Così Cosa Nostra evitò la trappola di Tangentopoli

Mafia e appalti, il sistema nazionale. Ciancimino disse al Ros: quel patto manda avanti l’ Italia. E Borsellino era vicino alla verita’

PALERMO – Val la pena di occuparsi di Paolo Borsellino e della sua morte. Vale la pena, senza star tanto a chiedersi perche’ occuparsene ora, come se ci fosse un giorno, un mese, un anno piu’ adeguato. Quale sarebbe, poi, il momento acconcio? Come se fosse meno decoroso o piu’ ambiguo chiedersi perche’ allora Paolo Borsellino fu soffocato dalla solitudine e tradito dal silenzio o da qualche sussurro. Le inchieste della Procura di Caselli, i nomi eccellenti finiti sul banco degli imputati e la cattura di Riina, Bagarella, Brusca, per farla breve i successi dello Stato potevano gettare (o hanno gettato?) in un angolo, malgrado le intenzioni, quei lacerti di verita’ che avvicinano alle ragioni della sua morte. Alla causa di quell’ attentato che, come sostengono i pubblici ministeri di Caltanissetta, fu “misteriosamente accelerato”. E, se non si vogliono chiudere gli occhi davanti alla realta’ , anche alla tessitura di un ambiente che, nel 1991 e ancora l’ anno dopo, tra le convenienze del “blocco mafioso” e la scelta di coraggio di Borsellino scelse le prime, schiacciando la seconda. Sappiamo, finalmente, che Paolo Borsellino cercava nell’ intreccio tra la mafia, la politica e l’ imprenditoria la “causale” della morte di Giovanni Falcone. E aveva deciso di muoversi da solo, in segreto, con un ristretto numero di investigatori, diffidando del procuratore Pietro Giammanco e della Procura di Palermo. Val la pena di aggiungere, della Procura di Palermo degli anni 1991 / 1992. Anno cruciale, il 1991. Gia’ incubava la crisi di legittimazione del ceto politico che poi sprofondo’ nella catastrofe giudiziaria di Tangentopoli. E gia’ Cosa Nostra, con grande tempismo, cambia pelle, uomini e procedure. L’ obiettivo e’ lo stesso: stringere in un solo nodo ben serrato le utilita’ della politica, le convenienze dell’ imprenditoria e i vantaggi della mafia. Raccontiamolo con le parole di Vito Ciancimino, l’ intreccio: “E’ impensabile che il sistema politico e imprenditoriale italiano possa sopravvivere senza l’ esistenza della tangenti. E’ come se a una macchina uno gli toglie una ruota. Partiti e imprenditoria non possono fare a meno di questo meccanismo tangentizio che permette ai partiti di avere le somme di denaro disponibili per i loro bisogni; alle imprese di creare fondi neri per pagare tangenti e affrontare le necessita’ dell’ impresa. Mentre Cosa Nostra garantisce che i patti stabiliti tra le imprese, e tra le imprese e i politici, siano rispettati con il ricatto del terrore”. Chiaro, no? E’ il giugno del 1992. Vito Ciancimino parla al capitano De Donno nel salotto della sua casa romana di via San Sebastianello, tra piazza di Spagna e Trinita’ dei Monti. Il capitano del Ros e’ li’ per l’ impresa folle, spregiudicata (e per altri torbida e inquietante) di sollecitare la collaborazione del vecchio sindaco di Palermo e amico dei Corleonesi. L’ ufficiale, autorizzato dai suoi superiori, vuole farsi dare una mano per capire dove cercare gli assassini di Falcone. Per parare nuovi colpi, se nuovi colpi sono in programma. Per mettere le mani su Salvatore Riina. Ciancimino accetta il colloquio, non si tira indietro e sciorina al capitano una proposta, a tutta prima, pazzoide. Ha detto l’ ufficiale ai giudici: “Ciancimino ci propose di creare un’ attivita’ investigativa che lo vedesse protagonista al nostro servizio. Si proponeva quasi come un infiltrato, diciamo cosi’ . Era sicuro di poter ricreare un sistema nazionale, di poter svolgere la figura del garante di questo sistema tangentizio nazionale per tutte le forze politiche facendo conto su un elemento sostanziale: il potere intimidatorio di Cosa Nostra. Tutta questa attivita’ doveva essere gestita da lui con un paio di societa’ che avrebbero dovuto lavorare per suo conto. Per noi ci sarebbe stato il ritorno pratico di tutta questa massa d’ informazioni”. Una pazzia? Meno di quanto si possa immaginare a leggere la tiritera del corleonese. Il “nuovo sistema” era gia’ pronto da un anno. Tocca ascoltare Giovanni Brusca, l’ assassino di Giovanni Falcone. E’ incerto sulle date. “Era la fine del 1990 o l’ inizio del 1991 o la fine del 1991 quando Salvatore Riina dice che bisogna considerare un’ impresa sull’ orlo del fallimento, la “Reale costruzioni”, “come se fosse sua”. Noi la mettiamo al centro del gioco e cambiamo il gioco. Al famoso tavolo rotondo dove sedevamo noi, con le imprese siciliane e nazionali, c’ era prima la societa’ “Impresem” di Salamone che faceva da anello con i politici e Angelo Siino distribuiva appalti e tangenti. Sbaracchiamo tutto. Al posto della “Impresem” mettiamo la “Reale”. Dov’ era Salamone sistemiamo Benny D’ Agostino. Mettiamo da parte Angelo Siino. Lo sostituiamo con Giovanni Bini. Sono facce pulite, gente della Palermo bene, utili per essere presentabili in quell’ altro mondo, con le imprese nazionali e i politici”. Domande. Quando comincia la “trasformazione”? Perche’ , apparentemente senza motivo, Riina rivoluziona il sistema? La risposta a queste domande incrocia tutti i fili che si aggrovigliano intorno alla Procura di Palermo nel 1991 e nel 1992. Il lavoro investigativo del Ros su Mafia & Appalti; la riluttanza dell’ ufficio del procuratore Pietro Giammanco a trasformare le informative dell’ Arma in un’ indagine accurata; la mano complice che consegna quel fascicolo agli uomini di Cosa Nostra e che obbliga i Corleonesi a bruciare il vecchio sistema e a metterne in piedi, con altre sigle e altri responsabili, uno nuovo di zecca. E’ un fatto che, come sostengono i procuratori di Caltanissetta, “depositare l’ intera informativa del Ros senza un omissis ha significato cancellare tutte le potenzialita’ dell’ indagine”. Mossa avventata e dispettosa? Sospetta, come gridarono i carabinieri? Comunque mossa, dicono oggi i magistrati nisseni, che “impedi’ di individuare alcuni personaggi che non furono sfiorati dalle indagini”. Per fare qualche nome, a mo’ di esempio: Salvatore e Antonino Buscemi. Sono i fratelli mafiosi di Boccadifalco ad “aver in mano” molti bandoli dell’ intricata matassa. Sono in societa’ nella “Calcestruzzi” con il gruppo Ferruzzi – Gardini, spiega Giovanni Brusca (vedi il suo interrogatorio qui accanto). Controllano gli uomini nuovi del “sistema” siciliano. Hanno “rapporti privilegiati” che non mettono in comune nemmeno con Salvatore Riina. Che se ne lamenta, alquanto querulo: “Se lo tengono bello stretto stretto”. Salvatore e Antonino Buscemi hanno soprattutto “un aggancio con un magistrato” e anche questo “se lo tenevano stretto”. C’ e’ chi considera questa notizia un “veleno” di Palermo. Con maggiori probabilita’ , e’ un buon indizio per un’ indagine soprattutto se combacia con altri indizi e con una convinzione che non e’ piu’ un’ ipotesi: Borsellino capi’ che nel rapporto Mafia & Appalti c’ era la ragione della morte di Falcone; che nei suoi “diari” c’ erano tracce delle complicita’ . Senza accorgersene, si avvicino’ troppo al nuovo sistema voluto da Riina e, quindi, alla sua crudele fine. L’ ipotesi e’ della Procura di Caltanissetta. Dove dicono (ancora in maniera anonima): “Abbiamo tante fonti di prova che dimostrano come Borsellino si rigirava gli appunti di Falcone tra le mani. Abbiamo fonti di prova che aveva eletto l’ indagine sugli appalti a priorita’ assoluta. E tuttavia dobbiamo ancora lavorare per dimostrare che, si’ , Paolo Borsellino aveva capito come Cosa Nostra aveva trasformato il “sistema”, come questo “sistema” non fosse soltanto regionale ma nazionale, come portasse lontano da Corleone. Noi crediamo che proprio questo sia accaduto. D’ altronde fu lui, era il primo giorno di luglio del 1992, a sentirsi dire dal pentito Leonardo Messina che “la Calcestruzzi” era di Salvatore Riina”. Questo ha perduto Paolo Borsellino morto nella piu’ “inutile” (all’ apparenza) strage di Cosa Nostra. Affermazione che ne trascina un’ altra. Ecco che cosa ha impedito di ricostruire la “corruzione sistemica”, poi svelata da Mani Pulite a Milano, con un anno d’ anticipo a Palermo dove, al contrario di Milano, il “sistema” aveva, prima dell’ arrivo di Caselli nel gennaio del 1993, un vantaggio: qualche magistrato e un procuratore “stretto” nelle mani di Cosa Nostra. Fosse soltanto per capire le ragioni di quel “ritardo” e di tragedie che potevano essere evitate, e’ valsa la pena di occuparsi di Paolo Borsellino. Giuseppe D’ Avanzo (3 – fine. Le puntate precedenti sono state pubblicate il 9 e il 10 febbraio)

Giuseppe D’Avanzo per il Corriere della Sera dell’11 febbraio 1999

Gli articoli originali sul sito del Corriere :

C’è del marcio in procura ?

Ecco perché fu ucciso Borsellino

Così Cosa Nostra evitò la trappola di Tangentopoli

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Appalti, ecco perché fu ucciso Borsellino

Appalti, nuova pista per Borsellino. Il magistrato voleva riaprire l’ indagine insabbiata, incontro segreto con i vertici del Ros

PALERMO – Perche’ , il 19 luglio 1992, fu ucciso Paolo Borsellino? La sua morte si coniuga male con l’ abituale, perche’ secolare, pragmatismo di Cosa nostra. Giovanni Falcone era morto da 48 ore. Erano le 8 del mattino del 26 maggio e le stanze della Procura di Palermo erano deserte, ghiacce, gonfie di un silenzio oscuro come l’ angoscia. Paolo Borsellino ragionava della “convenienza” per la mafia di uccidere il suo amico a Palermo. Diceva: “Per killer e mandanti di mafia il problema piu’ importante e’ assicurarsi l’ impunita’ , che e’ una costante per i mafiosi. La certezza dell’ impunita’ e’ condizione essenziale per Cosa nostra. Nessun mafioso e’ disposto a rischiare anche un sol giorno di galera per un omicidio”. Ecco perche’ , dopo sette anni, e nonostante i processi e le condanne, le ragioni della strage di via D’ Amelio stanno in piedi come un sacco vuoto. Anche il piu’ gonzo (o sanguinario) di quegli “uomini del disonore” avrebbe potuto prevedere che schiacciare con il tritolo la vita di Borsellino, a 56 giorni dall’ esplosione di Capaci, avrebbe rovesciato sulle loro teste le residue forze di uno Stato debilitato dagli arresti e dalle incriminazioni di Mani pulite. Bernardo Provenzano e Salvatore Riina devono aver messo in conto la spietata repressione dello Stato. Eppure, decisero quella mossa. Perche’ ? Apparentemente Borsellino non era, in quel momento, una minaccia come poteva esserlo Falcone, Zar della lotta antimafia. Era in un angolo, messo nell’ angolo dal procuratore Pietro Giammanco. Ha raccontato Lucia Borsellino a Umberto Lucentini (Il valore di una vita): “Pur di continuare a lavorare, papa’ era disposto ad accettare i limiti che gli pone sempre piu’ spesso Giammanco. Gli costa un sacrificio doppio sapere che, per motivi gerarchici, e’ costretto a raccontare al suo superiore i passi delle sue indagini, senza pero’ ricevere lo stesso flusso di informazioni”. Borsellino, nell’ estate del 1992, e’ un uomo in ginocchio. Disperato per la morte dell’ amico, costretto a non mettere becco sulle indagini di Palermo, confinato alle inchieste di Trapani e Agrigento, imbrigliato sulla sua seggiola di procuratore aggiunto dal diffuso potere di Giammanco (che addirittura gli tace una notizia di “un pesante segnale di pericolo per la sua incolumita”). Perche’ ucciderlo, allora? I magistrati di Caltanissetta lo hanno chiesto ossessivamente ai disertori di Cosa nostra. Salvatore Cancemi era a Capaci e faceva “la staffetta” a via D’ Amelio. Ha risposto di “non saperlo”. Giovanni Brusca, che a Capaci addirittura schiaccio’ il pulsante dell’ attentatuni, ha detto di essere rimasto “sorpreso” dalla morte del giudice. Si tocca con mano che le ragioni della morte di Borsellino sono piu’ segrete, piu’ intricate, meno trasparenti. Anche per alcuni boss della Commissione. Anche dentro Cosa nostra. “Perche’ fu ucciso Paolo Borsellino” e’ comunque una domanda che puo’ avere una risposta. Le possibili tracce di una risposta, gli indicativi segni per una spiegazione sono stati (e sono) sotto gli occhi di tutti. Pochi se ne vogliono curare (o sono a disagio a curarsene). Pochissimi ne vogliono parlare (o scriverne). E tuttavia quelle impronte (non superficiali) ognuno, se vuole, puo’ maneggiarle soppesandone il valore e la densita’ . Ha raccontato il pubblico ministero Antonio Ingroia, quasi un figlio adottivo per Borsellino: “Paolo in quei giorni riprese in mano il famoso rapporto dei carabinieri del Ros su mafia e appalti”, un’ inchiesta nata con Falcone procuratore aggiunto e finita nelle mani di Giammanco. Borsellino legge e rilegge “i diari di Falcone”, pubblicati dal Sole 24 Ore, che raccontano il conflitto in Procura che obbligo’ il giudice a lasciare Palermo. Dice Ingroia (Il valore di una vita): “Paolo vuole approfondire quelle vicende, sente che si tratta di episodi che, letti in un modo isolato, possono sembrare inconsistenti, ma che per il solo fatto di essere stati scritti da un uomo come Falcone nascondono qualcosa di importante… In quei giorni Paolo contatta le persone citate negli appunti di Giovanni, i colleghi della Procura di cui si fida e che sono in grado di offrirgli nuovi particolari su quelle vicende”. Paolo Borsellino si convince che “la causale piu’ probabile della morte di Giovanni” e’ nell’ intreccio degli appalti. Ne parla con Leonardo Guarnotta, l’ amico del vecchio pool dell’ ufficio istruzione (oggi presidente del tribunale che giudica Dell’ Utri). E fa di piu’ . In un caldo pomeriggio di meta’ giugno chiede al generale del Ros Mario Mori “un incontro riservato”. Lontano dalla procura. In una stanza appartata della caserma dei carabinieri di piazza Verdi a Palermo. L’ annotazione di quell’ appuntamento, dicono, e’ ben chiara nell’ agenda del magistrato. Borsellino, da uomo franco, mette subito le carte in tavola. Vuole la disponibilita’ di quello speciale nucleo d’ investigazione per un’ indagine che deve essere segreta. Chiede che il capitano Giuseppe De Donno gli sia accanto. E, d’ altronde, e’ l’ ufficiale che ha lavorato al Rapporto Mafia – Appalti, il piu’ indicato dunque per riprenderne le fila (vedi qui accanto la sua deposizione al processo, 4 dicembre 1998). E’ pero’ un lavoro che deve essere fatto a due condizioni. La procura di Giammanco non deve sapere nulla; il capitano deve riferire soltanto a lui. Leggere i verbali dell’ interrogatorio dell’ ufficiale e del generale Mori accappona la pelle. Borsellino e’ un uomo assediato, convinto che li’ in quella Procura qualcuno ha tradito Falcone. Lo disse, senza tanti giri di parole, anche in quel mattino del 26 maggio: “Soltanto in questo ufficio sapevano che c’ erano ormai i numeri per fare, di Giovanni, il procuratore nazionale. Soltanto in quest’ ufficio sapevano che sabato 23 maggio, per due anni, sarebbe stato l’ ultimo sabato a Palermo per Giovanni”. Nonostante il tempo scivolato via, angoscia il pensiero di un uomo consapevole che, se vuole dare un nome agli assassini e un perche’ alla morte dell’ amico, si deve guardare da alcuni ambienti della procura. E, di piu’ , andare al limite della legge sollecitando indagini riservate e private. Si possono soltanto immaginare (forse) la disperazione, l’ affanno, la solitudine che ha spinto un servitore dello Stato come Borsellino a deformare le regole, rispettoso come ne era fino al tormento. Non si possono, invece, immaginare l’ intreccio criminale che ha intuito e le complicita’ che, quell’ intreccio, proteggevano. Un fatto e’ pero’ certo. Per sbrogliare quell’ intreccio e illuminarne le collusioni bisogna guardare agli appalti, a quel tavolo trilaterale dove sedevano politici, imprenditori e mafiosi. Ieri a Palermo e’ stato arrestato Giuseppe Pino Lipari. Era uno di quegli imprenditori su cui i carabinieri avevano puntato gli occhi nell’ inchiesta Mafia – Appalti. Si legge nell’ ordinanza del gip di Caltanissetta che ha riaperto l’ indagine sulla corruzione in Procura: “Assumere a sommarie informazioni Mario D’ Acquisto, gia’ segretario dell’ onorevole Franz Gorgone, il quale avrebbe informato dell’ esistenza della indagine Mafia & Appalti Pino Lipari”. Il primo rapporto Mafia & Appalti e’ del 20 febbraio 1991. Ieri era il 9 febbraio 1999. Sono gli otto anni di vantaggio che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non volevano concedere a Cosa nostra. Nonostante lo straordinario impegno di Giancarlo Caselli, sono stati concessi. Falcone e Borsellino sono morti. Giuseppe D’ Avanzo (2 – continua)

Giuseppe D’Avanzo per il Corriere della Sera del 10 febbraio 1999

C’è del marcio in Procura ?

PALERMO – Dentro il pozzo nero di questa storia ci potrebbero essere le tracce per dare risposte a qualche capitolo irrisolto delle cronache siciliane. Sono tracce che potrebbero spiegare perche’ il disvelamento della “corruzione sistemica” dell’ amministrazione e dell’ economia italiane, che e’ stato a portata di mano in Sicilia, e’ cominciato soltanto l’ anno dopo a Milano con Mani pulite. Si potrebbe finalmente capire perche’ con tanta, troppa precipitazione Cosa Nostra ha ucciso Paolo Borsellino. Forse, per venire ai giorni nostri, si potrebbe anche comprendere perche’ da un giorno all’ altro al generale Mario Mori, comandante del Ros (il nucleo d’ eccellenza investigativa dei carabinieri), e’ stato dato il benservito. Dopo le accuse del Ros, i magistrati di Caltanissetta dovranno chiarire i molti punti oscuri dell’ istruttoria mafia – appalti “Un pm proteggeva Provenzano?” Caso Siino, il gip ordina una nuova inchiesta sulla Procura di Palermo A dirla chiara, questa storia dovrebbe cominciare con un interrogativo che fa arrossire: nella Procura di Palermo c’ e’ stato (e magari c’ e’ ancora) un magistrato (piu’ d’ un magistrato) che ha maneggiato al disinnesco dell’ inchiesta Mafia & Appalti? Era, quella su Mafia & Appalti, un’ inchiesta con i fiocchi condotta (anno 1991) dai carabinieri del Ros del generale Mario Mori. Secondo l’ Arma, esisteva in Sicilia un tavolo trilaterale (politici – mafiosi – imprenditori) che governava l’ intero volume degli affari pubblici dell’ isola. Ricordano al Ros: “A nostro avviso, gli imprenditori e i politici nazionali, come i politici e gli imprenditori siciliani, non subivano la presenza della mafia. Al contrario, consapevolmente ne accettavano la presenza, convinti che quel terzo “socio” avrebbe difeso il sistema e ne avrebbe aumentato i profitti”. Si sa come fini’ . I carabinieri consegnano ai procuratori di Palermo la prima “informativa” nel febbraio 1991. In tempo reale, il dossier e’ nelle mani di Cosa Nostra. Chi viola il segreto? E perche’ ? E’ colluso? Complice? O, minacciato, e’ un pavido? L’ inchiesta, comunque, si sgonfia presto. Volano soltanto gli stracci. Si salvano gli imprenditori di riferimento di Salvatore Riina (Nino e Salvatore Buscemi) come le grandi societa’ del Nord al lavoro in Sicilia (la Calcestruzzi di Gardini vicina ai socialisti e la Tor di Valle di Catti – De Gasperi, la Rizzani de Eccher care al potere democristiano, le cooperative rosse). E’ il primo paragrafo della storia. Il secondo ha i vapori venefici che a Palermo fanno da sfondo ai conflitti tra gli apparati dello Stato. Novembre 1997. Un capitano del Ros, Giuseppe De Donno, testimonia alla Procura di Caltanissetta che, a dar fede alle confidenze di Angelo Siino (un mafiosaccio ritenuto “il ministro dei Lavori pubblici del governo corleonese”), quel dossier fini’ nella mani di Cosa Nostra. Dice De Donno: “Siino mi spiego’ che, nei primi mesi del 1991, entro’ in possesso della nostra informativa sugli appalti. Mi disse di averla ricevuta da alcuni magistrati della Procura. E mi fece i nomi dell’ allora procuratore Pietro Giammanco e di due sostituti, Guido Lo Forte e Giuseppe Pignatone”. Apriti cielo! Giancarlo Caselli denuncia una manovra “gravemente sospetta per i tempi, i modi e gli obiettivi”. Il generale Mario Mori difende il suo capitano. Si approssima una partita che non prevede il pareggio perche’ delle due, l’ una: o il capitano, sostenuto dall’ Arma, mente o, se non e’ un calunniatore, c’ e’ del marcio in Procura. Il dissidio sembra senza via d’ uscita eppure per quei bizantinismi che solo in Italia trovano cittadinanza, la terza via si riesce a trovare. I pubblici ministeri di Caltanissetta chiedono l’ archiviazione per l’ uno e per gli altri, per il capitano De Donno (accusato di calunnia) e per Giammanco, Lo Forte, Pignatone (accusati di corruzione). Il generale Mori e il procuratore Caselli possono allora con letizia farsi vedere insieme a cena. E’ una pace di respiro corto perche’ , si sa, il diavolo fa le pentole e non i coperchi. Cosi’ la storia si arricchisce di un terzo e quarto paragrafo. Terzo paragrafo. Guido Lo Forte non e’ soddisfatto dalle motivazioni dell’ archiviazione. Vi intravvede qualche interrogativo di troppo e, con una memoria, chiede che l’ inchiesta possa continuare per liberarlo del tutto dal sospetto di collusione. I procuratori di Caltanissetta, allora, prendono cappello e, a loro volta, sottoscrivono una memoria. Scrivono che De Donno mai fece pressioni su Siino. “Agli atti vi e’ la prova che Siino non interpreto’ mai le asserite pressioni del capitano come un tentativo di fargli dire cose false”. Liberano l’ ufficiale da ogni volonta’ calunniatrice. “…vi erano per converso numerosi elementi che potevano ingenerare nell’ animo del capitano il convincimento, se non proprio di una corruzione, quantomeno di una collusione di Lo Forte con esponenti politici”. Affermano come, a fronte del rapporto dell’ Arma, la Procura di Palermo senza “alcuna curiosita’ investigativa sui rapporti mafia – politica – imprenditoria” subito abbia minimizzato l’ intreccio. La conclusione e’ all’ acido muriatico: “Si evince che quando i carabinieri si stavano preparando a riferire sui politici e sui pubblici amministratori, la Procura chiede l’ archiviazione per gli imprenditori”. Il quarto paragrafo lo scrive da cima a fondo il gip Gilda Loforti. Che ci pensa su e conclude che l’ inchiesta non si puo’ chiudere con un “vogliamoci bene”. Troppi i testimoni chiave non interrogati. Troppi i nastri non trascritti correttamente. Insomma, scrive Gilda Loforti, “l’ esame degli atti evidenzia l’ incompletezza delle indagini e la necessita’ di approfondimenti investigativi”. Il giudice con pedanteria elenca. Quando e come si penti’ Angelo Siino? Perche’ non e’ stato ascoltato il generale Nunzella (capo di Stato Maggiore dell’ Arma) che era a conoscenza dei rapporti tra De Donno e Siino? Perche’ mi avete dato soltanto le copie delle conversazioni intercettate e non gli originali? E perche’ in larga parte di quelle copie c’ e’ la formula “incomprensibile”? Perche’ alcune frasi presenti nelle trascrizioni dell’ Arma non fanno capolino nelle trascrizioni della Procura? Chi e’ , ad esempio, “quel procuratore nelle mani di Provenzano” che assicurava al boss una quieta latitanza a Bagheria? E’ vero che il sostituto Roberto Scarpinato ammise con il capitano di aver archiviato l’ inchiesta “per le pressioni subite da parte di Lo Forte”? Tutto da rifare, dunque. L’ inchiesta come le polemiche. Che, c’ e’ da giurarci, non mancheranno.  (1 – continua)

Giuseppe D’Avanzo per Il Corriere della Sera del 9 febbraio 1999

L’enigma Ciancimino

Una sentenza del gip che, sottolineando la “specifica competenza e la indiscussa elevatissima professionalità del generale Mori e del colonnello Mauro Obinu” sostiene che la mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso, alla fine di ottobre del ’95, fu una scelta e non una casualità.

E poi due manoscritti di don Vito Ciancimino, sequestrati nella sua cella il 4 giugno del 1996, in cui, in uno ricostruisce i suoi movimenti attorno al giorno del suo ultimo arresto, il 19 dicembre del 1992 e nell’altro sostiene che “se Cancemi facesse davvero parte della Cupola, dovrebbe parlare della trattativa d’intesa con i carabinieri condotta da… (puntini di sospensione ndr) con la Cupola”. Riprende con nuovi elementi a sostegno delle intese tra Stato e mafia il processo nei confronti dei due ufficiali accusati di avere coperto la latitanza più longeva di un boss mafioso , quella di Bernardo Provenzano, che sfuggì alla cattura a Mezzojuso il 30 ottobre del ’95 e che adesso attende per il 10 ottobre la deposizione di Giovanni Brusca, che si è ricordato nuovi particolari che riferirà in aula. Quelli depositati sono “documenti originali scritti da Ciancimino e sequestrati nella sua cella dopo una perquisizione’’, ha spiegato il pm Di Matteo durante l’udienza.

Documenti che raccontano i movimenti di don Vito precedenti al suo arresto, quando da Roma, dal suo appartamento di via san Sebastianello, si muoveva diretto a Palermo. La trascrizione avviene sotto forma di diario: Scrive don Vito, sotto la dicitura Per il piano cosiddetto politico: il 17 (dicembre, ndr.) d’intesa con i carabinieri sono sceso a Palermo per avere il contatto programmato’. 19 dicembre: alle ore 17:30 è venuto De Donno (l’ufficiale del Ros, ndr). Per le mappe siamo rimasti che mi avrebbe fatto avere documenti più particolareggiati’. In questo caso don Vito si riferisce alle planimetrie di alcuni quartieri di Palermo dove si sarebbe nascosto Totò Riina, arrestato neanche un mese dopo. “Per la questione politica – scrive sempre Ciancimino – gli ho detto che avevo avuto il contatto e che il martedi successivo avrei ottenuto ulteriore risposta’’. Ma la risposta non arrivò mai, perchè don Vito venne arrestato poco dopo che De Donno aveva lasciato il suo appartamento .

I pm stanno esaminando attentamente questi documenti insieme ad un altro, misterioso e sconcertante, sequestrato all’inizio dell’estate a Palermo in uno sgabuzzino del palazzo di via Torrearsa, dove abita Massimo Ciancimino, durante la perquisizione conseguente alla scoperta dell’esplosivo nel giardinetto di casa e che riguarda, sempre, il periodo a cavallo tra la fine del ’92 e l’inizio del ’93. Nella lettera al padre, ritenuta rigorosamente “autentica’’ dai pm di Palermo, Massimo cita il nome di un certo “Giancarlo’’, che lui stesso ha identificato nell’allora capitano Beppe De Donno del Ros: un ufficiale in grado di fornire informazioni dettagliate ai Ciancimino (padre e figlio), per la sua conoscenza diretta dei verbali dei collaboratori di giustizia. Nella lettera cifrata si legge: “Ho visto Giancarlo come da appuntamento: ho posto i tre quesiti (T, 18 P e se era possibile prima della Cass. andare a casa). Mi ha detto che fino ad ora non ci sono novità. Restano i vecchi accordi presi con te”. E più avanti: “T non fa niente prima della sentenza P…. Aspetta insediamento del nuovo a Palermo. (È amico), per sapere notizie dei nuovi assetti”. E poi: “Per quanto riguarda P, si preoccupa di interventi esterni e per poterli arginare ha bisogno di parlare con te. Abbiamo stabilito che è il caso che vi incontriate al più presto. Come te lo spiego giorno 12 al colloquio”. Massimo, infine, ricorda al padre che nel gennaio successivo dovrà incontrare “qualcuno’’ in carcere durante il colloquio.

I riscontri effettuati hanno permesso di stabilire che, proprio il 12 gennaio del ’93, don Vito incontra a Rebibbia l’ufficiale De Donno. Tre giorni dopo, a Palermo, il Ros fa scattare le manette intorno ai polsi del boss Toto’ Riina, comparso a bordo di una Y 10 al cancello di una villetta di via Bernini.

Sul testo criptico del pizzino, è lo stesso Massimo a fornire dettagliate spiegazioni. La prima T sarebbe l’iniziale di “tubi” in riferimento alle mappe su cui Provenzano avrebbe indicato il luogo dove si nascondeva Totò Riina. “18 P’’ sarebbero i giorni da aspettare prima della perquisizione nel covo di via Bernini. La seconda T sarebbe ancora De Donno. La “sentenza P’’ sarebbe il via libera di Provenzano. “Amico’’ sarebbe Giancarlo Caselli, allora procuratore a Palermo. E, dulcis in fundo, la frase conclusiva: “Abbiamo stabilito che è il caso che vi incontriate al più presto”. Secondo la spiegazione di Ciancimino jr, il 18 gennaio del ‘93 – data riportata nel pizzino – don Vito, partecipando ad una udienza in Corte d’appello a Palermo, avrebbe dovuto incontrare in aula nientemeno che il superlatitante Provenzano.

Ma per la procura di Palermo la lettera dimostra soltanto (ed è un riscontro ritenuto “importante’’) che il giovane Ciancimino, in quella fase, svolge effettivamente il ruolo di intermediario tra il padre e una terza persona della quale vuole continuare, ostinatamente, a coprire l’identità. Poco credibile, per i pm, infatti, appare il riferimento ai “tubi’’, poco credibile l’indicazione fornita da Provenzano dei 18 giorni di “franchigia’’ prima dell’ingresso nel covo di via Bernini (“perchè proprio 18 e non 12 o 15?’’, si chiedono i magistrati). È più probabile, infine, che dietro lo pseudonimo di “Giancarlo’’ si celi in realtà, il solito e misterioso Carlo-Franco, l’agente segreto che avrebbe monitorato passo dopo passo il negoziato tra i boss e le istituzioni. Poco, per restituire all’enigmatico Massimo la patente di teste credibile “sempre e comunque’’. Molto, però, per aggiungere un altro tassello all’attendibilità di un istrione che, pur tra millanterie e bufale, resta l’unico vero postino, e per ora anche il solo testimone diretto, del patto tra i boss e lo Stato.

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza per Il Fatto Quotidiano del 24 settembre 2011

Carte false, manette, esplosivo. I segreti della “Ciancimino spy-story”. L’accusatore scagiona gli accusati. Senza volerlo

Quella freccina accanto ad una parola in codice che rimanda ad un nome importante. Il più importante di tutti, Gianni de Gennaro. Calunnia aggravata. Le manette. L’esplosivo in casa, trovato a colpo sicuro. Una sequenza tremenda, incredibile. E anni di rivelazioni, sospetti, denunce, accuse, illazioni, diventano un castello di carta.

Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, sembra concludere  così, senza gloria, la sua straordinaria, irripetibile avventura. Più di due anni, forse tre, fra le luci delle telecamere, i titoli dei giornali, la radio, la televisione, i libri di successo. Un cursus honorum da campione dell’antimafia.

Severo, rigoroso, fragile e sicuro di sé, gli occhi furbi di una faina che esplorano lo spazio attorno. Sembrano cercare protezione piuttosto che condivisione. E le carte sulle ginocchia, la pagina giusta nel momento giusta. Ogni volta quella che serve con il corredo dei ricordi di una padre potente, ma smarrito, spaventato. Pronto a vendersi in cambio di una vita nuova. A patto che sia conservato il nome vecchio. L’impossibile.

Don Vito un pentito? Mai e poi mai. Semmai un pacificatore, un mediatore. Un garante, come si conviene a quelli che contano. Non solo l’onore delle armi, ma rispetto. Sì, soprattutto rispetto. E lui, Massimo, che assiste alle maschere del padre costretto a piegarsi senza darlo a vedere, a pretendere rispetto senza averne.
Qualcosa ha imparato dalle giornate difficile del padre. Ha imparato a vendere bene la merce, a non venderla mai del tutto. A farsi desiderare, a tenere tutti con il fiato sospeso. Sto dalla vostra parte, ma non sono vostro. Non lo sarò mai, perché a quel punto sono finito. Questa la sua filosofia. Un azzardo, forse senza alternative.

La storia di Massimo s’interrompe per una buccia di banana. Un’ingenuità grande quanto una casa. Perché fra io tredici nomi, tutti in fila, ordinati, su quel documento infame ce n’è uno, che invece un nome non è e rimanda a qualcuno che lì non doveva starci. Scritto di fianco? Da chi, da don Vito? Massimo sostiene che non c’è niente di falso. Ma gli esperti affermano il contrario ed è a loro che bisogna dare retta, non c’è verso. Perciò non doveva esserci quel nome. E allora perché c’è entrato accanto alla “dozzina” di presunti trattativisti? Chi l’ha suggerito?  Una pensata di Massimo? Chi ha voluto che ci fosse? E per quale ragione?

Domande che difficilmente troveranno risposte in queste ore. È una matassa ingarbugliata, c’è da smarrirsi. Massimo che si gioca tutto sotto una carta non è partita giusta. Ha consegnato 250 documenti con una tempistica che pareva scritta su un copione, quasi che dovesse rispettare il film dell’indagine piuttosto che l’indagine in sé. La spettacolarizzazione della collaborazione. Insistita, esagerata, tremendamente rischiosa. Ed è proprio l’entità del rischio, con i nomi grossi di mezzo, che ha creato attorno a Massimo un alone di credibilità fra coloro che leggevano sui giornali ciò che andava raccontando. Non può dire ciò che dice senza avere le carte per provarlo, si sosteneva.

Naturalmente c’erano gli scettici e chi, fra gli inquirenti (è il caso della Dda di Caltanissetta), non ha mai considerato attendibile il figlio di don Vito, tutt’altro. Ed ora le indagini non vengono sporcate da quel falso d’autore.

Massimo Ciancimino paga un’esposizione mediatica senza precedenti. È rimasto in prima pagina per anni. Il più esperto dei comunicatori avrebbe fatto peggio, lui invece sembrava cavalcare la tigre con una nonchalance consumata, la faccia contrita, lo sguardo fiero e puntiglioso. Ogni volta una novità e rivelazioni, una dopo l’altra, con la verità che viene tessuta sapientemente davanti ad una platea che alterna creduloneria a scetticismo, interesse a disattenzione.

I suoi libri, le sue interviste e le presenze in tv non si contano. Indimenticabile quella volta che ad AnnoZero si lascia andare, piange al ricordo della madre che ha dovuto sopportare le disgrazie del padre ed ora le sfide del figlio, che si arrabatta per salvare il salvabile fra magistrati, poliziotti, carabinieri, personaggi politici, uomini delle istituzioni, servitori dello Stato, agenti dei servizi, per ottenere credito e conservare il patrimonio. Non il “sarcofago” tutto d’un colpo. Doveva centellinare le novità; una volta esaurite, sarebbe rimasto senza niente e quindi, senza nulla da pretendere.

Di errori ne ha fatti. La storia del patto con il boss della ndrangheta, per esempio. L’identificazione a rate di quell’agente dei servizi che sarebbe la chiave della trattativa fra mafia e Stato. Gli accenni al coinvolgimento di Silvio Berlusconi e Marcello dell’Utri. E qualche carta falsa.

Qualcuno se l’aspettava che accadesse.

Una anno fa circa fa su queste colonne ospitammo una intervista al professore Alfredo Galasso, che di processi di mafia ne ha fatti tanti. Il cuore dell’intervista era proprio Massimo Ciancimino, che a quel tempo era al massimo dello “splendore”. Documenti, rivelazioni clamorose che facevano traballare le istituzioni, il governo, la maggioranza politica. Chiedemmo a Galasso se avesse letto e seguito le vicende del figlio di don Vito. Rispose che sì, aveva letto tante cose e confessò di essere rimasto sconcertato dalle rivelazioni, documenti, novità.

Facemmo a Galasso la domanda cruciale, senza girarci troppo attorno. Gli crede, professore? No, rispose, gli credo poco. In ogni caso, aggiunse più o meno, bisogna cercare qualcosa di utile fra tanto cascame inutile. “Sta straparlando”, aggiunse, e questo non dispiacerà affatto a coloro che avrebbero di che preoccuparsi. Perché? domandammo ingenuamente. “Come, perché”, rispose Galasso, “appena lo sgameranno, appena lo sbugiarderanno, cadrà tutto il resto e finirà con il fare un servizio a quelli che accusa. Cancellerà così ciò che di serio ha raccontato”.

Le cose stanno andando proprio così. Il falso, l’arresto per il pericolo di fuga, invero opinabile, poi l’esplosivo in casa e la sicura permanenza nelle patrie galere. Da accusatore Massimo Ciancimino potrebbe diventare la prova dell’innocenza degli accusati. Giusto come aveva previsto Galasso.

E’ una storia complessa, l’avrete capito, no?

Siciliana, e non solo.

siciliainformazioni.com del 22 aprile 2011

Ecco tutte le patacche di Ciancimino junior

Le perizie stroncano l’icona antimafia di Ingroia: manipolati il papello e i pizzini consegnati ai pm. L’esempio più eclatante: da un documento scritto da don Vito per la bozza di un libro vengono rubati, tagliati e incollati sun un post-it pezzi di una frase poi appiccicata sul famoso “papello”

I documenti di Ciancimino junior? Patacche. Non solo il «pizzino», falso, con il nome di De Gennaro, che è costato al figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo l’arresto per calunnia. Falsi i riferimenti a Berlusconi. Falsi gli accostamenti «mafiosi» al generale Mori. Falsi persino i pizzini di Provenzano.

E quanto al papello di Riina, la grafia non è quella del capo dei capi di Cosa nostra. Le perizie sulle carte consegnate a rate da Massimuccio al pm «partigiano» Ingroia stroncano l’attendibilità del superteste dell’inchiesta sulla «trattativa» Stato-mafia ai tempi delle stragi. Quel che emerge dallo studio del cartaceo spacciato come autentico da Ciancimino jr è una truffa. Nemmeno troppo sofisticata. La parte più importante del carteggio (autentico) di don Vito è stata manipolata con tecniche da photoshop, sforbiciate, copia e incolla di frasi e firme trasportate da un documento all’altro. Gli atti più importanti sono tutti fotocopiati, per nascondere l’originale e il trucco. Come è accaduto al famoso «papello» con le richieste della mafia per bloccare le stragi, che con un provvidenziale quanto falso post-it è diventato l’atto d’accusa per il generale Mori e la base per l’offensiva al Cav. Oltre al «timido» rapporto della Polizia scientifica sulle panzane prodotte dal superteste, le oltre 500 pagine di consulenza dei carabinieri del Ris, periti per conto della difesa guidata dall’avvocato Basilio Milio, danno i brividi. Altro che «icona dell’antimafia», come lo definì Ingroia. Massimuccio ha portato falsi su falsi. A decine. Ecco come sono stati manipolati i documenti che dovevano riscrivere la storia d’Italia.

LA LETTERA A BERLUSCONI
«L’onorevole Berlusconi metterà a disposizione una delle sue reti televisive. Se passerà molto tempo ed ancora non sarò indiziato del reato di ingiuria, sarò costretto a uscire dal mio riserbo (…)». Ricordate? È uno dei documenti che più hanno destato scalpore, la prova (fasulla) della presunta origine mafiosa di Forza Italia. Ciancimino jr, sotto giuramento, riferisce che l’annotazione del padre è datata sicuramente 1994 (dunque in linea con le sue mirabolanti ricostruzioni tra mandanti esterni e trattative). Ma le perizie tecniche smentiscono il rampollo di Ciancimino poiché la carta su cui è stata scritta la famosa frase su Berlusconi è stata fabbricata tra il 1996 e il 2000 (compatibile con l’uscita dal carcere del padre nel 1999). E non solo. Falsa, o meglio spostata da un altro scritto originale di Ciancimino senior, è l’intestazione «per conoscenza al presidente del Consiglio dei ministri On. Silvo Berlusconi». Lo aveva intuito per primo il blogger Enrico Tagliaferro, detto «Enrix», che nel suo sito fa le pulci a Massimo. Certifica oggi il perito della difesa (i pm non lo hanno fatto controllare dai propri consulenti): «Siffatto documento risulta ottenuto tramite una maldestra manipolazione posta in essere mediante opportuni ritagli ed una mirata giustapposizione della dicitura in intestazione. Si tratta, pertanto, di un documento certamente autografo di Ciancimino Vito Calogero ma non autentico poiché non contestuale ovvero in parte frutto di una trasposizione di un testo». A smentire Ciancimino jr ci pensa lui stesso, nel libro «Don Vito» a pagina 229, dove viene riportata la parte del documento mancante, sacrificata per inserire la falsa intestazione a Berlusconi. Annotazione supplementare dell’esperto: «Appare opportuno far menzione, per mera cronaca, che in questo “range temporale” (tra il 1996 e il 2000) l’On. Silvio Berlusconi non rivestiva la carica di Presidente del Consiglio».

SPONTANEAMENTE, LA BUFALA
«Consegnato, SPONTANEAMENTE, al colonnello gen carabinieri Mario Mori, sez Ros». È scritto così nel celebre post-it allegato all’altrettanto celebre «papello» consegnato a fatica da Ciancimino jr, post-it che dà valore a un documento anonimo altrimenti privo di interesse. Se per i periti la grafia sull’appunto adesivo è di don Vito, tutt’altra storia è dove fosse collocata in origine la dicitura impressa del post it. Sì, perché, guarda caso, la scritta ha gli stessi caratteri, le stesse minuscole, gli stessi identici tratti in corsivo e stampatello di un altro documento che Ciancimino senior aveva predisposto come promemoria del suo libro Le Mafie con questa dicitura: «registrato alla Siae nell’ottobre del ’92 e nello stesso mese SPONTANEAMENTE consegnato al colonnello dei carabinieri Mario Mori e al capitano De Donno, ambedue del Ros». Il taroccatore ha tagliuzzato e spostato le parole trasformando così la lista di appunti nel sigillo apposto sul «papello». Basta confrontare l’originale con la copia fasulla per restare basiti.

PAPELLO IN CERCA D’AUTORE
«Revisione Sentenza max processo, Annullamento decreto legge 41 bis, Revisione legge Rognoni-La Torre, Riforma legge pentii, Riconoscimento benefici dissociati Brigate Rosse-per condannati di mafia, arresti domiciliari dopo 70 anni di età (…)». Questo è il famoso «papello» consegnato da Ciancimino ai pm. «È di Riina», sostiene Massimuccio. I periti non solo non confermano la sua autenticità ma affermano che la grafia non è di Riina, e non è nemmeno dei 15 maggiori boss. Sul contenuto più di un sospetto, anche a causa del riferimento all’annullamento del 41 bis. Ciancimino jr colloca a giugno ’92 il papello. Ma il 41 bis allora non esisteva, (all’epoca si parlava di modifiche al decreto legge 306) è stato istituito a seguito della morte di Borsellino, un mese dopo.

SILVIO? SI COPIA E INCOLLA
«Rapporti Dell’Utri, “Berlusconi Ciancimino L’Espresso del 2.1.1989”, Alamia Imm San Marino, Edilnord, Rasini Bank Zummo, Vaselli 5 mld, avvocato Catalano Milano Gelli, Calvi, Consulente per Edilnord, “Milano truffa e bancarotta” (…)». Il taroccamento, col copia-incolla, è lampante anche in questo appunto. I riferimenti «Berlusconi-Ciancimino» «L’espresso 2.1.89» e «Milano truffa e bancarotta» sono stati «rubati» da un altro documento, ritrovato, e pure pubblicato nello stesso libro autografo di Massimo (pagina 61) come titolo di un libro che i Ciancimino volevano scrivere. Il nome di Berlusconi, confermano i periti, non c’era nell’originale, e se è ricomparso ciò è dovuto a un lavoro di photoshop su carta prodotta tra dopo il 2004, non in linea con gli anni ’90 della trattativa.

LA SIMULAZIONE GALEOTTA
«F Restivo A Ruffini 1970-1990, G Santovito, R Malpica, F/C Gross (cerchiato, con un freccia che indica a destra, ndr) «De Gennaro», poi «V.Parisi. D.Sica, G.De Francesco, B.Contrada, L.Narracci, E.Finocchiaro (…)». Il testo del documento che ha portato Ciancimino Jr in galera per il riferimento a De Gennaro tratta di funzionari dello Stato collusi con la mafia. Massimo lo attribuisce al padre. La polizia scientifica ha dimostrato che il nome del prefetto è stato estratto da un altro pezzo di carta di Ciancimino senior che conteneva la scritta De Gennaro (riferito a Giuseppe, però, un giudice) e riversato ad arte, previa solita fotocopia, nell’appunto dato ai pm. Il supertestimone a verbale aveva dichiarato: «Quel nome (Gianni De Gennaro, ndr) l’ho visto scrivere da papà».

LA FALSA LETTERA A FAZIO
«Illustrissimo presidente dott. Fazio, sono Vito Ciancimino, il noto, questa mia lettera, a futura memoria, vuole essere un promemoria da ben conservare se realmente lei deciderà di scendere in politica come da Amici di regime mi è stato sussurrato (…)».

È un falso, scrivono i periti, anche la fotocopia della lettera vergata con un sistema di videoscrittura con firma a penna, fotocopiata anch’essa, che doveva essere inviata (forse alla fine del ’93) dall’ex sindaco di Palermo all’allora governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio. Si dava conto del fallimento dello scellerato tentativo del generale Mori, osteggiato da Borsellino («sicuramente oppositore»), di bloccare il progetto stragista. «La firma di Vito Ciancimino non è contestuale al testo» sentenzia la polizia scientifica. E i periti della difesa di Mori rincarano: «La firma è sì manoscritta da Vito Ciancimino ma è stata prelevata da un documento precedente e trasposta». Così come l’appunto a penna alla segretaria («da rifare Rosalba») apparterrebbe a Massimuccio nostro. Quando Ciancimino testimonia al processo Mori confessa di aver ricevuto questa lettera da un “personaggio misterioso”, un mister x senza nome. Poco dopo aggiunge che tutti i documenti provengono dall’archivio di suo padre. Quindi che la lettera di Fazio l’ha ritrovata nella sua cantina di Bologna, e che mister X gliene aveva data una uguale, senza firma del papà. Come si concilia, allora, l’amorevole dichiarazione della mamma che giurò d’averla trovata lei, a casa sua, in una carpetta?

IL PROFESSOR PROVENZANO
Anche i pizzini di Bernardo Provenzano, ovviamente prodotti da Ciancimino, sono un falso secondo i periti Di Dio e Marras. Binnu comprime il testo senza lasciare spazio tra una riga e l’altra, va a capo in modo elementare spezzando le sillabe col segno “uguale” e fa in media una decina d’errori a pizzino: scrive «anno» invece che «hanno», «nonè» al posto di «non è», «mà» con l’accento, «a scanzo» di equivoci, «sendire» per «sentire» e via discorrendo. Binnu by Massimuccio invece divide le sillabe correttamente e fa rari errori. E poi quei pizzini non sono stati scritti con la macchina da scrivere di Provenzano, sequestrata il giorno della sua cattura a Corleone. Insomma, tutto falso. Manipolato. Compresa la firma di don Vito sulla copertina del libro del figlio.

Gian Marco Chiocci e Mariateresa Conti per Il Giornale del 3 novembre 2011

Ciancimino vero o falso ?

Il processo Mori ha riservato delle sorprese descritte dalla cronaca. Livesicilia, tramite Andrea Cottone, ha fornito la puntuale replica dell’interessato, cioè Massimo Ciancimino. I giornali oggi ripropongono l’antico enigma, il vecchio dibattito sulla genuinità o sull’adulterazione presunta del verbo cianciminiano. La questione è tornata prepotentemente alla ribalta, con esiti diversi. Pezzo di Riccardo Arena per “La Stampa”. Titolo: “Berlusconi e la mafia, il falso di Ciancimino”. Pezzo e svolgimento: “Stavolta la manipolazione la rilevano i consulenti, chiamati dalla Procura a verificare l’attendibilità e la provenienza dei documenti prodotti da Massimo Ciancimino”.

Scrive ‘La Stampa’: “Al processo di Palermo contro il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, imputati di favoreggiamento aggravato nei confronti di Bernardo Provenzano, una presunta manovra sulle carte era stata rappresentata, all’udienza del 28 settembre, dall’imputato principale, Mori. L’ex direttore del Sisde aveva mostrato in aula la sovrapposizione tra due documenti: da uno stesso originale ne sarebbero stati ricavati due.

Ieri un’operazione simile è stata fatta notare su un’altra carta prodotta dal super-teste dell’indagine sulla trattativa mafia-Stato, da Maria Vincenza Caria e Marco Pagano, del gabinetto di polizia scientifica di Roma, nominati dal pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo. Pronti a confermare che due originali sono stati messi insieme, qualche parola è stata spostata dall’uno all’altro ed è stato realizzato un collage suggestivo, perché assieme ad appunti scritti a stampatello da Massimo Ciancimino su “rapporti Dell’Utri”, assieme a riferimenti a “Milano-Gelli-Bono-Calvi”, c’erano parole scritte dallo stesso don Vito: “Berlusconi-Ciancimino” e, più in basso, “Milano truffa assicurazioni”. Secondo quanto hanno riferito i consulenti, l’ex sindaco mafioso di Palermo, i riferimenti a Berlusconi li aveva scritti: non in quel contesto ma in un altro appunto”.

Così Arena sulla Stampa. Scrive invece Giuseppe Lo Bianco su ‘Il Fatto Quotidiano’ un altro articolo, dal titolo: “Autentici i pizzini di Ciancimino”. Svolgimento: “Cinquantatrè dei 55 documenti attribuiti “con certezza” a Vito Ciancimino sono stati consegnati dal figlio Massimo “in originale”, nessuna traccia di fotocopiatura o di collage – che possa far pensare a un posticcio gioco di prestigio – è stata rilevata. Resta sconosciuto l’autore del papello (si sa soltanto che proviene da un’unica mano) e si continua a cercarlo, attraverso nuove comparazioni. (…) Rimane qualche dubbio su un documento dattiloscritto (con annotazioni manoscritte attribuite con certezza a don Vito) sul quale sono stati avviati nuovi accertamenti dopo che il generale Mori la scorsa udienza in aula aveva sollevato pesanti sospetti sulla sua autenticità”.

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