Via d’Amelio, quattro arresti per la strage. I pm: “Borsellino tradito da un carabiniere”

La Dia ha notificato ordinanze in carcere al boss Salvino Madonia, che avrebbe partecipato alla riunione in cui si decise la morte del giudice, e ad altri due esecutori dell’eccidio avvenuto il 19 luglio 1992. Manette a Calogero Pulci, ritenuto un falso pentito. La Procura di Caltanissetta boccia anche Massimo Ciancimino (“Inattendile”) e avanza un’ipotesi drammatica per il movente della strage: “Borsellino era di ostacolo per la trattativa Stato-mafia”. Ecco l’atto d’accusa dei magistrati

Dopo aver svelato il depistaggio del falso pentito Vincenzo Scarantino, la Procura di Caltanissetta prova a rimettere in ordine i tasselli della complicata indagine attorno alla morte del giudice Paolo Borsellino. Determinante si è rivelata la collaborazione del pentito Gaspare Spatuzza, l’ex killer di Brancaccio che rubò la Fiat 126 poi imbottita di esplosivo: nei mesi scorsi, le sue dichiarazioni hanno portato alla scarcerazione di sei innocenti; adesso, fanno scattare quattro ordinanze di custodia cautelare, che sono state firmate dal gip Alessandra Giunta. Questa mattina, i provvedimenti sono stati notificati in carcere dalla Dia al capomafia pluriergastolano Salvino Madonia (è accusato di aver partecipato nel dicembre 1991 alla riunione della Cupola in cui si decise l’avvio della strategia stragista) e ai boss Vittorio Tutino e Salvatore Vitale (il primo rubò con Spatuzza la 126 per la strage; il secondo abitava nel palazzo della madre di Borsellino, in via d’Amelio, e avrebbe fatto da talpa agli stragisti). Un quarto provvedimento riguarda il pentito Calogero Pulci, era l’unico in libertà: è accusato di calunnia aggravata, perché con le sue dichiarazioni avrebbe finito per fare da riscontro al falso pentito Vincenzo Scarantino. La Procura aveva chiesto l’arresto di una quinta persona, il meccanico Maurizio Costa, a cui Spatuzza si rivolse per sistemare i freni della Fiat 126, ma il gip ha rigettato la misura. Costa resta indagato a piede libero per favoreggiamentro aggravato.

Ecco, dunque, un primo importante passo avanti per fare luce sui misteri che vent’anni dopo ancora si addensano attorno a via d’Amelio. La nuova inchiesta porta la firma del procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, degli aggiunti Domenico Gozzo e Amedeo Bertone, dei sostituti Nicolò Marino, Gabriele Paci e Stefano Luciani. Con i magistrati lavora ormai da anni una squadra della Dia di Caltanissetta, coordinata dal vice questore aggiunto Ferdinando Buceti.

L’ultimo atto d’accusa della Procura nissena si compone di 1670 pagine, riportate e analizzate nel provvedimento del gip: i magistrati ricostruiscono non solo la fase esecutiva della strage, ma affrontano anche i delicati capitoli del movente e dell’eventuale coinvolgimento di uomini delle istituzioni. Ecco alcuni passaggi cruciali del documento, con le ricostruzioni e le testimonianze che finiscono per chiamare in causa pezzi dello Stato.

Chi azionò il telecomando
I pm escludono che i mafiosi fossero appostati al Castello Utveggio di Montepellegrino, che sovrasta via d’Amelio. Secondo il racconto del pentito Fabio Tranchina, “è quasi certamente Giuseppe Graviano che azionò il telecomando”, scrivono i magistrati. “Era dietro il muro che delimitava la fine della via D’Amelio ed un retrostante  giardino”. Graviano è stato già condannato per la strage del 19 luglio.

L’uomo del mistero
Il pentito spiega di aver portato l’auto in un garage di via Villasevaglios, per essere caricata di esplosivo. Era il giorno prima della strage. Assieme ad altri mafiosi c’era un uomo che Spatuzza non aveva mai visto. Scrivono i pm: “Non è allo stato possibile affermare che l’uomo notato da Spatuzza fosse un uomo appartenente ai servizi di sicurezza per il solo fatto che il collaboratore non ebbe a riconoscerlo come appartenente a Cosa nostra”. I magistrati aggiungono però: “Non si può escludere allo stato l’ipotesi di un coinvolgimento nella fase preparatoria della strage di personaggi “riservati”, ignoti a Spatuzza”. Ecco il primo dei misteri ancora da risolvere, per cui le indagini proseguono.

La trattativa e il “traditore”
Il secondo mistero riguarda l’agenda rossa di Borsellino, scomparsa sul luogo della strage. In quelle pagine, probabilmente, il giudice aveva annotato la sua ultima scoperta dopo la morte dell’amico Giovanni Falcone. Non sappiamo con precisione cosa, però adesso le indagini di Caltanissetta dicono che Borsellino sapeva dei primi contatti intrapresi da alcuni carabinieri del Ros con l’ex sindaco Vito Ciancimino (contatti che poi si sarebbero trasformati in una trattativa Stato-mafia ancora oggi dai contorni poco chiari). Lo riferisce ai pm il magistrato Liliana Ferraro, che qualche tempo prima era stata avvicinata proprio da un ufficiale del Ros: “Vidi Borsellino il 28 giugno e affrontai l’argomento”, precisa la Ferraro.

Il giorno dopo, Borsellino incontrò altri due colleghi magistrati, Alessandra Camassa e Massimo Russo. “Si distese sul divanetto del suo ufficio  –  ha messo a verbale la Camassa  –  e mentre gli sgorgavano le lacrime dagli occhi, disse: “Non posso pensare che un amico mi abbia tradito”. Massimo Russo ha aggiunto: “Qualche giorno prima era stato a Roma e aveva avuto un pranzo, forse una cena, con alti ufficiali dei carabinieri. Fu lo stesso Borsellino a parlarcene a un certo punto”. Sia la Camassa che Russo pensarono che il traditore fosse a quella cena. E adesso lo pensano anche i magistrati di Caltanissetta: “E’ probabile  –  scrivono – che il traditore fosse tra le persone incontrate”.

Così, dopo i verbali di Camassa e Russo, i pm inseriscono nella loro ricostruzione le dichiarazioni della moglie di Borsellino, Agnese. “Il 15 luglio, verso sera, conversando con mio marito in balcone lo vidi sconvolto, mi disse testualmente: “Ho visto la mafia in diretta, perché mi hanno detto che il generale Subranni era “punciutu”. Tre giorni dopo, durante una passeggiata sul lungomare di Carini, mi disse che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere”.

“Punciutu”, vuole dire mafioso. I pm osservano: “Un’inquietante confidenza in relazione alla figura del generale Subranni, capo del Ros dei carabinieri, proprio la struttura che stava conducendo la cosiddetta trattativa”. Per questa ragione, Subranni è indagato dalla Procura di Caltanissetta per concorso esterno in associazione mafiosa.

Risentita nuovamente dai pm, la signora Borsellino ha aggiunto un ricordo: “Mio marito non mi parlò mai di trattativa, ma a metà giugno mi fece cenno a un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato”.

Ancora “metà giugno”, il periodo in cui Graviano avviò i preparativi per la strage, incaricando Spatuzza di rubare la 126. Ecco il dilemma che si pongono i magistrati: “La trattativa fu tra i motivi aggiuntivi che hanno spinto Cosa nostra ad effettuare proprio nel luglio 1992 la strage di via d’Amelio per mera leggerezza di chi a quella trattativa ha partecipato? Ovvero (purtroppo) qualche ‘servitore dello stato infedele’ si spinse sino al punto di additare volontariamente il dottor Borsellino come ostacolo al buon fine della trattativa?”. Dopo aver riletto le dichiarazioni del pentito Giovanni Brusca i magistrati di Caltanissetta propendono per l’ipotesi più drammatica, “che qualcuno abbia riferito a Cosa Nostra che Borsellino era di ostacolo alla prosecuzione della trattativa”. Così, il tentativo di bloccare le stragi si sarebbe trasformato nel più grande pasticcio (ovvero patto scellerato) della Repubblica. La conclusione dei pm è amara: “Alcuni significativi risultati Cosa nostra li ha ottenuti. Si è accertato che i provvedimenti di carcere duro, i cosiddetti 41 bis, sono scesi vertiginosamente, dai 1200 in vigore alla fine del 1992 ai circa 400 alla metà del 1994”. Chi decise? I pm non credono alla versione dell’ex Guardasigilli Conso, che si è assunto la totale responsabilità di quella scelta. Così, ancora una volta, l’indagine torna nel cuore dello Stato.

Il “supertestimone” Ciancimino
Un contributo importante per risolvere i misteri di quei mesi i pm di Caltanissetta si aspettavano dal figlio dell’ex sindaco di Palermo. Ma Ciancimino junior ha deluso, e non poco. I pm sono disposti a concedergli solo un merito: “Ha contribuito a risvegliare la memoria di persone che, pur non direttamente chiamate in causa da lui, forse temevano che fosse a conoscenza di vicende inerenti la trattativa di cui essi erano stati testimoni privilegiati e che in precedenza non avevano mai rivelato ad alcuno”. Per il resto, i pm nisseni parlano di “un giudizio finale sostanzialmente negativo sull’attendibilità intrinseca” di Massimo Ciancimino. In un altro passaggio, i magistrati parlano addirittura di “pseudo collaborazione  di Ciancimino”, che “sembra essere più favorevole agli interessi di Cosa nostra che a quelli dello Stato”. Ma perché questo atteggiamento? I pm ipotizzano che Ciancimino voglia ancora “salvaguardare il proprio patrimonio”, ma ipotizzano pure che dietro di lui “si nasconda una occulta cabina di regia”.

Salvo Palazzolo per La Repubblica, 8 marzo 2012

 

Borsellino sapeva della “trattativa”

Udienza 28 settembre 2010 del processo a carico del Gen. Mario Mori e del Col. Mauro Obinu (pubblico ministero: Antonino Di Matteo).

Paolo Borsellino era stato informato dei contatti avviati dal ROS dei Carabinieri con Massimo Ciancimino per ottenere la collaborazione del padre Vito.

A dichiararlo è Liliana Ferraro, dopo la morte di Giovanni Falcone Direttore degli affari penali del Ministero della giustizia guidato da Claudio Martelli, sentita come testimone il 28 settembre 2010 nel processo a carico del Generale Mario Mori e del Colonnello Mauro Obinu per la mancata cattura di Bernardo Provenzano in un casolare di Mezzojuso nel 1995.

Liliana Ferraro ha dichiarato di aver incontrato Giuseppe De Donno, Capitano del ROS dei Carabinieri, nella settimana del trigesimo anniversario della morte di Giovanni Falcone. De Donno si recò al Ministero per informare la Ferraro dell’iniziativa del ROS di avviare dei contatti con Massimo Ciancimino per agganciare il padre Vito ed indurlo a collaborare con i Carabinieri per porre fine allo stragismo. De Donno trasmise inoltre alla Ferraro la richiesta ricevuta da Massimo Ciancimino, su mandato del padre Vito, di avere la garanzia di una “condivisione politica”. “Mi disse che aveva preso contatti con il figlio Massimo e che attraverso questi pensava di agganciare o aveva già agganciato, non ricordo bene, Vito Ciancimino, mi chiese infine se fosse il caso di accennare la vicenda al Ministro Martelli poiché chiedeva anche un sostegno politico per l’iniziativa che stavano intraprendendo”. (Liliana Ferraro)

Ferraro apprese tali informazioni dal Capitano De Donno, lo invitò a parlarne con il magistrato competente Paolo Borsellino.

Dopo aver avvertito il Ministro Martelli del colloquio avuto con De Donno ed averlo messo al corrente del contenuto, il 28 giugno 1992 Liliana Ferraro incontrò Paolo Borsellino, di ritorno da un convegno di magistrati a Giovinazzo di Bari, all’aeroporto di Roma Fiumicino. In questa occasione informò il magistrato della visita di De Donno avvenuta una settimana prima: “Ho riferito a Paolo di questo e non mi pare ci fu un commento particolare, mi disse qualcosa del tipo: “va bene adesso ci penso io” mentre ricordo che volle avere una serie di informazioni sulla vicenda mafia-appalti condotta dal ROS dei Carabinieri, inoltre parlammo di Gaspare Mutolo e del fatto che voleva parlare solo con lui e non con altri magistrati della Procura di Palermo. Io uscii e chiamai il Procuratore di Palermo Giammanco affinché fosse favorito questo colloquio tra Mutolo e Borsellino.

Ho detto a Borsellino che era venuto il Capitano De Donno che molto emozionato mi aveva detto che aveva conosciuto Massimo Ciancimino ecc.. ritengo di avergli detto della richiesta di sostegno politico e dello scopo dell’iniziativa di fermare le stragi, mi disse “ci penso io”.

La mattina del 18 luglio 1992, un giorno prima di morire, Paolo Borsellino chiamò Liliana Ferraro dicendole che il lunedì sarebbe partito per la Germania e che al suo ritorno avrebbero dovuto parlare. “Mi ha telefonato e mi ha detto che la settimana dopo, i primi giorni della settimana dopo, avrebbe fatto in modo di ritagliare un bel po’ di tempo perché avevamo bisogno di parlare”. (Liliana Ferraro)

Il Pubblico Ministero Antonino Di Matteo, durante l’udienza, ha ricordato a Liliana Ferraro un’annotazione nelle agende del Generale Mori del 1992, prodotte dalla difesa, da cui risulta che il 27 luglio 1992 Mori era “a cena con la Dott. ssa Ferraro e con il Dott. Sinisi”. Ferraro, sul punto, ha affermato: “La cena la ricordo ma non ricordo la data, ricordo la cena perché in quell’occasione sia De Donno che Mori mi dissero che ero il loro punto di riferimento al Ministero dopo la morte di Falcone. Non sono tornata su Ciancimino perché fin da quando cominciai a lavorare con Falcone e Borsellino nel 1983 avevamo una sorta di comportamento automatico, io difficilmente facevo domande che riguardavano le indagini e loro non mi davano informazioni sulle indagini a meno che io non dovessi svolgere una determinata attività”.

Nell’autunno del 1992, orientativamente in ottobre, in occasione di un incontro concernente un colloquio investigativo, Ferraro ha ricordato che Mori le parlò della questione del passaporto richiesto da Vito Ciancimino e ha aggiunto: “ritengo di aver pensato che andavano avanti questi rapporti con Ciancimino per indurlo a collaborare, ma che non c’era ancora una collaborazione. Ho ricordo preciso che fu Mori a parlarmi del passaporto. Non ricordo di avergli chiesto perché lo chiedeva a me”.

Anche di questo colloquio con Mori, la Ferraro informò il Ministro Martelli che si mostrò molto infastidito dalla richiesta di un passaporto avanzata da Ciancimino perché in quello stesso periodo il Ministero della giustizia, con la Commissione Antimafia e il Parlamento, si stava adoperando per ottenere il blocco dei beni dell’ex sindaco di Palermo.

La prima volta che la Ferraro riferì tali fatti all’autorità giudiziaria fu davanti al magistrato fiorentino Gabriele Chelazzi. “.. sono stata chiamata dal Dott. Chelazzi che mi aveva chiamato per alcuni aspetti che non erano di mia competenza perché riguardavano gli istituti di pena e in più mi fece una serie di domande sull’attività del Ministero ma credo ci sia un verbale. Avevamo finito il verbale su queste altre vicende quando il Dottor Chelazzi mi disse: “ti ricordi che è successo tra la morte di Giovanni e Paolo ecc.. ?” E io dissi: “certo!” e mi fece delle domande che riguardavano appunto alcuni.. aveva davanti l’agenda del Generale Mori e mi fece alcune domande.. Prima di assentarsi con il Procuratore Vigna, mi disse: “io adesso sto seguendo un mio filone d’indagine però ti dovrò risentire sul punto, poi è morto. Mi fece delle domande sui miei incontri con Mori..

Di queste domande e delle relative risposte non ci sono tracce. Non esiste un verbale delle dichiarazioni a Chelazzi della Ferraro, riguardanti i suoi colloqui con Mori, in quanto non erano oggetto del tema per cui era stata convocata dal magistrato fiorentino.

Infine il dato rilevante della testimonianza del Generale Antonio Subranni, all’epoca diretto superiore di Mori e De Donno. Il Generale, a giudicare dalla sua testimonianza, non era informato della loro iniziativa di agganciare Vito Ciancimino.

Martina Di Gianfelice per http://www.19luglio1992.com del 3 ottobre 2010

Così Cosa Nostra evitò la trappola di Tangentopoli

Mafia e appalti, il sistema nazionale. Ciancimino disse al Ros: quel patto manda avanti l’ Italia. E Borsellino era vicino alla verita’

PALERMO – Val la pena di occuparsi di Paolo Borsellino e della sua morte. Vale la pena, senza star tanto a chiedersi perche’ occuparsene ora, come se ci fosse un giorno, un mese, un anno piu’ adeguato. Quale sarebbe, poi, il momento acconcio? Come se fosse meno decoroso o piu’ ambiguo chiedersi perche’ allora Paolo Borsellino fu soffocato dalla solitudine e tradito dal silenzio o da qualche sussurro. Le inchieste della Procura di Caselli, i nomi eccellenti finiti sul banco degli imputati e la cattura di Riina, Bagarella, Brusca, per farla breve i successi dello Stato potevano gettare (o hanno gettato?) in un angolo, malgrado le intenzioni, quei lacerti di verita’ che avvicinano alle ragioni della sua morte. Alla causa di quell’ attentato che, come sostengono i pubblici ministeri di Caltanissetta, fu “misteriosamente accelerato”. E, se non si vogliono chiudere gli occhi davanti alla realta’ , anche alla tessitura di un ambiente che, nel 1991 e ancora l’ anno dopo, tra le convenienze del “blocco mafioso” e la scelta di coraggio di Borsellino scelse le prime, schiacciando la seconda. Sappiamo, finalmente, che Paolo Borsellino cercava nell’ intreccio tra la mafia, la politica e l’ imprenditoria la “causale” della morte di Giovanni Falcone. E aveva deciso di muoversi da solo, in segreto, con un ristretto numero di investigatori, diffidando del procuratore Pietro Giammanco e della Procura di Palermo. Val la pena di aggiungere, della Procura di Palermo degli anni 1991 / 1992. Anno cruciale, il 1991. Gia’ incubava la crisi di legittimazione del ceto politico che poi sprofondo’ nella catastrofe giudiziaria di Tangentopoli. E gia’ Cosa Nostra, con grande tempismo, cambia pelle, uomini e procedure. L’ obiettivo e’ lo stesso: stringere in un solo nodo ben serrato le utilita’ della politica, le convenienze dell’ imprenditoria e i vantaggi della mafia. Raccontiamolo con le parole di Vito Ciancimino, l’ intreccio: “E’ impensabile che il sistema politico e imprenditoriale italiano possa sopravvivere senza l’ esistenza della tangenti. E’ come se a una macchina uno gli toglie una ruota. Partiti e imprenditoria non possono fare a meno di questo meccanismo tangentizio che permette ai partiti di avere le somme di denaro disponibili per i loro bisogni; alle imprese di creare fondi neri per pagare tangenti e affrontare le necessita’ dell’ impresa. Mentre Cosa Nostra garantisce che i patti stabiliti tra le imprese, e tra le imprese e i politici, siano rispettati con il ricatto del terrore”. Chiaro, no? E’ il giugno del 1992. Vito Ciancimino parla al capitano De Donno nel salotto della sua casa romana di via San Sebastianello, tra piazza di Spagna e Trinita’ dei Monti. Il capitano del Ros e’ li’ per l’ impresa folle, spregiudicata (e per altri torbida e inquietante) di sollecitare la collaborazione del vecchio sindaco di Palermo e amico dei Corleonesi. L’ ufficiale, autorizzato dai suoi superiori, vuole farsi dare una mano per capire dove cercare gli assassini di Falcone. Per parare nuovi colpi, se nuovi colpi sono in programma. Per mettere le mani su Salvatore Riina. Ciancimino accetta il colloquio, non si tira indietro e sciorina al capitano una proposta, a tutta prima, pazzoide. Ha detto l’ ufficiale ai giudici: “Ciancimino ci propose di creare un’ attivita’ investigativa che lo vedesse protagonista al nostro servizio. Si proponeva quasi come un infiltrato, diciamo cosi’ . Era sicuro di poter ricreare un sistema nazionale, di poter svolgere la figura del garante di questo sistema tangentizio nazionale per tutte le forze politiche facendo conto su un elemento sostanziale: il potere intimidatorio di Cosa Nostra. Tutta questa attivita’ doveva essere gestita da lui con un paio di societa’ che avrebbero dovuto lavorare per suo conto. Per noi ci sarebbe stato il ritorno pratico di tutta questa massa d’ informazioni”. Una pazzia? Meno di quanto si possa immaginare a leggere la tiritera del corleonese. Il “nuovo sistema” era gia’ pronto da un anno. Tocca ascoltare Giovanni Brusca, l’ assassino di Giovanni Falcone. E’ incerto sulle date. “Era la fine del 1990 o l’ inizio del 1991 o la fine del 1991 quando Salvatore Riina dice che bisogna considerare un’ impresa sull’ orlo del fallimento, la “Reale costruzioni”, “come se fosse sua”. Noi la mettiamo al centro del gioco e cambiamo il gioco. Al famoso tavolo rotondo dove sedevamo noi, con le imprese siciliane e nazionali, c’ era prima la societa’ “Impresem” di Salamone che faceva da anello con i politici e Angelo Siino distribuiva appalti e tangenti. Sbaracchiamo tutto. Al posto della “Impresem” mettiamo la “Reale”. Dov’ era Salamone sistemiamo Benny D’ Agostino. Mettiamo da parte Angelo Siino. Lo sostituiamo con Giovanni Bini. Sono facce pulite, gente della Palermo bene, utili per essere presentabili in quell’ altro mondo, con le imprese nazionali e i politici”. Domande. Quando comincia la “trasformazione”? Perche’ , apparentemente senza motivo, Riina rivoluziona il sistema? La risposta a queste domande incrocia tutti i fili che si aggrovigliano intorno alla Procura di Palermo nel 1991 e nel 1992. Il lavoro investigativo del Ros su Mafia & Appalti; la riluttanza dell’ ufficio del procuratore Pietro Giammanco a trasformare le informative dell’ Arma in un’ indagine accurata; la mano complice che consegna quel fascicolo agli uomini di Cosa Nostra e che obbliga i Corleonesi a bruciare il vecchio sistema e a metterne in piedi, con altre sigle e altri responsabili, uno nuovo di zecca. E’ un fatto che, come sostengono i procuratori di Caltanissetta, “depositare l’ intera informativa del Ros senza un omissis ha significato cancellare tutte le potenzialita’ dell’ indagine”. Mossa avventata e dispettosa? Sospetta, come gridarono i carabinieri? Comunque mossa, dicono oggi i magistrati nisseni, che “impedi’ di individuare alcuni personaggi che non furono sfiorati dalle indagini”. Per fare qualche nome, a mo’ di esempio: Salvatore e Antonino Buscemi. Sono i fratelli mafiosi di Boccadifalco ad “aver in mano” molti bandoli dell’ intricata matassa. Sono in societa’ nella “Calcestruzzi” con il gruppo Ferruzzi – Gardini, spiega Giovanni Brusca (vedi il suo interrogatorio qui accanto). Controllano gli uomini nuovi del “sistema” siciliano. Hanno “rapporti privilegiati” che non mettono in comune nemmeno con Salvatore Riina. Che se ne lamenta, alquanto querulo: “Se lo tengono bello stretto stretto”. Salvatore e Antonino Buscemi hanno soprattutto “un aggancio con un magistrato” e anche questo “se lo tenevano stretto”. C’ e’ chi considera questa notizia un “veleno” di Palermo. Con maggiori probabilita’ , e’ un buon indizio per un’ indagine soprattutto se combacia con altri indizi e con una convinzione che non e’ piu’ un’ ipotesi: Borsellino capi’ che nel rapporto Mafia & Appalti c’ era la ragione della morte di Falcone; che nei suoi “diari” c’ erano tracce delle complicita’ . Senza accorgersene, si avvicino’ troppo al nuovo sistema voluto da Riina e, quindi, alla sua crudele fine. L’ ipotesi e’ della Procura di Caltanissetta. Dove dicono (ancora in maniera anonima): “Abbiamo tante fonti di prova che dimostrano come Borsellino si rigirava gli appunti di Falcone tra le mani. Abbiamo fonti di prova che aveva eletto l’ indagine sugli appalti a priorita’ assoluta. E tuttavia dobbiamo ancora lavorare per dimostrare che, si’ , Paolo Borsellino aveva capito come Cosa Nostra aveva trasformato il “sistema”, come questo “sistema” non fosse soltanto regionale ma nazionale, come portasse lontano da Corleone. Noi crediamo che proprio questo sia accaduto. D’ altronde fu lui, era il primo giorno di luglio del 1992, a sentirsi dire dal pentito Leonardo Messina che “la Calcestruzzi” era di Salvatore Riina”. Questo ha perduto Paolo Borsellino morto nella piu’ “inutile” (all’ apparenza) strage di Cosa Nostra. Affermazione che ne trascina un’ altra. Ecco che cosa ha impedito di ricostruire la “corruzione sistemica”, poi svelata da Mani Pulite a Milano, con un anno d’ anticipo a Palermo dove, al contrario di Milano, il “sistema” aveva, prima dell’ arrivo di Caselli nel gennaio del 1993, un vantaggio: qualche magistrato e un procuratore “stretto” nelle mani di Cosa Nostra. Fosse soltanto per capire le ragioni di quel “ritardo” e di tragedie che potevano essere evitate, e’ valsa la pena di occuparsi di Paolo Borsellino. Giuseppe D’ Avanzo (3 – fine. Le puntate precedenti sono state pubblicate il 9 e il 10 febbraio)

Giuseppe D’Avanzo per il Corriere della Sera dell’11 febbraio 1999

Gli articoli originali sul sito del Corriere :

C’è del marcio in procura ?

Ecco perché fu ucciso Borsellino

Così Cosa Nostra evitò la trappola di Tangentopoli

Appalti, ecco perché fu ucciso Borsellino

Appalti, nuova pista per Borsellino. Il magistrato voleva riaprire l’ indagine insabbiata, incontro segreto con i vertici del Ros

PALERMO – Perche’ , il 19 luglio 1992, fu ucciso Paolo Borsellino? La sua morte si coniuga male con l’ abituale, perche’ secolare, pragmatismo di Cosa nostra. Giovanni Falcone era morto da 48 ore. Erano le 8 del mattino del 26 maggio e le stanze della Procura di Palermo erano deserte, ghiacce, gonfie di un silenzio oscuro come l’ angoscia. Paolo Borsellino ragionava della “convenienza” per la mafia di uccidere il suo amico a Palermo. Diceva: “Per killer e mandanti di mafia il problema piu’ importante e’ assicurarsi l’ impunita’ , che e’ una costante per i mafiosi. La certezza dell’ impunita’ e’ condizione essenziale per Cosa nostra. Nessun mafioso e’ disposto a rischiare anche un sol giorno di galera per un omicidio”. Ecco perche’ , dopo sette anni, e nonostante i processi e le condanne, le ragioni della strage di via D’ Amelio stanno in piedi come un sacco vuoto. Anche il piu’ gonzo (o sanguinario) di quegli “uomini del disonore” avrebbe potuto prevedere che schiacciare con il tritolo la vita di Borsellino, a 56 giorni dall’ esplosione di Capaci, avrebbe rovesciato sulle loro teste le residue forze di uno Stato debilitato dagli arresti e dalle incriminazioni di Mani pulite. Bernardo Provenzano e Salvatore Riina devono aver messo in conto la spietata repressione dello Stato. Eppure, decisero quella mossa. Perche’ ? Apparentemente Borsellino non era, in quel momento, una minaccia come poteva esserlo Falcone, Zar della lotta antimafia. Era in un angolo, messo nell’ angolo dal procuratore Pietro Giammanco. Ha raccontato Lucia Borsellino a Umberto Lucentini (Il valore di una vita): “Pur di continuare a lavorare, papa’ era disposto ad accettare i limiti che gli pone sempre piu’ spesso Giammanco. Gli costa un sacrificio doppio sapere che, per motivi gerarchici, e’ costretto a raccontare al suo superiore i passi delle sue indagini, senza pero’ ricevere lo stesso flusso di informazioni”. Borsellino, nell’ estate del 1992, e’ un uomo in ginocchio. Disperato per la morte dell’ amico, costretto a non mettere becco sulle indagini di Palermo, confinato alle inchieste di Trapani e Agrigento, imbrigliato sulla sua seggiola di procuratore aggiunto dal diffuso potere di Giammanco (che addirittura gli tace una notizia di “un pesante segnale di pericolo per la sua incolumita”). Perche’ ucciderlo, allora? I magistrati di Caltanissetta lo hanno chiesto ossessivamente ai disertori di Cosa nostra. Salvatore Cancemi era a Capaci e faceva “la staffetta” a via D’ Amelio. Ha risposto di “non saperlo”. Giovanni Brusca, che a Capaci addirittura schiaccio’ il pulsante dell’ attentatuni, ha detto di essere rimasto “sorpreso” dalla morte del giudice. Si tocca con mano che le ragioni della morte di Borsellino sono piu’ segrete, piu’ intricate, meno trasparenti. Anche per alcuni boss della Commissione. Anche dentro Cosa nostra. “Perche’ fu ucciso Paolo Borsellino” e’ comunque una domanda che puo’ avere una risposta. Le possibili tracce di una risposta, gli indicativi segni per una spiegazione sono stati (e sono) sotto gli occhi di tutti. Pochi se ne vogliono curare (o sono a disagio a curarsene). Pochissimi ne vogliono parlare (o scriverne). E tuttavia quelle impronte (non superficiali) ognuno, se vuole, puo’ maneggiarle soppesandone il valore e la densita’ . Ha raccontato il pubblico ministero Antonio Ingroia, quasi un figlio adottivo per Borsellino: “Paolo in quei giorni riprese in mano il famoso rapporto dei carabinieri del Ros su mafia e appalti”, un’ inchiesta nata con Falcone procuratore aggiunto e finita nelle mani di Giammanco. Borsellino legge e rilegge “i diari di Falcone”, pubblicati dal Sole 24 Ore, che raccontano il conflitto in Procura che obbligo’ il giudice a lasciare Palermo. Dice Ingroia (Il valore di una vita): “Paolo vuole approfondire quelle vicende, sente che si tratta di episodi che, letti in un modo isolato, possono sembrare inconsistenti, ma che per il solo fatto di essere stati scritti da un uomo come Falcone nascondono qualcosa di importante… In quei giorni Paolo contatta le persone citate negli appunti di Giovanni, i colleghi della Procura di cui si fida e che sono in grado di offrirgli nuovi particolari su quelle vicende”. Paolo Borsellino si convince che “la causale piu’ probabile della morte di Giovanni” e’ nell’ intreccio degli appalti. Ne parla con Leonardo Guarnotta, l’ amico del vecchio pool dell’ ufficio istruzione (oggi presidente del tribunale che giudica Dell’ Utri). E fa di piu’ . In un caldo pomeriggio di meta’ giugno chiede al generale del Ros Mario Mori “un incontro riservato”. Lontano dalla procura. In una stanza appartata della caserma dei carabinieri di piazza Verdi a Palermo. L’ annotazione di quell’ appuntamento, dicono, e’ ben chiara nell’ agenda del magistrato. Borsellino, da uomo franco, mette subito le carte in tavola. Vuole la disponibilita’ di quello speciale nucleo d’ investigazione per un’ indagine che deve essere segreta. Chiede che il capitano Giuseppe De Donno gli sia accanto. E, d’ altronde, e’ l’ ufficiale che ha lavorato al Rapporto Mafia – Appalti, il piu’ indicato dunque per riprenderne le fila (vedi qui accanto la sua deposizione al processo, 4 dicembre 1998). E’ pero’ un lavoro che deve essere fatto a due condizioni. La procura di Giammanco non deve sapere nulla; il capitano deve riferire soltanto a lui. Leggere i verbali dell’ interrogatorio dell’ ufficiale e del generale Mori accappona la pelle. Borsellino e’ un uomo assediato, convinto che li’ in quella Procura qualcuno ha tradito Falcone. Lo disse, senza tanti giri di parole, anche in quel mattino del 26 maggio: “Soltanto in questo ufficio sapevano che c’ erano ormai i numeri per fare, di Giovanni, il procuratore nazionale. Soltanto in quest’ ufficio sapevano che sabato 23 maggio, per due anni, sarebbe stato l’ ultimo sabato a Palermo per Giovanni”. Nonostante il tempo scivolato via, angoscia il pensiero di un uomo consapevole che, se vuole dare un nome agli assassini e un perche’ alla morte dell’ amico, si deve guardare da alcuni ambienti della procura. E, di piu’ , andare al limite della legge sollecitando indagini riservate e private. Si possono soltanto immaginare (forse) la disperazione, l’ affanno, la solitudine che ha spinto un servitore dello Stato come Borsellino a deformare le regole, rispettoso come ne era fino al tormento. Non si possono, invece, immaginare l’ intreccio criminale che ha intuito e le complicita’ che, quell’ intreccio, proteggevano. Un fatto e’ pero’ certo. Per sbrogliare quell’ intreccio e illuminarne le collusioni bisogna guardare agli appalti, a quel tavolo trilaterale dove sedevano politici, imprenditori e mafiosi. Ieri a Palermo e’ stato arrestato Giuseppe Pino Lipari. Era uno di quegli imprenditori su cui i carabinieri avevano puntato gli occhi nell’ inchiesta Mafia – Appalti. Si legge nell’ ordinanza del gip di Caltanissetta che ha riaperto l’ indagine sulla corruzione in Procura: “Assumere a sommarie informazioni Mario D’ Acquisto, gia’ segretario dell’ onorevole Franz Gorgone, il quale avrebbe informato dell’ esistenza della indagine Mafia & Appalti Pino Lipari”. Il primo rapporto Mafia & Appalti e’ del 20 febbraio 1991. Ieri era il 9 febbraio 1999. Sono gli otto anni di vantaggio che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non volevano concedere a Cosa nostra. Nonostante lo straordinario impegno di Giancarlo Caselli, sono stati concessi. Falcone e Borsellino sono morti. Giuseppe D’ Avanzo (2 – continua)

Giuseppe D’Avanzo per il Corriere della Sera del 10 febbraio 1999

C’è del marcio in Procura ?

PALERMO – Dentro il pozzo nero di questa storia ci potrebbero essere le tracce per dare risposte a qualche capitolo irrisolto delle cronache siciliane. Sono tracce che potrebbero spiegare perche’ il disvelamento della “corruzione sistemica” dell’ amministrazione e dell’ economia italiane, che e’ stato a portata di mano in Sicilia, e’ cominciato soltanto l’ anno dopo a Milano con Mani pulite. Si potrebbe finalmente capire perche’ con tanta, troppa precipitazione Cosa Nostra ha ucciso Paolo Borsellino. Forse, per venire ai giorni nostri, si potrebbe anche comprendere perche’ da un giorno all’ altro al generale Mario Mori, comandante del Ros (il nucleo d’ eccellenza investigativa dei carabinieri), e’ stato dato il benservito. Dopo le accuse del Ros, i magistrati di Caltanissetta dovranno chiarire i molti punti oscuri dell’ istruttoria mafia – appalti “Un pm proteggeva Provenzano?” Caso Siino, il gip ordina una nuova inchiesta sulla Procura di Palermo A dirla chiara, questa storia dovrebbe cominciare con un interrogativo che fa arrossire: nella Procura di Palermo c’ e’ stato (e magari c’ e’ ancora) un magistrato (piu’ d’ un magistrato) che ha maneggiato al disinnesco dell’ inchiesta Mafia & Appalti? Era, quella su Mafia & Appalti, un’ inchiesta con i fiocchi condotta (anno 1991) dai carabinieri del Ros del generale Mario Mori. Secondo l’ Arma, esisteva in Sicilia un tavolo trilaterale (politici – mafiosi – imprenditori) che governava l’ intero volume degli affari pubblici dell’ isola. Ricordano al Ros: “A nostro avviso, gli imprenditori e i politici nazionali, come i politici e gli imprenditori siciliani, non subivano la presenza della mafia. Al contrario, consapevolmente ne accettavano la presenza, convinti che quel terzo “socio” avrebbe difeso il sistema e ne avrebbe aumentato i profitti”. Si sa come fini’ . I carabinieri consegnano ai procuratori di Palermo la prima “informativa” nel febbraio 1991. In tempo reale, il dossier e’ nelle mani di Cosa Nostra. Chi viola il segreto? E perche’ ? E’ colluso? Complice? O, minacciato, e’ un pavido? L’ inchiesta, comunque, si sgonfia presto. Volano soltanto gli stracci. Si salvano gli imprenditori di riferimento di Salvatore Riina (Nino e Salvatore Buscemi) come le grandi societa’ del Nord al lavoro in Sicilia (la Calcestruzzi di Gardini vicina ai socialisti e la Tor di Valle di Catti – De Gasperi, la Rizzani de Eccher care al potere democristiano, le cooperative rosse). E’ il primo paragrafo della storia. Il secondo ha i vapori venefici che a Palermo fanno da sfondo ai conflitti tra gli apparati dello Stato. Novembre 1997. Un capitano del Ros, Giuseppe De Donno, testimonia alla Procura di Caltanissetta che, a dar fede alle confidenze di Angelo Siino (un mafiosaccio ritenuto “il ministro dei Lavori pubblici del governo corleonese”), quel dossier fini’ nella mani di Cosa Nostra. Dice De Donno: “Siino mi spiego’ che, nei primi mesi del 1991, entro’ in possesso della nostra informativa sugli appalti. Mi disse di averla ricevuta da alcuni magistrati della Procura. E mi fece i nomi dell’ allora procuratore Pietro Giammanco e di due sostituti, Guido Lo Forte e Giuseppe Pignatone”. Apriti cielo! Giancarlo Caselli denuncia una manovra “gravemente sospetta per i tempi, i modi e gli obiettivi”. Il generale Mario Mori difende il suo capitano. Si approssima una partita che non prevede il pareggio perche’ delle due, l’ una: o il capitano, sostenuto dall’ Arma, mente o, se non e’ un calunniatore, c’ e’ del marcio in Procura. Il dissidio sembra senza via d’ uscita eppure per quei bizantinismi che solo in Italia trovano cittadinanza, la terza via si riesce a trovare. I pubblici ministeri di Caltanissetta chiedono l’ archiviazione per l’ uno e per gli altri, per il capitano De Donno (accusato di calunnia) e per Giammanco, Lo Forte, Pignatone (accusati di corruzione). Il generale Mori e il procuratore Caselli possono allora con letizia farsi vedere insieme a cena. E’ una pace di respiro corto perche’ , si sa, il diavolo fa le pentole e non i coperchi. Cosi’ la storia si arricchisce di un terzo e quarto paragrafo. Terzo paragrafo. Guido Lo Forte non e’ soddisfatto dalle motivazioni dell’ archiviazione. Vi intravvede qualche interrogativo di troppo e, con una memoria, chiede che l’ inchiesta possa continuare per liberarlo del tutto dal sospetto di collusione. I procuratori di Caltanissetta, allora, prendono cappello e, a loro volta, sottoscrivono una memoria. Scrivono che De Donno mai fece pressioni su Siino. “Agli atti vi e’ la prova che Siino non interpreto’ mai le asserite pressioni del capitano come un tentativo di fargli dire cose false”. Liberano l’ ufficiale da ogni volonta’ calunniatrice. “…vi erano per converso numerosi elementi che potevano ingenerare nell’ animo del capitano il convincimento, se non proprio di una corruzione, quantomeno di una collusione di Lo Forte con esponenti politici”. Affermano come, a fronte del rapporto dell’ Arma, la Procura di Palermo senza “alcuna curiosita’ investigativa sui rapporti mafia – politica – imprenditoria” subito abbia minimizzato l’ intreccio. La conclusione e’ all’ acido muriatico: “Si evince che quando i carabinieri si stavano preparando a riferire sui politici e sui pubblici amministratori, la Procura chiede l’ archiviazione per gli imprenditori”. Il quarto paragrafo lo scrive da cima a fondo il gip Gilda Loforti. Che ci pensa su e conclude che l’ inchiesta non si puo’ chiudere con un “vogliamoci bene”. Troppi i testimoni chiave non interrogati. Troppi i nastri non trascritti correttamente. Insomma, scrive Gilda Loforti, “l’ esame degli atti evidenzia l’ incompletezza delle indagini e la necessita’ di approfondimenti investigativi”. Il giudice con pedanteria elenca. Quando e come si penti’ Angelo Siino? Perche’ non e’ stato ascoltato il generale Nunzella (capo di Stato Maggiore dell’ Arma) che era a conoscenza dei rapporti tra De Donno e Siino? Perche’ mi avete dato soltanto le copie delle conversazioni intercettate e non gli originali? E perche’ in larga parte di quelle copie c’ e’ la formula “incomprensibile”? Perche’ alcune frasi presenti nelle trascrizioni dell’ Arma non fanno capolino nelle trascrizioni della Procura? Chi e’ , ad esempio, “quel procuratore nelle mani di Provenzano” che assicurava al boss una quieta latitanza a Bagheria? E’ vero che il sostituto Roberto Scarpinato ammise con il capitano di aver archiviato l’ inchiesta “per le pressioni subite da parte di Lo Forte”? Tutto da rifare, dunque. L’ inchiesta come le polemiche. Che, c’ e’ da giurarci, non mancheranno.  (1 – continua)

Giuseppe D’Avanzo per Il Corriere della Sera del 9 febbraio 1999

L’enigma Ciancimino

Una sentenza del gip che, sottolineando la “specifica competenza e la indiscussa elevatissima professionalità del generale Mori e del colonnello Mauro Obinu” sostiene che la mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso, alla fine di ottobre del ’95, fu una scelta e non una casualità.

E poi due manoscritti di don Vito Ciancimino, sequestrati nella sua cella il 4 giugno del 1996, in cui, in uno ricostruisce i suoi movimenti attorno al giorno del suo ultimo arresto, il 19 dicembre del 1992 e nell’altro sostiene che “se Cancemi facesse davvero parte della Cupola, dovrebbe parlare della trattativa d’intesa con i carabinieri condotta da… (puntini di sospensione ndr) con la Cupola”. Riprende con nuovi elementi a sostegno delle intese tra Stato e mafia il processo nei confronti dei due ufficiali accusati di avere coperto la latitanza più longeva di un boss mafioso , quella di Bernardo Provenzano, che sfuggì alla cattura a Mezzojuso il 30 ottobre del ’95 e che adesso attende per il 10 ottobre la deposizione di Giovanni Brusca, che si è ricordato nuovi particolari che riferirà in aula. Quelli depositati sono “documenti originali scritti da Ciancimino e sequestrati nella sua cella dopo una perquisizione’’, ha spiegato il pm Di Matteo durante l’udienza.

Documenti che raccontano i movimenti di don Vito precedenti al suo arresto, quando da Roma, dal suo appartamento di via san Sebastianello, si muoveva diretto a Palermo. La trascrizione avviene sotto forma di diario: Scrive don Vito, sotto la dicitura Per il piano cosiddetto politico: il 17 (dicembre, ndr.) d’intesa con i carabinieri sono sceso a Palermo per avere il contatto programmato’. 19 dicembre: alle ore 17:30 è venuto De Donno (l’ufficiale del Ros, ndr). Per le mappe siamo rimasti che mi avrebbe fatto avere documenti più particolareggiati’. In questo caso don Vito si riferisce alle planimetrie di alcuni quartieri di Palermo dove si sarebbe nascosto Totò Riina, arrestato neanche un mese dopo. “Per la questione politica – scrive sempre Ciancimino – gli ho detto che avevo avuto il contatto e che il martedi successivo avrei ottenuto ulteriore risposta’’. Ma la risposta non arrivò mai, perchè don Vito venne arrestato poco dopo che De Donno aveva lasciato il suo appartamento .

I pm stanno esaminando attentamente questi documenti insieme ad un altro, misterioso e sconcertante, sequestrato all’inizio dell’estate a Palermo in uno sgabuzzino del palazzo di via Torrearsa, dove abita Massimo Ciancimino, durante la perquisizione conseguente alla scoperta dell’esplosivo nel giardinetto di casa e che riguarda, sempre, il periodo a cavallo tra la fine del ’92 e l’inizio del ’93. Nella lettera al padre, ritenuta rigorosamente “autentica’’ dai pm di Palermo, Massimo cita il nome di un certo “Giancarlo’’, che lui stesso ha identificato nell’allora capitano Beppe De Donno del Ros: un ufficiale in grado di fornire informazioni dettagliate ai Ciancimino (padre e figlio), per la sua conoscenza diretta dei verbali dei collaboratori di giustizia. Nella lettera cifrata si legge: “Ho visto Giancarlo come da appuntamento: ho posto i tre quesiti (T, 18 P e se era possibile prima della Cass. andare a casa). Mi ha detto che fino ad ora non ci sono novità. Restano i vecchi accordi presi con te”. E più avanti: “T non fa niente prima della sentenza P…. Aspetta insediamento del nuovo a Palermo. (È amico), per sapere notizie dei nuovi assetti”. E poi: “Per quanto riguarda P, si preoccupa di interventi esterni e per poterli arginare ha bisogno di parlare con te. Abbiamo stabilito che è il caso che vi incontriate al più presto. Come te lo spiego giorno 12 al colloquio”. Massimo, infine, ricorda al padre che nel gennaio successivo dovrà incontrare “qualcuno’’ in carcere durante il colloquio.

I riscontri effettuati hanno permesso di stabilire che, proprio il 12 gennaio del ’93, don Vito incontra a Rebibbia l’ufficiale De Donno. Tre giorni dopo, a Palermo, il Ros fa scattare le manette intorno ai polsi del boss Toto’ Riina, comparso a bordo di una Y 10 al cancello di una villetta di via Bernini.

Sul testo criptico del pizzino, è lo stesso Massimo a fornire dettagliate spiegazioni. La prima T sarebbe l’iniziale di “tubi” in riferimento alle mappe su cui Provenzano avrebbe indicato il luogo dove si nascondeva Totò Riina. “18 P’’ sarebbero i giorni da aspettare prima della perquisizione nel covo di via Bernini. La seconda T sarebbe ancora De Donno. La “sentenza P’’ sarebbe il via libera di Provenzano. “Amico’’ sarebbe Giancarlo Caselli, allora procuratore a Palermo. E, dulcis in fundo, la frase conclusiva: “Abbiamo stabilito che è il caso che vi incontriate al più presto”. Secondo la spiegazione di Ciancimino jr, il 18 gennaio del ‘93 – data riportata nel pizzino – don Vito, partecipando ad una udienza in Corte d’appello a Palermo, avrebbe dovuto incontrare in aula nientemeno che il superlatitante Provenzano.

Ma per la procura di Palermo la lettera dimostra soltanto (ed è un riscontro ritenuto “importante’’) che il giovane Ciancimino, in quella fase, svolge effettivamente il ruolo di intermediario tra il padre e una terza persona della quale vuole continuare, ostinatamente, a coprire l’identità. Poco credibile, per i pm, infatti, appare il riferimento ai “tubi’’, poco credibile l’indicazione fornita da Provenzano dei 18 giorni di “franchigia’’ prima dell’ingresso nel covo di via Bernini (“perchè proprio 18 e non 12 o 15?’’, si chiedono i magistrati). È più probabile, infine, che dietro lo pseudonimo di “Giancarlo’’ si celi in realtà, il solito e misterioso Carlo-Franco, l’agente segreto che avrebbe monitorato passo dopo passo il negoziato tra i boss e le istituzioni. Poco, per restituire all’enigmatico Massimo la patente di teste credibile “sempre e comunque’’. Molto, però, per aggiungere un altro tassello all’attendibilità di un istrione che, pur tra millanterie e bufale, resta l’unico vero postino, e per ora anche il solo testimone diretto, del patto tra i boss e lo Stato.

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza per Il Fatto Quotidiano del 24 settembre 2011

Carte false, manette, esplosivo. I segreti della “Ciancimino spy-story”. L’accusatore scagiona gli accusati. Senza volerlo

Quella freccina accanto ad una parola in codice che rimanda ad un nome importante. Il più importante di tutti, Gianni de Gennaro. Calunnia aggravata. Le manette. L’esplosivo in casa, trovato a colpo sicuro. Una sequenza tremenda, incredibile. E anni di rivelazioni, sospetti, denunce, accuse, illazioni, diventano un castello di carta.

Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, sembra concludere  così, senza gloria, la sua straordinaria, irripetibile avventura. Più di due anni, forse tre, fra le luci delle telecamere, i titoli dei giornali, la radio, la televisione, i libri di successo. Un cursus honorum da campione dell’antimafia.

Severo, rigoroso, fragile e sicuro di sé, gli occhi furbi di una faina che esplorano lo spazio attorno. Sembrano cercare protezione piuttosto che condivisione. E le carte sulle ginocchia, la pagina giusta nel momento giusta. Ogni volta quella che serve con il corredo dei ricordi di una padre potente, ma smarrito, spaventato. Pronto a vendersi in cambio di una vita nuova. A patto che sia conservato il nome vecchio. L’impossibile.

Don Vito un pentito? Mai e poi mai. Semmai un pacificatore, un mediatore. Un garante, come si conviene a quelli che contano. Non solo l’onore delle armi, ma rispetto. Sì, soprattutto rispetto. E lui, Massimo, che assiste alle maschere del padre costretto a piegarsi senza darlo a vedere, a pretendere rispetto senza averne.
Qualcosa ha imparato dalle giornate difficile del padre. Ha imparato a vendere bene la merce, a non venderla mai del tutto. A farsi desiderare, a tenere tutti con il fiato sospeso. Sto dalla vostra parte, ma non sono vostro. Non lo sarò mai, perché a quel punto sono finito. Questa la sua filosofia. Un azzardo, forse senza alternative.

La storia di Massimo s’interrompe per una buccia di banana. Un’ingenuità grande quanto una casa. Perché fra io tredici nomi, tutti in fila, ordinati, su quel documento infame ce n’è uno, che invece un nome non è e rimanda a qualcuno che lì non doveva starci. Scritto di fianco? Da chi, da don Vito? Massimo sostiene che non c’è niente di falso. Ma gli esperti affermano il contrario ed è a loro che bisogna dare retta, non c’è verso. Perciò non doveva esserci quel nome. E allora perché c’è entrato accanto alla “dozzina” di presunti trattativisti? Chi l’ha suggerito?  Una pensata di Massimo? Chi ha voluto che ci fosse? E per quale ragione?

Domande che difficilmente troveranno risposte in queste ore. È una matassa ingarbugliata, c’è da smarrirsi. Massimo che si gioca tutto sotto una carta non è partita giusta. Ha consegnato 250 documenti con una tempistica che pareva scritta su un copione, quasi che dovesse rispettare il film dell’indagine piuttosto che l’indagine in sé. La spettacolarizzazione della collaborazione. Insistita, esagerata, tremendamente rischiosa. Ed è proprio l’entità del rischio, con i nomi grossi di mezzo, che ha creato attorno a Massimo un alone di credibilità fra coloro che leggevano sui giornali ciò che andava raccontando. Non può dire ciò che dice senza avere le carte per provarlo, si sosteneva.

Naturalmente c’erano gli scettici e chi, fra gli inquirenti (è il caso della Dda di Caltanissetta), non ha mai considerato attendibile il figlio di don Vito, tutt’altro. Ed ora le indagini non vengono sporcate da quel falso d’autore.

Massimo Ciancimino paga un’esposizione mediatica senza precedenti. È rimasto in prima pagina per anni. Il più esperto dei comunicatori avrebbe fatto peggio, lui invece sembrava cavalcare la tigre con una nonchalance consumata, la faccia contrita, lo sguardo fiero e puntiglioso. Ogni volta una novità e rivelazioni, una dopo l’altra, con la verità che viene tessuta sapientemente davanti ad una platea che alterna creduloneria a scetticismo, interesse a disattenzione.

I suoi libri, le sue interviste e le presenze in tv non si contano. Indimenticabile quella volta che ad AnnoZero si lascia andare, piange al ricordo della madre che ha dovuto sopportare le disgrazie del padre ed ora le sfide del figlio, che si arrabatta per salvare il salvabile fra magistrati, poliziotti, carabinieri, personaggi politici, uomini delle istituzioni, servitori dello Stato, agenti dei servizi, per ottenere credito e conservare il patrimonio. Non il “sarcofago” tutto d’un colpo. Doveva centellinare le novità; una volta esaurite, sarebbe rimasto senza niente e quindi, senza nulla da pretendere.

Di errori ne ha fatti. La storia del patto con il boss della ndrangheta, per esempio. L’identificazione a rate di quell’agente dei servizi che sarebbe la chiave della trattativa fra mafia e Stato. Gli accenni al coinvolgimento di Silvio Berlusconi e Marcello dell’Utri. E qualche carta falsa.

Qualcuno se l’aspettava che accadesse.

Una anno fa circa fa su queste colonne ospitammo una intervista al professore Alfredo Galasso, che di processi di mafia ne ha fatti tanti. Il cuore dell’intervista era proprio Massimo Ciancimino, che a quel tempo era al massimo dello “splendore”. Documenti, rivelazioni clamorose che facevano traballare le istituzioni, il governo, la maggioranza politica. Chiedemmo a Galasso se avesse letto e seguito le vicende del figlio di don Vito. Rispose che sì, aveva letto tante cose e confessò di essere rimasto sconcertato dalle rivelazioni, documenti, novità.

Facemmo a Galasso la domanda cruciale, senza girarci troppo attorno. Gli crede, professore? No, rispose, gli credo poco. In ogni caso, aggiunse più o meno, bisogna cercare qualcosa di utile fra tanto cascame inutile. “Sta straparlando”, aggiunse, e questo non dispiacerà affatto a coloro che avrebbero di che preoccuparsi. Perché? domandammo ingenuamente. “Come, perché”, rispose Galasso, “appena lo sgameranno, appena lo sbugiarderanno, cadrà tutto il resto e finirà con il fare un servizio a quelli che accusa. Cancellerà così ciò che di serio ha raccontato”.

Le cose stanno andando proprio così. Il falso, l’arresto per il pericolo di fuga, invero opinabile, poi l’esplosivo in casa e la sicura permanenza nelle patrie galere. Da accusatore Massimo Ciancimino potrebbe diventare la prova dell’innocenza degli accusati. Giusto come aveva previsto Galasso.

E’ una storia complessa, l’avrete capito, no?

Siciliana, e non solo.

siciliainformazioni.com del 22 aprile 2011