndr ]:

“Allora, dice: ‘io ho preso contatto, tramite intermediario, con questi signori qua, ma loro sono scettici perché voi che volete, che rappresentate?’

Noi non rappresentavamo nulla, se non gli ufficiali di Polizia Giudiziaria che eravamo, che cercavano di arrivare alla cattura di qualche latitante, come minimo.

Ma certo non gli potevo dire che rappresentavo solo me stesso, oppure gli potevo dire: ‘beh, signor Ciancimino, lei si penta, collabori, che vedrà che l’aiutiamo’.

Allora gli dissi: ‘lei non si preoccupi, lei vada avanti’.

Secondo il De Donno, lui e il Mori fecero capire a Ciancimino di “rappresentare lo Stato” (“Noi, nella trattativa, eravamo lì in veste di rappresentanti dello Stato”)

Secondo il Mori, Lui capì a modo suo, fece finta di capire e comunque andò avanti. E restammo d’accordo che volevamo sviluppare questa trattativa”. (cfr. il capitolo LA TRATTATIVA MORI – CIANCIMINO nella sentenza della Corte d’Assise di Firenze sulle stragi mafiose del 1993, pagina 946 e seguenti)

E’ possibile che negli incontri precedenti a quello del 18 ottobre i due ufficiali del ROS abbozzino con Ciancimino l’idea di un “dialogo” con Cosa Nostra e/o di una “trattativa” per sondare il terreno, per capire fino a che punto sia possibile tirare la corda, per capire le reali intenzioni di Cosa Nostra, per testare le reazioni e la disponibilità di Ciancimino, fatto sta che Mori e Ciancimino si rivedono, sempre a casa di Ciancimino, il 18 ottobre. Nel ricordo del Mori, Ciancimino in quest’occasione avrebbe mostrato una piena disponibilità di Cosa Nostra ad intavolare una vera e propria trattativa :

“Guardi, quelli accettano la trattativa, le precondizioni sono che l’intermediario sono io’ – Ciancimino – ‘e che la trattativa si svolga all’estero. Voi che offrite in cambio?” 

Il Mori, a suo dire colto di sorpresa da questa piena disponibilità del Ciancimino, avrebbe risposto : “Beh, noi offriamo questo. I vari Riina, Provenzano e soci si costituiscono e lo Stato tratterà bene loro e le loro famiglie”.

Così prosegue il ricordo del Mori :

A questo punto Ciancimino si imbestialì veramente. Mi ricordo era seduto, sbattè le mani sulle ginocchia, balzò in piedi e disse: ‘lei mi vuole morto, anzi, vuole morire anche lei, io questo discorso non lo posso fare a nessuno”. Quindi, molto seccamente, lo accompagnò alla porta. Si lasciarono con la prospettiva di chiudere la trattativa “senza ulteriori conseguenze”.

I giochi sembrano chiudersi del tutto nonostante il fatto che entrambe le parti abbiano dimostrato la piena disponibilità ad intavolare una trattativa.

Nel ricordare la circostanza, Mori afferma di aver fatto quella proposta irricevibile perché colto alla sprovvista dalla disponibilità di Ciancimino e dalla richiesta di mettere le carte sul tavolo ma la giustificazione non regge tant’è che anche nella sentenza della Corte d’Assise di Firenze sulle stragi mafiose del 1993 viene messa in evidenza l’incongruenza della reazione di Mori in questo frangente : perché rimanere sorpresi dalla disponibilità di Ciancimino e dalla richiesta di mettere le carte sul tavolo visto che lo scopo iniziale degli incontri era proprio quello di saggiare e di sfruttare la disponibilità di Ciancimino ?

Ma non è l’unica incongruenza che traspare nel racconto di Mori :  perché Mori, nel momento in cui Ciancimino dice “quelli accettano la trattativa”, avanza una richiesta irricevibile, in pratica la resa di Cosa Nostra, che ovviamente non può che bloccare immediatamente il “dialogo” ? Perché Ciancimino, che nel racconto di  Mori è una controparte del ROS fino al 18 agosto, diventa improvvisamente un confidente a partire dall’incontro successivo ? ( cfr. il capitolo LA TRATTATIVA MORI – CIANCIMINO nella sentenza della Corte d’Assise di Firenze sulle stragi mafiose del 1993, pagina 954 : non si comprende come Ciancimino, controparte in una trattativa fino al 18-10-92, si sia trasformato, dopo pochi giorni, in confidente dei Carabinieri)

E poi c’è una quarta incongruenza da prendere in considerazione  : perché il 20 ottobre, quindi due giorni dopo l’incontro fallimentare con Vito Ciancimino, il col. Mori ha un appuntamento riservato con Violante, da poco diventato Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, e lo informa, senza però accennare all’incontro fallimentare di due giorni prima, di aver iniziato un rapporto, di natura confidenziale, con Vito Ciancimino e che lo stesso avrebbe manifestato la volontà di essere ascoltato dalla Commissione Antimafia senza porre alcuna condizione sulle modalità di esecuzione dell’incontro, così come invece aveva indicato in precedenti sue dichiarazioni pubbliche ?

Queste incongruenze possono essere spiegate ipotizzando che il racconto di De Donno e di Mori sia veritiero riguardo alla prima fase dei loro incontri con Vito Ciancimino ma che non lo sia più riguardo alla fase che inizia con gli incontri di ottobre ed ipotizzando che Mori sapesse che di lì a poco sarebbero stati emessi altri provvedimenti di applicazione del 41-bis che avrebbero dato un nuovo duro colpo a Cosa Nostra ed indebolito la posizione del Ciancimino. In parole povere, Mori potrebbe aver fatto una proposta irricevibile con l’idea di poter guadagnare tempo e spazio per una eventuale trattativa, sapendo che stavano per essere emessi altri provvedimenti di applicazione del 41-bis che avrebbero determinato ulteriore incertezza e maggiore arrendevolezza per la controparte e così in effetti è avvenuto. Non solo : anche se ora nega di averlo saputo in anticipo, Mori potrebbe essere venuto a conoscenza del fatto che il sostituto procuratore generale Luigi Croce stava per richiedere alla corte d’appello di Palermo di ripristinare la custodia cautelare per Vito Ciancimino e quindi Mori potrebbe aver fatto una proposta irricevibile con l’idea di poter sfruttare in un secondo momento quello che stava per diventare un ulteriore elemento di debolezza per la posizione di Vito Ciancimino.

Per quanto riguarda invece la conversione di Ciancimino, si potrebbe ipotizzare che in Ciancimino e Provenzano sia scattata ad un certo punto l’idea di sganciarsi da Riina e di sfruttare la disponibilità dimostrata dai Carabinieri del ROS per provare a percorrere la strada di una trattativa e di un accordo per ottenere nell’immediato qualche vantaggio personale ed in prospettiva poter traghettare Cosa Nostra fuori dalle secche dello scontro frontale con lo Stato.

Il 1° novembre 1992 vengono emessi ulteriori 567 provvedimenti di applicazione del 41-bis con scadenze al novembre 1993 e al gennaio 1994 ed in effetti scatta qualcosa : stavolta è l’asse Ciancimino-Provenzano a prendere l’iniziativa –  Massimo Ciancimino  richiama De Donno (nel ricordo di Mori ai primi di novembre di quello stesso anno, Massimo Ciancimino richiamò il cap. De Donno e gli chiese di incontrare nuovamente il padre) – e probabilmente si fa strada l’idea di stabilire, con una breve trattativa, un do ut des :

–  Ciancimino e Provenzano sanno bene che Cosa Nostra deve riconquistare il suo spazio vitale e che i boss in libertà devono fare al più presto qualcosa per rassicurare gli oltre mille affiliati, tra boss e  picciotti, che dopo gli ultimi provvedimenti marciscono in galera sotto il regime del 41bis e nello stesso tempo avvertono che la furia stragista di Riina è ormai pericolosa e controproducente per Cosa Nostra.

– dal canto suo il ROS ritiene di dover trovare un modo per “addomesticare” Cosa Nostra, far cessare gli omicidi e gli attentati e rassicurare a sua volta i referenti politici per conto dei quali si è attivato con Ciancimino. Inoltre anche il ROS si muove per marcare il proprio spazio vitale : riuscire ad  “addomesticare” Cosa Nostra e catturare Riina darebbe al ROS un ruolo di assoluto prestigio.

E’probabilmente nel contesto di uno scenario del genere che si arriva al compromesso : da una parte l’asse Ciancimino-Provenzano accetta di sacrificare Riina nel tentativo di bloccare la strategia stragista, di porre su altre basi l’azione di Cosa Nostra e di ottenere dei vantaggi personali e dall’altra parte il ROS s’impegna a garantire e a proteggere la latitanza di Provenzano promettendo di fare qualcosa anche per i processi di Vito Ciancimino e di intercedere presso le istituzioni per favorire alcune richieste di Cosa Nostra, con particolare riguardo alla questione di un possibile alleggerimento del 41-bis.

Da notare che nei giorni in cui matura l’accordo tra il ROS e Vito Ciancimino, il collaboratore di giustizia Antonino Calderone,  nel corso di un’audizione davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia, fa alcune interessantissime considerazioni sulle contraddizioni che si stanno sviluppando in Cosa Nostra :

PRESIDENTE. In questa fase quale potrebbe essere, sulla base della sua esperienza, la reazione di Cosa nostra? Dopo gli assassinii di Falcone, Borsellino e delle rispettive scorte, avvenuti in modo così vistoso, che cosa sta accadendo, a suo avviso, all’interno di Cosa nostra?
ANTONINO CALDERONE. Ritengo che all’interno di Cosa nostra sia in atto una trasformazione, poiché vi sono molti scontenti.

[…]

PRESIDENTE. E’ prevedibile in questa fase un’altra guerra interna di mafia oppure altri attentati contro lo Stato e le sue istituzioni?
ANTONINO CALDERONE. Entrambe le cose.

[…]

PRESIDENTE. Adesso Riina si sarà fatto dei nemici anche interni?
ANTONINO CALDERONE. E’ logico, perché se lui ha fatto questo non l’ha detto a tutti gli uomini d’onore della Sicilia. Ci sarà un gruppo agguerrito che fa queste cose,mentre gli altri non sono d’accordo. Spero che proprio gli altri gliela faranno pagare.
PRESIDENTE. Potrebbero anche denunciarlo.
ANTONINO CALDERONE. Denunciarlo oppure ucciderlo.

L’audizione di Calderone è dell’11 novembre 1992,  pochi giorni prima tra De Donno e Vito Ciancimino c’è stato l’incontro nel quale Ciancimino ha chiesto le mappe di alcune zone della città di Palermo per poter indicare la zona nella quale potrebbe trovarsi il nascondiglio di Riina.

Ciancimino riceverà le mappe il 18 dicembre 1992 ma il giorno dopo verrà arrestato …(cfr. il capitolo LA TRATTATIVA MORI – CIANCIMINO nella sentenza della Corte d’Assise di Firenze sulle stragi mafiose del 1993, pagina 946 e seguenti)

Tralasciando per il momento un’analisi delle circostanze che determinarono gli arresti di Vito Ciancimino ( che stranamente viene arrestato il 19 dicembre 1992 per un presunto “pericolo di fuga”) e di Bruno Contrada ( che viene arrestato il 24 dicembre 1992), tutto lascia supporre che tra novembre e la prima metà di dicembre la trattativa tra il ROS e l’asse Ciancimino-Provenzano si sia chiusa con un accordo che prevedeva la consegna di Riina, consegna che poi avverrà con l’arresto del 15 gennaio 1993. Da cosa nasce questa supposizione ? Nasce chiaramente dal fatto che la vicenda dell’arresto di Riina è costellata da troppe anomalie : le modalità dell’arresto, la mancata perquisizione del nascondiglio del boss, la sospensione-cessazione del servizio di sorveglianza del quartiere di Via Bernini, la telefonata-soffiata ai giornalisti del maggiore Ripollino, la violazione del segreto sulla collaborazione di Balduccio Di Maggio ecc.ecc..

Nonostante la sentenza del processo Mori – De Caprio secondo la quale gli elementi che sono stati acquisiti – così recita la sentenza del 20 febbraio 2006 – non consentono ed anzi escludono ogni logica possibilità di collegare quei contatti intrapresi dal col. Mori con l’arresto del Riina ovvero di affermare che la condotta tenuta dagli imputati nel periodo successivo all’arresto sia stata determinata dalla precisa volontà di creare le condizioni di fatto affinché fosse eliminata ogni prova potenzialmente dannosa per l’associazione mafiosa, l’ipotesi che sussista un collegamento tra i contatti del ROS con Vito Ciancimino e l’arresto di Riina rimane del tutto plausibile : la mancata perquisizione e la sospensione-cessazione del servizio di sorveglianza del “covo” di Riina sono fatti troppo anomali per poter essere liquidati come un disguido,  un errore di valutazione, un equivoco o peggio ancora come una dimenticanza.

Inoltre quella sentenza, oltre ad essere viziata dal fatto di contestualizzare gli avvenimenti entro un arco temporale troppo circoscritto e sulla base di alcune testimonianze che potrebbero essere inquinate,  sorvola su un’altra circostanza, peraltro citata nella sentenza, estremamente anomala e che fa riflettere :  secondo Brusca, il 15 gennaio 1993 il boss corleonese era atteso ad una riunione che vedeva coinvolti tutti i maggiori esponenti dell’organizzazione mafiosa, ad eccezione di Bernardo Provenzano.

In soldoni, se i Carabinieri avessero seguito Riina invece di fermarlo avrebbero potuto catturare tutta la Commissione salvo Provenzano.

Questa eventualità è stata confermata successivamente da Calogero Ganci : «Ci stupimmo che avessero preso solo Riina. Se l’ avessero seguito avrebbero arrestato mio padre, Raffaele Ganci, Brusca, Bagarella, Graviano e Cancemi».

A questo punto altri dubbi sorgono spontanei : Provenzano era assente alla riunione della Commissione perché era previsto che i Carabinieri seguissero Riina per arrestare tutti i boss ad eccezione di Bernardo Provenzano ?  Oppure Provenzano era assente alla riunione della Commissione per evitare di essere arrestato nel caso in cui i Carabinieri si fossero attivati per monitorare le mosse di Riina ? Sono ipotesi estreme ma certe coincidenze fanno pensare.

Infine il dubbio più grosso : perché Vito Ciancimino accetta di collaborare con il ROS solo per fornire indicazioni eventualmente utili alla cattura di Riina ?  Perché Vito Ciancimino è disposto a “tradire” Riina ma non tradisce  Provenzano ?

Resta il fatto che usare la locuzione “trattativa Stato-mafia” per indicare la vicenda di cui si è appena detto è improprio perché il ROS non tratta con l’asse Ciancimino-Provenzano per conto dello Stato (il ROS non ha una sponda istituzionale, in realtà il ROS tratta di sua iniziativa e per conto proprio facendo credere ai suoi interlocutori di agire per conto dello Stato) e Ciancimino e Provenzano da un certo momento in poi non trattano più con il ROS per conto di Cosa Nostra (Ciancimino e Provenzano trovano un accordo con il ROS per salvaguardare i propri interessi personali, per arginare Riina e per risolvere in prospettiva i problemi di Cosa Nostra con un nuovo patto di connivenza con il sistema politico)

Ancora una nota a margine : quando il 10 gennaio 1993, alla domanda di un giornalista, l’allora Ministro dell’Interno Mancino dichiara “non si preoccupi prendiamo Riina” , è probabile che qualcuno lo abbia avvertito che il ROS sta per catturare Riina ma altrettanto probabilmente Mancino forse non sa che Riina è una merce di scambio, forse Mancino non sa che l’arresto di Riina è la clausola principale di  un patto che il ROS ha stretto con l’asse Ciancimino-Provenzano.

Sulla valutazione di altri “fatti”  mi riservo di intervenire in un secondo tempo, su alcune questioni devo fare ricerche più approfondite prima di poterle collocare in modo coerente nel mio schema logico-cronologico.

Con l’arresto di Riina inizia una breve fase nella quale per tre mesi non si verificano nuovi attentati ma l’apparente pax mafiosa è gravida di futuro  : l’ipotesi è che nella primavera del ’93 Marcello Dell’Utri, già impegnato nella costruzione del partito-azienda che si chiamerà Forza Italia, sfruttando il vuoto che si è creato con l’arresto di Ciancimino e contando sulle divisioni tra i boss dopo l’arresto di Riina si interponga tra Cosa Nostra e i suoi referenti pseudo-istituzionali (ROS, SISDE e politici vari ) e riesca in qualche modo a “pilotare” l’ala oltranzista di Cosa Nostra ( soprattutto Bagarella e i fratelli Graviano) nella direzione di un’accorta “strategia della tensione” che avrebbe potuto produrre risultati davvero utili a Cosa Nostra nell’immediato ( perché le bombe potrebbero costringere lo Stato a cedere alle richieste di Cosa Nostra in tempi rapidi) e nel futuro ( perché un nuovo soggetto politico è pronto a scendere in campo e diventare il nuovo referente, a livello nazionale, di Cosa Nostra).

L’idea di fare degli attentati al patrimonio artistico della nazione non è nuova per Cosa Nostra, comincia a circolare tra gli affiliati dopo la strage di via D’Amelio. Nel corso del processo di Firenze sulle stragi del ’93 il pentito Sinacori dichiara di averne sentito parlare per la prima volta da Antonino Gioè :

“Io ricordo solo, sempre nell’estate del ’92, sempre in quell’estate, una volta venne Nino Gioè a Mazara e c’era presente anche Santo Mazzei, Leoluca Bagarella, e si parlò – siccome in quel periodo già si vedeva che lo Stato ci stava massacrando, in tutti i sensi, sia lo Stato con il pentitismo, che con il 41-bis, con Pianosa specialmente, dove picchiavano maledettamente, almeno le notizie che arrivavano erano queste – si parlò, è stata un’uscita di Nino Gioè, dicendo: ‘sarebbe l’ora di mettere una bomba a Pisa, di modo che solo così possono finirla di picchiare a Pianosa’.In merito a questo discorso, solo questo posso dire.”

Inizialmente però l’idea di fare degli attentati di stampo terroristico ai monumenti storici non è legata ad un progetto strategico vero e proprio ed il proposito di costringere a colpi di bombe lo Stato a venire a patti con Cosa Nostra ed alleggerire il 41-bis rimane in secondo piano, inizialmente gli attentati vengono pensati soprattutto come una sorta di rappresaglia per i presunti maltrattamenti subiti dai detenuti sottoposti al regime del 41-bis a Pianosa e all’Asinara.

Il Brusca è quello che più a lungo ha parlato dei sommovimenti creati in “Cosa Nostra” dall’applicazione dell’art. 41/bis.
Egli, ha aggiunto, fu proprio uno di quelli che rimase “impressionato” dalla nuova normativa, in quanto aveva il padre detenuto, che fu uno dei primi ad essere trasferito a Pianosa quando fu data applicazione alla nuova legge.
Per questo si fece portatore, presso il capo dell’associazione (Riina) e in seno al gruppo che più assiduamente frequentava in quel periodo (Bagarella, Gioè, La Barbera Gioacchino, ecc.), di proposte aggressive verso lo Stato e verso la società, che, dice, avrebbero dovuto avere l’effetto di “ammorbidire” gli organismi istituzionali e costringerli ad una politica più tollerante verso l’organizzazione criminale di appartenenza.
Tra le azioni lesive di cui discussero in quel periodo vi furono

– un attentato dinamitardo contro la Torre di Pisa, per deturpare l’immagine della città;
– la disseminazione di siringhe infette sulle spiagge di Rimini, per mettere in ginocchio il turismo nell’area;
– il furto di qualche quadro presso un museo importante dell’area fiorentina;
– un attentato agli Uffizi, da attuarsi con liquido infiammabile, ovvero mdiante ordigno esplosivo.

La ragioni di questi attentati in discussione sono così esposte da Brusca:
“il nostro progetto era in maniera quasi molto chiaro, per i detenuti di Pianosa e dell’Asinara.”

(cfr. il capitolo LA “SOFFERENZA” DI Cosa Nostra DOPO IL LUGLIO 1992  nella sentenza della Corte d’Assise di Firenze sulle stragi mafiose del 1993, pagina 909)

Interrogato dal PM Gabriele Chelazzi, Brusca dichiara :

“E voglio chiarire un’altra cosa: ma non per il 41-bis in se stesso, ma per i maltrattamenti che, in quel periodo, i detenuti subivano.
Perché subivano mazzate, gli mettevano il sapone nei corridoi, facevano scivolare i detenuti. Dice che gli facevano entrare i cani poliziotto… questo è quello che noi sappiamo, che ci venivano a raccontare. Cioè, è stato un… una risposta che, da parte di Cosa Nostra, voleva dare allo Stato.
Cioè, che li porti a Pianosa, che li porti all’Asinara, che li porti dove li vuoi. Però trattali da esseri umani e non da schiavi. Perché questo era, in quel periodo, i detenuti. Quindi, in quel periodo, c’erano persone colpevoli, persone non colpevoli; c’erano persone malate, c’erano persone…
E siccome loro davano sotto a tutti e non ad una sola persona, quindi, siccome i familiari venivano e portavano queste lamentele, quindi noi cercavamo di fare qualche cosa. E queste sono state un po’ le conseguenze, oltre il discorso dello scambio di mafiosi, o con le opere d’arte e anche il fatto del 41-bis. Ripeto, non per il 41-bis come fatto carcerario, ma per i maltrattamenti, dottor Chelazzi, come gli ho sempre detto. Che ogni tanto si scambia il 41-bis di carattere giuridico. Nel senso che il detenuto deve rispettare certe regole, con il fatto personale.
Cioè, le reazioni, le reazioni da parte nostra, sono state queste.”

Secondo alcune ricostruzioni, un ruolo di primo piano come ispiratore degli attentati al patrimonio artistico lo avrebbe avuto un certo Paolo Bellini. (cfr. il capitolo LA TRATTATIVA GIOÈ-BELLINI : NASCITA DI UN’IDEA CRIMINALE nella sentenza della Corte d’Assise di Firenze sulle stragi mafiose del 1993, pagina 917 e seguenti).

Di questo personaggio sfuggente, un informatore del Nucleo tutela del patrimonio artistico dei Carabinieri con trascorsi negli ambienti di estrema destra e già implicato nella strage di Bologna del 1980, in realtà non si sa molto, per quanto attiene al presente argomento si sa che alla fine del 1991 il Bellini si reca in Sicilia per recuperare dei crediti e con l’occasione pensa di contattare Antonino Gioè. Si erano conosciuti in carcere.

Secondo Brusca “fu Bellini a dare l’idea” degli attentati ai patrimonio artistico.

Nel 2003 anche Riina indica il Bellini come ispiratore delle stragi  : “Ma questo Paolo Bellini che si affaccia nelle stragi di Bologna, in certi processi e poi non si vede più, ma che ci andò a fare a discutere con Gioé ad Altofonte dove c’ha detto e c’ha messo in testa di potere fare queste stragi verso Firenze, verso Pisa (il progettato attentato alla Torre, ndr), verso l’Italia… Io questo Bellini me lo trovo in mezzo ai piedi con i servizi segreti perché era manovrato di concordi dal colonnello dei carabinieri di Roma, quello che cerca le Belle Arti e questo amico del generale Mori – oggi – Mori che c’é dietro a tutte queste situazioni che io mi vengo sempre a trovare in mezzo ai piedi? Bellini, Gioé, servizi segreti… ma che cosa c’é? Che cosa ci traso io nei fatti di Firenze? Perché sono nei fatti di Firenze?”.

E’ probabile che queste affermazioni di Brusca e di Riina siano in parte il frutto di considerazioni retrospettive o di deduzioni ex post ricavate da informazioni apprese successivamente, certo è che l’idea di attentare ai monumenti storici per rappresaglia contro lo Stato per i mafiosi comincia a circolare tra gli affiliati di Cosa Nostra dopo l’applicazione del regime del 41-bis, quindi dopo la strage di via D’Amelio.

A metà ottobre Cosa Nostra mette per la prima volta in pratica l’idea di un attentato dimostrativo ai monumenti storici per rappresaglia contro lo Stato : si verifica l’episodio del proiettile d’artiglieria lasciato nel Giardino di Boboli a Firenze.

Si tratta di un episodio gestito in modo del tutto dilettantesco ma significativo sotto vari aspetti, anzitutto per il suo carattere, a detta degli stessi autori, esclusivamente dimostrativo e poi perché nelle intenzioni doveva essere rivendicato citando i detenuti di Pianosa e dell’Asinara. La sentenza di Firenze non ipotizza alcuna relazione tra l’episodio del Giardino di Boboli ( il proiettile fu piazzato nel Giardino a metà ottobre e fu ritrovato il 5 novembre )  ed i 567 provvedimenti di applicazione del 41-bis emessi il 1° novembre ma ci consegna alcune interessanti affermazioni di Brusca sulle quale è necessario soffermarsi un attimo :  secondo Brusca, l’azione doveva servire a lanciare un messaggio allo Stato sul 41/bis, per creare allarmismo e far si che si aprisse un canale di comunicazione tramite Bellini. (cfr. il capitolo LA TRATTATIVA TRA GIOÈ-BELLINI. PROIETTILE NEL GIARDINO DI BOBOLI nella sentenza della Corte d’Assise di Firenze sulle stragi mafiose del 1993, pagina 933 e seguenti)

In realtà l’episodio di Boboli si inserisce nel contesto limitato dei benefici ad personam chiesti da Gioè e promessi da Bellini ( ibidem ) e quindi siamo ancora in un contesto che è del tutto diverso dal contesto nel quale scoppieranno le bombe del ’93 ma è interessante notare che l’episodio si verifica nello stesso periodo in cui i due ufficiali del ROS incontrano Vito Ciancimino. Perché Brusca sostiene che il proiettile d’artiglieria lasciato nel Giardino di Boboli doveva servire per aprire un canale di comunicazione tramite Bellini visto che Cosa Nostra aveva già un canale aperto con gli ufficiali del ROS ?

Quale poteva essere questo canale di comunicazione ?

– Paolo Bellini si vantava con Gioè di avere una conoscenza – un generale dei carabinieri – che poteva essere utile all’occorrenza per assicurare arresti ospedalieri ai detenuti.

– il 25 agosto del 1992 il col. Mori incontra il maresciallo Roberto Tempesta del Reparto Tutela Patrimonio Artistico dei Carabinieri dal 1981. Nel ricordo di Mori, il Tempesta gli parlò di Bellini come di una sua fonte informativa nel settore in cui operava (tutela del patrimono artistico). Gli disse anche che, a dire del Bellini, questi aveva conosciuto in carcere un mafioso e che, per questa via, aveva la possibilità di infiltrarsi nella mafia. Per fare questo Bellini aveva però bisogno di accreditarsi presso il suo conoscente siciliano, “dimostrando la sua validità come personaggio”. Aveva necessità, perciò, di far ottenere gli arresti domiciliari o il ricovero ospedaliero a cinque mafiosi detenuti, i cui nomi erano segnati su un foglio di colore azzurro, che gli consegnò.Si trattava di Luciano Leggio, Pippo Calò, uno dei Marchese e altri due personaggi di “grossissimo livello mafioso”. Egli fece subito capire al Tempesta che l’ipotesi era impraticabile: sia perché “non era proponibile fare uscire dalle carceri personaggi di questo livello”; sia perché il Bellini non era un soggetto che, per il suo vissuto, potesse essere accreditato negli ambienti mafiosi

Al processo di Firenze sulle stragi del ’93, il maresciallo Tempesta sosterrà di aver parlato con Mori anche dei discorsi fatti da Bellini sui monumenti e sulla Torre di Pisa, nella stessa occasione il col. Mori si ricorderà dell’incontro con il maresciallo Tempesta ma non ricorderà i progetti criminosi eclatanti del Bellini di cui gli avrebbe parlato il Tempesta e meno che mai ricorderà un qualche riferimento ad un attentato da farsi alla Torre di Pisa, dirà  “sono portato ad escluderlo, è un fatto così enorme che me ne sarei ricordato” (cfr. il capitolo LA TRATTATIVA GIOÈ-BELLINI : NASCITA DI UN’IDEA CRIMINALE nella sentenza della Corte d’Assise di Firenze sulle stragi mafiose del 1993, pagina 924).

Sorgono spontanee alcune domande : è Mori il generale dei carabinieri di cui Bellini vanta la conoscenza ? Potrebbe esserci una relazione tra l’attentato dimostrativo di metà ottobre con gli incontri del 1° e del 18 ottobre tra il ROS e Vito Ciancimino ?  Perché Cosa Nostra vuole attivare altri canali di comunicazione ? Non si fida del ROS ?  Quanti sono coloro che sono informati sui contatti tra il ROS e Vito Ciancimino ? Certo è che Cosa Nostra non si rende conto che il canale di comunicazione che potrebbe essere aperto da Bellini porterebbe probabilmente lo stesso a Mori e al ROS.

Gioè e Bellini si tengono in contatto fino al 30 dicembre 1992, poi il contatto tra i due si interrompe : tramite Bellini non si è aperto alcun canale , quello attivato tramite il maresciallo Tempesta viene sterilizzato dallo stesso Mori il quale evidentemente ritiene molto più utile concentrare le proprie attenzioni sul rapporto con Vito Ciancimino.

Antonino Gioè verrà trovato morto il 29 luglio 1993 nel carcere di Rebibbia, appeso alle sbarre della sua cella con i lacci delle scarpe, presumibilmente suicida. Dalla strage di via Palestro a Milano e dagli attentati alle chiese di Roma sono passate poco più di 24 ore. Prima di morire scriverà una lettera nella quale c’è un riferimento a Paolo Bellini : secondo Gioè potrebbe trattarsi di un «infiltrato».

La domanda a questo punto è : l’episodio del proiettile lasciato nel Giardino di Boboli è una vera e propria prova generale degli attentati che verranno fatti nel ’93 o va considerato come un episodio ancora circoscritto ? L’episodio in sé presenta già delle caratteristiche che saranno presenti anche negli attentati del ’93 e sotto questo profilo potrebbe essere considerato come un antefatto significativo ma il fatto che l’episodio rimanga per molti mesi senza seguito ci indica che il suo contesto è completamente diverso rispetto al contesto nel quale maturano gli attentati del ’93 : gli attentati del ’93 si verificano infatti secondo scansioni e sequenze temporali che fanno pensare allo sviluppo di un piano strategico vero e proprio

In base a quali considerazioni si fa strada in Cosa Nostra l’idea di alzare il livello qualitativo dello scontro e di passare dalla pure e semplice rappresaglia contro lo Stato per protestare contro il “carcere duro” ad una vera e propria strategia per poter conseguire dei risultati a proprio favore sul piano giudiziario ricattando lo Stato con attentati al patrimonio artistico nazionale ?

Questo salto qualitativo avviene probabilmente con l’entrata in gioco di Marcello Dell’Utri che sostituisce Bellini nel ruolo di ispiratore della “strategia della tensione” e sostituisce Ciancimino, per il momento in modo virtuale, nel ruolo di cinghia di trasmissione tra Cosa Nostra ed il sistema politico prospettando un orizzonte di interessi convergenti tra la stessa Cosa Nostra  e una nuova forza politica con grandi ambizioni.

Nel dicembre del ’92 accadono molte cose importanti, alcune di difficile decifrazione : si suicida il magistrato Domenico Signorino accusato da Mutolo di essere colluso, il ROS fa un accordo con Vito Ciancimino e Provenzano ma Ciancimino viene arrestato per “pericolo di fuga”, poi viene arrestato anche Bruno Contrada, Bellini esce di scena.

Nel gennaio del ’93, con l’arresto di Riina (15 gennaio 1993) inizia una breve pax mafiosa dovuta più che altro al senso di smarrimento di Cosa Nostra dopo l’arresto del capo ma il fuoco cova sotto la cenere :

–  il 31 Gennaio 1993, Spadolini dichiara: “…Viviamo in un momento pericoloso, non posso escludere neanche l’ipotesi di azioni destabilizzanti e violente”

– nel febbraio del 1993, Scalfaro , all’epoca Presidente della Repubblica,  riceve una lettera firmata da alcuni presunti familiari di detenuti soggetti al 41 bis, che lamentano le condizioni di detenzione dei loro congiunti.

Col senno di poi, la lettera ha tutta l’aria di essere un messaggio cifrato : la lettera è indirizzata per conoscenza anche ad altri soggetti e alcuni di essi hanno una relazione simbolica con gli attentati che seguiranno di lì a poco ( il vescovo di Firenze per la strage di via dei Georgofili e il Papa per gli attentati contro le chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio in Velabro ) mentre Maurizio Costanzo sarà oggetto di un attentato alla sua persona. C’è chi ha visto nella scelta delle chiese romane anche un’allusione a possibili attentati a Giovanni Spadolini (all’epoca Presidente del Senato) e Giorgio Napolitano (all’epoca Presidente della Camera) .

La lettera inviata a Scalfaro potrebbe essere un tassello di quel “piano che è stato studiato e pianificato a tavolino da ambienti politici, economici e massonici” di cui a un certo punto parla Leoluca Bagarella ?

A quale piano si riferisce Bagarella ? Potrebbe riferirsi allo scenario dipinto da Ciolini il quale, come si è visto, nel marzo del 1992 aveva parlato di “un nuovo ordine “generale” con i relativi vantaggi economico finanziari (già in corso) dei responsabili di questo nuovo ordine deviato massonico politico culturale, attualmente basato sulla commercializzazione degli stupefacenti.”

Bagarella potrebbe riferirsi a quello scenario ed anche ad altro  …

Il 2 gennaio 1998 il pentito Angelo Siino, l’ex ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra, racconta al PM di Firenze di aver avuto con Antonino Gioè alcuni significativi colloqui relativi ai nuovi assetti di “cosa nostra”:

[…]  in uno di questi [colloqui] gli parlò di Massimo Berruti, un ex ufficiale della Guardia di Finanza in contatto con Totò Di Ganci (rappresentante della “famiglia” di Sciacca) e gli disse che Leoluca Bagarella avrebbe dovuto incontrarlo per avviare dei contatti con Craxi.

Gioè, che era stato arrestato nel marzo 1993, spiegò che Bagarella, il quale stava assumendo posizioni dominanti in “cosa nostra” dopo la cattura di Riina tanto da intimorire anche Bernardo Provenzano, aveva nei suoi programmi di fare azioni eclatanti in danno di monumenti ed edifici di interesse artistico, tra i quali la Torre di Pisa. Aggiunse che in questa iniziativa Bagarella si muoveva di concerto con i Graviano e mantenendo contatti e coperture con i servizi segreti.

La conversazione venne interrotta da Siino per il timore di intercettazioni; i due concordarono un espediente affinchè Gioè gli esplicitasse i termini della loro strategia; Gioè fece trovare a Siino un biglietto manoscritto, avvolto ad un rocchetto di cartone, nascosto in una scanalatura esterna al locale docce dove il collaboratore lasciò di proposito un accendino.

Nel biglietto era scritto che Berruti aveva detto a Bagarella di compiere azioni eclatanti relative tra l’altro ad un edificio fiorentino che custodiva opere d’arte. Tale operazione aveva un duplice alternativo scopo: orientare la Sicilia verso una prospettiva indipendentista grazie al movimento “Sicilia Libera” (di cui Siino aveva sentito parlare anche alla moglie) o in ogni caso fare una dimostrazione di forza che, sconvolgendo l’Italia, avrebbe dato a Craxi la possibilità, o di persona o tramite qualcuno, di proporsi come colui che poteva riprendere in pugno la situazione.

Di questo progetto Siino ha affermato di aver messo al corrente il gen. Mori e il cap. De Donno, che nel 1993 instaurarono dei contatti con lui per indurlo a collaborare, prospettandogli come già avviata una collaborazione di Ciancimino (cfr. pure verb. 25/6/1998 P.M. Caltanissetta e P.M. Firenze).

Il collaboratore avrebbe appreso poi da Michele Camarda, persona vicina a Gioè, che quest’ultimo gli aveva detto che dietro le stragi del 1992 vi erano appoggi esterni e che “cosa nostra” sin dall’attentato a Falcone era stata “autorizzata” (verb. 25/6/1998 cit.).

Sul ruolo in “cosa nostra” di Gioè, successivamente suicidatosi in carcere, e sui suoi specifici compiti nella preparazione e nell’esecuzione della strategia stragista convergono anche dichiarazioni di altri collaboratori, nonché altri elementi di prova, tutti sinora positivamente valutati dalle Autorità Giudiziarie; tra questi ad esempio la sua ultima lettera del 1993 (sul punto si può richiamare la sentenza della Corte di Assise di Firenze del 6/6/1998 relativa alle stragi del 1993, in particolare pagg. 1472 ss.).

Quanto ai contatti di Massimo Berruti con personaggi di “cosa nostra” e con la famiglia di Sciacca in particolare, essi sono pure emersi dalle indagini della Procura di Sciacca acquisiti agli atti (cfr. fald. 4/A-1). (cfr Decreto di archiviazione del gip di Caltanissetta Tona per Berlusconi e Dell’Utri, pagina 26 )

Angelo Siino non è l’unico a fare il nome di Berruti, anche Giovanni Brusca e Antonino Giuffrè fanno il suo nome : «Era lui l’ uomo che teneva i contatti tra la Fininvest e Cosa nostra quando stava nascendo Forza Italia»

Chi è Berruti ? Massimo Maria Berruti è il capitano della GdF che in data 24 ottobre 1979 effettua una verifica fiscale presso la Edilnord Cantieri Residenziali. In un verbale d’ interrogatorio del 12 novembre 1979 Berlusconi dichiara di essere un consulente della società, la verifica non approda a nulla e dopo pochi mesi Berruti lascia la GdF e diventa un consulente ed un avvocato della Fininvest, con svariate disavventure giudiziarie negli anni a seguire.

Nel 2000 il pentito Giuseppe Monticciolo fa delle dichiarazioni che vengono raccolte dal PM Gabriele Chelazzi alla presenza di altri due suoi colleghi, Teresi e Grasso (allora procuratore della Repubblica di Palermo). Le dichiarazioni rimangono nel cassetto per 12 anni, secondo alcuni il verbale è stato archiviato perché le rivelazioni di Monticciolo non avevano riscontri concreti, secondo altri sono state secretate.  Cosa dice Monticciolo ?  Praticamente conferma in buona parte lo scenario dipinto da Siino ma nel racconto di Monticciolo entrano in scena altri protagonisti :

Monticciolo sostiene che le stragi del 1993 vennero chieste a Leoluca Bagarella da Silvio Berlusconi e da Marcello dell’Utri tramite Vittorio Mangano. Mangano avrebbe indicato a Bagarella ”gli attentati che voleva fatti Silvio Berlusconi e Marcello dell’Utri”.

Solo che Bagarella, secondo quanto riferisce Monticciolo, si lamentava del fatto che Berlusconi e Dell’Utri non mantenevano le promesse, Bagarella gli avrebbe detto che «Berlusconi prima vuole fatte le cose, però lui non viene mai agli impegni che prende»..Bagarella «parlava degli impegni che le stragi venivano fatte e poi lui [Berlusconi ndr ] non si impegnava, nel ’93». «A Bagarella premeva che dovevano togliere cioè, le promesse che facevano loro erano quelle di togliere il 41 bis e di non esserci più restrizioni nei carceri. Loro, come politici, dicevano che salendo loro al potere levavano il 41 bis e levavano i restringimenti nelle carceri». Inoltre Monticciolo dichiara che nel 1994 Bagarella gli aveva detto «di cercare i voti per Forza Italia pure a ‘panza in terra‘» e che Brusca lo incaricò di «riferirlo agli altri capi mandamento».

E’ possibile che in alcune occasioni Berutti si sia attivato come ispiratore degli attentati ? Sì,  tutto è possibile, è possibile anche che Berruti e Dell’Utri si siano mossi facendo gioco di squadra e comunque è impossibile che Berruti si sia mosso senza avere il benestare di Dell’Utri e quindi è comunque il Dell’Utri il burattinaio che eventualmente tira le fila.

E’ possibile che nei racconti dei pentiti quanto a suo tempo appreso de relato sia in qualche modo contaminato e/o filtrato da circostanze apprese successivamente o da considerazioni retrospettive ? Sì, è possibile ma questo handicap poteva e potrebbe essere superato con indagini approfondite e accertamenti rigorosi. Il problema semmai è proprio questo : spesso non c’è traccia di accertamenti rigorosi, basti pensare che nella sentenza di primo grado del processo Dell’Utri si parla di un certo avvocato Berruti come di un soggetto[che] non è mai stato identificato ! (cfr. sentenza di primo grado del processo Dell’Utri, pagina 1484 )

A qualcuno potrà sembrare del tutto irrealistico, pura fantascienza, che gli attentati del 1993 siano stati chiesti a Leoluca Bagarella da Marcello dell’Utri tramite Vittorio Mangano ( o tramite Berruti) ma sul piano logico-storico non c’è nulla di strano se si considerano i trascorsi di Marcello Dell’Utri con il Mangano, se si considerano i rapporti di Berruti con gli ambienti mafiosi agrigentini, se si considera che nelle intenzioni gli attentati del ’93 dovevano essere solo dimostrativi, senza vittime, programmati in funzione delle scadenze dei provvedimenti del 41-bis ma pensati anche per creare un clima favorevole ad un vero e proprio golpe bianco e soprattutto se si considera che Marcello Dell’Utri ha dimostrato nel tempo una spiccata e costante attitudine a varcare senza remore i confini della legalità.

Del resto un piccolo riscontro sulla veridicità delle rivelazioni di Giuseppe Monticciolo in verità ci sarebbe : il 2 luglio del 2002 Leoluca Bagarella, mentre è in discussione la proroga del carcere duro (41 bis), durante un processo a Trapani, leggerà un comunicato contro il 41 bis, in cui accuserà i politici di non aver mantenuto i patti. A chi si riferisce ? Il Governo Berlusconi è in carica da un anno, è Berlusconi il destinatario del messaggio di Bagarella ? Quel Berlusconi che « prima vuole fatte le cose, però lui non viene mai agli impegni che prende» ?  Il 22 dicembre dello stesso anno, durante la partita Palermo-Ascoli, sugli spalti dello stadio palermitano, appare uno striscione eloquente :  “Uniti contro il 41 bis. Berlusconi dimentica la Sicilia”.

Secondo quanto riferisce Monticciolo, per averlo appreso da Bagarella, Dell’Utri sarebbe entrato in cabina di regia dopo l’attentato a Maurizio Costanzo :

“Dell’Utri – dice che ha mandato a dire (sempre detto, va bene, da Bagarella) che si dovevano fare… Dice: Allora, visto che sapete fare… visto che sapete arrivare a Costanzo, perché Costanzo non ce lo ha indicato nessuno per fargli l’attentato, dice allora sapete arrivare anche a fare qualcos’altro, per esempio la strage degli Uffizi e via dicendo. E da lì Bagarella ordinò. Perché poi ne parlò direttamente davanti a me con Giovanni Brusca”.

Con l’attentato a Maurizio Costanzo (14 maggio 1993) inizia in effetti una fase del tutto nuova nella quale Cosa Nostra si muove su un doppio binario : da una parte si utilizza la “strategia della tensione”  come arma per ricattare lo Stato e ottenere risultati sul fronte delle questioni giudiziarie e dall’altra Cosa Nostra comincia ad utilizzare le bombe anche per destabilizzare l’ordine pubblico in modo da favorire l’ascesa di nuove forze politiche in grado di assecondare gli interessi di Cosa Nostra.

L’attentato a Maurizio Costanzo è una sorta di trait d’union tra gli attentati del ’92 e gli attentati del ’93 : dei primi conserva la caratteristica dell’attentato ad personam, dei secondi possiede il carattere dimostrativo e la relazione con le scadenze dei provvedimenti relativi al regime del 41-bis.

Il fatto che gli attentati del ’93 siano sincronizzabili con le scadenze dei decreti del 41-bis conferma il sospetto che la “strategia della tensione” di Cosa Nostra seguisse un canovaccio : come si è già detto, la stagione stragista del ’93 non si sviluppa solo per costringere il Governo a rivedere e/o ad alleggerire il 41-bis ma nasce anche con lo scopo più generale di destabilizzare definitivamente con il terrore il vecchio quadro politico e favorire l’ascesa di nuovi referenti politici.

La stagione stragista del ’93 non è risultato di una trattativa in fieri, è l’attuazione di un piano strategico che viene sviluppato tra soggetti con interessi convergenti :

– da una parte abbiamo l’ala oltranzista di Cosa Nostra che con una serie di attentati dimostrativi intende mettere sotto ricatto lo Stato per ottenere risultati immediati sul fronte dei provvedimenti riguardanti il 41bis e nello stesso tempo creare nel paese un clima di tensione per propiziare la «discesa in campo» di nuovi referenti  (l’ala moderata di Cosa Nostra è più prudente sul piano militare ma condivide con l’ala oltranzista l’interesse a favorire l’ascesa di nuovi referenti politici per risolvere le questioni giudiziarie).

– dall’altra parte abbiamo un gruppo imprenditoriale in grave crisi finanziaria e senza più protezioni politiche a causa di Mani Pulite, ecco che nasce l’esigenza di entrare direttamente in politica con un partito-azienda. L’uomo che cura il progetto ha già avuto relazioni pericolose con Cosa Nostra ed è probabilmente a conoscenza di alcuni risvolti della “trattativa” tra il ROS e Ciancimino.  Secondo Massimo Ciancimino, il padre Vito  “fu il tramite fra Stato e mafia fino al dicembre del ’92, quando fu arrestato; poi mi disse che, nella primavera-estate del ‘93, gli era subentrato Dell’Utri”. L’indicazione del periodo primavera-estate del ‘93 come momento dell’entrata in scena di Marcello Dell’Utri come sostituto di Vito Ciancimino nel ruolo di “intermediario” con Cosa Nostra è interessante non solo perché collima con le dichiarazioni di Giuseppe Monticciolo ma soprattutto perché coincide anche con il momento nel quale Berlusconi decide di entrare il politica :

30 marzo 1993 :  nel corso di una riunione con i direttori dei suoi giornali e telegiornali, Berlusconi parla di una sua “gran voglia di mettersi alla testa di un nuovo partito”

4 aprile 1993 : Berlusconi supera gli ultimi dubbi e decide di entrare in politica dopo un incontro con Craxi : “Adesso bisogna dirlo a Marcello  perché mi metta attorno persone che mi possano accompagnare. Bisogna fare quest’operazione di marketing sociale e politico. Va bene, allora andiamo avanti, procediamo su questa strada, ormai la decisione è presa”.

Forza Italia! Associazione per il buon governo verrà costituita, presso lo studio del notaio Roveda a Milano, il 29 giugno 1993.

Nei giorni in cui Berlusconi riflette sul da farsi e scioglie i suoi dubbi, Cosa Nostra decide di avviare la stagione degli attentati : Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro si  ritrovano a Santa Flavia, vicino a Palermo, e decidono che è arrivato il momento di dare il via alla “strategia della tensione” : è il 1° aprile 1993.

Ma Provenzano non è presente alla riunione di Santa Flavia e quindi la decisione definitiva viene rimandata di qualche giorno : secondo quanto riferisce il Sinacori, per averlo appreso da Matteo Messina Denaro verso la metà di maggio, Bagarella e Provenzano si sarebbero incontrati poco dopo il 1° di aprile e avrebbero deciso di fare gli attentati al Nord.

Perché Cosa Nostra e Silvio Berlusconi decidono praticamente all’unisono di dare il via ai rispettivi progetti proprio nei primi giorni di aprile del 1993 ? Perché la fine di marzo è segnata da due date che chiudono un’epoca : il 27 marzo Giulio Andreotti riceve dalla Procura di Palermo un avviso di garanzia per associazione a delinquere di stampo mafioso e due giorni dopo è la volta di Corrado Carnevale detto l’ammazzasentenze. Nel giro di poche ore Cosa Nostra e Silvio Berlusconi comprendono che il vecchio sistema è destinato a morte sicura e dunque si attrezzano per trovare spazio nel sistema che verrà.

– al piano strategico e al suo sviluppo non partecipano però solo Cosa Nostra ed il factotum di Silvio Berlusconi, nell’ombra agiscono anche altre forze ( massoneria deviata, destra eversiva, servizi segreti, potentati economici, altri gruppi criminali) che hanno interesse a condizionare e a pilotare la crisi del sistema e che di volta in volta determinano o sfruttano le occasioni per favorire nuove alleanze, nuovi spazi di manovra, un nuovo sistema di relazioni, una nuova configurazione del potere.

Secondo questa ipotesi interpretativa, Marcello Dell’Utri non agisce come “intermediario” tra Cosa Nostra e lo Stato o tra Cosa Nostra ed il sistema politico agonizzante, Dell’Utri assume invece il ruolo di un manovratore che prepara un cambio di scena attraverso un’alleanza spregiudicata con Cosa Nostra nell’interesse del proprio gruppo ed in funzione di interessi paralleli il cui fine è una nuova spartizione e distribuzione del potere. Pertanto anche in questo caso è improprio usare la locuzione “trattativa Stato-mafia” perché la storia della  “strategia della tensione” del ’93 è la storia di un nuovo patto e di un ricatto, non è la storia di una trattativa.

I fatti della “strategia della tensione” del  ’93 non sono collegabili allo sviluppo di una trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato ma vanno considerati semmai come organici ad una “strategia del ricatto” allo Stato che ha come protagonisti di primo piano Cosa Nostra e i suoi nuovi alleati ma che vede come comprimari anche una serie di altri soggetti che assecondano il “ricatto” o che sfruttano la stagione delle bombe per tutelare o per favorire  i propri interessi.

Questo è ancora più chiaro se si analizza nel dettaglio la corrispondenza di date che si verifica, a partire dal maggio del 1993, tra le stragi e le scadenze dei tre blocchi di 41 bis emessi nell’anno precedente e se nello stesso tempo si considera il modo incerto e poco lineare, con cui si reagì al ricatto  perché se da una parte è vero che tutti gli attentati del ’93 sono in qualche modo sincronizzabili e/o collegabili con le scadenze dei provvedimenti relativi al regime del 41-bis dell’anno precedente, è altrettanto vero che le decisioni prese sui provvedimenti del 41-bis furono altalenanti  ( una revoca, una proroga, una mancata proroga ed una proroga ). Tali decisioni altalenanti non erano influenzate da una presunta trattativa ma dalle circostanze che di volta in volta ne formavano il contesto e che determinavano lo sviluppo del “ricatto” rispetto al quale alcuni soggetti si sono probabilmente adoperati per condizionare, per vie dirette o per vie trasversali, con esiti di volta in volta diversi, le scelte di chi, sotto il profilo istituzionale, aveva la responsabilità di reagire al “ricatto” stesso.

Chi aveva interesse ad assecondare la “strategia della tensione” di Cosa Nostra ? Chi aveva interessere a sfruttare la situazione per fare un proprio gioco ? Chi aveva interesse che le richieste di Cosa Nostra fossero accolte ?

Senza dubbio erano molti i soggetti che avevano interessi del genere : anzitutto i nuovi alleati di Cosa Nostra, il ROS ( per continuare ad essere un  interlocutore dell’ala moderata di Cosa Nostra ed una sorta di deus ex machina della situazione), il SISDE (ricattabile per via di certi scheletri negli armadi palermitani), pezzi deviati dello Stato legati ai Servizi senza dimenticare i politici potenzialmente in pericolo e quei soggetti borderline ( massoneria deviata, destra eversiva, altri gruppi criminali) che tradizionalmente sono sempre stati presenti quando si è trattato di rimestare nel torbido.

Tutto comincia la sera del 14 maggio 1993 : in via Fauro a Roma esplode un’autobomba al passaggio di un’auto con a bordo Maurizio Costanzo e sua moglie Maria De Filippi. Il giorno successivo al fallito attentato  viene revocato il regime del 41-bis per 140 detenuti ( di cui 17 erano diventati nel frattempo collaboratori di giustizia ) . Forse la revoca era già stata decisa in precedenza. Era stato il Direttore del DAP, Niccolò Amato ad auspicare, in un rapporto del 6 marzo, un ripensamento sul regime del 41-bis : «Appare giusto ed opportuno rinunciare ora all’ uso di questi decreti» «Lasciarli in vigore fino alla scadenza senza rinnovarli, ovvero revocarli subito in blocco. Mi permetterei di esprimere una preferenza per la seconda soluzione». Il 15 maggio è il vice-direttore del DAP Edoardo Fazioli a firmare i provvedimenti di revoca. Se la revoca era già stata decisa in precedenza, la data dell’attentato potrebbe essere stata suggerita da qualcuno per determinare artificialmente un presunto collegamento causale tra l’attentato e la revoca ? C’è qualcuno che trama nell’ombra e che pilota le situazioni in modo tale che Cosa Nostra entri nell’ordine di idee che la strategia delle bombe sia pagante ? E’ un’ipotesi un po’ ardua ma non è da sottovalutare visto e considerato che sulla scena del’attentato a Costanzo fanno capolino il SISDE ed il SISMI e che Niccolò Amato, all’epoca ancora Direttore del DAP,  è in buoni rapporti con il col. Mori e che lo stesso Amato diventerà in seguito l’avvocato di Vito Ciancimino ( secondo Massimo Ciancimino lo diventerà su consiglio di Mori !).

La notte del 27 maggio 1993 avviene a Firenze la strage di via dei Georgofili.  Il giorno dopo Scalfari pubblica un editoriale dal titolo “Un ricatto all’Italia”

Il 2 Giugno 1993, a Roma, in via dei Sabini, a 100 metri da Palazzo Chigi viene scoperta un’autobomba. Secondo alcuni si tratterebbe di una “bomba dimostrativa”, l’attentato viene rivendicato dalla Falange Armata. Mesi dopo si scoprirà che una delle batterie del congegno era scarica, la bomba non sarebbe mai potuta scoppiare.

Il giorno dopo Pino Arlacchi dichiara a La Repubblica :  “Non dobbiamo propagare idiozie come quella di chi dice che la mafia non c’entra con l’ attentato di Firenze perché ha commesso troppi errori come se Cosa Nostra fosse infallibile, come se non avesse mancato l’ obiettivo all’ Addaura, con Falcone, e a Trapani, con Carlo Palermo. Soprattutto, non dobbiamo andar dietro a chi ci propina l’ ipotesi infondata e fuorviante di un complotto internazionale contro l’ Italia. Dobbiamo conservare freddezza analitica e non sarà un tipo di esplosivo diverso da un altro a scolorire la consapevolezza che siamo di fronte ad un’ offensiva mafiosa sostenuta dagli alleati di Cosa Nostra dentro lo Stato e protetta da quei settori politici che con essa hanno trafficato. Dobbiamo aver chiaro che abbiamo davanti a noi un’ estate che sarà insanguinata. Dobbiamo saperlo. Il vertice di Cosa Nostra, quegli uomini politici coinvolti nelle inchieste di mafia, quegli infedeli funzionari dello Stato che della mafia sono stati complici non si faranno processare così tranquillamente”.

Le date degli attentati sono state programmate per ottenere rapidamente una nuova revoca o per lanciare un avvertimento in vista dei provvedimenti che scadranno in luglio ? Difficile dirlo, fatto sta il 26 giugno il nuovo Direttore del DAP,  invia al Ministro Conso un rapporto nel quale si propone un alleggerimento del regime del 41-bis :

“La linea complessivamente indicata, se attuata, consentirebbe di soddisfare contemporaneamente sia le esigenze di sicurezza, ordine pubblico e contrasto alla criminalità organizzata, sia l’esigenza di non inasprire inutilmente il “clima” all’interno degli istituti di pena ove la tensione è già evidente per il notevole sovraffollamento generale ed i problemi del personale di polizia penitenziaria. Infatti le proposte di ridurre di circa il 10% il numero di soggetti sottoposti al regime speciale aggravato, di non rinnovare alla scadenza i provvedimenti ex 41 bis emessi e di prorogare il predetto regime speciale di soli sei mesi, costituiscono sicuramente un segnale positivo di distensione”.

Quel segnale positivo di distensione è destinato a chi ha messo le bombe in via Fauro ed in via dei Georgofili o nasce piuttosto da un’esigenza più generale di non inasprire inutilmente il “clima” all’interno degli istituti di pena  ? Rispondere non è facile, forse è il rapporto stesso che serve come segnale positivo di distensione agli occhi di chi ordina di mettere le bombe. Qualcuno condiziona o cerca di condizionare il DAP ? Può essere …

Certo è che il 16 luglio vengono rinnovati 325 provvedimenti nei confronti di altrettanti detenuti soggetti al regime del 41-bis e altri vengono rinnovati il 20 luglio. Evidentemente tutti questi fatti delittuosi non vengono ancora messi in relazione con la scadenza dei provvedimenti per i mafiosi sottoposti al regime del 41-bis e questa è una prova indiretta che il tentativo di ricattare lo Stato con il terrore si sta consumando senza che si sia una trattativa.

Il 20 luglio 1993 è una data decisiva nella “strategia del ricatto” messa in atto da Cosa Nostra perché esattamente un anno prima, subito dopo la strage di via D’Amelio, erano stati applicati i primi provvedimenti relativi al regime del 41-bis. I provvedimenti, come si è già detto, vengono rinnovati e subito scatta la rappresaglia con le bombe di Milano e di Roma nella notte tra il 27 e il 28 luglio.

Qualcuno sapeva che probabilmente dopo il 20 luglio ci sarebbe stato un “botto” se fossero stati prorogati i provvedimenti relativi al 41-bis emessi l’anno precedente :  è il boss Salvatore Annacondia che nel corso di un’audizione del 30 luglio, dinanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia, offre praticamente in diretta la chiave di lettura degli attentati ai luoghi di valore artistico :

“Alcuni mesi fa, durante un colloquio investigativo con il magistrato Alberto Maritati, parlai della possibilità di attentati con bombe a musei e ad altri obiettivi di valore artistico”.

“Inizialmente si doveva lanciare un piccolo segnale, ma il gesto clamoroso, l’ avvertimento grosso doveva giungere dopo il 20 luglio di quest’ anno se fosse stato reiterato l’ articolo 41 bis. Queste mie dichiarazioni non furono verbalizzate perché io non me la sentivo. Io mi auguravo che non succedesse nulla”.

“Il 41 bis non permette di colloquiare, l’ isolamento assoluto impedisce ai boss in carcere di continuare a dirigere i loro affari, non si possono più fare accordi con le guardie e gli altri detenuti”.

Le rivelazioni di Annacondia sono probabilmente la fonte principale delle analisi che la DIA (Direzione investigativa antimafia) elabora nel suo rapporto del 10 agosto 1993, intitolatoEsame analitico delle stragiconsumate a Roma ed a Milano contro tre distinti obiettivi nella notte tra il 27 e ii 28 luglio 1993 . Valutazioni e ipotesi alla luce di precedenti analoghi episodi criminosi” nel quale si afferma che “la perdurante volontà del Governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza ha concorso alla ripresa della stagione degli attentati. Da ciò è derivata per i capi l’esigenza di riaffermare il proprio ruolo e la propria capacità di direzione anche attraverso la progettazione e l’esecuzione di attentati in grado d’indurre le Istituzioni a una tacita trattativa” e si avverte che “l’eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’articolo 41 bis, potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe”.

E’ la prima volta che in un documento ufficiale, anche se riservato, si traccia un collegamento tra le bombe e le scadenze dei provvedimenti del 41-bis e si parla di un tentativo di Cosa Nostra di aprire una “trattativa”. Visto che non è in corso una trattativa tra lo Stato e la mafia, il termine indica semplicemente una velleità di Cosa Nostra o è stato introdotto per segnalare tra le righe che potrebbe esserci qualche “servitore dello Stato” disposto ad intavolare una “tacita trattativa” ?

Il 2 settembre 1993 esce su La Stampa di Torino un’interessante intervista a Gianni De Gennaro nella quale l’allora capo della DIA riassume per sommi capi il contenuto del rapporto del 10 agosto e contestualizza. in modo abbastanza corretto, la stagione stragista : De Gennaro parla della necessità da parte di Costa Nostra di recuperare il suo spazio vitale, collega le bombe alla questione del regime del 41-bis e non esclude che Cosa Nostra abbia la possibilità di interloquire, di interferire, contrattare e contattare componenti criminali o politiche che possano tramare piani destabilizzanti per la nostra democrazia.

Il rapporto della DIA arriva sul tavolo del Ministro dell’Interno Mancino il quale lo trasmette a Violante, Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, in data 14 settembre. Violante lo riceve il giorno stesso.

Nello stesso giorno arriva sul tavolo di Violante anche il rapporto dello SCO protocollato con il n° 123G/731462/10/I-3, datato nell’intestazione Roma 11/9/1993 ed intitolato “Oggetto: Attentati verificatisi a Roma, Firenze e Milano. Per quanto di interesse si trasmette appunto riservato concernente gli attentati”.

Il rapporto dello SCO conferma quello della DIA : secondo il rapporto, dopo quello a Maurizio Costanzo «i successivi attentati non avrebbero dovuto realizzare stragi ponendosi invece come tessere di un mosaico inteso a creare panico, intimidire, destabilizzare, indebolire lo Stato, per creare i presupposti di una “trattativa”, per la cui conduzione potrebbero essere utilizzati da Cosa nostra anche canali istituzionali».

«L’obiettivo della strategia delle bombe sarebbe quello di giungere ad una sorta di trattativa con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che attualmente affliggono l’organizzazione : il “carcerario” ed il “pentitismo”».

Ricompare il termine “trattativa”. Perché si parla di “trattativa” anche nel rapporto dello SCO ? Si allude forse ad un pregresso ? Si teme che qualcuno nelle istituzioni possa assecondare la strategia di Cosa Nostra intavolando una trattativa ?

Guarda caso il ROS s’interessa ai provvedimenti riguardanti il regime del 41-bis. Una traccia di rilievo sull’attivismo del ROS in questa direzione l’aveva trovata il PM Chelazzi sull’agenda di Mario Mori : alla data del 27 luglio 1993  risultava un appuntamento con Francesco Di Maggio, all’epoca già vice direttore del DAP, con una causale del tutto particolare : “per prob. detenuti mafiosi”. Quella stessa notte scoppieranno le bombe a Milano e a Roma.

Chelazzi scopre poi che il 22 ottobre 1993 Di Maggio e Mori si erano incontrati di nuovo. Il 5 novembre successivo a 334 detenuti non fu prorogato il regime restrittivo del 41-bis.

Secondo il magistrato Alfonso Sabella, all’epoca collega di Chelazzi alla Procura di Firenze, il PM che indagava sulle stragi del ’93 avrebbe iscritto Mori nel registro degli indagati :

Gabriele iscrisse Mori nel registro degli indagati per favoreggiamento in relazione alla vicenda della fase della trattativa che doveva portare alla revoca di alcuni 41-bis alla vigilia delle stragi in contemporanea con il fallito attentato all’Olimpico L’aspetto tecnico (e non solo tecnico) di iscrivere Mario Mori per favoreggiamento verteva su una domanda specifica: l’avrebbe fatto per favorire la mafia o l’avrebbe fatto sostanzialmente per favorire la pacificazione nello Stato?

“L’ipotesi di Gabriele in quel periodo è che ci fosse stato un tentativo da parte degli organi dello Stato di dare un segnale di ‘apertura’ a Cosa Nostra in maniera da impedire che altre stragi si portassero avanti. Questo segnale di ‘apertura’ era collegato all’alleggerimento del 41-bis o quantomeno al ridurre il numero dei detenuti al 41-bis. Perché Gabriele faceva questa ipotesi? Perché – non ricordo in quale agenda o da qualche parte – aveva saputo di un incontro tra il generale Mori e Francesco di Maggio, all’epoca vicecapo del Dap, che sembrava collegato da un appunto alla vicenda del 41-bis. Nello stesso periodo si era registrata anche la revoca di parecchi decreti 41-bis. Questa era l’ipotesi che aveva Gabriele …

Ci potrebbe essere davvero una relazione tra l’attivismo di Mori e le decisioni che in seguito furono prese riguardo ai provvedimenti in scadenza relativi al regime del 41-bis ?

Secondo Nicolò Amato, nella decisione del 5 novembre 1993 di non rinnovare i provvedimenti del 41-bis in scadenza ci sarebbe lo zampino di Francesco Di Maggio. E’ una polpetta avvelenata o c’è qualcosa di vero ? Forse c’è anche lo zampino di Mori ? Il 15 febbraio del 2011, davanti ai giudici della Corte d’assise di Firenze nel processo a carico del boss Francesco Tagliavia, l’ex Ministro Conso fa un’allusione sibillina : A me non risulta che ci fossero dei mediatori, ma certo non posso escludere che fra due funzionari, magari una sera a cena, si possa aver detto ‘facciamo un ponte’ . Mori e Di Maggio sono i due funzionari che all’epoca potrebbero aver detto  ‘facciamo un ponte’ ? Pare che i due fossero  “veramente amici” e che s’incontrassero non di rado a cena.

Eppure Di Maggio aveva fama di essere un “duro” : il 10 agosto, nella riunione del Comitato nazionale per l’ ordine e la sicurezza pubblica, presieduto dal ministro Mancino, la sua posizione era stata perentoria :  «È opportuno che il governo mantenga ferma la sua posizione sull’ articolo 41 bis e sulla normativa della custodia cautelare, posto che vi è una stretta correlazione tra la proroga del 41 bis e gli attentati del 27 luglio». E’ la stessa correlazione messa in evidenza nel rapporto della DIA. C’è qualcuno che in seguito cerca di fargli cambiare opinione ?

Sembrerebbe di sì :  l’ispettore di Polizia Penitenziaria Nicola Cristella, all’epoca caposcorta del vice direttore del DAP,  ha di recente affermato che “Una sera, mentre eravamo a casa io e lui, Di Maggio andò su tutte le furie. Diceva: ‘Non possono chiedere a un figlio di un carabiniere di andare a patti con qualcosa che comunque era dall’altra parte’. Ripeteva: ‘Un figlio di carabiniere non può subire queste cose’”.

Lo stesso Cristella ha tirato in ballo Calogero Mannino : “Eravamo in macchina, il dottore Di Maggio ricevette la telefonata di un politico siciliano, che gli chiese esplicito se poteva attendere prima dell’ applicazione del 41 bis” . Secondo il ricordo di Cristella, Di Maggio sarebbe andato su tutte le furie : “Chiuse la conversazione e si arrabbiò”. Poi avrebbe telefonato subito ad alcune persone che in quel periodo incontrava spesso a cena: il maggiore Umberto Bonaventura, un ufficiale dei carabinieri entrato nel SISMI nel 1992 e già implicato nell’affaire Moro e nella “confessione” di Leonardo Marino (cfr. caso Sofri) , e due ufficiali del Ros, Mario Mori e Gianpaolo Ganzer. Il Cristella colloca la telefonata di Mannino tra l’estate e il settembre 1993, quindi la telefonata di Mannino potrebbe essere di poco precedente alle scadenze dei provvedimenti del 41-bis di metà luglio oppure successiva alle proroghe del 16 e del 20 luglio e alle bombe del Milano e di Roma ma precedente alla scadenza di novembre. Quale che sia la collocazione temporale esatta, il fatto è che Mannino ad un certo punto preme su Di Maggio per sollecitare la sospensione dei provvedimenti.

A questo punto le domande che sorgono spontanee sono davvero tante :

– Di Maggio poteva non sapere che era stato proprio Calogero Mannino ad attivare Mori ed il ROS affinché si aprisse un “dialogo” con Cosa Nostra ?

– perché Mori tallona Di Maggio ? Oggi Mori sostiene di essere sempre stato un fautore della linea dura ma lo è stato davvero anche all’epoca ? Mori vuole sfruttare l’amicizia con Di Maggio per carpire notizie riservate sull’attività e sulle intenzioni del DAP oppure sta tentando di convincere l’amico a diventare più malleabile ?

– potrebbe esserci una relazione tra l’incontro del 22 ottobre, il presunto fallito attentato ai Carabinieri allo Stadio Olimpico di Roma del 31 ottobre e la successiva mancata proroga del 41-bis per 334 detenuti, ammesso e non concesso che la data del  31 ottobre  per il presunto fallito attentato ai Carabinieri sia quella giusta, come si era pensato inizialmente ? ( sulla datazione del presunto fallito attentato ai Carabinieri cfr. l’audizione del 2 luglio 2002 del PM Chelazzi presso la Commissione Parlamentare Antimafia, pagina 12 : “riteniamo di aver datato [l’attentato allo Stadio Olimpico] con esattezza quasi millimetrica” ma cfr. anche l’audizione del 12 marzo 2012 del Procuratore di Firenze Quattrocchi, pagina 6 : “Probabilmente l’unica differenza che è il caso di sottolineare rispetto al lavoro del bravissimo e compianto collega Chelazzi riguarda la data della strage dell’Olimpico: con Spatuzza, attraverso la strumentazione investigativa di cui vi ho detto, siamo riusciti a collocarla in maniera ormai inequivoca e assolutamente certa in quel giorno di gennaio che vi ho detto[il 23 gennaio 1994]”.

– perché Mori, per ben due volte, ha un appuntamento con Di Maggio prima che si verifichi un attentato ?  C’è qualcuno che lo avverte sulle date degli attentati ? 

– perché Mori si interessa tanto ad un problema che è fuori dalle sue competenze ? Il suo attivismo è la conferma che la trattativa con Vito Ciancimino c’è stata ?

– Mori potrebbe ad un certo punto aver perorato un alleggerimento della linea dura sul 41-bis nel timore che la situazione gli sfuggisse di mano e che l’ala oltranzista guidata da Bagarella e dai Graviano potesse tornare a colpire i politici o potesse prendere di mira i Carabinieri ?

Sono domande alle quali non è facile rispondere, il fatto certo è uno solo : in novembre a 334 detenuti non viene prorogato il regime restrittivo del 41-bis.

Sorgono altri dubbi e altre domande :

– perché Di Maggio, che era considerato da Adalberto Capriotti, il direttore del DAP,  «un fottutissimo forcaiolo» che «si è bevuto il cervello con il doppio binario, un circuito per i comuni e uno per i mafiosi» non si dimette dopo la decisione di Conso ? Qualcuno lo ha convinto che per il momento era meglio soprassedere e assecondare il “ricatto” per non esasperare la situazione nelle carceri e per non rischiare un’escalation della strategia del terrore ?

– cosa potrebbe aver convinto Di Maggio ? Il fallito attentato ai Carabinieri del 31 ottobre ? Di Maggio era figlio di un carabiniere, il padre era stato maresciallo al paese natale, a Barcellona Pozzo di Gotto.

– Di Maggio era ricattabile ? E’ difficile dirlo, certo è che Di Maggio, proprio in concomitanza con la scadenza di novembre del 41-bis finisce nell’occhio del ciclone a causa dell’inchiesta sull’autoparco della mafia di via Salomone condotta dalla Procura di Firenze : un pentito lo accusa di essere colluso con la mafia. Di Maggio era stato il primo a indagare sull’ autoparco sulla base delle dichiarazioni di Angelo Epaminonda.

– nell’autunno del ’93 qualcuno era in possesso di informazioni compromettenti sul rapporto tra Di Maggio e Rosario Cattafi  con le quali avrebbe potuto condizionare Di Maggio ?  Rosario Cattafi, un barcellonese come Di Maggio,  è stato arrestato nel luglio scorso nel corso dell’operazione “Gotha 3”, secondo alcuni pentiti sarebbe diventato negli anni il capo della mafia nel messinese. Cattafi era uno degli indagati nell’inchiesta “Sistemi criminali” assieme a Licio Gelli, Stefano Menicacci, Stefano Delle Chiaie, Filippo Battaglia, Salvatore Riina, Giuseppe e Filippo Graviano, Nitto Santapaola, Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Giovanni Di Stefano, Paolo Romeo e Giuseppe Mandalari. Negli anni ’80 il suo destino si è incrociato più volte con quello del PM Di Maggio, qualcuno sostiene che all’epoca Di Maggio lo avrebbe favorito in alcune inchieste. Secondo recentissime indiscrezioni giornalistiche, Cattafi avrebbe riferito alla DDA di Messina di aver svolto nel ’93 una “missione” per conto di Francesco Di Maggio.

Da notare che il 19 aprile 2011, in sede di audizione dinanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia,  quando gli viene fatta una domanda sui rapporti di Di Maggio con i Servizi e con Mori, Capriotti chiederà di secretare la seduta.

Al di là delle supposizioni che si possono fare sul ruolo e sui comportamenti di tutti questi personaggi, rimane un dubbio finale : perché nel novembre del ’93 si è deciso di non prorogare 334  provvedimenti relativi al 41-bis ?

L’11 novembre del 2010 viene sentito in Commissione Parlamentare Antimafia Giovanni Conso, in qualità di ministro della Giustizia dal 12 febbraio1993 al 16 aprile 1994. L’ex Ministro, con una dichiarazione che fa subito scalpore, si assume la responsabilità di quella decisione, nega che la decisione abbia una qualche relazione con una presunta trattativa  e dichiara di averla presa in totale solitudine per fermare la minaccia di altre stragi.

C’è chi ha ritenuto di ravvisare nelle dichiarazioni e nelle giustificazioni di Conso alcune anomalie e incongruenze particolarmente significative che potrebbero far pensare che Conso sia stato una sorta di terminale di una ipotetica seconda fase della c.d. “trattativa Stato-Mafia”. In realtà alcune di queste incongruenze possono essere spiegate come una proiezione retrospettiva di informazioni metabolizzate successivamente e comunque non sono sufficienti per provare che Conso dica il falso quando sostiene di aver deciso di non prorogare i 334 provvedimenti in regime di 41-bis sulla base di considerazioni personali, senza essere condizionato da pressioni esterne, o per provare che Conso abbia preso quella decisione perché sollecitato da una trattativa in fieri. No, non c’è alcuna trattativa Stato-mafia che condiziona la decisione di Conso di non prorogare i provvedimenti, semmai Conso prende quella decisione perché condizionato dal ricatto, perché intimorito dall’eventualità di altri attentati, di altre stragi.

La sua decisione va inserita nel contesto di una “strategia della tensione” che continua anche dopo le bombe di Milano e di Roma e nel contesto di una serie di considerazioni con le quali si tenta di cogliere il senso di quello che sta accadendo :

–  forse è Tommaso Buscetta, in un’intervista a “La Repubblica” dell’8 dicembre 1992,  il primo a prevedere e a preannunciare la “svolta sudamericana” di Cosa Nostra :

 “[Riina] aspetterà di vedere come finisce la campagna contro i pentiti. Fino a quando sarà in corso questa campagna, che è solo all’ inizio, non ci sarà un attentato. Se la campagna non dovesse avere un buon esito, allora userà le armi. E le userà come non le ha mai usate finora. Ora che si è strusciato con i Colombiani penserà di usare anche i loro metodi. Bombe contro innocenti. Attentati contro le più alte cariche dello Stato. E con la guerra penserà anche ad una Sicilia separata”

– il 5 agosto, Giuseppe Ayala pubblica su “La Repubblica” un articolo intitolato “La lobby criminale” nel quale recupera l’ipotesi che la serie degli attentati sia il frutto di  “una strategia di tipo colombiano: alzare il tiro, seminare il terrore, per poi trattare“.

– il 10 agosto in sede di Comitato nazionale per l’ ordine e la sicurezza pubblica, ad un certo punto interviene Francesco Di Maggio, il vice-direttore del DAP,  ed afferma : «È opportuno che il governo mantenga ferma la sua posizione sull’ articolo 41 bis e sulla normativa della custodia cautelare, posto che vi è una stretta correlazione tra la proroga del 41 bis e gli attentati del 27 luglio»

– il 12 settembre, l’onorevole Alberto Alessi (DC) entra all’Ucciardone e minaccia di rimanerci, per uscire chiede l’abolizione del 41-bis. Uscirà dopo alcune ore, a quanto si dice dopo aver parlato al telefono con il vice-direttore del DAP Francesco di Maggio. Alessi è in stretto contatto con Marcello Dell’Utri e diventerà uno dei fondatori di Forza Italia in Sicilia

– il 15 settembre viene ucciso Don Pino Puglisi, parroco a San Gaetano, nel quartiere Brancaccio di Palermo

– il 18 settembre una Panda imbottita di tritolo scoppia nei pressi della Caserma dei Carabinieri di Gravina (CT)

– il 21 settembre, su segnalazione del SISDE, viene trovato dell’esplosivo sul treno Freccia dell’ Etna che da Palermo e Siracusa è diretto a Torino. Il 16 ottobre Augusto Maria Citanna, capozona del SISDE di Genova, verrà arrestato con l’accusa di essere stato lui, con la complicità di alcuni camorristi, ad avere piazzato l’esplosivo sul treno.

– sempre il 21 settembre Guido Neppi Modona pubblica su “La Repubblica” un articolo dal titolo “ E la mafia lanciò la campagna d’autunno” nel quale l’autore, prendendo spunto dall’uccisione di Don Puglisi e dall’attentato di Gravina, afferma che è “più che convincente l’ ipotesi che gli attentati stragisti di questa estate a Firenze, a Milano ed a Roma siano stati degli avvertimenti rivolti al sistema politico ed istituzionale per saggiarne la disponibilità a venire a patti, a tornare al vecchio clima di convivenza tra le reciproche esigenze di due poteri, sulla falsariga dello schema sperimentato per oltre un cinquantennio, sino agli ultimi due anni. Questi messaggi non sono stati raccolti, la pressione istituzionale contro la mafia non è diminuita: per Cosa Nostra il passaggio all’ eliminazione fisica dell’ avversario era a questo punto pressoché obbligato”.

– il 22 settembre il PM Silverio Piro, che a Roma sta indagando sulle bombe alle chiese di San Giorgio al Velabro e di San Giovanni, dichiara al Corriere che potrebbe esserci una relazione l’ esplosione di Gravina e quella di via Palestro e poi puntualizza che “capire quello che accade nelle carceri dopo l’ istituzione del circuito differenziato è molto importante. La resistenza all’ applicazione dell’ articolo 41 bis del decreto Martelli, quello che ha introdotto il carcere di massima sicurezza, è una chiave per interpretare alcuni avvenimenti. La catena, probabilmente, ha cominciato a muoversi da lì “

–  il 12 ottobre, a Bari,  un anonimo avverte il 113 che in via Principe Amedeo c’è un’autobomba.

– il 13 ottobre un articolo de “la Repubblica” intitolato “BOMBE DI ROMA, DAI PENITENZIARI L’ ORDINE DEI BOSS”  riferisce che il PM Silverio Piro “starebbe cercando conferma ad un’ ipotesi secondo cui all’ interno delle prigioni a circuito differenziato, cioè quelle in cui viene applicato l’ articolo 41 bis che prevede l’ isolamento per i boss, si sarebbe svolto nei mesi scorsi una specie di ‘ referendum’ via ‘ radio carcere’ per avere il consenso dei clan mafiosi, camorristici e della ‘ ndrangheta all’ organizzazione di attentati in tutt’ Italia.”

– il 22 ottobre scoppia una bomba sul davanzale al primo piano del Tribunale di Padova

– e poi c’è l’episodio del fallito attentato allo Stadio Olimpico di Roma, un attentato che il PM Chelazzi aveva datato al 31 ottobre ( sulla datazione del presunto fallito attentato ai Carabinieri cfr. l’audizione del 2 luglio 2002 del PM Chelazzi presso la Commissione Parlamentare Antimafia, pagina 12 : riteniamo di aver datato [l’attentato allo Stadio Olimpico] con esattezza quasi millimetrica). Ammesso e non concesso che sia giusta la data del 31 ottobre e non quella del 23 gennaio 1994, potrebbe esserci una relazione effettiva tra il fallito attentato all’Olimpico e la decisione di non rinnovare i provvedimenti di 41-bis in scadenza ?

E’ questo il contesto nel quale matura la decisione di Conso, una decisione che non è il risultato o la prova di una trattativa ma che semmai potrebbe essere considerata un cedimento al ricatto di Cosa Nostra.

Conso ha detto il falso o è stato reticente quando ha sostenuto di aver deciso di non prorogare i provvedimenti di 41-bis sulla base di considerazioni personali ? E’ una domanda alla quale è impossibile poter rispondere con cognizione di causa in mancanza di elementi concreti con i quali poter dimostrare se qualcuno o qualcosa ha influenzato in modo determinante e condizionato la decisione di Conso ben oltre la giustificazione da lui stesso addotta,  a tal proposito si possono solo fare illazioni ed insinuazioni :

–  potrebbe esserci una relazione tra il mancato rinnovo dei provvedimenti di 41-bis per i 140 detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone e l’iniziativa dell’on. Alessi del 12 settembre ? Quando Niccolò Amato ha sostenuto in tempi recenti che nella decisione del 5 novembre 1993 di non rinnovare i provvedimenti del 41-bis in scadenza ci sarebbe lo zampino di Francesco Di Maggio, alludeva forse ad un accordo intercorso tra lo stesso Di Maggio e l’on. Alessi in occasione della protesta di quest’ultimo nel carcere dell’Ucciardone, un accordo al quale il Ministro non poteva più sottrarsi ?

– perché il DAP  si attivò solo in data 29 ottobre per chiedere un parere alla Procura di Palermo sulle decisioni da prendere in merito ai provvedimenti di 41-bis in scadenza dopo 2 giorni ?

– per quale motivo il colonnello Mori si occupava della sorte dei detenuti mafiosi sottoposti al regime del 41-bis tenendosi in stretto contatto con Di Maggio ? I due erano in grado di “pilotare” le decisioni del Ministro ?

Oltre a questi dubbi, a latere ne sorge ancora un altro : se fosse appurato che c’è una relazione tra il mancato rinnovo di novembre dei provvedimenti di 41-bis per i 140 detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone e l’iniziativa dell’on. Alessi del 12 settembre e se fosse appurato che l’iniziativa dell’on. Alessi sia nata su ispirazione e per conto di Marcello Dell’Utri per dimostrare a Cosa Nostra un interessamento reale alla questione del 41-bis , si potrebbe ipotizzare che il mancato rinnovo di novembre sia stato per Marcello Dell’Utri un’occasione importante per esibire la propria forza persuasiva ed acquisire credibilità agli occhi dei suoi interlocutori ?

Ma l’affaire Alessi non è l’unico elemento di congiunzione con il quale è possibile collegare Marcello Dell’Utri alla stagione degli attentati del ’93 e al dinamismo politico e militare di Cosa Nostra, ci sono anche i contatti con Salvatore Scardina e Rosario Cattafi :

– Salvatore Scardina è il proprietario della villa di Santa Flavia dove il 1° aprile del ’93 Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro  decidono di avviare la campagna stragista nel “continente”

– Rosario Cattafi è l’avvocato barcellonese che abbiamo già incontrato nella nostra storia per i suoi poco chiari rapporti con il vice direttore del DAP Francesco di Maggio ma che va ricordato anche per essere stato uomo di fiducia di Stefano Bontate ed per il rapporto con il camerata Pietro Rampulla, l’artificiere della strage di Capaci.

Nessuno dei due nomi compare nelle sentenze dei processi a carico di Marcello Dell’Utri

Facciamo il punto : quella decisione di Conso poteva essere interpretata da Cosa Nostra come una sorta di apertura, una dichiarazione di disponibilità a quella “tacita trattativa” paventata dalla DIA nel rapporto del 10 agosto ? Sì, in teoria quella decisione poteva essere interpretata da Cosa Nostra come una sorta di apertura ma se per il fallito attentato alla Stadio Olimpico consideriamo come attendibile la data del 23 gennaio 1994 o se ipotizziamo che per quella data fu programmato un secondo attentato, allora vuol dire che quell’apertura non fu ritenuta sufficiente da Cosa Nostra e che gli attentati sarebbero continuati comunque.

Eppure da un certo momento in poi gli attentati contro lo Stato cessano. Perché ?

Nel gennaio del ’94 abbiamo, in rapida successione, quattro date estremamente significative :

23 gennaio 1994 : attentato allo Stadio Olimpico di Roma ( evento da verificare )

26 gennaio 1994 : Silvio Berlusconi annuncia la «discesa in campo»

27 gennaio 1994 : Filippo e Giuseppe Graviano vengono arrestati a Milano

31 gennaio 1994 : scadono i provvedimenti del 41-bis per molti boss importanti : Gerlando Alberti, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Stefano Fidanzati, Giacomo Gambino, Salvatore Greco, Luciano Liggio, Francesco Madonia

L’episodio del presunto attentato fallito allo Stadio Olimpico del 23 gennaio 1994 presenta ancora dei punti oscuri nonostante l’apporto testimoniale di Spatuzza, forse l’attentato è rimasto allo stadio di progetto, la data del 23 gennaio rimane comunque plausibile se si considera la rilevanza dei provvedimenti di  41-bis in scadenza alla fine del mese e la funzione strumentale che agli attentati veniva attribuita da Cosa Nostra.

Resta il fatto che alla fine di gennaio i provvedimenti vengono rinnovati. Perché viene programmato l’attentato alla Stadio Olimpico nonostante il mancato rinnovo di novembre e non viene riprogrammato per rappresaglia un attentato dopo il rinnovo di fine gennaio ? Gli attentati cessano perché gli stragisti ritengono di aver comunque raggiunto un risultato parziale sul 41-bis visto che  dopo l’arresto di Riina i detenuti sottoposti al regime del 41-bis erano più di mille e a novembre sono diventati più o meno la metà ? No, non è questo il motivo che ad un certo punto determina la cessazione degli attentati. Gli attentati cessano perché vengono arrestati i fratelli Graviano ? No, non è nemmeno questo il motivo che determina la cessazione degli attentati, i fratelli Graviano avrebbero potuto trovare il modo di dare ordini anche dal carcere oppure il gruppo di fuoco di Brancaccio poteva essere rimpiazzato, gli attentati cessano quando la “strategia del ricatto” allo Stato esaurisce la sua principale funzione tattica ovvero favorire, con le bombe, l’ascesa di un nuovo referente in grado di assecondare sul piano politico-legislativo le esigenze di Cosa Nostra.

Sono proprio le date del 26 e del 27 gennaio a dare un senso alla sequenza dei fatti e delle circostanze che determinano la fine degli attentati : qualcuno “brucia” i Graviano perché con la «discesa in campo» di Berlusconi gli attentati devono finire, i Graviano devono essere neutralizzati perché la situazione deve essere normalizzata per dare all’opinione pubblica l’impressione che i nuovi referenti di Cosa Nostra siano portatori di ordine e stabilità. Del resto con la pax mafiosa sarà più facile per i nuovi referenti di Cosa Nostra mantenere le promesse fatte : la questione del 41-bis non può più essere risolta a colpi di bombe, con la «discesa in campo» di Berlusconi la questione andrà risolta con le armi della politica.

Secondo Luigi Ilardo «Provenzano, nascosto a Bagheria, aveva fatto sapere alle ‘famiglie’ siciliane di stare tranquille e di non esporsi ad attività criminali avventurose, ma di aspettare tempi migliori, forieri di un contesto politico stabile e più garantista nei confronti della criminalità organizzata». «Spera in Forza Italia fra sette/5 anni tutto dovrebbe ritornare un po’ come prima»

Da notare che dopo la vittoria elettorale di Berlusconi la “strategia del ricatto” cambia bersaglio :

– nel giugno e nel luglio del 1994 si verificano una serie di attentati incendiari all’interno dei magazzini Standa di Milano, Roma, Firenze, Modena e Brescia e altre città, la Standa all’epoca è ancora di proprietà dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

– sarebbe interessante analizzare anche il fenomeno del pentitismo sotto il profilo di una nuova “strategia del ricatto” ma è una questione troppo complicata per essere affrontata in questo contesto

In verità anche i Carabinieri del Ros, da un certo momento in poi, sembrano essere sotto ricatto :

– la vicenda o per meglio dire la questione del fallito attentato alla Stadio Olimpico, un attentato che secondo le presunte intenzioni degli autori avrebbe dovuto provocare una carneficina ed il cui bersaglio principale erano proprio i carabinieri in servizio allo stadio Olimpico di Roma, è ancora tutta da decifrare nella sua tempistica ( la data giusta è il 31 ottobre 1992, il 23 gennaio 1993 o il 6 febbraio 1993 ? ) e nel suo significato ( l’attentato allo Stadio Olimpico viene concepito come vendetta nei confronti dei Carabinieri, come avvertimento, come ricatto oppure è solo funzionale ad una delle scadenze dei provvedimenti del 41-bis ? Nel ’93 e negli anni successivi i Carabinieri del ROS sono ricattati o ricattabili ? )

Secondo il pentito Antonino Giuffré   “L’attentato dell’Olimpico doveva essere un messaggio mandato in alto loco… Sarà stato uno dei soliti colpi di testa di Leoluca Bagarella contro i carabinieri, magari perché gli avevano arrestato il cognato Totò Riina, o perché mirava ad altri discorsi, ad eventuali contatti che poi ci sono stati fra i carabinieri e parti di Cosa Nostra”.

Ma in tutta questa storia ci sono ancora tanti fatti ed episodi che ancora non sono stati chiariti :

nell’ottobre del 1995 il ROS del colonnello Mori, secondo le accuse del colonnello dei Carabinieri Michele Riccio, non avrebbe trovato il modo di catturare Provenzano, nonostante le rivelazioni del confidente Luigi Ilardo che aveva indicato il casolare, nelle campagne di Mezzojuso, dove si nascondeva il boss. La mancata cattura di Provenzano nel 1995,  dopo la mancata perquisizione del nascondiglio di Riina, è la seconda prova che il ROS ha stretto un patto con l’asse Ciancimino-Provenzano che prevedeva la protezione della latitanza di Provenzano ?   Sulla vicenda è in corso un processo a Palermo.

Detto per inciso, pare che Iddu sia rimasto a Mezzojuso e dintorni per altri 6 anni, fino al 2001 : era davvero così difficile catturare Provenzano ?

Non solo : forse non è a Mezzojuso che Mori protegge per la prima volta la latitanza di Provenzano, forse lo ha già fatto anche nel luglio del 1993 quando si costituisce Salvatore Cancemi, il quale sosterrà in seguito di essersi presentato ai CC con un biglietto relativo ad un appuntamento fissatogli da Bernardo Provenzano, biglietto che consegnò ai militari per consentire loro utili e immediate attività investigative (cfr. il Decreto di archiviazione del Giudice Tona in relazione al procedimento nei confronti di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, pagina 11). E’ il ROS di Subranni e Mori a gestire Cancemi : Cancemi viene spedito a Verona sotto il controllo del maggiore Mauro Obinu e del maresciallo Giuseppe Scibilia. La morale della favola è che la latitanza continuò anche allora indisturbata.

– anche Angelo Siino ha raccontato recentemente una strana storia sulla “latitanza assistita”  di Bernardo Provenzano :

“In carcere vennero il capitano De Donno e il colonnello Mori e altri uomini appartenenti allo SCO. Dopo il processo mafia-appalti lo vidi arrivare in carcere. Imprudentemente mi ha portato in una saletta che è molto riservata cercando di convincermi a collaborare facendomi delle promesse che si erano convinti di migliorare la mia posizione. Prima dell’udienza mi hanno praticamente rapito e poi interrogato, in una serie di colloqui con il capitano De Donno e con il colonnello Mori. Il capitano De Donno si irritò moltissimo perché un ufficiale delle forze dell’ordine assisteva al colloquio, che poi se ne andò, una persona molto gentile che poi fu incriminata. Questi colloqui si intensificarono quando fui condannato. Mori e De Donno mi anticiparono: lei sarà condannato a nove anni di carcere, veda un po’ come vuole fare, la sua sentenza è già scritta”

“Il capitano De Donno continuò a venire a parlarmi in una serie di colloqui che duravano anche più di due ore. Io avevo paura che qualcuno ci vedesse e pensasse che avevo già iniziato a collaborare. Il mio avvocato era Nicolò Amato e si mise in contatto con il colonnello Mori e con il capitano De Donno con cui facemmo un incontro nel policlinico Umberto I e dicevano che loro non potevano fare niente perché la Procura della Repubblica era contraria”.

Siino ha raccontato che Mori e De Donno gli chiesero “informazioni sulla cattura di Provenzano e di Brusca. Io diedi queste indicazioni con molta riluttanza. Le mie indicazioni erano abbastanza precise. Dopo io mi meravigliai che non l’avessero preso”.

“Indicai che Provenzano viveva a Bagheria. Provenzano era il padrone di Bagheria e poteva girare dove voleva. Indicai anche la traversa in cui risiedeva, dove poi fu effettivamente accertato che vivesse in occasione della cattura che poi non andò a buon fine. (…) A un certo punto ho fatto anche le mie rimostranze perché da questa mia collaborazione che sarebbe dovuta essere premiata e non ne veniva niente. Poi vedevo che non veniva niente nemmeno dal punto di vista investigativo: ero sicuro che le mie informazioni fossero preciso e vedevo che non arrivavano a niente.

“A un certo punto Mori e De Donno mi chiesero di concentrarmi di più sulla cattura di Brusca, pur senza trascurare quella di Provenzano”.

– Il 2 maggio 1996 il confidente Luigi Ilardo incontra il generale Mori nella caserma del Ros a Roma e gli dice : «Non siamo stati noi, siete stati voi». Altre fonti riportano la frase diversamente : «Certe cose che avvengono in Sicilia non sono Cosa Nostra ma sono poste in essere dalle istituzioni e voi lo sapete» oppure «Certi attentati commessi da Cosa Nostra non sono stati voluti da noi ma da voi e dallo Stato!».

Luigi Ilardo verrà ucciso da due killer il 10 maggio 1996, apparentemente solo i vertici del ROS ed i procuratori Caselli, Principato e Tinebra erano a conoscenza della sua intenzione di diventare un collaboratore di giustizia.

Sono semplici coincidenze o c’è dell’altro ?

Riservandomi di trattare e di approfondire in altre occasioni i mille risvolti del tema e le tante sorprendenti “coincidenze” che caratterizzano la storia del bienno maledetto , concludo questo mio excursus sulla questione della c.d. “trattativa Stato-mafia” con alcune osservazioni di carattere generale ed un breve abstract delle principali ipotesi interpretative avanzate con la presente ricerca :

– il contesto nel quale si sviluppa la stagione stragista del ’92 e del ’93 è quello di una crisi di sistema caratterizzata da una gravissima instabilità economico-finanziaria, dalla crisi di una classe dirigente decimata dall’inchiesta Mani Pulite e da una faticosa transizione ad un nuovo sistema di potere.

– nel contesto della crisi di un sistema che sta collassando, si crea inevitabilmente un groviglio di interessi convergenti e di alleanze trasversali a vari livelli nel quale le organizzazioni criminali possono diventare lo strumento di progetti di più ampio respiro che hanno lo scopo di pilotare la transizione dal vecchio al nuovo ordine. Sotto questo profilo molto ci sarebbe ancora da raccontare perché Cosa Nostra, il ROS ed il nascente partito-azienda sono i protagonisti di una storia intricata e drammatica ma non sono gli unici attori.

– gli omicidi e le stragi del ’92 hanno una configurazione completamente diversa rispetto alle stragi del ’93 (quelle del ’92 sono il risultato di attentati ad personam mentre le stragi del ’93 sono il risultato di attentati di stampo terroristico che in origine hanno solo un intento dimostrativo) ma gli omicidi e le stragi del ’92 non avvengono solo per vendetta o per bloccare la prosecuzione di indagini pericolose per l’assetto di Cosa Nostra, quegli omicidi e quelle stragi sono anche uno strumento per agevolare l’agonia di un sistema di relazioni che nella prospettiva di Cosa Nostra non è più affidabile e che va rimpiazzato.

– Gli omicidi e le stragi del ’92 sono per Cosa Nostra la pars destruens di un progetto teso a recuperare il potere messo in crisi dalla perdita di referenti politici affidabili e dall’offensiva di magistrati integerrimi come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino mentre le stragi del ’93 vengono programmate per ottenere con il ricatto delle agevolazioni sul piano giudiziario ma soprattutto per creare un clima, per favorire l’affermazione di un nuovo referente politico, sono la pars construens del progetto.

– è improprio parlare di una “trattativa Stato-mafia” per quanto riguarda la trattativa intavolata dal ROS con l’asse Ciancimino-Provenzano per far cessare le stragi : questa trattativa  (che inizialmente parte come un contatto esplorativo (giugno e luglio ’92) e solo nel novembre del ’92 diventa una trattativa vera e propria che poi si concretizza in un accordo nel mese successivo, accordo che con ogni probabilità prevedeva, in cambio della testa di Riina e della cessazione degli omicidi, la latitanza assicurata a Provenzano, un interessamento alle vicende giudiziarie personali di Vito Ciancimino e più in generale un’attenzione particolare alle questioni giudiziarie che tormentavano Cosa Nostra ) non ha mai avuto una vera e propria copertura istituzionale, non può essere considerata una trattativa dello Stato perché ne mancano i presupposti, si è trattato a tutti gli effetti di un’iniziativa gestita unicamente dal ROS per raggiungere un armistizio con Cosa Nostra, principalmente allo scopo di proteggere esponenti della politica siciliana e nazionale potenzialmente a rischio, secondariamente per favorire, nell’ottica di un approccio teso al contenimento del fenomeno mafioso, un avvicendamento nella struttura di comando di Cosa Nostra ed in terzo luogo per acquisire prestigio ed importanza con la cattura di Riina.

– è del tutto improprio parlare di una “trattativa Stato-mafia” anche nel caso della stagione stragista del ’93 perché lo Stato in quanto tale non partecipa ad una trattativa ma è vittima di un ricatto di Cosa Nostra, un ricatto che ha lo scopo di ottenere dei risultati immediati e altri risultati diluiti nel tempo. Il fatto che soggetti appartenenti ad apparati dello Stato si siano lasciati coinvolgere in vicende oscure o che abbiano assecondato, più o meno consapevolmente, le intenzioni ed i progetti di Cosa Nostra o che soggetti con responsabilità istituzionali abbiano ceduto al ricatto non ci permette di classificare la stagione stragista del ’93 come una ”trattativa Stato-mafia”, si trattò appunto di un ricatto ai danni dello Stato perpetrato da Cosa Nostra con la complicità di soggetti collusi e/o di “servitori dello Stato”  più o meno compiacenti. Chi invece cedette al ricatto perché costretto dalle circostanze non può che essere considerato una vittima del ricatto stesso.

Come ebbe a dire Giovanni Falcone, la mafia  non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione.

La storia della stagione stragista del ’92 e del 93 è anche la storia di una perfetta simbiosi.

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